Fronte del Piave
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     1918
     1 GENNAIO.
- Naturalmente nessuno è andato a letto. Qui le notti devono essere bianche e gli occhi debbono dilatarsi e cercare nel buio, gli orecchi debbono tendersi e tradurre ogni rumore, le gambe debbono muoversi e di continuo portarci fino ai posti di servizio della linea. Il soldato può in certe ore dormire, l’ufficiale no; deve vigilare. Ho stabilito un turno di ore tra i miei ufficiali, per questo delicato servizio e io mi sono preso le 24 ore di ogni giorno. Stanotte mi sono disteso vestito sopra un pagliericcio buttato in terra e dopo mezz’ora sono saltato fuori per assicurarmi che tutto procedeva bene.
     Più tardi ho riuniti i soldati ed ho ricordato tutti i doveri della consegna in linea. Esecuzione completa e assoluta degli ordini; nessuna transazione, nessuna debolezza; le sentinelle specialmente di notte non debbono conoscere altro che il loro dovere e il loro capo posto e, rovinasse il mondo, devono far rispettare la consegna a tutti, anche a me, anche a un generale, anche al Re, se ce ne fosse bisogno.
     Sul far della sera sono chiamato al comando di reggimento che ha sede in una delle case più protette e più solide della borgata. Dovrò ricevere carte, indicazioni di lavori avviati e quanto altro riguarda la linea, perché noi diamo il cambio al 112° reggimento fanteria della brigata Piacenza.
     Una sorpresa mi aspettava. Il comandante del 112° reggimento fanteria era un mio superiore di Novara il maggiore Asinari di Bernezzo, trasferito da poco in fanteria e già tenente Colonnello, col robbio. Mi accoglie cordialmente e insieme riandiamo con la mente e con il cuore al nostro bel reggimento che si è tanto sacrificato ma che si è coperto di sì pura gloria durante la ritirata, arginando la irruzione del nemico sulle vie di Pinzano e di Codroipo.
     Non è vanto inutile. La cavalleria nell’ora del bisogno ha saputo anche marciare a piedi, farsi fanteria senza lagni, senza rimpianti... soit a pied, soit a cheval..., dice l’impresa nostra di guerra.
     Non mi sono mai sentito, come ora, orgoglioso del mio collo bianco e dei miei fucilieri.
     2. — A tempo feci il mio predicozzo ai soldati! Stanotte il mio colonnello ha voluto assicurarsi personalmente del funzionamento dei servizi tattici e, accompagnato dall’aiutante maggiore e da un soldato, di scorta, ha fatto un lungo giro lungo le trincee e sulle vie. Ad un bivio, presso un ponticello minato da dove è vietato il passaggio, una sentinella ha dato il chi va la!
     Il colonnello si è fatto riconoscere e del resto la sua lunga barba nera doveva superare anche il nero della notte e il bombardiere (mio, essendo la zona affidata a me) lo ha certamente riconosciuto ma egualmente gli ha sbarrato il passo intimando l’alto la!
     Il colonnello allora ha parlato dolcemente; ora sai chi sono, devo passare il ponte per non allungare troppo la strada e puoi esser certo che non tradisci la consegna. Eccoti: questa è la parola d’ordine: Niente. Il soldato, impassibile, con la baionetta volta in avanti, ha risposto che la consegna lui l’aveva ricevuta dal caporale e non lasciava passare nessuno.
     Naturalmente il colonnello faceva la parte del diavolo, era il tentatore e non aveva punto l’intenzione di forzare una consegna, ma di mettere alla prova una sentinella! Ha lodato il bombardiere e se ne è andato per altra via. Oggi mi ha chiamato e mi ha dato un biglietto di dieci lire da consegnare alla fedele, all’incrollabile sentinella che ha ricevuto il premio, con l’aggiunta di uno mio, davanti ai compagni schierati.
     3. - Stamane ho fatto una ricognizione nella prima linea, sull’argine del Piave. Partito da Case Duss con tre ufficiali miei, ho percorso un tratto di pista scoperta che guida direttamente a metà tratto fra Nervesa e il ponte della Priula. Qualche colpo passava sulle nostre teste e qualche spleen-granata scoppiava qui e là nella campagna deserta ma in complesso c’era calma. L’aria limpida e finalmente illuminata da un pallido sole mi ha suggerito di portare in tasca la mia Kodak. Siamo così giunti a casa Pastrolin che allunga la sua sconvolta aia fin sotto all’argine del fiume. Girando a sinistra abbiamo percorso il camminamento di prima linea fino al macello di Nervesa, soffermandoci, affacciandoci spesso sopra l’argine e ai piccoli posti. Di là dal Piave non si vede nulla, non un’opera difensiva, non un movimento qualunque, non un segno di vita. Sembra che non ci sia nessuno. E pure essi vegliano e vedono e anche tirano. Qualche cecchino fa ronzare ogni tanto una pallottola che finisce lontano. In un punto elevato della nostra linea e a ripiombo sul Piave, che scorre velocemente rompendo le sue correnti contro il muraglione di arginatura, un mio tenente ed io ci siamo senz’altro affacciati e puntando le nostre macchine abbiamo prese varie fotografie della zona oltre Piave. Restiamo un pezzetto ad osservare, sprofondati in malinconiche interne considerazioni e poi ci ritiriamo dietro l’argine e stiamo per riprendere la via. Un colpo secco è dietro di noi, a pochi passi ci avverte che l’austriaco ha tirato col cannoncino da 37. Dove? I sassi che ancora non sono finiti di caderci addosso lo dicono chiaramente.
     Tiravano ai due fotografi che stavano affacciati al muro come se fossero alla finestra di casa loro ed hanno colpito il muro presso il parapetto, facendo volare in mille bricciole una pietra. Dieci secondi più di meditazioni malinconiche ci avrebbero fruttato l’arrivo della missiva del nemico, sotto il naso quasi in pieno.
     Nel ritorno prendiamo l’altra strada che dal macello va ad Arcade per Case Duss ma l’accompagnamento anche su questo itinerario non è dei più cordiali. Forse il gruppetto marciante, ha dato sospetto al nemico, forse non ci ha neppur veduti e non pensa a noi ma il fatto è che quando siamo sul rettifilo senza mascheramento, che il Castello di Collalto vede d’infilata, incomincia intorno a noi una sinfonia di medi e grossi calibri che a destra e a sinistra della strada sollevano colonne dense e nere. Agli schianti succedono i lunghi sibili delle scheggie volanti che al termine della loro traiettoria, con un tonfo sordo, sprofondano nel terreno molle dei campi. Alcuni scheggioni con voce baritonale e miagolanti ci superano, altri rompono i filari dei vigneti e le siepi fiancheggianti la via e si conficcano sulle panchine o nelle fossette. C’è un momento che quasi da ogni parte filano questi insetti molesti e sostiamo per capire l’intenzione del nemico ma conviene continuare la via nostra perché non è possibile che, per avere la nostra pelle, buttino via tanti proiettili.
     Certamente hanno astio con le nostre batterie. Usciti dal cerchio di fuoco sentiamo ancora dietro a noi gli ultimi arrivi e poi le innumerevoli partenze. I nostri artiglieri, seccati rendono furiosamente cento per uno e gli altri allora tacciono. Hanno capito che rompevano le scatole e che non conveniva svegliare il cane. Sempre così fanno gli imperiali-regi guerrieri.
     4. — Stanotte ho cambiato casa con tutta la batteria e ho preso le consegne di un altro punto della 2a linea a cascina Olivotti. Il cambiamento è avvenuto di notte perché non potevamo percorrere alla luce del sole e con una lunga colonna, la via completamente scoperta e prossima al Piave. I nuovi ripari sono, al solito, vecchi e traballanti case di campagna dove si sta ammontinati e dove i soldati sono costretti a rimanere chiusi perché non una pianta non una stuoia ci mascherano. E spesso tirano. Ho preso in consegna un pezzo di trincea mal fatta, un camminamento da completare e qualche ricovero appena segnato. Di notte non vedo nulla e accetto quello che mi si da, ossia che si dice di darmi. Di giorno vedrò meglio. Intanto sotto la neve che fiocca allegramente faccio mettere i posti di guardia e cerco di orientarmi sulle posizioni e sugli eventuali movimenti indicati dall'ordine di servizio. I miei soldati dormono a terra, su poca paglia e stanno maluccio assai, ma cantano allegramente e tentano qualche svago: il gioco e il fumo. Ma per il primo occorre il lume di candela, per il secondo occorre il fuoco o il fiammifero, che è lo stesso e le casaccie mezzo crollate e senza infissi, diverrebbero bersagli se nella notte s'illuminassero anche momentaneamente. Perciò debbo proibire anche gli svaghi e i soldati, un po’ ammusiti, ma disciplinati e docili, restano al buio a infilzar motti e barzellette che se non diradano le tenebre della tana rischiarano colla scintilla viva lo spirito di tutti. Quelli di guardia sono interamente compresi dal loro compito e la anima loro è tutta tesa e vigilante. Ho portato con me la botticella di vino e parecchi sigari e quando si è fatto giorno li ho distribuiti. Intanto di buon mattino con due miei ufficiali torno a riconoscere la 1a linea e percorro nuove piste datemi in consegna e tento ritrovare anche il camminamento da compiere. Infatti, quasi davanti al mio accantonamento che guarda verso la linea ed è solo in mezzo a un vasto piano nudo e raro di piante, vedo avviarsi una fossa stretta e diritta che sembra fatta con una corda tesa fra la mia casetta e il castello austriaco di Collalto che di lassù guarda e sogghigna. E' questo, mi domando, il vantato camminamento? Pare di si. Lo seguo prima nell’interno. C’entro fino al fianco e non di più. Meglio camminar fuori. Salto su e dopo appena 400 metri il famoso camminamento pur continuando ad andare diritto verso il nemico si fa più stretto, meno profondo, senza zig zag, senza un traversone e finalmente si riduce ad una debole traccia di scavo fatta per pochi centimetri nel terreno che la neve ha livellato. Dov’è ora il camminamento? Non credo neppure una palina che ne indichi il tracciato; nulla che possa fare indovinare la méta e dopo aver girato per più di un’ora così in mezzo ai campi e aver fatto mille ipotesi, ho deciso di segnare io il nuovo tracciato, più coperto e più storto, meno visibile e pur sempre con recapito alla prima trincea. Un ufficiale prende appunti e di notte tornerà qui con i soldati che lavoreranno.
     5. — Squadre di uomini hanno lavorato tutta la notte al nuovo camminamento e a certi reticolati che racchiudono un isolotto difensivo, e in una notte sola hanno fatto più di quello che far non suole una compagnia del genio o di fanteria in due settimane. Qui non girano spesso, e specialmente di giorno, ufficiali superiori, ma vorrei mostrar loro ciò che sanno fare i robusti bombardieri. Per organizzare un po’ di mensa per noi ufficiali ho trovato una casetta a due piani con una stanza per piano, un po’ indietro, ma sempre bene scoperta. La sua piccolezza certamente è la sua salvezza perché è intatta. Nel visitarla resto sorpreso dal trovarla abitata da due vecchietti, marito e moglie che, a dispetto di tutti i bandi militari e punto preoccupati del pericolo, sono sempre rimasti lì in compagnia di un cane ringhioso e pieno di rogna e di un gatto nero come il carbone.
     Alle mie espressioni di meraviglia rispondono che sono in casa loro, fanno il comodo loro, non lasciano passare nessuno e stanno li apposta perché nessun soldato li derubi di quelle misere cose che formano la loro povertà più che la loro ricchezza. Il vecchio specialmente mi guarda come se volesse difendersi da un ladro o da uno straniero saccheggiatore e la vecchia sogghigna, il cane abbaia furiosamente, il gatto rizza il pelo. Gente sospetta penso. Tutti se ne sono andati portando via le masserizie e questi vogliono star qui e non debbono perché non possono. Mi provo a persuaderli del doppio pericolo che corrono: di restar colpiti da una granata e di essere ammanettati dai carabinieri. Mi rispondono con parole che sono ingiuria ai soldati italiani e alle leggi, quasi invocazioni allo straniero che già videro una volta e del quale forse portano nelle vene qualche stilla di sangue e sono tentato di farli acciuffare dai carabinieri e di denunziarli, ma la loro cadente età mi rende pietoso. Quale spionaggio potrebbero esercitare due vecchi di ottant’anni, così ignoranti, da questa casetta priva persino di letti e di sedie? Mi accontento d’intimare loro il completo sgombro per la sera stessa. A notte attaccheranno il loro somarello alla carretta e via. Protestano e strillano, sputano bava gialla dalla bocca sferrata, ma tengo duro. 0 andarsene subito, o manette. Intanto mando un ufficiale a visitare l’interno della casa. Non si sa mai. Il Tenente entra, sale la scaletta di legno tra le proteste del vecchio il quale molto efficacemente coadiuvato dal suo cane che in cima alle scale mostra i denti e poi si avventa alle gambe. Il Tenente però è armato di un solido bastone che si appoggia molto energicamente sulle costole della bestia che fugge urlando. Il gatto nero ammaestrato dall’esempio, salta dalla finestra e via per i campi. In casa non c’è che miseria. Nessun oggetto sospetto specialmente per segnalazioni. Confermo il mio ultimatum e intanto prendo possesso della cucina che sarà poi la nostra mensa.
     Prima ancora di notte i due vecchi sudditi di Francesco Giuseppe se ne sono andati vuotando la casa, ma il cane ed il gatto non li hanno seguiti. Il gatto, si capisce è affezionato ai muri. Il cane, ha forse fiutato qualche più lauto pasto e ha tradito la sua fedeltà all’uomo, forse questa volta è sicuro di empirsi molto meglio la pancia.
     Oh gratitudine!
     6. — Oggi hanno tirato vari colpi verso di noi, ma nessun danno alle persone. Invece la giornata è stata fatale per le due bestie austriacanti. Il cane si è avventato alle gambe di un ufficiale il quale, gli ha mollato una tale bastonata da lasciarlo morto. Stasera a cena, invece della consueta scatoletta fredda, il cuoco ci ha presentato un piatto di carne odorante con un contorno e una salsa. Capretto?... Coniglio?... Era buono; ma quando ho saputo che il gatto era stato trucidato e cotto, ho provato un certo disgusto e quasi mi pareva di sentirmelo miagolare nello stomaco.
     Nevica sempre e aspettiamo con desiderio le ore di notte per accendere il fuoco e riscaldarci.
     7. — Ho passato ore difficili e faticose. La scorsa notte alle 11 e mezzo sono stato chiamato d’urgenza al Comando del Reggimento che si è trasferito a Case Duss. Il Colonnello mi ha comunicato l’ordine di lasciare il Comando della mia Batteria al Tenente più anziano e di andare subito a prendere il Comando di un’altra Batteria in prima linea e ha aggiunto: L’avverto che là dentro ci sono dei guai, disaccordo, poca disciplina, soldati sospetti, ecc. Mando lei per rimettere le cose a posto. Si presenti stanotte stessa a quel Comandante e lo sostituisca invitandolo poi a venire qui da me. Spalanco due occhi non so se spaventati o meravigliati e tento qualche schermaglia. Non c’è da ripetere. Mando al tenente Righini un biglietto con l’ordine di assumere il comando dei miei soldati e la preghiera di non aspettarmi e prendo attraverso i campi, inciampando nei reticolati, attaccando il pastrano ai cavalli di frisia, scivolando sulla neve, battendo il muso nelle linee telefoniche che in tutti i sensi attraversano la zona e nella notte scura, un po’ guidato dalla luce fioca di un riflettore lontano, un po’ a tastoni, giungo finalmente presso Casa Bizz.
M’infilo nella trincea, cerco, domando, tasto ogni ricovero e dopo ore di un lavoro di fiuto che farebbe invidia ad un cane da caccia, scopro la tana, il covo del capitano F. che riposa disteso sopra una barella dei portaferiti. E' piccolo di statura e ci sta comodo, ma quando svegliato da me si alza e m’invita a entrare nella buca, neppure lui può stare in piedi; io poi che non sono nano, debbo cadere in terra per tener dritta la schiena e la testa.
     Gli comunico la spiacevole spiacevole notizia e mi sembra prevenuto. Se l’aspettava, ma io non gli domando il perché. Con molta cortesia per me, mi accompagna nella notturna visita di tutta la linea che la Batteria tiene; mi consegna tutti i documenti tattici, mi descrive i lavori notturni da fare, mi indica i punti deboli della linea e le possibili mosse del nemico e poi, fatto il fagotto, mi saluta e sparisce nella notte.
     La mia posizione e alquanto critica e non c’è tempo da perdere. Incomincio un giro di sondaggio. Riunisco tutti gli ufficiali per conoscerli e dire loro le mie idee. Mi fermo a parlare coi graduati e con i soldati e un po’ alla volta comincio a capire.
     Ci vuole il pugno di ferro per ristabilire la disciplina e il rispetto nei soldati, l'autorità e la fiducia negli ufficiali. Vigilo e giro tutta la notte e mi reco a vedere i lavori di fortificazione che la Batteria sta facendo presso la prima linea dell’argine. Nevica di continuo e il freddo penetrante e umido rende la lunga notte anche più triste.
     Un riflettore nostro dal Montello getta un fascio di luce alto sopra di noi e sta fisso. A terra si possono vedere le cose come al chiarore del primo quarto di luna e non siamo veduti. I lavori procedono bene. Intravvedo qualche bruna faccia di bombardiere curvo sull’arnese e mi sembra sorella di tante che conosco, onesta e risoluta. Dove sarà il male?
Sebbene continui a nevicare, il rumore metallico delle pale che scavano il camminamento a greca, non cessa un minuto. La terra scura e umida che i badili buttano fuori dal fondo, altri badili riuniscono lungo il parapetto con un gradino e un arginello. Il camminamento deve servire anche da trincea per tiratori in piedi. Una squadra di altri bombardieri segue la prima degli sterratori e compie il lavoro di rafforzamento con grossi graticci e paletti i quali sostengono la terra fragile e ghiaiosa.
     Sarà questa una delle vie principali di accesso alla prima linea di trincee e una delle più importanti arterie donde affluirà il sangue dei combattenti dalla seconda linea. Via relativamente sicura e nascosta per quanto esserlo in questo luogo.
     Via via che la terra scura macchia il bianco lenzuolo di neve, altra neve in fiocchi silenziosi e fitti la nasconde e copre.
     Sorge l’alba. Ad uno ad uno i riflettori si spengono, cessa il rumore di ruote nelle vie, passano gli ultimi drappelli di truppe che si danno il cambio e la squadra di lavoro si ritira nelle sue tane prima che la luce la sveli al nemico. I soldati intirizziti dal freddo e inzuppati di neve liquefatta vanno tranquillamente a cercare il loro riposo, ma non possono né asciugarsi né riscaldarsi perché non si può accendere fuoco. Ogni luce, ogni colonna di fumo è un bersaglio perché è segno di vita.
     Il rancio arriva caldo nelle casse di cottura, prima che si faccia giorno e quando il sole è tramontato. Anche noi ufficiali ci facciamo mandare dalle retrovie qualche cibo già cotto che il freddo rassega per via e nondimeno ci riuniamo a mensa intorno ad un rozzo tavolaccio posato su due botti nell’interno di una casa scoperchiata dalle granate e in gran parte crollata. Sediamo (per modo di dire) a tavola col pastrano addosso; ci scambiamo i saluti volano due chiacchiere, echeggiano le solite allegre risate e nessuno sente il disagio. Così, la prima mattina l’appetito è venuto molto presto per la veglia notturna e per il freddo eccitante.
     Alle 8 abbiamo fatto mensa e stavamo tutti riuniti, quando un porta ordini del Comando di Reggimento, grondante di sudore e bianco di neve, mi ha recato un biglietto urgentissimo. — La S. V. nel più breve tempo possibile prenda colla sua Compagnia posizione presso Villa Berti a Nervesa in difesa del fianco sinistro della linea, ecc. ecc. Non appena eseguito il movimento lo comunichi al sottoscritto.
     Mi si gela il sangue nelle vene. Non per l’azione, che è nei casi previsti; non per il movimento che debbo fare, che già conosco; non per la battaglia, che può prevedersi imminente, ma perché mi tornano alla memoria fulmineamente le parole del Colonnello buttatemi davanti poche ore prima: — Vada... ma l’avverto che là dentro ci son dei guai... Poca disciplina, ecc... E io non ho avuto neanche il tempo di conoscerli e di studiarli. Tanto meno quello di rimediare. Un attacco o una difesa con un reparto che non conosco, con un comando preso poche ore fa... di notte! Che cosa accadrà?... Il pensiero mi turba, ma non è il momento di smarrirsi.
     Scatto in piedi, abbandono la mensa e mentre sto indossando le armi e l’elmetto, do rapidi ordini agli ufficiali presenti. Riunione nel camminamento e tutti dietro a me, prontezza e silenzio. Molte cartuccie. Guai a chi manca. Cinque minuti di tempo e si parte. Sono le otto e mezzo. Gli ufficiali coi loro plotoni, uno alle mitragliatrici e uno in coda alla colonna.
     Sento dovunque un muoversi in fretta : un suono di elmetti e di fucili. Ordini concitati dietro gli svolti della trincea e nei ricoveri, e quando i cinque minuti sono scoccati, senza voltarmi infilo il camminamento e brevemente ordino:
     — Tutti dietro a me.
     La neve cade più fitta che mai e ci nasconde come nella nebbia, la vista delle cose anche vicine. Qualche colpo di artiglieria suona nell’aria e il proiettile fischia in alto come se avesse smarrita la via. Nulla di anormale si avverte. Sono i tiri soliti, sparsi e inconcludenti; ma può darsi che si tenti una sorpresa e occorre far presto. La rapidità degli spostamenti è sempre un coefficiente di successo.
     Nel camminamento a greca vò quasi di corsa e le svolte fitte e bizzarre finiscono quasi col farmi girare la testa. Ogni tanto batto il capo in una traversa e benedico all’elmetto che mi pesa e mi fa sudare. Sulla neve molle che nasconde il fondo fangoso, si scivola e si affonda; le maniche del pastrano si attaccano ai fili dei reticolati, si sporcano sulle pareti terrose del corridoio, ma sento dietro di me la corsa silenziosa e a traballoni dei soldati che mi seguono uno dietro l’altro. Dove il camminamento è più basso, soffermo e, sporgendo la testa, guardo al di sopra. C’è una lunga fila di elmetti. Più indietro, sporgono le stanghe di due barelle. Vengono!... Riprendo la corsa con l’animo più tranquillo. Il camminamento s’interrompe bruscamente perché una strada lo traversa e al di là continua. La strada è tutta scoperta, presa d’infilata dal nemico che la conosce e la batte regolarmente con le mitragliatrici.
     Mi fermo e dispongo che la traversata sia fatta per uno a distanza e rapidamente, poi passo per primo e resto fuori del camminamento per vedere sfilare la mia gente. L’ordine non è eseguito. Tutti passano senza affrettarsi; senza prender distanza; a frotte, incuranti del pericolo. Bene! penso, e correndo sul ciglio del camminamento riprendo la testa saltando nel fondo di esso.
     Ormai siamo alla trincea assegnatami e mentre ogni ufficiale distende nel tratto determinato il suo plotone e destina il posto di combattimento a ciascun fuciliere, io vò scegliendo la posizione per le due pistole mitragliatrici e la trovo in uno svolto coperto da cespugli che prende d’infilata una strada che ha origine dalle rive del Piave.
     Alle 8,55, cioè 25 minuti dopo l’allarme, vedo tutti al loro posto, annunzio al Comando del Reggimento il compimento della preparazione con un biglietto e attendo altri ordini.
     Aspettando cerco di scoprire nella nebbia e attraverso la neve che continua a imbiancare i nostri pastrani, qualche movimento, qualche segno di attacco nemico o di spostamento nostro, ma non vedo nulla d’insolito. Forse è un semplice sospetto, o il nostro è un movimento precauzionale.
     Il portaordini non tarda a tornare con altro biglietto che mi chiama al Comando il quale è circa un chilometro indietro. Altra andata... altra sfangata e mi presento al Colonnello il quale mi accoglie molto bene e si congratula con me per la rapida e ben riuscita manovra compiuta. Non si tratta che di una manovra di esperimento, mi dice: — Ho voluto mettere alla prova la disciplina e lo spirito combattivo di codesta Compagnia e sono contento che si sia dimostrata pari alle altre.
     Tutti i presenti devono essersi accorti della mia gran meraviglia. Ingenuamente io e gli altri tutti avevamo creduto e sperato di menar le mani. Non importa... Mi sento più tranquillo e soddisfatto della buona riuscita della prova e tornato ai miei, dopo due parole di elogio, li faccio tornare piano piano all’antico posto ormai convinto che questi ragazzi, che con tanto slancio e con tanta serenità si erano preparati al combattimento, non potevano essere né cattivi né indisciplinati e che forse, se il male c’era, era... nel manico.
     Stanco e inzuppato fino alle ossa, nella mia buca, improvvisato un braciere mi sono asciugato alla meglio e ho dormito due ore disteso sulla barella con la testa e i piedi fuori della tela e delle assi, svegliandomi colle ossa rotte e più inzuppato di prima perché dal soffitto di tavole sconnesse era gocciolata addosso a me fitta fitta, un’acquolina fredda e sporca di terra che era alzata per quattro dita sul pavimento.
     8. — Notte in bianchissimo!... Nel baracchino, l’ acqua continua a stillare e non posso starci; fuori la terra è coperta da 30 cent. di neve e ogni tanto arriva qualche proiettile di grosso calibro. Uno ha finito di demolire la casa che, alla meglio, ci nascondeva al nemico. Perché? Un bombardiere si è dimenticato di essere in linea allo scoperto e per accendere la pipa ha consumato due fiammiferi riparandosi dal vento dietro al muro diroccato della casa che certamente è apparsa illuminata all’occhio vigile dell’austriaco sospettoso che ormai tira all’uomo, e ha tirato...
     La notte sebbene oscura, prelude una giornata soleggiata e ho avuto ordine di preparare l’inganno al nemico il quale oggi certamente volerà e fotograferà tutte le nostre opere che non possono nascondersi.
     Abbiamo lavorato tutta la notte a fare falsi camminamenti, false trincee e false postazioni nella zona assegnataci.
     I soldati, divisi in squadre e muniti di solo badile o di pala, seguono il tracciato che rapidamente segno coi piedi e spalano la neve scoprendo una striscia di terra stretta e tortuosa, o a greca, che si sviluppa in tutti i sensi, incrocia le vere trincee, si sofferma allargandosi in mezzo a un campo come una ridottina, si riallaccia ad altre linee fantastiche dei reparti vicini, corre verso postazioni ipotetiche e compone un intrigo inesplicabile di righe nere sulla neve bianca. All’alba tutti sono nei loro ricoveri e si riposano.
     Alle 8 abbiamo sentito in aria il rombo di un motore austriaco che avanza a quota alta indagando, poi gira, Si abbassa guardingo temendo di esser male accolto dalle Artiglierie nostre. Invece nessuno lo disturba e scende ancora. Chissà quante fotografie e quale materiale prezioso e bugiardo ha portato ai Comandi austriaci. Mi viene da ridere pensandoci. Eppure anche la fotografia si può gabbare!
     Verso sera hanno tirato nuovamente a Case Bizz, a Case Duss, dappertutto e specialmente sui camminamenti. E' quasi meglio andare allo scoperto.
     9. — Neve e freddo umido che penetra nelle ossa. Da vari giorni non mi riposo e non mi spoglio neppure di notte volendo sorvegliare da me i servizi, i lavori e i piccoli posti. Non ho sorpreso alcun soldato in fallo e sono ormai persuaso che questa Batteria è buona come le altre. Pare che anche i superiori non vedano necessario di prolungare l‘esperimento, perché ho avuto ordine di tenermi pronto a ritornare alla mia 333a che stanotte viene in linea.
     10. — Ho reso le consegne della batteria figliastra e verso le due mi sono incamminato per raggiungere l’argine del Piave in direzione di Nervesa, dove il mio Sotto Comandante Righini a sua volta sta prendendo le consegne dalla Fanteria che va a riposo cedendo a noi il posto di combattimento.
     Quando arrivo alla tana scavata lungo il camminamento dove è il Comando di Compagnia, trovo le operazioni quasi compiute. Le scolte sono già state cambiate, le carte tattiche già trasmesse e il camminamento è ingombro di fanti che, uno dietro l’altro, si avviano silenziosi verso le seconde linee.
     Sono a metà strada tra il Ponte della Priula e Nervesa. La linea di combattimento è l’argine stesso che sostiene la via Provinciale e che corre lungo il fiume. Gli elementi a T dei piccoli posti, sono tagliati nella via stessa e si affacciano al muraglione che infrange la corrente del fiume e in larga curva la spinge verso il ponte. Dinanzi, nel fiume, sono vari isolotti che le precedenti Brigate hanno battezzati coi nomi di Lucca e Piacenza. Oltre il fiume, la linea nemica.
     Nel mio settore sono varie postazioni da mitragliatrici; ma tutte le armi sono in barbetta perché non esiste una sola feritoia.
     Tutta la linea fu organizzata al momento del bisogno e mancò il tempo per fare belle cose. Ora anche qui si lavora costantemente di notte e sempre si scavano camminamenti e ricoveri. Intanto bisogna occupare le buche scavate nella terra dell’argine e armarle con paletti e stuoie. Non c’è altro. Il mio Comando si annida in una traballante baracca di legno Costruita in un gomito del camminamento, ma è piccola piccola e dobbiamo starci dentro in molti; sei ufficiali e il furiere. Poi debbo accumularci l’ufficio, il magazzino e trovar posto per la cosi detta mensa. Ma nel suo lato stretto non c’è posto per distendersi perché è appena un metro e mezzo e per lungo occupiamo troppo posto. Bisogna adattarsi e fabbrichiamo delle cuccette alla marinara, una sopra l’altra, dove riposeremo qualche volta vestiti e armati, ma anche rannicchiati.
     C’è un freddo cane aumentato dallo stillicidio del tetto mal connesso e delle pareti appoggiate alla terra.
     Per le due porte aperte e senza imposte, entra un vento indiavolato che invano tentiamo di riparare con teli da tenda. All’imbocco di una delle porte faccio porre un braciere che è al tempo stesso stufa e cucina, ma il fumo allora ci soffoca e andiamo all’aperto.
     Del resto, giorno e notte siamo sempre in giro per la trincea e ai piccoli posti. Ogni ufficiale sorveglia e vigila. Io ispeziono ogni momento, ma specialmente di notte. Siamo tutti nuovi a questo servizio e la responsabilità della linea che dobbiamo difendere è da noi tutti sentita profondamente. Ad ogni movimento che si osserva sull’altra sponda, ad ogni ombra che passa, i fucili scattano, le pistole mitragliatrici crepitano e ogni soldato come per istinto, mette mano al fucile. Nulla! Avanti... orecchi tesi.
     Di giorno in linea non arriva niente: di sera quando la notte è alta, le carrette, per la strada fino al molino di Nervesa, e per un buon chilometro attraverso i camminamenti stretti e tortuosi, portano fino a noi le casse di cottura col rancio caldo. Viene anche la nostra mensa che nel primo esperimento è disgraziatissima. Una pasta asciutta che per via ha tanto sballottato che si è ridotta una poltiglia fredda e nauseante. Non possiamo ingollarla e strappiamo coi denti un fetta di carne arrosto stesa sul pane che teniamo in mano. Il vino è buono e ci riscalda. Sul collo della bottiglia arde un pezzo di grosso cero che il nostro ciclista ha potuto comprare a Treviso da un Canonico del Duomo. Arde di giorno e di notte, giacché viviamo sotto terra e sopra la nostra testa fischiano passando i colpi delle artiglierie nostre e di quelle nemiche. Come nei banchetti diplomatici, mentre si liba, suona la musica; mancano soltanto i brindisi bugiardi
     Annottando, sono ai loro posti di vedetta le coppie dei bombardieri che non devono lasciarsi avvicinare da nessuno. I miei ufficiali li ispezionano camminando sull’argine e invano cercano di sorprenderli. Tutti vegliano e osservano scrupolosamente la consegna. Ho voluto che tutti gli specialisti e tutti gli attendenti avessero l’onore di montare il turno di vedetta.
In un elemento a T stanno col fucile in mano, dritti in piedi fuori del parapetto, il sarto e il calzolaio della batteria. Mi avvicino a loro nascondendomi nei camminamenti; giro alle loro spalle senza far rumore e sto per allungare una mano nel buio per prenderne uno per il pastrano quando un chi va là imperioso e un suono metallico mi fanno capire che il fuciliere è pronto all’attacco e che la canna del fucile è tesa verso di me. Sento quasi la punta della baionetta appoggiata allo stomaco. Mi faccio riconoscere e non lesino elogi al mite maestro della medesima. Del resto son tutti così. Incuranti del pericolo, si protendono fuori dal loro posto sopra la trincea e sparano e ridono alle proteste dei vicini mitraglieri sui quali si addensano i colpi di risposta, perché il nemico ignora il nostro spirito aggressivo e non conosce altra fonte di guai che le postazioni delle Fiat e delle St. Etienne.
     11. — Stanotte ho avuto ordine di ispezionare tutte le mitragliatrici del settore, ma tutto era in ordine. Soltanto la bassa temperatura rendeva impossibile tenere l’arma pronta a sparare perché l’acqua ghiacciava nel cilindro refrigerante; però i mitraglieri avevano provveduto tenendo serbatoi di acqua presso i loro ricoveri, intorno ai bracieri e pronti a rifornire le armi.
     Una soltanto non si era potuta vuotare, e mentre l’Ufficiale si accingeva a disgelare l’acqua nel refrigerante stesso, un tonfo secco si è sentito nella notte e il cilindro, premuto dal ghiaccio, è scoppiato.
     E' nevicato tutta la notte e prima di entrare in baracca, percorro la linea del miei uomini, proprio mentre spunta l’alba.
     Una vedetta che ha orecchi finissimi e occhio di lince mi riferisce che nella notte ha sentito strani rumori lievissimi nell’isolotto di fronte e che gli è parso di vedere sul bianco lenzuolo di neve muoversi qualche ombra. Ha sparato più volte, ma il rumore è continuato. Guardo col mio binocolo nel punto indicatomi, ma non vedo niente. La vedetta insiste e mi accenna una lieve ondulazione di neve, una riga sottile di colore meno bianco che attraversa tutto l’isolotto e si ferma a duecento metri dai nostri reticolati. Osservo meglio e mi persuado che c’è realmente qualcosa di nuovo. Gli austriaci hanno lavorato di notte maneggiando la neve con tale maestria e tale delicatezza che non una pietra, non una palata di terra macchiano il candore del piccolo arginello che si dirige trasversalmente verso di noi. Bisogna sapere che cosa intendono di fare quei signori; ma intanto nel mio rapporto giornaliero annoto la novità. Deve trattarsi di un camminamento di approccio scavato nella neve percorrendo una piega fatta dalla corrente del fiume nella sabbia. Ora è deserto, ma conviene vigilare.
     12. — Freddo intenso e crepitio di fucili nella notte, ma il nemico non risponde; sembra che sia assente o addormentato. Però, sulle colline lontane si accendono fitte le fiammelle delle artiglierie che battono le nostre retrovie passandoci sopra la testa.
     I soldati si riscaldano nei loro baracchini e intorno ai bracieri, circolano e fumano. Stamane alle 8 sull’argine si è alzato un pennacchio di fumo e un fuoco si è sollevato in alto. A furia di riscaldarsi i bombardieri hanno incendiato la loro baracca di stuoie e di legno e il nemico ha certamente veduto. Corro sul posto per ordinare la estinzione immediata. Terra, neve, tutto si rovescia sulla inopportuna fiammata e il fuoco è presto soffocato, ma in piedi sull’argine sono ancora troppi uomini e temo che si attiri altro fuoco. Ordino di gettarsi sui camminamenti proprio mentre due granate a doppio effetto, vanno a scoppiare una nel letto del fiume ed una nei campi dietro a noi. E' inutile... non riesco a ottenere che gli uomini si riparino. E' freddo, c’è un po’ di sole e tutti sono fuori a scaldarsi.
     13. — Gli austriaci oggi sparano maledettamente e anche con grossi calibri. Si sentono frequenti le esplosioni lontane e vicine, ma i colpi pare che cerchino pazzamente, nella vasta pianura e sul Montello, qualche bersaglio ghiotto ma ignoto. Specialmente le artiglierie sconquassano i paesi Spresiano, Arcade, Giavera, Nervesa. I nostri rispondono furiosamente contrattaccando e per un momento si ha l’ impressione che si prepari qualche azione. Sto osservando l’ opposta riva del Piave in apparenza deserta, scruto gli isolotti, osservo il camminamento di approccio e mi pare più profondo, meglio defilato. Al termine di quest’oggi c’è qualche cosa di nuovo. Col binocolo vedo ciò che il nemico ha fatto nella scorsa notte, a 250 metri dalla nostra linea. Un posto di vedetta o di osservazione? C’è un apparecchio d’intercettazione telefonica?... E' una buca scavata nella neve e nella sabbia, che può contenere due uomini rannicchiati, alla quale si giunge camminando carponi nel camminamento. La neve rimossa pare accumulata dal vento e non dà sospetto, ma un gruppo di canne e di erbe acquatiche fanno la spia.
     Redigo subito un nuovo rapporto riferendo le mie osservazioni dirette e le notizie di una vedetta che stanotte ha veduto due austriaci passare rapidamente dentro il camminamento per dare il cambio ad altri due che già stavano nella buca.
     Mentre stendo il rapporto mi portano una triste notizia: un gruppo di bombardieri appartenenti alla 149a che tiene la linea alla mia sinistra, si è inoltrato spavaldamente fino alla piazza di Nervesa e raccolti seccumi e legnami tolti alle case diroccate, si è preparato un bel fuoco e tutti si sono messi intorno come se fossero nella cucina di casa loro. Il saluto non si è fatto aspettare. Una granata di grosso calibro, ha preso in pieno la improvvisata riunione e ci sono sette morti e undici feriti.
     13. — Anche stanotte il freddo è stato molto intenso e la nebbia è andata sempre più a raffittire, tanto che abbiamo ordine di raddoppiare la vigilanza. In direzione di Susegana e davanti a Nervesa sono state viste delle barche già in acqua. Due pattuglie nostre hanno attraversato il filone di acqua che scorre lungo la riva nostra, hanno perlustrato gli isolotti più vicini al ponte della Priula e sono rientrate alle due senza aver trovato nulla.
     Alle tre e mezzo incontro sull’argine il tenente Chiappella reduce da una ispezione alle vedette e mi riferisce che una vedetta, affacciatasi al muraglione del Piave, ha veduto un gran movimento di uomini sul greto del fiume. Erano certamente austriaci che tentavano un assalto di sorpresa nella costa e facevano un sordo scalpitio sulla ghiaia. La notte era oscura e i nostri riflettori rimasti accesi in permanenza, riuscivano appena a vincere la nebbia e ad illuminare con un fiochissimo chiarore il letto del fiume; ma l’angolo morto formato dal muraglione era perfettamente oscuro. Fortemente impressionato, il soldato di vedetta ha subito chiamato il tenente il quale, lì per lì, ha ricevuto anch’esso l’impressione di un attacco e stava per dare l’allarme, quando la verità gli è apparsa.
     A monte era forse piovuto molto; forse si era disciolta molta neve e la corrente giungeva ingrossando come fanno i torrenti e rumoreggiava sbattendo contro i sassi e smuovendo la ghiaia. Le onde accavallandosi e rincorrendosi, sembravano teste e schiene di soldati spinti all'attacco.
     Il tenente Chiappella, che è un valoroso e che da tre anni è in guerra, mi ha narrato, quasi vinto dall’emozione, questo strano fenomeno di allucinazione da lui provato e il senso profondo della responsabilità che in simile frangente si sarebbe assunto, se si fosse trovato di un vero attacco, lui solo, di notte, con pochi uomini a disposizione mal pratico della guerra di fanteria.. L’ho calmato, rinfrancato e abbiamo riso insieme per lo strano equivoco. Ho voluto vedere anch’io il fenomeno e sono andato al posto di vedetta. L’illusione strana, poteva essere più che giustificata.
     Anche stanotte c’è stato movimento al camminamento dell’isolotto. Abbiamo sparato coi fucili ma senza risultato. Ci vuole qualche cosa di più; ma intanto nessuno risponde al mio rapporto.
     14. — Da tre giorni mi dolgono curiosamente le mani o meglio tutte 1le prime falangi delle dita e il dolore, accompagnato da formicolio si riflette nei muscoli del braccio fino alle ascelle. Finora non vi ho fatto caso, ma stamane il formicolio e l’inceppamento sono aumentati e penso di domandare consiglio al medico, capitano Vitali, che per caso passa nel camminamento reduce dal suo posto di medicazione al Mulino di Nervesa.
     Congelamento di primo grado — mi dice. Cosa da nulla. Mi unge, mi fa un lungo massaggio, mi consiglia di tenere le mani in movimento e ben riparate. Dovrò fare il massaggio due volte al giorno... Anche questa!
     Alle 14 il generale-brigadiere ispeziona in linea e mi presento. Mi chiede subito se c’è qualche novità nel famoso e presunto camminamento austriaco. Riferisco e confermo che non è presunto ma reale. Vuol vedere da se e mi chiede di condurlo ad una feritoia della linea, ma nella nostra linea non esistono feritoie e chi vuol vedere deve affacciarsi sopra il muro e anche sporgersi in avanti. Non mi pare prudente per un generale, ma siccome egli insiste per volere osservare con agio dietro un riparo, prendo due uomini e recatomi in un posto di vedetta faccio innalzare un breve muretto di sacchetti di terra e tra essi uno spiraglio in direzione dell’approccio. I sacchetti sono coperti di neve e saldati tra loro col ghiaccio e dobbiamo lavorare per dieci minuti buoni in vista completamente del nemico, per costruire questo problematico riparo che un sol colpo da 37 può mandare all’aria. Il nemico ha veduto certamente e prego Iddio che non faccia qualche brutto scherzo al mio generale.
     Compiuto il lavoro, il generale si mette con tutta calma a guardare col binocolo, ma non vede niente ed io debbo mettere il mio bastone orizzontalmente sul muro puntato verso l’approccio perché l’occhio del Superiore sia guidato ad osservare.
     Il generate è convinto e ordina di spararci sopra nottetempo colle mitragliatrici e con le bombarde. L’austriaco, o non ha visto, o ha tollerato, a me basta che non abbia sparato.
     Intanto preparo il tiro per questa notte. Sulla sommità dell’argine pianto due paletti che fissino la direzione del bersaglio anche per la notte e a occhio, calcolo la distanza: 250 metri.
     Alle 22 si porta dietro l’argine una bombarda Stokes, si piazza, con l’aiuto dei paletti si regola il tiro e poi rapidamente una dopo l’altra s’inviano agli osservatori importuni e sfacciati sei bombe che scoppiano tutte in prossimità loro e che forse hanno distrutto e ferito, perché nell’ombra si nota qualche movimento e poi più niente.
     Prima di domani dovremo lasciare la linea. Il nostro turno è finito.
     15. — Appena si fa chiaro, torno ad osservare gli effetti del tiro di ieri sera. Tutto è sconvolto e le canne e le erbe del mascheramento sono sparse dappertutto. La neve si è macchiata di bruno nei profondi imbuti e anche il camminamento è rotto in più parti. Certamente non torneranno più a vedere e ad ascoltare in quel buco di neve.
     Cominciano i preparativi per il cambio e pare quasi che il nemico lo sappia perché ci tormenta con gli shrapnels. Le pallette e le scheggie fischiano ogni tanto sulla nostra testa e sorvegliano specialmente i camminamenti di accesso alla linea e i passaggi obbligati.
     Un altro battaglione di bombardieri ci sostituisce e alle 9 arriva a prendere il mio posto il capitano Mazza, un giovanottone alto due metri che, per quanto provi, non riesce a trovare nella baracca uno spazio dove distendere le interminabili sue gambe. Non so come farà. Farà come ho fatto io. Non si distenderà... Non si spoglierà... Non dormirà mai e girerà sempre: giorno e notte. E anche lui avrà la soddisfazione, la mia stessa soddisfazione di vedere i soldati calmi, attenti, risoluti, coscenziosi, compiere il loro dovere con lieto animo, senza un lagno. In tutto il tempo che abbiamo tenuto la prima linea non ho avuto tra i miei soldati né un malato, né un punito.
     16. — Stanotte, un plotone alla volta, in silenzio e in ordine, la mia batteria ha lasciato la trincea. Il nemico sospettoso ha sparato qua e là tutta la notte, sulle strade e sui camminamenti. Io ho preferito le strade e sono stato fortunato. Il mio collega di destra ha preferito il camminamento e sfortunatamente vi ha lasciato due uomini colpiti alla testa da pallottole. In complesso, il mio battaglione, in sei giorni ha avuto più perdite che il reggimento di fanteria (quello che ci ha consegnata la linea) in un mese.
     Il ghiaccio ha lastricato le strade e ci reggiamo a stento in piedi. Ogni tanto sento il rumore di uno scivolone e un tonfo secco accompagnato da qualche sagrato. Il soldato si rialza indolenzito e prosegue. Si sosta brevemente ad Arcade, poi si riprende la marcia sulla via nevosa e insidiosa e quando spunta l’alba siamo a Povegliano. Qui aspetteremo che il reggimento abbia fatto il suo turno, poi anderemo al riposo, ma prima di mettere in libertà i soldati, li chiamo intorno a me per lodarli e per incoraggiarli. Non sono affatto stupito della loro condotta perché ricordavo la promessa di Grignano ed ero sicuro che l’avrebbero mantenuta.
     Comincia il periodo di riposo. I soldati dormono finalmente e intanto si mettono in ordine i loro corredi, si... spidocchiano e fanno il bagno.
     18. — Il mio colonnello parte in licenza invernale. Come più anziano prendo il comando del battaglione.
     21. — Anche il 3° battaglione ha compiuto il turno di 1a linea ed il reggimento si mette in marcia diretto a Quinto di Treviso. Il mio battaglione parte per primo. Alle 11 siamo a Quinto. Tutte le batterie trovano accantonamenti comodi e spaziosi. Il mio comando ha sede nel Villino di un pittore. Nei dintorni si riunisce nuovamente la intera 2a brigata dei bombardieri. Tre reggimenti splendidi. Occupiamo il tempo in esercitazioni tattiche e in giuochi e gare ginnastiche.


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