Fronte del Piave
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V  isitatore !
La montagna, che ti accingi piamente a salire, fu anch’essa,
come tanti nostri fratelli, straziata e mutilata dalla guerra. Alcuni dei suoi boschi arsero in incendi paurosi, accesi dalle granate scoppianti, altri furono sacrificati per dare legname alle trincee e ai ricoveri dei combattenti; le sue praterie più belle, più verdi, furono sconvolte, lacerate dalle trincee, dai camminamenti, dalle esplosioni dei proiettili; le sue vecchie, caratteristiche casere, che avevano il colore inimitabile degli anni, furono quasi tutte demolite, e mal le sostituiscono, al cuore dei suoi vecchi figli, le troppo nuove costruzioni del dopo guerra; la sua suggestiva pace d’un tempo è perduta, ora che il rombo delle automobili echeggia nelle sue valli, ove già non si udiva che il tintinnio dei campanacci delle mandre o il canto di qualche pastore. Ma come il volto di un fratello mutilato, il volto della montagna tormentata è tuttavia ora più bello, d’una bellezza diversa ed augusta.
       Considera, Visitatore! Quando nell’infausto novembre del 1917 tutto sembrava crollare, poche truppe, spossate da lunghe marce rese tormentose dal nemico incalzante e dall’immeritata amarezza della ritirata, furono lanciate sulla montagna divenuta il pilastro della nostra linea di estrema resistenza, e la Patria ordinò loro di resistere, di morire, ma di non permettere ad ogni costo il passo al nemico. Erano pochi uomini, ma dal cuore grande, dall’animo indomabile; accanto ai veterani di venti battaglie, c’erano i ragazzi diciottenni che la voce della gran Madre dolorante aveva fatto eroi. L’inverno incipiente faceva già sentire i suoi rigori sui nudi costoni gelati del monte, battuti dal vento rigido delle Alpi; non trincee, non caverne, che proteggessero i prodi dal fuoco nemico infuriante di fronte, di fianco, alle spalle; difficili i rifornimenti, poichè molte zone erano ancora servite da scarsi e malagevoli sentieri; giorni e giorni passavano senza viveri caldi, o anche senza viveri, senza acqua; scarse le munizioni, sostituite alle volte colle pietre del monte scagliate rabbiosamente sul nemico avanzante.
          E il nemico tentò la montagna, e alle prime, impreviste resistenze, addensò uomini ed armi contro di essa; poi si rovesciò furiosamente, ebbro di vittoria, insofferente d’ogni contrasto, sulla montagna sacra. O giornate epiche del novembre e dicembre 1917 ! Quante volte le sorti d’Italia parvero irrimediabilmente perdute, mentre gli infernali bombardamenti nemici coprivano di fuoco le vette e masse d’uomini salivano, senza posa, all’assalto ! Ma le innumerevoli falangi nemiche e il fato
assai men forte fu di poch’alme franche e generose.
 
Il nemico avanzò, strappò a prezzo di sangue alcune posizioni, tentò dal Pertica, dal Roccolo di afferrare la cima, cercò di girarla ad oriente e ad occidente, vide la pianura ai suoi piedi dal Tomba, la mirò lontana dalla vetta dell’Asolone, ma non passò; quando la meta doveva sembrargli più vicina a raggiungersi, dovette fermarsi esausto. Gli eroi di Col Caprile e di Cà d’Anna, di Col Beretta e dell’Asolone, del Pertica e di Cà Tasson, del Solarolo e del Valderoa, dello spinoncia e del Monte Tomba gli avevano sbarrato la strada. L’Italia era salva, la ferrea IV Armata aveva scritto pagine del più meraviglioso eroismo nei Fasti della Patria.
        La partita era però rimandata. Sulla montagna bianca di nevi ( e per ricordarvi l’inverno tragico del 1917-18, o Visitatori combattenti, troverete qui alcune vedute della vostra montagna coperta dalle nevi ), i nostri lavorarono senza tregua a preparare difese, ad aprirsi strade, ad apprestare armi e mezzi d’ogni genere; i dossi del monte si trasformavano in fortezze. E nel lavoro e nell’attesa si rinsaldavano sempre più i cuori; subito dietro le linee si stendeva la dolce pianura veneta, gemma d’Italia, che il nemico non doveva contaminare; non si poteva arretrare di un metro !
       E il nemico alla sua volta accumulava mezzi d’offesa, addensava uomini per il nuovo balzo in avanti, che esso si prometteva decisivo, irresistibile: rare volte due avversarii si accinsero alla lotta così decisi e sicuri entrambi della vittoria. La notte sul 15 giugno si scatenò l’uragano di fuoco, e nelle prime ore del mattino tutto pareva perduto sul Grappa; le prime linee sconvolte, perduti molti capisaldi, i ricoveri fracassati. Ma i cuori erano intatti, per la fortuna d’Italia; e nel pomeriggio l’offensiva nemica era arrestata, ricacciata, definitivamente stroncata; la superba armata nemica, destinata a scendere dal Grappa, aveva dovuto ricadere, afflosciata, sulle sue posizioni di partenza. Il fianco dei fratelli, che continuavano sul Montello e sul Piave la disperata difesa contro il nemico dilagante, era sicuro; la Vittoria del giugno spiccò dalla montagna il suo gran volo, per continuarlo sulle rive del sacro Piave.
           E passò l’estate, nell’attesa ansiosa dell’agognato momento della riscossa. Da nessun punto del fronte, come dal Grappa, si contemplava tanta distesa di terre italiane calcate dallo straniero invasore, dalle quali pareva di sentir salire portato dai venti il canto sospiroso << Monte Grappa, tu sei la mia Patria >>; e i cuori fremevano.
         XXIV ottobre 1918: dal Grappa ha inizio la immane battaglia, che doveva cancellare l’impero degli Asburgo dalla faccia del mondo e ridare alla Patria i suoi sacri confini. Con impeto eroico i nostri si avventano contro le posizioni nemiche, sulle quali il nemico tentava l’ultima, accanita resistenza; gli assalti si succedono agli assalti, senza posa. L’avversario getta sulla montagna ardente le sue riserve e si avvinghia disperatamente alle cime, alle quali un anno prima era salito credendo di tenere in pugno la vittoria; e i soldati del Grappa prodigano il loro sangue, sapendo che le forze nemiche che salgono incessantemente alla difesa, non potranno poi contrastare il passo ai fratelli, che debbono portare sul Piave il colpo decisivo. E in fine al crollo del fronte nemico, l’insulto lavato, le torme innumeri e confuse degli Austriaci prigionieri o in rotta, le artiglierie possenti tutte catturate, la corsa in avanti, l’ebbrezza del trionfo, l’abbraccio dei fratelli liberati, la vittoria grande, immensa, senza limiti!
           La neve cadde subito sul campo di battaglia e ricoprì del suo manto gli orrori della lotta. Molti tuoi fratelli, o Visitatore, sono rimasti lassù: molti, a migliaia e migliaia. Tu vedrai le loro tombe, i cimiteri nei quali furono composti in pace, nel silenzio verde delle valli. Su un grandissimo numero di tombe non c’è neppure un nome: tombe di eroi oscuri, di militi ignoti; su quelle tombe sosta e medita più a lungo, o Italiano. Chi ti è più fratello di quell’Ignoto, chi più di lui è simbolo del sacrificio senza limiti per la Patria? Bacia questi sassi e queste zolle, e sia largo il tributo delle tue lacrime e della tua riconoscenza a Chi tutto diede per te.


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