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Addio ospedale, ove per cinque mesi consecutivi fosti la mia sola dimora, escluse quelle poche ore di albergo, necessarie all’esistenza di una misera mortale!
Addio sale maestose, che racchiudevate anime generose e grandi le quali per pura fatalità avevano salva la vita!
Quante creature buone conobbi lì dentro. Quante emozioni ho provate. Sono degne di nota quelle del 1916 allo stesso ospedale, delle quali il mio notes di appunti e di date è rimasto prigioniero con tutti i miei indumenti di vestiario all’ora della ritirata. Malgrado l’incidente toccato al mio diario, dimenticherò mai che: Venne affidato alle mie cure un giovane al quale una scheggia di granata, aveva troncato la gamba sinistra in malo modo, da esser dichiarata la sua vita in pericolo. Presi a curarlo tanto a buon partito, che solo lo lasciavo quelle ore in cui era vietato alle infermiere rimanere all’ospedale. La terza mattina lo trovai in una sala di isolamento. Era aggravatissimo, eppure conservava quella lucidità di mente, che incute tanta pietà in un morente. Al mio apparire sorrise; volle mi avvicinassi a lui ancor prima avessi consultato la tabella termografica e mi domandò a bruciapelo piantandomi due occhi d’intelligente in faccia: perché mi hanno messo qui, solo, con un piantone?  Perché qui siete meno disturbato e potete guarir più presto; di rimando risposi. Ed ei soggiunse: Voglio ritornare “lassù” a vendicare la mia ferita, dica lei che io non morrò, non voglio morire. Che brutte idee vi turbano! Sapete bene che il buon umore ajuta la guarigione, animo dunque; un cucchiaio di cognac; dell’altro ghiaccio. Verso mezzogiorno era la fine. Mamma, mamma, chiamava ogni tanto, mia aveva afferrata una mano e non me la lasciò più. Passò così all’altra vita, senza accorgersene; non un grido, non un lamento, sorridente sempre, riconoscente forse delle carezze materne, che gli prodigavo.
L’impressione della mia mano stretta fra le sue, come in una morsa, bruccicanti per la febbre dapprima, tiepide poi, gelide infine, fu la medesima come se la morte avesse colto me stessa. Quel giorno ho pianto e poi mai più! Forse perché questo il primo caso toccatomi. In seguito, quanti non me ne succedettero!
Ricordo d’un giovane toscanino, ferito mortalmente alla colonna vertebrale, il quale preso da quel languore che uccide, spesso piangeva. Quando mi avvicinavo al suo letto, chiudeva gli occhi e faceva mostra di dormire. Immaginate se un’infermiera del mio stampo si lasciava far fessa? Termine punto adatto in una donna moralista, ma ho vissuto tanto fra i soldati, che qualche brutta parola l’ho imparata. Toscanino, come và questa mattina? – Silenzio di tomba!- Su, animo, dormirete questa notte: vi devo lavare la faccia, pulire la testa fare il massaggio alle gambe…( per dargli l’illusione non fossero completamente paralizzate, le sue gambe) e se sarete buono, in premio avrete una caramella. Mi guardava con due certi occhi meravigliati come per dire: lei è pazza o perlomeno esaltata. Glielo leggevo in fronte questo pensiero, ma non mi scoraggiavo, anzi; dopo un quarto d’ora era lavato, pettinato e per di più profumato. Nulla risparmiavo ai miei feriti, di quello che poteva far loro piacere. Si guardava allo specchio e sorrideva contento della trasformazione avvenuta in lui; tutti i giorni facevo più o meno la stessa cosa, non solo con questo, ma con tutti quelli delle mie sale. Era una soddisfazione per me, entrare nel mio reparto, sentirmi salutata con benevolo rispetto. Non più facevano finta di dormire al mio apparire, ma ognuno voleva raccontarmi la vita passata in trincea, come, dove e quando era stato ferito e che, a guarigione compiuta, sarebbe ritornato lassù più esperto di prima e più feroce ancora, non dimentico del male patito.
Un giorno un agonizzante desiderava dell’uva. Come non accontentarlo? Domando al dottore, se potevo portare nella sala N. ____ ( e qui l’aiuto del mio diario, ci vorrebbe, ma è prigioniero) della frutta di tal genere. Aderisce. Vado con un piantone e compro una cesta di grappoli d’oro. La distribuisco fra tutti. Il difficile era farla gustare a quello che più la aveva desiderata (di) impedire che non avesse ad inghiottire gli acini e le buccie, proprio come si usa fare con i bimbi, per evitarne la soffocazione. “ Solo una mamma sa fare così”, soggiunse. Il dottore mi ha insegnato a far questo. Credeva me ne fossi offesa e mi domandò perdono. Come ricordo l’espressione dolorosa di quel volto, che credeva avermi offesa con le sue semplici parole. Compìta creatura, esempio specchiato di ferito, eroico soldato!
E la sala N. 3?
Curiosi quei dodici giovanotti ivi ricoverati. Tutti chi più chi meno, allegri sempre. Andavo a far la pulizia dei pochi loro piedi rimasti. Un buffone, e non mi è sfuggito il nome di Chechét, mi buttò in faccia questa sua spiritosa quanto filosofica sortita, nel più gretto dialetto bellunese: “ ho fatto in questo momento il conto delle nostre gambe; ne abbiamo undici e siamo in dodici. L’austriaco ci avrà portato via una gamba e anche tutte e due, ma non ci porterà via il nostro spirito patriottico. Evviva la guerra!”.
Distribuii ad ognuno una sigaretta; arrivata a quello mancante degli arti inferiori e fatalmente pure degli arti superiori, mi sedetti accanto al suo lettino e gli feci assaporare, a piccole boccate, una profumata sigaretta, marca d’oro. “Mi son rimasti solo gli occhi” mi disse il mutilato “sono contento perché potrò rivedere la mia famiglia”. Dove trovare anime più grandi che fra i soldati dell’esercito? Solo chi ha vissuto poche settimane in un ospedale da campo, potrà farsene un’idea. Il mio entusiasmo non aveva limiti, per quegli umili eroi. Avevo erudito dai miei degenti la massima rassegnazione e quante saranno le contrarietà della mia vita, tutto sarà nullo o ben poca cosa al confronto!
Addio, sala di medicazione, ove gradatamente le ferite bene curate, andavano cicatrizzando con vivo rallegramento di quei giovani.
Non escludo la sala di chirurgia. Quanti prodigi di scienza, non si sono operati colà? Veri miracoli di natura, svoltisi da intelligenze non comuni. Il mio capo reparto era il prof. mag. Bialetti, come lo dissi specialista oculista. E cosa non ha fatto quell’uomo! Un vero Angelo in terra, mandato dal cielo a ridare la vista agli orbati. Arrivavano dei giorni, certi ammassi informe di carne umana in barella, colpiti da capo a piedi dallo scoppio d’una bomba e per analizzare la loro gravità ci voleva un esame particolare. Il mio maggiore a tal vista, osservava scrupolosamente gli occhi e quando il caso si presentava sotto un cattivo aspetto, tentennava un po’ la testa e “ Cristianorum” gli sortiva talvolta dire “qui bisogna sacrificare un occhio per salvare l’altro, o vanno tutti e due”. Detto fatto. Assistevo all’operazione e come questa venisse compiuta dal valente uomo, io non lo so descrivere, perché incompetente in materia. Vedevo bensì realizzarsi un atto di potenza soprannaturale e lo attestava il ferito stesso, rinato per valore di quelle mani sapienti, solo dopo qualche settimana di cura ospedaliera.
E quanti ancora non sarebbero i casi da menzionare!
A quante operazioni non ho assistito in un anno d’infermiera all’ospedale da campo!
Con quanto rammarico ho lasciato quel grande fabbricato della capacità di mille cinquecento letti. Vi fu un periodo in cui lo vidi rigurgitante di feriti. Giornate campali quelle per noi infermiere, che prestavamo servizio non meno di dodici ore al giorno. La Parish lo ricorda senza dubbio. Avrei voluto portarlo via il mio ospedale. Ho dovuto lasciarlo là, in mani barbare; vuoto per fortuna, tutta la gente salva… Non tutto. Un angelo d’infermiera, che prestava servizio volontario al reparto medicina è rimasta. E perché? Forse perché dotata di una bontà che la distingue, non avrà voluto abbandonare i pochi suoi ammalati gravi, trasportati all’ospedale civile? Lei è rimasta, chissà, a guerra finita sapremo il mistero di quella anima buona, della Salvina Mimiola.
 


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