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7 – E’ partita oggi l’artiglieria francese per dar posto ai Chasseurs. Con quanta rapidità vennero fatti sloggiare i cannoni e calare la scoscesa ripa e che destrezza nel trasportare i projettili ammonticchiati presso le batterie. Una lunga fila di soldati in bell’ordine disposti da formare un zig-zag in modo che, il pesante piombo passava dall’una all’altra mano con esatta precisione, quasi ritmica. Pareva di vedere tanti bimbi giocare la palla ed erano i 105 i “centocinque” che venivano maneggiati così alla leggerà e senza paura. Ci fosse stato un posto anche per me in quel gioco d’azzardo, avrei partecipato volentieri.
Una parte del 14.mo Bataillon de Chasseurs Alpins fornì il mio diario di garziosi colloqui, scenette tipiche, di date storiche. Non trascrivo il tutto, perché troppa cosa.
Dopo qualche giorno, noi borghesi, formavano coi soldati italiani e francesina sola famiglia. La nostra cucina venne adibita a bureau. Mia zia lavorava sempre. Soltanto il sibillo delle palle la teneva in casa!
Io no, tutt’altra cosa. Volevo vedere dove scoppiavano le granate, il danno che producevano, talvolta nelle passeggiate mi spingevo un po’ lontana. Volevo ritrarre le più forti impressioni, e innumerevoli erano i casi che mi si presentavano.
Sola, incontravo sovente soldati meravigliati di vedere una donna. Domandavano “ Chi è?”. E la risposta sempre la stessa: “ La Signorina del 73.mo gruppo”.
Alle volte non avevo voglia di sortire; stavo in casa a far la cuoca (avevamo tutti i giorni qualche invitato militare) facevo la lavandaja, la stiratrice: c’era sempre quel mafioso che voleva la camicia stirata; e come non accontentarlo? Erano capricci di poca entità, poveri giovani, lontani non solo dalla famiglia, ma pure dalla patria. Avrei voluto far molto di più per raddolcire il loro soggiorno in terra amica sì, ma altrettanto nuova.
Anche la guardarobiera facevo. Siccome la buona contadina si prestava volentieri a fare il bucato per la guarnigione d’ambo le nazioni, zia ed io rammendavamo la biancheria, particolarmente le calze. Volevamo così dar loro l’illusione si trovassero in famiglia… Non volevano mi affaticassi troppo e senza ricompensa, protestavano. E cosa non fate voi che siete qui pronti a dare la vita, se occorre, per salvare la mia patria, i miei monti? C’era poco da discutere. Che belle serate d’inverno si passava…
Qualche volta veniva anche il maggiore coi suoi ufficiali che uniti a quelli francesi, la conversazione si animava. Le castagne arroste ed il bianchetto aumentavano il buon umore. Fuori le nostre batterie tacevano. Imperversava invece il cattivo tempo, reso più snervante dal sibillo delle palle austriache e noi stavamo adunati accanto al fuoco benefico, in barba a quello nemico.
Quanti piaceri scambievolmente ci rendevamo!
Era bello vedere il buon accordo che ivi regnava. La lingua italiana e francese insieme confusa; risate da pazzi.
Venivano a me gli attendenti con modi confidenziali perché così glieli incutevo: Signorina l’ho fatta grossa; ho rovesciato la catinella d’acqua sul lettino del mio tenente; non ho lenzuola, mi mancano le coperte; come fare? mi aiuti”. La sostituzione era presto fatta.
Un altro: Permette ch’io riscaldi una caldaia d’acqua per gli ufficiali, che si vogliono lavare un po’ per bene?
La concessione s’era fatta un diritto.
Il mio ufficiale è molto raffreddato, posso avere per lui del latte? e la tazza di latte bollente, all’ora prescritta, non mancava mai. Ai soldati indisposti pensavo io direttamente.
Non gli lasciavo mai mancare latte, uova, brodo o cioccolato e caffè per quanto potevo. Asumevo quell’aria d’infermiera e mi pareva d’esser ritornata all’ospedale…e più ancora mi trovavo in un ospedale al fronte.
Il 12 dicembre.
Verso mezzogiorno mi trovavo a pochi passi lontana dall’abitato a stendere della biancheria appena lavata.
Un rumore sinistro echeggia all’intorno. Un cavallo a me vicino, tese le orecchie, s’impenna. Un francese balbetta “mon Dieu, mon Dieu” e si ripara dietro uno scuretto. Altri soldati corrono al primo rifugio. Io faccio appena a tempo ad accoccolarmi, che un mostro nero sovrasta alla mia testa e cadde con grande fracasso, a me lontano due metri e quaranta. Era scoppiato giù nella valle un cannone da 280 ed il pezzo di ghisa, aveva attentato alla mia vita e che feci raccattare, spezzato in due, pesa chili 43. A quale prodigio debbo la mia salvezza? Destino!
23 – Il cappellano del gruppo aveva annunciato la messa di Natale per la mezzanotte; tre o quattro appena furono i convenuti alla santa cerimonia. Il nemico tirava senza tregua, gli rispondevano le nostre batterie. Fu vigilia di fuoco da ambo le parti.
Che strano Natale ho passato quest’anno. Mi piovvero gli auguri come il fuoco all’intorno. Passai gran tempo della giornata, all’osservatorio. Qualche punto, più o meno interessante vedevo continuamente colpito.
27 dicembre – Accompagnata al maggiore Pisapia, ho visitato oggi la Gipsoteca Canoviana.
28 – Non avrei potuto ieri scrivere le mie impressioni, perché troppo sentite. Il museo colpito in pieno da due obici, presentava un aspetto sensazionale. Varcato il primo arco, rimasi paralizzata. Alla domanda che il maggiore mi fece se ero ferita, non potei rispondere perché la strozza alla gola me lo impediva. Ero moralmente ferita più di quanto non lo si possa dire. Assuefatta per l’addietro, visitare quell’ uogo, sacro agli artisti, venerabile alla memoria di quell’Uomo che ha vissuto una vita fra quei marmi e quelle crete e vederlo oggi tramutato in cimitero… Non è ammissibile tanto disprezzo.
Ma nulla risparmia la civiltà teutonica!
Vennero coinvolte nel disastroso crollo di quella artistica galleria, Amori, Psiche, Ninfe; altre decapitate, e moltissime mutilate.
Frammenti di arti, frammischiati a mattoni, calcinacci, schegge di piombo, vetri. Il gruppo della Pace e della Guerra, sotto il simbolo di Venere e Marte, che nel carezzevole amplesso sembra Ella voglia dire al compagno: La tua vita alla patria, a me il tuo cuore. Ebbene, quel simbolico gruppo non so come sia andato a finire.
Posai lo sguardo sulla scansia sovrastante; ancora esisteva un gesso, leggermente ferito, il modello, al naso, da una scheggia. Volli portarlo in salvo. Marcava il n. 97 Busto di Giulitta Recanier, opera di memoria, col velo in testa alla foggia della Beatrice. Uno degli ultimi modelli dell’Autore non però eseguito in marmo. Di queste sembianze ci si è servito a fare le sue Beatici.
Uno strepitoso colpo di grosso calibro, le scheggie del quale sbattute e in parte cadute dallo squarcio del soffitto mancante, ci avverte esser caduta la bomba vicinissima. Il maggiore che stava in un'altra arcata, mi esortò a lasciare quell’uogo di morte. Mi ero dimenticata, che avrei potuto ancor io rimanere vittima dell’austriaco. Ero così assorta a contemplare quegli avanzi geniali del Divo Scultore, che punto pensavo alla mia pelle.
Mio impulso sarebbe stato di portare in salvo quanto di bello ancora rimaneva, ma come fare? Appartengo per mia sfortuna al sesso leggero e le forze non le ho erculee.
Nell’uscire da quel luogo fatato, una testa di donna ideale vuol esser da me portata in salvo, l’espressione bella del suo volto me lo fece capire. Non esitai. Avevo già un prezioso peso. Lo condivisi con il mio compagno.
Ho salvato così due opere in un giorno di bombardamento, per spirito mio di conservazione del bello. Per far piacere al Canova: per ridare, a guerra finita, i due trofei a Possagno, al bel paese natìo di mia madre.


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