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                    Ai piccoli perché sappiano,
                    ai grandi perché rammentino.

    

        La pubblicazione dei “Diari” viene a continuare l’opera nobilissima e magnifica dell’Associazione, intesa a volgarizzare le epiche gesta di nostra gente, la quale, attraverso difficoltà e sacrifizi ed eroismi inauditi, ha portato al raggiungimento di aspirazioni che furono il sospiro di secoli.
     La storia della grande guerra altri e più tardi la scriverà; e sarà lavoro poderoso. Ma i singoli fatti, gli episodi più meravigliosi, gli eroismi particolari e di gruppi – tutta quella parte che meglio parla al cuore dell’uomo e ne educa la coscienza di cittadino e di italiano, ne sveglia le energie e ne rinfranca i propositi, e soprattutto mantiene vivo il ricordo onde si accende ed arde la sacra fiamma della gratitudine e si alimentano il sentimento dell’emulazione e le magnanime imprese da cui derivano la prosperità e la dignità della Nazione – tutto questo nella grande Storia si sminuisce e confonde, assorbito nel quadro immenso della lotta mondiale.
     Da pochi anni la guerra è finita e molta gente già se n’è dimenticata. I libri di storia della guerra non sono letti che da un ristretto numero di persone: la memoria dei morti per la Patria va col tempo annegando nell’oblio; i combattenti che sono ritornati a casa o sani o mutilati, giustamente offesi nel veder non adeguatamente valutata la grandezza del loro sacrificio, paghi del dovere compiuto, si tengono orgogliosamente nell’ombra, salvo ad uscirne quando, in occasione di cerimonie patriottiche, possono trovarsi cogli antichi commilitoni, perché solo con essi si sentono a loro agio; gli esonerati insostituibili (!) e gli imboscati della prima ora e di tutte quelle posteriori non sono tenuti dalla pubblica opinione per quello che realmente valgono; onorificenze civili sono largamente distribuite a chi durante la guerra ha fatto ottimamente i propri affari e poi si è mandato nella piscina probativa di qualche largizione ad opere benefiche o monumenti ai caduti.
     Non c’è da meravigliarsene; è un fenomeno psichico comune a tutte le nazioni che hanno fatto la guerra: si dimenticano volentieri i giorni del dolore!
     Nelle nostre scuole medie i programmi hanno continuato a prescrivere storia orientale, greca, romana, medioevale, moderna, coi relativi più o meno grandi uomini, in modo che l’insegnante può a mala pena svolgere il programma, sacrificando la Storia contemporanea.
     Perciò i giovinetti ignorano i particolari della storia di Oslavia, del Podgora, del San Michele e di altre località o quote della linea dell’Isonzo; né sanno valutare l’imponenza politica e militare, perché la conoscono poco o non la conoscono affatto, dell’invasione respinta nel 1916, né della epica difesa degli Altipiani e del Grappa dopo Caporetto, né della difensiva dall’Astico al Mare nel Giugno 1918, ignorano chi sieno stati, che cosa abbiano fatto, come sieno morti Stefanino Curti, Francesco Rossi, Eligio Porcu, i fratelli Garrone, Mario Fiore, Ugo Bartolomei ed altri molti; né hanno degna idea dell’opera silenziosa ma grande dei nostri eroi del mare e del cielo.
     Gli studenti delle scuole superiori (liceo, normali, ecc.), continuano ad imparare i principii della morale teorica, ma raramente sentiranno leggere nella scuola od avranno letto qualche pagina dei numerosi epistolari di caduti, nei quali la morale pratica della vita del cittadino, enunciata con poche, semplici ma chiare ed efficaci parole, è stata dimostrata sperimentalmente dalla magnanima realtà del martirio.
     Incapaci di misurare la statura morale degli uomini che furono attori della grande tragedia ed il meraviglioso sforzo industriale del paese che diede i mezzi tecnici per vincere, quasi quasi non riescono a concepire la importanza dei nuovi confini, cioè l’annullamento di quel triste cuneo del Trentino e della malsicura ed infida linea dell’Isonzo, che davano in mano allo straniero le chiavi delle porte d’Italia.
     Persino la Battaglia di Vittorio Veneto che è la più popolare perché coronò militarmente gli sforzi di tutta la guerra, non solamente non è considerata per quello che fu, se non da una debole minoranza composta di tecnici specialisti o di studiosi di storia patria, ma ha avuto i suoi denigratori, i suoi disfattisti. E pazienza se fossero stranieri! Ma purtroppo sono italiani.
     Se mai una battaglia poté dirsi italiana certo fu quella, come italiane furono le altre nostre vittorie e sconfitte; italiana ne fu la genialissima concezione strategica, italiana l’esecuzione; tutte nostre furono le ansie del momento in cui le cose non andavano bene; italiana la fede che confortò i nostri combattenti sul Grappa e gli sperduti sulla riva sinistra del fiume in piena, che aveva travolti i ponti; italiano l’elegantissimo sfruttamento della vittoria strategica, italiano quindi il merito, italiana la gloria.
     Possa il cuore dei concittadini che leggeranno, palpitare di orgoglio e di ammirazione per i preparatori, i costruttori, i direttori, gli assaltatori, i coronatori, e vivi e morti e grandi ed umili della Vittoria finale, che diede alla Patria i confini tracciati dalla natura, dalla lingua, dalla Storia. 

 


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