Fronte del Piave
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NERVESA della BATTAGLIA

Cippo Baracca
Francesco Baracca: Medaglia d’Oro al V.M.
“ Absorpta est mors in Victoria.”

 

Una bestia di fuoco e velocità,
cinque quintali di pura bellezza
Un angelo giallo come un lampo
e improvviso come una faina
Eravamo una macchina sola e io pensavo ed era cosa fatta
Nessuno ci stava dietro, senza peso e senza ingombro
Senza peso, senza ingombro, solo pensiero veloce
A terra si vedevano solo bocche spalancate,
i bambini di Lugo ci segnavano a dito
Le donne si innamoravano dell'aeroplano e del mio coraggio
Ed era solo volontà di precisione, la guerra, solo l'occasione
E i nemici quasi complici di questa volontà
Complici e gregari della nostra temerarietà
La terra è una parentesi tra una partenza e l'altra,
quasi un'inutile perdita di tempo
Per cose di poca importanza
Di lassù c'è un'altra vista del mondo,
un altro panorama della vita
Non avremmo potuto invecchiare mai
Non dovevamo invecchiare mai
Perché non eravamo nati per invecchiare mai
La terra è una parentesi tra una partenza e l'altra,
quasi un'inutile perdita di tempo
Per cose di poca importanza
Ecco una bestia di fuoco e aerodinamicità
Ecco cinque quintali di vera bellezza

Spad VII S489

Francesco De Gregori

 

Così comincia
il suo inno senza lira,
così principia
il salmo di questo Re.
“Di Morte in Morte
di Meta in Meta,
di Vittoria in Vittoria”
 

 

 
 
Discorso funebre
di Gabriele D’Annunzio
pronunciato a Quinto di Treviso
il 26 Giugno 1918

Al glorioso comune di Lugo accresciuto di tanta gloria devotamente offre Gabriele D’Annunzio
“Absorpta est mors in Victoria.”
 
Sul feretro di Francesco Baracca.
“Miei compagni! Aviatori! Alte parole furono dette. Il cordoglio ebbe la voce grave del Principe e dei nostri Capi. Ma, come avete udito dalla fierezza del primo cittadino di Lugo e appreso dal coraggioso lutto dei consanguinei, non vuol pianto né rimpianto questo celere uccisore e distruttore che fu tra i più maschi generati dalla matrice ferrigna dove si stampa il meglio della gente di Romagna. Non vuol essere piamente lacrimato ma vendicato potentemente.
Per noi era tutto un’ala di guerra, cuore e motore, tendini e tiranti, ossa e centine, sangue ed essenza, animo e fuoco, tutto una volontà di battaglia, uomo e congegno. L’ala s’è rotta e arsa, il corpo s’è rotto e arso. Ma chi oggi è più alato di lui? Ditemelo. Chi oggi è più alato e più alto di lui? Ditemelo.
Non era se non un punto nel cielo immenso, non era se non una vibrazione invisibile nell’azzurro infinito. Ed ora è per noi tutto il cielo, è per noi tutto l’azzurro. Il suo spirito è un demone di vittoria. S’è sprigionato dalla carne e dal legno, dalla tela e dalla pelle, dallo scheletro e dall’acciaio. La sua volontà di vincere, che era d’uomo contro uomo, per infondersi in tutti gli uomini combattenti della sua razza, ha preso a propagatrice la morte.
Così, incorporeo, nell’ora santa in cui le sorti erano per volgersi, egli volò su la fronte di tutte le nostre armate, traversò l’intera battaglia, profondo come il brivido e splendido come la folgore.
Aveva vinto trentaquattro avversari; ed ecco vinceva gli eserciti! La sua gloria non era più un numero; era un’ala innumerevole e unanime sopra l’Italia trionfante.
E c’è chi si rammarica che a lui, prima di cadere, sia mancata la gioia della grande novella? Era egli stesso il messaggero della novella, ai vivi e ai morti. La sua bocca taceva piena di sangue nero, tra sassi e sterpi? Ma il suo grido slargava la bocca di tutti i combattenti.
In ciascuno di noi egli ha combattuto con tutte le sue forze moltiplicate di là dell’umano. Per mirar
giusto, abbiamo avuto il suo occhio infallibile nel nostro occhio, il suo pugno fermo nel nostro pugno.
L’altra sera, la sera del solstizio che è per noi italiani una sorta di festa solare e segna questa volta il
culmine della luce di Roma quando ci fu annunziata la trasfigurazione e l’ascensione di Francesco Baracca il Vittorioso, là, in un campo litoraneo, mentre i nostri uomini caricavano di bombe i nostri
apparecchi, io dissi ai miei compagni che bene gli antichi nostri celebravano i funerali degli eroi con giochi funebri. E, per celebrare l’eroe nostro col solo rito degno di lui, io li condussi a un funebre giuoco di guerra. Ritornammo e partimmo di nuovo, e ancora ritornammo e partimmo, finché la notte non fu consunta.
Egli era in noi, egli combatteva in noi, egli perseverava in noi, su quel fiume di nostra vita, lampeggiante come una riviera celeste.
Oggi, domani, sempre, com’è con noi, sarà con noi, sarà in noi, combatterà in noi, in noi resisterà, come dice la nostra preghiera, “non fino all’ultima goccia del nostro sangue, ma fino all’ultimo granello della nostra cenere.”
O compagni, oggi per lui la nostra anima è colma di bellezza come il nostro cielo è pieno di presagi. Perché da una fredda spoglia chiusa fra quattro tavole d’abete, più stretta che fra gli ordigni della fusoliera, sorge una potenza di creazione che supera ogni verbo? Nessun cantico di grazie, nessuna ode trionfale, nessuna musica solenne eguaglia in sublimità tanto silenzio.
“ Di morte in morte, di mèta in mèta, di vittoria in vittoria”. Così comincia il suo inno senza lira, così principia il salmo di questo re.
Dinanzi a questo re immortale, per rispondere alla sua umana e sovrumana speranza, noi vogliamo salutare, sia noto o sia ignoto, il giovine successore della sua regalità”.
 
 
26 giugno 1918 
 
 

 
*BARACCA FRANCESCO*
Maggiore

Maggiore ( A.A. , 91a squadriglia da caccia "Degli Assi" ) luogo di nascita: Lugo di Romagna. Data del conferimento: 5- 5- 1918 D.L.. Motivo del conferimento: Primo pilota da caccia in Italia, campione indiscusso di abilità e di coraggio, sublime affermazione delle virtù italiane di slancio e di audacia, temprato in sessantatre combattimenti, ha già abbattuto trenta velivoli nemici, undici dei quali durante le più recenti operazioni. Negli ultimi scontri, tornò due volte col proprio apparecchio colpito e danneggiato da proiettili di mitragliatrici. Cielo dell’Isonzo, della Caria, del Friuli, del Veneto e degli Altipiani, 25 novembre 1916, 11 febbraio, 22, 25, 26 ottobre, 6, 7, 15, 23 novembre, 7 dicembre 1917.

Isonzo, Carnia, Friuli, Veneto, Altipiani   
 
 
25 novembre 1916, 11 febbraio, 22, 25, 26 ottobre, 6, 7, 15, 23
    novembre, 7 dicembre 1917
 
 

 

 

 
 

26 ottobre 1917

“Rimasi ultimo a partire, incerto se abbandonare il mio apparecchio e montare a cavallo per caricare gli austriaci; ho incendiato tutti i nostri hangar con molti apparecchi che non potevano essere trasportati; incendiai anche la nostra casetta con barili di benzina e, quando tutto era in preda alle fiamme, partii io pure in volo, sotto la pioggia scrosciante e con l'animo affranto dal dolore di abbandonare il campo dei nostri trionfi”

 

 
 
19 novembre 1917.

Ora mi trovo a Padova assai bene, abbiamo occupato vicino al campo, una ricchissima villa, dove abbiamo acceso il termosifone, notte e giorno, e vi abito da proprietario: tutti sono fuggiti di qua e Padova è spopolata, vi è più posto per noi. Le notizie della fronte sempre più buone; i tedeschi attaccano a dense masse e se ne fanno mucchi di cadaveri e non riescono a sfondare le linee. Qui si crede che presto la loro offensiva sarà sospesa, e si spera di ricominciare poi noi di nuovo la marcia in avanti ed ho molta fiducia di ritornare in primavera al mio campo dl Santa Caterina. Avrete già avuto notizia dell'ultima mia vittoria: la 28a, tragico e spaventoso scontro. Ero in crociera il 15 sull'alto Piave, sulle colline di Montello. Vidi un punto nero lontano, sui 4.200 metri, ; veniva da Conegliano verso Susegana alle 12,30 e continuò su Treviso; era nemico, girai dietro e incominciai l'inseguimento. Mi avvicinavo e l'aeroplano ingrandiva; a una certa distanza riconobbi l'Aviatik tedesco; accostai con la mia solita rapidissima manovra sotto il suo fuoco; si difese bene, ma, dopo un 120 colpi, vidi le fiamme a bordo e incominciò a scendere; vidi l'aeroplano avvolto dalle fiamme, a 4.000 metri; gli aviatori si gettarono fuori e 1'Aviatik' precipitò vicino al campo di aviazione di Istrana (Treviso). Scesi subito e dopo pochi minuti ero sul luogo'. Gli aviatori tedeschi erano due tenenti di aspetto molto distinto; uno di essi aveva anelli d'oro, la fede matrimoniale ed un ritratto di donna in un' astuccio di pelle; aveva la croce di ferro, decorazione di guerra tedesca. Conservo dell'apparecchio le due mitragliatrici, i tubi del timone bruciato, la macchina fotografica. Vi è poca attività da qualche giorno; parto spesso guidando forti pattuglie di 4 e 5 piloti e percorriamo le linee: guai a chi ci capita in mezzo! C'è, dall'altra parte, la pattuglia del capitano Bramowshy che ha abbattuto 22 nostri aeroplani; vola su un 'Albatros` da caccia e due mitragliatrici, tutto rosso; ma non c'incontriamo ma.

 

 

 
 
11 dicembre 1917.

Ho avuto la soddisfazione più grande nel leggere il mio nome nel bollettino ufficiale dell'Esercito: premio che mi compensa di tutti i sacrifici, di tutti i pericoli corsi contendendo al nemico il nostro cielo. Ho abbattuto il mio 3° nelle nostre linee un mattino di grande attività: il 7, alle ore 10,20. Pattuglie nostre, inglesi e francesi incrociavano sulle linee. Il primo apparecchio fu abbattuto da me; il secondo da Ranza e sergente Magistrini della mia squadriglia; il terzo da un altro sergente. Il mio volava sull'altipiano di Asiago; vidi dapprima gran quantità di colpi antiaerei nostri, bassi, planai giù cercando il nemico e non lo vedevo ancora. Me ne accorsi quando gli fui sopra, soltanto a 400 metri; aveva le ali tinte di nero e soltanto parte della fusoliera in giallo, perciò si confondeva col colore dei boschi sottostanti. Era un "Albatros" austriaco. Impegnai combattimento a 26oo di quota, poco più di metri 6oo da terra; dopo un vivo fuoco di mitragliatrici che ci scambiammo, l'osservatore dovette rimanere colpito perchè non sparò più; e poi con tre colpi ancora ben centrati mandai l'apparecchio in fiamme. Fu una visione veramente lugubre veder cadere quell'apparecchio tutto nero con la fusoliera gialla e le fiamme dietro nel bosco di monte Kaberlaba; non potei andar là sopra perchè era troppo lungi e non avevo subito un auto a mia disposizione e dovevo partire di nuovo nel pomeriggio con la pattuglia; inseguimmo infatti alle 4 del pomeriggio un "Albatros" sul monte Grappa fin verso Feltre, ma non si potè raggiungerlo. I cacciatori inglesi e francesi sono anch'essi meravigliosi: tre di essi, capitani, sono caduti in combattimento. Vengono ai miei ordini dei piloti inglesi che formeranno un'altra squadriglia da caccia insieme con la mia e coi loro apparecchi veloci e bene armati: me ne farò dare uno. Aspetto io pure dalla Francia gli "Spad" 2oo HP a due mitragliatrici. Le operazioni ora volgono al meglio; sugli Altipiani si sono avute lotte violentissime nelle quali subimmo molte perdite, ma i soldati si sono battuti tutti da valorosi ed il nemico non ha sfondato la linea ed ha sacrificato gran quantità di uomini: il morale è ora altissimo in tutte le truppe. Calma e bisognerà assicurarsi dai monti, dove la nostra situazione è ancora pericolosa. Si attendeva in questi giorni una ripresa dell'offensiva tedesca, invece non è venuta. Disgraziatamente abbiamo perduto gran parte dell'artiglieria ed ora ci troviamo inferiori, ma giungono continuamente truppe francesi ed inglesi con grandi mezzi. Vediamo molti ufficiali americani che sono pieni di entusiasmo e non vedono il momento di entrare essi pure in battaglia e disposti a far la guerra anni ed anni con la certezza della vittoria, e così pure pensano gli inglesi che verranno a sostituire nelle trincee i francesi e noi che abbiamo sostenuto fino ad ora il peso maggiore. Abbiamo di nuovo completamente la supremazia aerea ed ogni aeroplano nemico che si presenta sulle linee è abbattuto o da noi o dagli alleati. Ora anche se i tedeschi riuscissero a venire avanti, il terreno sarà contesa palmo a palmo e non si farà più la ritirata all'Adige.

 

La 91° Squadriglia ha il nuovo campo a Quinto, a ovest di Treviso, e nei primi mesi del 1918 contribuisce validamente con altre squadriglie italiane e alleate a ottenere il dominio del cielo, foriero di vittoria. Baracca si sente felice soltanto in volo con il suo apparecchio e ha poca propensione per il comando, ma i superiori la pensano diversamente e lo costringono ad accettare incarichi di comando.

 

 
 
“Ho formato una Squadriglia di pochi scelti piloti, montata tutta su nuovi apparecchi "SPAD” .Ti piace questo gruppo? Sono tutti piloti della mia Squadriglia: Piccio al centro con 17 apparecchi abbattuti (“un valoroso”); Keller a destra: con 1 apparecchio; io con 31; Ranza con 16; De Bernardi 1; Bacula 2; Nardini 5; Olivero 1. A sinistra, Ruffo 17 (“E' un pilota di gran coraggio”); Costantini 4; Novelli 5; Aliperta 2; D'Urso 1. Quello nascosto è Magistrini con 5".

 
 

4 Maggio 1918.

E' rotto di nuovo l'incanto e si è aperta la nuova serie di vittorie che spero sia numerosa. Dopo 5 mesi ieri ho avuto uno scontro classico ed assai movimentato sul Piave; il 31° apparecchio nemico è andato giù in fiamme nel fiume. Alle 11 ero già in crociera, da un'ora col sergente Nardini; un apparecchio nemico ci era già passato sopra a 5000 metri proveniente da Treviso, senza averlo potuto raggiungere. Il movimento di apparecchi sulle linee era intenso. Ci imbattemmo in un pattuglione da caccia austriaco di 6 Albatros; avevamo il vantaggio della quota ed attaccammo respingendoli. Dopo cinque minuti altro pattugliane di 5 caccia nemici; ne attaccammo in scontri rapidi e brevi tre di essi per non essere sorpresi dagli altri; uno parve andasse giù e forse fu costretto ad atterrare. Si ritirarono anche questi, e c'imbattemmo in un apparecchio da ricognizione, solo; attaccò il sergente Nardini che era più vicino, ma gli s'inceppò l'arma. Intervenni allora subito io, e dopo una scarica l' Albatros che si difendeva assai bene scese di 1000 metri ed aspettò di nuovo accettando combattimento sulle Grave di Papadopoli. Arrivai a gran velocità attaccando di nuovo di fianco e l' Albatros fece un rapidissirno dietro-front, ma i piloti dovevano già essere colpiti ed all'ultimo mio attacco a 1500 metri il nemico s'incendiò davanti alle nostre linee. Fu impossibile ricuperarlo perchè il terreno è battuto dall'artiglieria. Andai sul luogo, alla batteria di Beppe che ha seguito il mio combattimento. Il movimento aereo da qualche giorno è intenso e forse prelude a un'offensiva se i1 tempo continuerà ad esser bello. Forse non potrò muovermi.

 

 Il 19 di giugno, nel pomeriggio, vuol dire che la giornata porterà verso il tramonto qualche ora di calma. La crociera del mattino faticosa e contrastata, solo adesso i piloti della squadriglia respirano una boccata d’aria riposante. Parlano, a gruppi per il campo, di quel che sarà domani e di quello che c’è di nuovo oggi. Si dice che il nemico è spossato, e che domani avrà il colpo di grazia per tornarsene di là dal Piave o sott’acqua, se non preferisce la protezione del territoriale che se lo trascini dietro prigioniero. Fra stanotte e domani, lo sforzo definitivo. Qualche apparecchio, fra tanta gloria di shrappnells e di mitraglia, si è preso il buco o s’è buscata la sdrucitura. Ma i piloti sono tutti sani e salvi. Baracca l’ha scampata per miracolo, un taglio di proiettile sul colletto della giacca di cuoio.
     Non ha tempo, Baracca, di pensare alla pallottola di striscio, agl’incidenti di volo, alle cose di ieri o di oggi, acqua passata: dice ai colleghi il suo progetto di salire all’alba per un volo che sarà lungo e complicato di giri, fin che non troverà da scontrarsi col nemico.
     Nel frattempo, giunge un ordine dal Comando Supremo. Sono le 18,30: un gruppo d'apparecchi deve portarsi immediatamente sul Montello. Da tre ore, su un fronte di due chilometri, cinque battaglioni nostri della 48a Divisione puntano in direzione di Nervesa insistendo e reiterando gli attacchi. Il nemico perde e riprende; la lotta si sparge sanguinosa dalle due parti: i nostri premono, avanzano; ma il nemico qui arretra e qui guadagna, e dove tralascia non abbandona. L'intervento dell'aviazione col suo tiro dall'alto potrebbe allentare, se non sconfiggere, la linea nemica. Baracca, Costantini ed Osnaghi si assumeranno quest'impresa fulminante.
     Partono i tre apparecchi.
     Baracca ha provato le due mitragliatrici, ha assicurato i nastri: funzionano. Dopo un'ombra di turbamento, un soprassalto di nervi mentre indossava il casco, ha preso posto nella carlinga rasserenato; e sorride, e saluta i colleghi quando si lancia in una striscia di sole.
     Vola basso lo Spad di Baracca verso il Montello: tanto è basso che  un colonnello e un capitano di fanteria, i quali dietro il terrapieno ascoltano il telefono da campo e trasmettono gli ordini, alzano appena il capo e lo vedono come di galoppo impennarsi e saltar la balza della collina. Hanno notato il cavallo dipinto sulla fusoliera: è Baracca. Sentono di là sulle linee crosciare la mitragliatrice. Sulla collina scoppiò un proiettile, e s'acquattarono. La ripresa del bombardamento mozzò il rombo del motore.
     Osnaghi seguiva Baracca, più alto di lui 50 metri. Le mitragliatrici dello Spad battono in crescendo sulle truppe nemiche.
     Non è ferma la battaglia: gli urti e gli arretramenti continuano, ma le fiamme e il fumo delle armi da fuoco traversano l'aria ad intervalli, si spengono, svaniscono. Qualche proiettile di fucile mira ai due apparecchi. Qualche mitragliatrice insiste pigra a sparare. Il combattimento abbassa il tono, oppure si rattrappisce, e si costringe per lo scatto d'impeto più tardi.
     Osnaghi, ad un tratto, perde di vista lo Spad di Baracca: gli è parso di vedere uscire dall'apparecchio un bioccolo di fumo bianco. Lo Spad di Baracca è scomparso. Osnaghi lo cerca per ogni dove, lungo la linea, avanti in profondità, in alto salendo di quota. Di nuovo strepita il bombardamento annebbiando ed infuocando terra ed aria. La battaglia riattizza i fuochi ed innalza le caligini. La ricerca annaspa nella tormenta: Osnaghi non può più vedere. Torna al campo: atterra, scosso e tremante come le vibrazioni dell'apparecchio. Dov'è Piccio? E Piccio sa da lui della scomparsa; e parte in velocità per i luoghi oscurati del Montello a rintracciare Baracca. Nel volo basso, quasi ad altezza d'albero, appunta gli occhi negli anfratti del terreno; due o tre volte percorre la linea, scoperto e mirato dalla fucileria; volge al ritorno che già cala la sera. Sullo sfondo della boscaglia, laggiù verso l'Abbazia di Nervesa, brilla un incendio.
     Venne la notte, e non si seppe nulla di Baracca. Gli osservatorii, nella fuméa della battaglia, non avevano notato i due Spad: la notizia più certa era quella del colonnello di fanteria. I piloti della 91a  squadriglia insistettero a telefonare presso i comandi avanzati. Rispondevano vagamente: qualcuno confondeva le ore e i luoghi; qualche altro diceva signorsì signornò, intontito, e non capivi se ammettesse o se negasse; un ufficiale del Genio rispose che gli pareva in un certo modo, a una cert'ora.
     Osnaghi, Novelli e Keller col sergente automobilista Carini corsero a mezzanotte in prima linea presso l'ufficiale del Genio: era un equivoco.
     Batterono fino all'alba per sei chilometri tutta la linea del Montello; si spinsero nei posti avanzati; sembrò per un attimo che avessero trovato, allorché un tenente del 27° reparto d'assalto raccontò d'uno scontro aereo in quei paraggi. L'ora corrispondeva. Ma il tenente aveva riconosciuto il pilota, aveva lui stesso sollevato il corpo dai rottami dell'apparecchio infranto, sapeva chi era: il sergente Nava della 75a squadriglia.
     Proseguirono sempre le ricerche, e così per cinque giorni: in aria dall'apparecchio, o in pellegrinaggio a piedi attraverso le linee, nelle zone di battaglia, tutti i piloti di Baracca cercarono il comandante.
     Più i giorni passavano, e più la scomparsa di Baracca sembrava impossibile ai suoi piloti: non poteva pensarlo fantasma o idea, memoria di quello ch'era stato; nemmeno riuscivano a figurarselo lontano in prigionia del nemico. Era certo che sarebbe ritornato. Lo cercavano e l'aspettavano. La mattina, ai voli, l'apparecchio rampante non c'era, e il posto era vuoto nell'hangar. All'ora della mensa, guardavan tutti la sedia vuota, il bianco vacuo della tovaglia senza il coperto.
     Sempre continuarono le crociere di caccia e i voli radenti: la 91a squadriglia saliva nel cielo della battaglia; sorvolava sulle truppe nemiche straziante e sterminatrice; risaliva ad alta quota come una nube che vada squarciandosi al vento.
     Caddero le teste di ponte sul Piave; e il nemico ripassò il fiume a precipizio. Il 24 giugno, la zona del Montello è libera dall'invasione austriaca, colma soltanto di reliquie: i morti, le macerie, i proiettili, le armi e il materiale abbandonato.
     Dal comando del 112° fanteria giunge notizia alla squadriglia che, nei giorni dell'offensiva, un aeroplano era stato visto precipitare in fiamme lungo la Valle delle Fontanelle, nella zona tenuta virtualmente dal nemico, ma dalle nostre artiglierie così vigilata e contesa che il nemico non v'era entrato: la zona tra la Busa delle Rane e i ruderi dell'Abbazia di Nervasa. Sono i fanti del 112° fanteria che hanno visto cadere l'apparecchio, i fanti della Brigata Piacenza, i biancazzurri “figli di Maria” del colonnello Biancoli, quelli che accolsero la prima vittoria di Baracca sul campo di Medea.
     E' la traccia da seguire. Ranza ed Osnaghi si mettono in viaggio accompagnati dal giornalista Raffaele Garinei.
     Traversano le trincee e i reticolati sotto il fuoco delle artiglierie; corrono per i camminamenti franati ed accidentati, dove i morti si mostrano a cenci sparsi sciorinati nel gran sole di giugno, dove le buche delle granate affossano il passo; salgono per i pendii a scoprire l'orizzonte, a cercar la macchina bruna fra l'erba verde e l'erba arsiccia; s'aiutano a veder lontano col binocolo e con la mano sulla fronte; si dividono la ricerca e si separano; si chiamano e si ritrovano.
     Chiama la voce di Ranza, alta ma rotta. E' un grido sospeso e singhiozzante. Crede di vedere. Ha trovato.
     Fra gli alberi divelti e gli arbusti schiacciati, il fusto dello Spad pare come cenere e carbone nei legni e nella tela, come un mucchio di ferri vecchi lo scheletro di metallo. Il carrello, il motore e le mitragliatrici si sono infissi a spacco nella terra.
     Lo Spad di Baracca, che vinceva i nembi e spaccavano le nubi d'uragano, - così l'abbiamo visto nel nebbione di Caporetto, così nei giorni tempestosi di questo giugno – adesso è mortificato, piegato, incastrato nella terra, coperto di ruggine. E' stato colpito nel serbatoio da due pallottole incendiarie di fucile. Ora si sa che il rogo bruciò tutta la notte. La brezza dell'alba disperse allora un'alta colonna di fumo.
     L'incendio ha lambito i margini della boscaglia con lo stesso contorno di bruciaticcio che è nella manica destra di Baracca: al polso c'è sempre l'orologio d'argento del Concorso Ippico di Roma.
     Il fuoco non ha attaccato il corpo di Baracca che giace a braccia aperte, supino sotto il cielo, una gamba piegata al ginocchio e l'altra distesa, con gli occhi chiusi e la fronte marmorea: nel mezzo della fronte, il proiettile che gli ha dato la morte.
     Gli austriaci hanno notato un movimento insolito di uomini sul terreno scoperto: sparano tre colpi di medio calibro. I proiettili roteano e fischiano in aria sulle reliquie: vanno a rompere fra i ruderi dell'Abbazia di Nervesa. Dalle vicinanze accorrono i soldati.
     Portano la barella, le bianche lenzuola, il telo da tenda, i pietosi indumenti di guerra per la sepoltura dell'Eroe.
 


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