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 Zona di guerra – Ottobre 1917

 
L’aria che veniva da Caporetto incominciava a farsi pesante. Quell’andare, quel venire di gente preoccupata, quelle riunioni di alti personaggi in grigio-verde; quei colloqui, colti al volo, fra i dottori del mio ospedale, che avevano l’apparenza di esser muti, ma pur tanto eloquenti; quei volti contratti di chi a ragione ne sentiva tutta l’onta – tutto un’insieme di misterioso, lasciava intuire che qualche cosa di grave stava per accadere, se pure l’uragano non era scoppiato…
Il bollettino di guerra aveva comunicato “ la vile resa della II° Armata”.
Commenti a parte.
Da mesi mi trovavo infermiera volontaria all’ospedale da campo 0,64. Prestavo servizio al IV reparto chirurgia; al III era volontaria Clelia Parish, professoressa in chimica, nella città di Cuneo. Noi due andavamo tanto d’accordo, forse perché una dose di stranezza la avevamo entrambe. Accarezzavamo il bel pensiero di inoltrare domanda per essere inviate in un ospedale più avanzato, magari al fronte. Decidemmo. A tal uopo ci recammo a Sedico dal generale Gioffredi e questo avvenne precisamente il 2 novembre. Come vennero accolte dal comandante, le nostre idee bellicose!…
Eravamo fermamente decise di tutto sacrificare pur di renderci utili alla Patria ancor più e nel contempo dar prova, che anche le donne hanno del sangue italiano nelle vene. Ci sentivamo dotate di tanto altruismo, che i disagi a cui andavamo incontro, sarebbero stati nulla al confronto dell’utilità che potevamo portare ai nostri fratelli combattenti.
Il buon Generale si commosse alle nostre proposte. I suoi consigli affettuosamente paterni, furono quelli non solo di rassegnarsi in uno degli ospedali avanzati, e neppure di rimanere in quello dove eravamo; ma di ritornare ai nostri comitati, secondo ne era emanato il decreto.
Dovemmo chinar la testa e rinunciare al nostro divisamento.
Sedico scosta pochi chilometri da Belluno; visitammo la provincia per farci un’idea concreta di quanto succedeva.
Avevamo arguito che una catastrofe ci doveva esser per l’aria; e poi, quella ressa di gente nelle stazioni, quel popolo sconvolto e male assettato incontrato per le vie, quelle lunghe file di camions trasportanti truppe, materiali e munizioni, davano l’aspetto di un finimondo. Quanta tristezza avevamo in cuore! La verità ci fu palese e la certezza del disastro la vedemmo in quel caos che la città di Belluno ne era coinvolta.
Ritornammo al nostro ospedale. A questo era venuto l’ordine di sgombero. A me la notizia la diede il mio capo reparto, il mag. Prof. Bialetti, e non so con quale animo l’ho accolta. Non tutte le ferite uccidono! L’unica arma d’una infermiera è il coraggio, cosicché lo presi a quattro mani ed assistetti al trasporto dei feriti. Quando il giorno dopo, percorsi quelle sale semivuote, l’accorrere frettoloso degli infermieri, trasportanti i pochi rimasti, il somministrare ai gravi il cordiale, acciò il viaggio riesca a loro meno disagioso; tutto sommato portava all’animo mio uno sconforto indescrivibile. Rimaneva ancor un morente, che colmai di cure, perché anche l’unico; era pronta la barella che lo dovea trasportare, ed io non volevo lasciarlo solo. Era stato operato di otite, una seconda volta e malgrado la valentia del cap. prof. Agazzi constatata altre volte da brillanti successi, lo stato suo era gravissimo.


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