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PONTE DI VIDOR E MASSICCIO DEL CESEN

Alla guardia del Piave

COMBATTENTI, compagni, or è un anno, per Ognissanti, pel dì dei Morti, noi cantavamo a squarciagola su pel dosso del Veliki disperato. Vi sovviene? Un canto che non poteva essere interrotto se non dalla folgore.
     Più forte che l’anelito della corsa era il giubilo dei petti. Tutto l’uomo era un grido e una vampa: un fuoco nel fuoco, una rapina nella rapina, a volo su per gli imbuti aperti dagli scoppii, a volo sotto lo scroscio del ferro e del sasso, a volo di là dal comando e di là dalla Mèta.
     V’era innanzi a tutti una bandiera, ma ogni carne era un lembo del tricolore palpitante. Il verde il bianco il rosso coprivano tutto il monte, e anche l’altra altura da prendere, immensi.
     Ve ne ricordate?
     Ora siamo qui fermi.
     La pietra cruda del Carso non ci vacilla sotto il piede; ma abbiamo il piede nella dolce terra, abbiamo il tallone nella sostanza della patria pura, che è più viva della nostra carne stessa, più cara del nostro cuore stesso e del cuore di tutti i nostri cari
     Siamo qui fermi, compagni. Stampiamo di noi una riva disperata.
     Ebbene io vi dico che molto più di quella corsa senz’orme, che infinitamente più di quella vertigine d’assalto su per quel monte ignudo è gloriosa questa fermezza senza crollo di contro all’invasore.

     Ecco che mi sembra d’aver peccato richiamandovi alla memoria un evento compiuto. Non ci dev’essere per noi oggi memoria se non dei nostri morti che rimangono là dove non più siamo, e dei nostri vivi che rimangono dietro di noi, ai nostri focolari, ai nostri altari. Tutto il resto non vale, tutto il resto dev’essere silenzio.
     Per mille giorni, sopra alle fiacchezze, ai dissensi, alle frodi, ai tradimenti, a tutti gli errori e a tutte le miserie, abbiamo creato ogni giorno il nostro coraggio la nostra arme il nostro utensile la nostra perizia il nostro numero, come il profeta inventa il futuro sotto l’ispirazione del suo dio? Non importa.
     Là dove tutto era avverso e perverso, abbiamo domato infaticabilmente i luoghi e le fortune, novissimi soldati eletti al più grande sforzo di tutta la guerra grande? Non importa.
     Abbiamo issato i nostri pezzi là dove all’uomo pesava perfino il suo pane nella sua tasca? trasportato l’impeto della battaglia dove l’uomo appena si trascinava carpone? assodato le vie romane dove non era pur giunto l’artiglio dell’aquila? Non importa.
     Dove non c’era lena che valesse a superare l’asprezza dell’erta, dove la bestia nemica aveva scavato le sue tane e le difendeva senza mostrarsi, dove ogni masso bruto aveva per noi il suo prezzo di sangue ammirabile, abbiamo noi d’improvviso impennato la nostra vittoria e sorvolato a miracolo la vetta in un attimo? Non importa, non importa.
     Ali non ha, non deve avere ali questa vittoria che abbiamo con noi su questo confine tremendo.
     Vi fu in altri tempi chi le mozzò le penne perché non più si partisse dalla sede della sua gente. Noi, perché di qui non si parta, le tronchiamo ambo le ali con l’ascia, senza pietà; e la vincoliamo così mutilata e sanguinosa contro l’invasore. Sta su questa riva della morte come la nostra prigioniera immortale; e inflessibilmente ci guarda con quei suoi vergini occhi che hanno il colore di queste acque sante.

     Vi sono forse oggi altre acque in tutta la patria nostra? Ditemelo.
     V’è oggi una sete d’anima italiana che si possa estinguere altrove? Ditemelo.
     Vi sono in Italia altri fiumi viventi? Non voglio ricordarmene, né voi volete. Nomi di altre correnti? Non voglio conoscerli, né voi volete.
     Soldati del contado, soldati della città, agricoltori, artieri, d’ogni sorta uomini, d’ogni provincia italiani, dimenticate ogni altra cosa per ora e ricordatevi che sola quest’acqua è per noi l’acqua della vita, rigeneratrice come quella del battesimo.
     Se in prossimità del vostro casolare passa un torrente, è di qust’acqua.
     Se un ruscello limita il vostro campo, è di quest’acqua.
     Se una fontana è nella vostra piazza, è di quest’acqua.
     Essa scorre lungo le mura, davanti alle porte, per mezzo alle contrade di tutte le città italiane; scorre davanti alle soglie di tutte le nostre case, di tutte le nostre chiese, di tutti i nostri asili. Essa protegge contro il distruttore tutti i nostri altari e tutti i nostri focolari.
     E soltanto di quest’acqua voi potete dissetare le vostre donne, i vostri figli, i vostri vecchi. Altrimenti periranno, dovranno nella desolazione finire.
     Avete inteso? Questo fiume – che è maschio nella tradizione dei Veneti, maschio nella venerazione di tutti gli Italiani oggi: il Piave – questo fiume è la vena maestra della nostra vita, la vena profonda nel cuore della patria. Se si spezza, il cuore s’arresta. Ogni goccia intorbidata dal nemico, ciascuno di noi è pronto a riscattarla con tutto il suo sangue.

     Non mai, come qui, la vita e la morte furono una sola unica potenza liberatrice e creatrice. Tutta la luce di mille giorni vittoriosi non vale la luce d’un solo giorno di resistenza.
     La vittoria noi l’abbiamo radicata in questa riva; e sta con noi senza crollo e senza baleno. Siamo certi, o combattenti, o resistenti, siamo certi che a un tratto, come le frondi di primavera, le irromperanno le ali nuove dalle cicatrici non chiuse; e rivolerà ella velocissima laggiù su le fronti dei nostri morti che tutti l’attenderanno in piedi, laggiù, fino all’estrema delle nostre sepolture eroiche, fino all’ultima delle nostre croci di legno o di ferro, e oltre, e più oltre.

     E quel che fu perduto per i giorni, sarà riacquistato per i secoli.
     Viva sempre l’Italia !

D'Annunzio

 

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