Fronte del Piave
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     1 AGOSTO. — Nella notte un ragazzo di 15 anni figlio di un contadino di Conegliano è riuscito a passare il Piave a nuoto. Il coraggio di questo ragazzo, è incredibile. Dopo aver rubato un moschetto in un posto di guardia austriaco e senza alcun travestimento, si è cacciato di notte tra le file nemiche, le ha attraversate astutamente. Sorpreso dalle vedette che di notte occupano i posti avanzati sul greto del Piave, ha sparato più volte, forse ha ucciso qualcuno e poi, gettata via l’arma si è buttato nella corrente, che ha lentamente attraversata, facendosi trasportare a valle, mentre il nemico, ingannato circa la direzione, tempestava le acque del fiume molto più a nord. Tutto trionfante si è fatto riconoscere dai nostri e ha chiesto di essere accompagnato subito al più vicino comando.
     Aveva tante cose da dire e molto importanti. Noi abbiamo soltanto saputo che tra i nemici di varie nazionalità non c'è troppa concordia.
     I Cechi-Slovacchi e gli Ungheresi lottano tra loro; i Boemi con i Cechi sono tutti con noi; i Bosniaci si battono per chi li paga; gli Slavi tentano un doppio giuoco per salvare il poi. La popolazione civile ha fame, non ha più nè bestiame, nè mobilia, nè vesti. Dopo lo scacco austriaco del giugno scorso è trattata ancora più bestialmente e soffre e piange e spera.
     I soldati sentendo queste cose fremono, e si mangiano le mani. Perché non andiamo avanti?
     Nelle ore antimeridiane ho visitato i lavori delle nuove postazioni di Curogna. Sono quasi terminate e sono bellissime. C’è posto per altre due batterie di bombarde che pare debbano arrivare tra poco. Avrò così la bellezza di sei batterie.
     Stasera verso le 16 mi è venuta la voglia di fotografare la mia baracca e di prendere ricordo anche dei miei amici quadrupedi: due cani e una gattina bianca come la neve, che è la nostra mascotte.
     Mentre il mio tenente Strampelli metteva in posa i soggetti e io me ne stavo in piedi sopra la collinetta scoperta, sono arrivati improvvisi e fulminei due colpi nemici di medio calibro che rasentando bassissimi il rovescio della collina, sono andati a scoppiare vicino al fondo della valletta. La mia Kodak scatta una volta e due volte. Mi preparo a eseguire la terza fotografia, ma lo sfrombolio di una granata in aria mi avverte del pericolo imminente. Mi abbatto come una molla contro il declivio della collina e sento sul viso la ventata del proiettile che è passato su di me rasente il suolo urlando minacciosamente. La sua parabola si compie pochi metri più giù, in una buca deserta, con uno scoppio formidabile che solleva scheggie, sassi e terra. Un alberello lì presso, ha le fronde rotte e come bruciate. Il nemico è seccato della nostra curiosità aviatoria. Forse gli è stato rubato qualche segreto e spara da tutte le parti fino a notte alta. Poi tace e si sentono soltanto alcuni colpi isolati di fucile ta-pum, ai quali rispondono le impertinenti nostre mitragliatrici. I riflettori inquieti frugano ogni angolo.
     Una circolare arrivata oggi ordina di intensificare i lavori di difesa e di fare buona guardia. Si sente nell’aria la possibilità della lotta vicina, ma le truppe sono tranquille e instancabili nei lavori e nei preparativi.
     2. — Nottata rumorosa e misteriosa. I nostri riflettori del Montello sono rimasti fermi per lunghe ore lanciando fasci di luce orizzontalmente al di sopra delle nostre linee senza investirle direttamente per non rivelarle al nemico. Alla fioca luce, laggiù, si è lavorato tutta la notte e sulle strade è stato un continuo transito di camions e di trattrici. All’alba si è fatto silenzio ovunque e pare che neppure si pensi alla guerra. Anche gli austriaci tacciono.
     Il comando del XXVII C. di A. ha indetto un concorso a premio per le migliori postazioni di artiglieria. Mi dò in nota scegliendo, come concorrente, la 351a batteria. Domani una commissione, composta di tre colonnelli visiterà le batterie in concorso.
     Stasera, durante la nostra mensa, è accaduto un fatto strano. Quasi tutte le sere i nostri pasti sono stati accompagnati da tiri che colpivano le vicinanze e specialmente le case di Cavallea e di Onigo e sebbene non si avessero finora conseguenze gravi, pure ogni sera qualche muro crollava e qualche ferito andava all’ospedale. Stasera è ricominciata la sinfonia dei colpi in partenza e del ronzio delle traiettorie, ma invano abbiamo aspettato lo scoppio in arrivo. Ad ogni arrivo di granata, si sentiva un colpo sordo, quasi un potente soffio; si vedeva un po’ di spolverio e niente altro. Incuriositi, ci siamo alzati da tavola e ci siamo avvicinati per vedere meglio. I colpi erano tutti al di là della strada provinciale, nei campi erbosi. Non si trattava di lancio di gas, perché nessuna nube gialla o bruna, vagava per l’aria e i proiettili partivano dalle posizioni nemiche di S. Giovanni in Barbozza e finivano miseramente tra le vigne e i trifogli senza rumore e senza danno. La batteria doveva essere comandata da un aspirante (somaro) o da un comandante amico nostro. I proiettili erano privi di spoletta... Povera Austria!... A quali guerrieri affida la sua vita e il suo orgoglio nazionale!!
     Stamane sono andato al comando di artiglieria della 66a divisione. Il colonnello Bono, mi ha trattenuto a lungo per studiare nuovi settori di tiro e spostamenti eventuali di batterie. Ho preso cognizione del nuovo cifrario, della rete telefonica, dei posti di corrispondenza, ecc.
     Si vuole affrettare i lavori in corso e completare la difesa delle batterie con reticolati, posti per mitragliatrici e per fucilieri. Dobbiamo far presto. Mi occorre materiale e lo chiedo, ma non ce n’è, e allora sono autorizzato a prendere quanto è più possibile in paese. Implicitamente è il permesso di tagliare alberi e utilizzare materiali di case diroccate. Rispettare, per quanto è possibile, la proprietà privata, ma la guerra bisogna pur farla e a me mancano i telai per le nuove postazioni.
     Spendo la serata in ricognizioni e in visite per accertarmi personalmente dei bisogni più urgenti.
     Stasera, volo di aeroplani nemici sulle nostre linee. Qualche mitragliatrice nostra spara. Spara qualche cannone, ma nessuno cade. Arriva però una squadriglia di Caproni e il nemico fugge vilmente inseguito dai nostri che attaccano e mitragliano. Una battaglia si accende, poi, lontano fra il fumo e le nubi, si vede un’ala ripiegarsi e luccicare. Va giù... L’austriaco precipita. I soldati gridano di gioia e battono le mani... Uno di meno!
     Le artiglierie nemiche si sfogano in tiri pazzi, stupidi e vani. Un colpo rompe le mie linee telefoniche. Il caporale Buttarelli esce a ripararle e torna di notte verso le 23.
     4. — Stamane è venuta la commissione dei Colonnelli per giudicare il concorso delle batterie. Elogi sperticati alla 351a che è un vero giardino e un campione di efficienza bellica. Per criticare qualche cosa hanno osservato che gli ufficiali e i soldati stavano in batteria senza elmetto! Ma i bombardieri si farebbero trucidare piuttosto che portare quell’inutile peso in testa. E poi, cosa c’entra l'elmetto con le postazioni? I bombardieri preferiscono combattere in berretto e, magari, a capo scoperto e in maniche di camicia e sanno il dover loro. Spero di avere uno dei premi.
     5. — Oggi, finalmente, ho sparato colle batterie di Crocetta e con quella di Levada. Domani agirà questa di Cavallea. I bersagli sono stati tutti colpiti. Il nemico si è accorto della novità e ha risposto, ma se l’è presa colla prima linea di fanteria che, del resto, era poca e al sicuro. Sono certo che le mie batterie non sono state individuate.
     Stasera tre aeroplani nemici da ricognizione, sono volati a bassa quota per scoprire qualche cosa; ma i pezzi erano tutti mascherati così bene con le reti di prato verde e di color terra, che non possono avere capito nulla. Hanno tirato sulle case di Cavallea e questa volta, colle spolette. Due case sono andate all’aria e parecchi imbuti sono stati scavati intorno a noi.
     Per fare un dispetto al nemico, dopo l’imbrunire, ho fatto la prova delle segnalazioni colle lampade Ceretti. Un apparecchio era al mio posto di comando, l’altro l’ho messo nell’osservatorio comune delle batterie 349a e 271a. Si sono scambiate segnalazioni speciali al di fuori dell’alfabeto Morse, già precedentemente combinate con punti e con linee. Non avevo gran fiducia in questi apparecchi ma mi sono ricreduto. In caso d’interruzione telefonica e purché non ci sia nebbia, i segnali si vedono chiaramente anche a distanza di parecchi chilometri. Con una fiammella di acetilene che si proietta in un sottile fascio di luce bianca, si possono dire tante cose, premendo col dito su di una leva che accende e spegne istantaneamente la fiammella. Il mio telegrafista si è talmente entusiasmato, che ha cominciato una conversazione animatissima col collega di Crocetta. Hanno parlato di affari privati, poi hanno fatto segnalazioni mai sognate nè prevedute. Un apparecchio... il mio... si è poi rivolto insolentemente in direzione di Colbertaldo e con punti e linee ha lanciato al nemico un insulto atroce. Una risata bambinesca nel buio, seguita dai commenti dei presenti e lo spettacolo è finito. Bisogna lasciar fare anche qualche capriccio a questi ragazzi. A me premeva di constatare che non potranno mai mancarmi i mezzi di comunicazione durante la battaglia che si sente prossima.
      6. — Ho girato tutta la mattina, visitando le batterie e studiando da vicino le posizioni nemiche. Quelle più indietro mi sono parse formidabili. Dietro ogni collina, dentro ogni fosso stanno appiattate batterie, ma la prima linea, quella sulla sponda del Piave, è per me un rebus. Mi sono messo ad osservare da un posto avanzato di fanteria situato dove il torrente Curogna sbocca nel fiume e con la testa fuori della linea, col binocolo agli occhi, ho lungamente studiato ogni sasso, ogni cespuglio: ma non ho visto il più piccolo movimento; non sono riuscito a scoprire un solo sacchetto di terra, una sola postazione.
     Sembra che la linea del fiume sia abbandonata e che il nemico abbia preparato tutta la resistenza nella linea delle colline, sui monti e sulle strette. Ma quando i miei dubbi stavano per divenire certezza, un tonfo sordo fende l’aria, e dopo pochi istanti, giù verso Covolo, in quella penisoletta nostra che sta di fronte a Vidor e che più si avvicina alle insidie nemiche, schianta fragorosamente una bomba austriaca. Siccome sappiamo che le bombarde del nemico sono molto inferiori alle notre ed hanno una gettata di non più di 1000 metri, dobbiamo persuaderci che ci sono dei pezzi sulla riva boscosa di Vidor e della Rotonda e che l’agguato è nei boschi, tra le piante del ciglio e i cespugli del greto.
     Mentre tornavo a Cavallea, ho incontrato il colonnello Bono che quasi ogni mattina visita qualche reparto suo di artiglieria in linea, sfidando con una magnifica semplicità, i pericoli e gli strapazzi. L’ho incontrato sulla via del ritorno, mentre col suo ufficiale addetto, percorreva lentamente a piedi, una pista quasi completamente scoperta e battuta dai raggi cocenti del sole di mezzogiorno. Mi è parso doveroso di invitarlo al nostro domicilio di Cavallea ed ha accettato. Si è riposato, ha preso un caffè e si è disposto a tornare a Maser, ma io ho insistito perché rimanesse a colazione cogli ufficiali del gruppo. Gli abbiamo dato il posto d’onore a capo tavola. Tutti intorno 15 ufficiali in gran parte giovani e di buon umore; hanno incominciato la consueta gazzarra che è condimento quotidiano delle mense ufficiali e, dimenticati gradi e gerarchia, siamo stati al cospetto del fiasco e della pasta asciutta, soltanto amici e camerati. Il colonnello ha dato subito l’intonazione allegramente, con una serie di barzellette fini e pepate che strappavano le risa di corpo, e ha mangiato e bevuto con un gusto, che lui stesso confessava di non aver provato da un pezzo.
     I bombardieri lo superavano, specialmente nel bere, e i fiaschi si sono vuotati allegramente uno dopo l’altro, senza incomodare l’acqua che per noi serve soltanto per lavarci. Berla potrebbe essere pericoloso per la salute. Durante il pasto i soliti colpi nelle vicinanze, ma nessuno vi ha badato.
     La serata è stata tempestosa. Le raffiche di artiglieria sono state frequenti e concentrate nei nodi stradali e nella strada di arroccamento che stanotte sarà piena di autocarri che porteranno materiali, munizioni, forse anche truppe.
     C’è stata anche stasera una piccola azione aerea. Gli austriaci hanno tentato di volare sulle nostre linee, ma i nostri si sono subito alzati ed hanno affrontato il nemico mitragliandolo e facendolo fuggire precipitosamente. I nostri hanno subito preso l’occasione per andare a curiosare sui fatti altrui e si sono visti filare diritti sul Barbaria e in direzione di Vittorio e di Conegliano; ma sono stati accolti da furiosissime scariche di batterie antiaeree che hanno empito il cielo di nuvolette e di scoppi.
     Alcuni aviatori inglesi si sono aggiunti ai nostri e per un momento si sono veduti 10 velivoli librarsi incerti in mezzo ad un inferno di colpi, svoltare e cambiar rotta, prender quota, e abbassarsi rapidamente, girare e cercare direzione come per ripararsi dagli shrapnels che a centinaia scoppiavano e tanto prossimi da apparire fatali per le ali tricolori e per quelle crociate... Ma niente!... Come per una intesa, i nostri velivoli alzatisi a quota altissima, si sono divisi in gruppi e ad un punto stesso, una squadriglia si è diretta verso Est, seguendo il corso del Piave, una ha puntato sul Cadore, una terza ha risolutamente attraversato la terribile barriera di fuoco ed è scomparsa fra lampi e tuoni, sul cielo di Conegliano. Fortuna a voi gloriosi e intrepidi esploratori dell’aria che sembrate invulnerabili e che invece volate colle ali stesse della morte. Mentre gli aviatori austriaci fuggono e le rabbiose batterie percuotono Vanamente il cielo ormai deserto, voi forse offrite la vita vostra per recarci stasera una notizia, una fotografia, uno schizzo, che chiarisca la situazione, segni un punto sulla carta, smascheri una batteria distruggendo una speranza del nemico, piantando una pietra sulla via della vittoria d’Italia. Aviatori nostri... nostri angeli protettori, tornate... tornate tutti incolumi e diteci che cosa avete visto da lassù!
     7. - Oggi, approfittando di un momento di tregua e dopo aver pregato il capitano Arlotta di sostituirmi nel comando del gruppo in caso di azione, sono partito in bicicletta da Cavallea accompagnato dal tenente Ferretti, e sono andato a Montebelluna per visitare il tenente Bertoli ferito nei primi giorni. L’ho trovato in un’ospedale chirurgico impiantato in una magnifica villa circa un chilometro fuori dell’abitato. Era in letto e dovrà starci chi sa per quanto ancora. La sua figura già magra e pallida, era immobile e quasi scheletrica. Il pallore del viso assomigliava a quello delle lenzuola. La sua voce debole e fioca, sembrava uscire dal fondo di un pozzo. Due grandi occhi neri, infossati e mobili, erano i soli segni di una vita non spenta, ma minacciata.
     Sono restato con lui quasi un’ora e ho lasciato che mi raccontasse l’accaduto per quanto ne conoscessi bene i dettagli. Nessuna impazienza in Lui, nessun desiderio di essere mandato indietro: una volontà ferrea invece, di guarire presto per riprendere il suo posto di combattimento per il giorno del trionfo nel quale sempre aveva fede e che ora credeva vicino. Ho cercato di fargli coraggio a sopportare la contrarietà che lo inchiodava a letto e di persuaderlo che avendo già fatto il suo dovere, non doveva affannarsi a desiderare altri rischi.
     E' salvo soltanto per la prontezza del trasporto che ha dato agli abli chirurghi la possibilità di rattoppargli con sollecitudine i sei fori avuti nell’intestino, sottraendolo cosi a morte sicura.
     Il povero ragazzo però ha avuto la peritonite e poi una polmonite infettiva; ma tutto ha ormai superato e lentamente si avvia alla guarigione. Gli ho chiesto notizie della sua famiglia e con un lampo di gioia negli occhi, mi ha detto che aspettava suo padre.
     Tornando da Montebelluna, mi sono fermato a Maser per sentire se al comando della divisione vi erano notizie. Gli aviatori alzatisi ieri sera rientrarono tutti nelle nostre linee incolumi, portando informazioni preziose e tali che potrebbero forse influire sui nostri piani e modificarli.
     Il colonnello Bono aveva raccontato a tutti della sua colazione di ieri alla mensa dei bombardieri e mostrandosi bene impressionato dell’affiatamento e dal buon umore degli ufficiali, aveva osservato che era gente robusta e resistente anche alle sbornie. Che spugne... aveva detto, sono quei pezzi di ragazzi... Flecchia poi... Flecchia è un tenente della 351a batteria che ha l’abitudine di tenere il fiasco accanto al letto anche quando dorme. Se si sveglia... lo vuota.
     9. — Da due giorni gli austriaci sono inquieti e cercano di disturbarci con i soliti tiri sparsi qua e là, senza uno speciale obiettivo. Nella notte scorsa parecchi grossi proiettili sono passati ronzando sulla mia baracca e li ho sentiti rumoreggiare sul monte Fagarè ove sperano di pescare le numerose nostre batterie che si nascondono nelle pieghe boscose e nelle vallette verdi, da dove procurano non lievi grattacapi al nemico.
     Anche io ho partecipato alla meritata lezione che gli abbiamo data, ma non ho voluto compromettere le mie batterie velandone le posizioni e ho cessato il fuoco dopo aver lanciato pochi, ma bene aggiustati noccioli di trotyl di 87 kg. ciascuno.
     Il nemico ha mandato il solito velivolo a braccare in casa nostra, ma è dovuto andarsene colle pive nel sacco e la coda mezza rotta da un nostro 75 antiaereo. C’è un crescendo di inquietezza, ma nulla fa prevedere la prossimità di una vera azione.
     Ci dicono che sul Grappa sia stato respinto stanotte un attacco in forze e che il nemico le abbia prese solenni lasciando anche qualche posizione. Vere o no, queste notizie infiammano gli animi già tesi dopo l’azione del giugno scorso e i soldati sono impazienti di menare le mani.
     10. — Visita alle batterie di Crocetta e di Levada. Giornata faticosa, calda, pesante. Attraverso i campi dove sono ancora mucchi di grano mietuto dai soldati e non ancora portato via. Si dice che sono mancati i camions che dovevano caricarlo e intanto una buona parte del lavoro utile e pericoloso fatto dai soldati, minaccia di restare infruttuoso perché il grano troppo seccato si disperde al vento, cade tra i solchi erbosi e nessuno ne gode. Nel parlarne coi comandanti delle batterie di Crocetta, qualcuno fa la proposta di mandare noi a prendere le manne, farle trebbiare qui a Crocetta dai soldati, macinarle al mulino ancora intatto e avere così il pane buono per un pezzo.
     L’idea è accolta con entusiasmo e per la notte prossima si organizza un servizio di agricoltori pratici e di mugnai. Ma il grano abbandonato è tanto che non potremo metterne in salvo che una piccola parte. Torno a casa la sera tardi pensando ai bei raccolti che lo schifoso nemico si è goduto, sfruttando le fatiche del contadino italiano. Che tristezza pensare a questa nostra povera Italia da quasi un anno isolata, maltrattata, sfruttata... Istintivamente il mio indice destro sale verso la bocca e i muscoli delle mascelle v’imprimono un solco che diventa sanguigno... Oh!... Il giorno deve venire!!
     11. — Oggi sono stato chiamato al comando della divisione 66a ed ho avuto una lunga conferenza col colonnello Bono. Abbiamo studiato insieme nuovi piani di offensiva e specialmente lo sviluppo del fuoco sulle retrovie nemiche, nei nodi stradali più importanti. Vogliono un concentramento di fuoco su S. Giovanni, ma non tutte le mie batterie sono orientate da poter colpire questo bersaglio senza notevoli spostamenti o lavori preparatori importanti. E poi, la gettata delle mie bombarde arriva appena, appena e dovrei usare costantemente la carica massima e l’allungamento.
     Unico partito sarebbe quello di portare almeno alcuni pezzi in avanti postandoli arditamente in prima linea sull’argine del Piave e lo propongo.
     Il colonnello approva la proposta, ma il generale Fano non è dello stesso parere, perché dovrei oltrepassare il torrente Brentella il quale costituisce per noi una buona difesa in caso di attacco nemico, mentre, seguendo l’avanzamento verrebbe impedita ogni possibilità di ritirata alle spalle.
     11. — Si decide di andare a Caselle d’Asolo per persuadere il generale e partiamo senz’altro, con carte e schizzi.
     Dopo quasi due ore di anticamera, siamo introdotti nella sala del telefono. I 28 apparecchi allineati tutti lungo le pareti squillano alternativamente e anche in coro e i telefonisti corrono di qua e di là, trasmettono e ricevono fonogrammi, scrivono, diramano, qualche volta litigano con i loro lontani colleghi. Accanto a questa bolgia, lavora il generale sempre desto e vigile, sempre sereno. Il progetto non va. Elogia l’audace disegno ma teme una sorpresa e non vuole rischiare la perdita del solo gruppo di bombarde che tiene ai suoi comandi. Osservo che i bombardieri devono rischiare e osare e che sono gente da non indietreggiare, sono fatti per l’offensiva e non per la difensiva e che il loro sacrificio costerebbe molto caro al nemico, anche se riuscisse a passare il Piave... Non c’è stato bene.
     Sposti, mi dice, subito il fuoco di tutte le batterie su S. Giovanni e prepari un inferno di fuoco su Colbertaldo e su Bigolino. Acceleri i lavori di postazione per altre due batterie che ho già chieste e che forse domani saranno qui. A lei tocca l’onore di comandare le bombarde di tutto il corpo d’armata. Lavori... Lavori tutta la notte, perché domattina dobbiamo essere pronti. Non mi è restato altro da fare che ubbidire.
     Stasera ho chiamato a Cavallea tutti i comandanti di batteria e lavoreranno tutta la notte. Intanto, nella mia baracchetta, al fioco lume della candela, segno sulla carta i nuovi settori e, a mezzo di telefono, comunico i dati di tiro, i quadretti, i bersagli. Provo un certo orgasmo perché so che i cambiamenti alla vigilia di un’azione non giovano mai.
     12. - Ho vegliato tutta la notte a studiare e a fare schizzi che i miei ufficiali hanno riprodotti in varie copie per i comandi di corpo d’armata, di divisione e per quelli di batteria.
     Ho messo alla prova tutti i mezzi di corrispondenza, dal telefono ai portaordini e il risultato è stato ottimo.
     Ordine perfetto, perfetta intelligenza, calma e serenità in tutti. A farlo apposta, gli austriaci ci hanno molestati continuamente e più volte hanno rotte le mie linee telefoniche presto raggiustate dai miei bravi guardafili.
     All’alba tutto era pronto e ho potuto telefonare al comando di divisione — Eseguiti ordini - Sono pronto per il fuoco —.
     Naturalmente tutte le comunicazioni sono state fatte col cifrario segreto e con quello speciale che mi sono fabbricato io per uso interno del gruppo. La mattinata è trascorsa calma e nessun ordine mi è pervenuto. Nel pomeriggio i soliti tiri, le solite stupide raffiche, corrisposte da rabbiose nostre grandinate sulle posizioni nemiche. E l’azione?
     Alcuni ufficiali miei e i guardafili che sono usciti la notte scorsa, mi hanno assicurato che molte trattrici si sono recate in linea e si sono avvicinate alle batterie pesanti campali; ma sono rimaste presso le posizioni, mascherandosi fra i boschi, dietro muri e con frasche verdi... Perché? Forse dovranno spostarsi in avanti... Vedremo nella notte prossima, poiché di giorno è impossibile muoversi.
     13. - Stanotte gran rumore di autocarri e di trattrici di là dal Piave. La notte calma e silenziosa rende sensibili anche i più lontani rumori.
     Che cosa succede?
     All'alba si alzano i nostri velivoli per curiosare e sono accolti dalle solite barriere di fuoco aereo che li respinge. Uno altissimo fa un lunghissimo giro e torna indietro faticosamente. Sembra ferito, ma progredisce e si mette in salvo verso la valle di Treviso, oltre il Montello. La giornata è passata in quiete. Ne ho approfittato per visitare la postazione avanzata di un pezzo che sta appiattato dentro il letto del torrente Curogna sotto la chiesa di Onigo. E' introvabile, e farà miracoli. Le trattrici venute l’altra notte, sono ripartite in gran fretta in gran parte, a vuoto: alcune sono rimaste sul posto e riposano.
     14. - Oggi, finalmente, ho veduto passare alcuni reparti di fanteria francese della 26a divisione che stà alla mia sinistra verso Pederobba. Sono passati lentamente dei grassi baffuti soldati, col cappotto sbottonato, l’elmetto sulla nuca e il fucile attraverso la schiena. Sono passati in mezzo ai nostri soldati senza voltarsi quasi disprezzanti, e i bombardieri li hanno guardati a stracciasacco e hanno messe in tasca le loro pesanti mani che forse prudevano.
     Perché i francesi non si affiatano con noi, mentre inglesi e americani dimostrano cordialità e cameratismo? Gelosia, credo. Anche oggi, calma.
     15. — Sono finiti gli ultimi ritocchi alle postazioni nuove. Alcune si sono dovute rifare di nuovo per orientarle secondo i nuovi obbiettivi. Anche i reticolati, le riservette, i ricoveri sono al completo. Sono state collocate anche le tendine antigas, all’entrata di ogni ricovero. Ogni batteria ha maschere, gabbani, guanti e buone provviste di cloruro di calcio e di permanganato per neutralizzare gli effetti della yprite.
     Il nemico oggi consuma munizioni e rompe le scatole a tutti. Si diverte a tirare specialmente sulle case e vuole ad ogni costo vedere in terra il campanile di Cornuda, ma riesce soltanto a fare dei buchi nelle case vicine. La nervosità del nemico si comunica anche a noi e si sente nell’aria qualche novità... Battaglia certamente. Non si capisce se i colpi degli austriaci sono per aggiustare il tiro, oppure se vogliono mascherare o nascondere qualche mossa e ingannare sulle loro intenzioni.
     Salgo in cima alla collina ed osservo attentamente. I colpi provengono da poche località, anzi mi pare di capire che per ogni batteria spara un pezzo solo che si carica e spara continuamente, variando sempre direzione. Dunque una manovra, non è un preparativo di azione.
     Anche oggi numerose squadriglie di aeroplani alleati, hanno volato e rivolato a più riprese, sempre tra le nuvolette grigie e gialle, ma sempre incolumi, poi sono scomparse nel cielo austriaco. Sul fare della sera, tornando a casa da una lunga esplorazione, sento la romba sul mio capo.
     16. — Giornata d’incertezza e di preoccupazione. I tiri aumentano. Le nostre artiglierie non hanno mai taciuto durante la notte. Ho sparato qualche colpo anch’io, così per ricordare che ero presente e vigile, ma non vedo ancora manifestarsi una chiara intenzione. Forse attaccheremo noi... Speriamo... Intanto sono privo di ordini e la stanchezza mi vince. Ho proprio bisogno di riposo e penso di dormire vestito sul mio lettuccio.
     Uno alla volta chiamo al telefono i miei comandanti e domando le novità. A Crocetta picchiano di santa ragione nelle prime linee. Qualche colpo innocuo vicino ai pezzi – Nessuna perdita - State in guardia ! ... Buona notte!
     17. — Il mio desiderato riposo stanotte è durato poco.
     Alle 11 sono stato svegliato dal telefonista di guardia. Il sig. generale Fano lo vuole al telefono. Il dialogo è breve e concitato. Riconosco la voce grossa e marziale del mio superiore. Dica... quanto tempo e quali mezzi di trasporto le occorreranno per trasferire tutto il suo gruppo? Temo di non capire e domando. Soltanto gli uomini o anche il materiale? Dico tutto, cioè uomini, materiale bellico, munizioni, magazzino, carreggio, tutto. (Si tratta di muovere 650 uomini, 24 pezzi con tutti gli accessori, 20 carrette 40 muli e cavalli, circa 3000 bombe da 87 kg. con relative cariche; insomma è una popolazione intera colle sue masserizie, le sue armi, un peso di parecchie, ma parecchie tonnellate e non oso rispondere all’improvviso). Un rapido calcolo approssimativo basato sulla esperienza dei trasferimenti passati, e butto la una risposta.
     —Mi occorrono quattro intere notti di lavoro e 80 autocarri grandi: nessun aiuto di uomini perché bastano i miei. — E' impossibile replica il Generale — Domenica prossima (18) alle 15 un treno sarà pronto al carico e alle 19 dovrà partire. Ebbene, se mi dà gli 80 autocarri farò in due notti invece che in quattro. — Senta... non le posso dare altro che 25 autocarri fra grandi e piccoli: intanto 10 sono per via e tra due ore avrà gli altri. E' indispensabile fare il movimento. —-Ma come debbo promettere l’impossibile, sig. Generale, se non ho mezzi, non potrò trasferire altro che due batterie. — Faccia il meglio che può e domattina mi riferisca a che punto siamo. — Crac... il telefono si chiude. Mi trovo in un bell’imbarazzo!
     Mentre il mio Aiutante Maggiore chiama al telefono i comandanti di batteria, provo a rifare il conto dei mezzi di trasporto strettamente necessari. Un camion grande per ogni pezzo, cioè 24 camions; otto camions per ogni batteria per le munizioni, così altri 32. Due per batteria per materiale vario, ufficio ecc., cioè otto carri più due per il mio comando di gruppo; uno per materiale e bagaglio ufficiali... E i telai?... E i sottopaiuoli...? Travi enormi di quercia lavorate con gran fatica e precisione, senza le quali non si può piazzare il pezzo?... E i fucili e le loro munizioni, e le riserve da bocca, il posto di medicazione, i materiali antigas?... Povero me!... Come potrò eseguire l’ordine con 25 autocarri se, quando debbo trasportare anche il materiale da posizione, non mi basterebbero neanche gli 80 richiesti?
     Mi attacco nuovamente al telefono e chiedo di parlare col generale.
     — Ma debbo portare con me anche i telai da posizione. I ferramenti, le staffe, ecc? — Porti via tutto quello che occorre per piazzare subito le batterie in altro punto del fronte dove non si troverà niente e si ricordi che domenica alle 15, un treno sarà pronto alla stazione di Castelfranco. Le munizioni può lasciarle al deposito generale d’artiglieria a Salvarosa. — Meno male, penso, e rispondo: — Va bene... Domenica alle 15 il mio Gruppo sarà tutto caricato sul treno. L’impegno è preso e non debbo mancare.
     Giacché posso lasciare a Salvarosa tutte le mie munizioni, stanotte porterò via quelle soltanto facendo fare due, tre viaggi, agli autocarri, quanti ne occorreranno. Domani notte porteremo via il resto.
     Si sentono in arrivo i primi autocarri che rombano a motori stanchi. Ad ognuno dei miei tre Ufficiali affido il comando di un Gruppo di tre autocarri che si avviano subito in posizione, alle batterie. L’ordine è questo... “Caricare munizioni e filare a Salvarosa... Scaricare e tornare in posizione facendo spoletta fino all’alba... E' necessario compiere lo sgombro in nottata” .
     L’Ufficiale alle munizioni del Gruppo intanto, col suo registro, precederà con l’unico autocarro disponibile che potrà caricare munizioni a Cavallea, e aspetterà a Salvarosa.
     Nella notte oscura e senza stelle si sente il rumore affrettato degli uomini che portano i pesi, tonfi sordi del materiale che scuote i camions, i motori che rullano e si allontanano. C’è pericolo di un lavoro confuso, ma ho dato ordini precisi e sono tranquillo.
     Per raggiungere le batterie di Crocetta, i camions debbono percorrere la strada di Cornuda, ma per andare a Levada è necessario sfilare per una stradicciola a sterro, chiusa tra due siepi alte e vicine. Precede un uomo, ma il terreno cede. Si torna indietro e si raggiunge Onigo e per la via scoperta parallela al Piave, si avanza fino a Levada. Dopo poco più di una ora, tornano i primi camions carichi di bombe. Gli ufficiali di guida scendono e la colonna è diretta da un Sergente Maggiore. Arrivano altri 12 camions vuoti e in un baleno si formano nuovi gruppi che gli Ufficiali guidano in posizione da dove tornano col materiale e con altri uomini che faranno lo scarico a Salvarosa.
     Tutto procede bene. Un solo camion ha sfondato la strada e si trova in panne verso Pieve di Onigo. Gli uomini scaricano, sollevano le ruote, rimettono in istrada, ricaricano e via a raggiungere la colonna già in marcia. Le operazioni si fanno tutte al buio, quasi a tastoni perché ogni luce può dare un bersaglio per il nemico; ma il nemico che ascolta dalle non lontane sue posizioni, sente il rumore insolito e tutto ad un tratto una colonna di camions si trova immersa in un gran fascio di luce. I riflettori ci hanno scoperti.
     Il Comandante della colonna non può badare a queste inezie. Il lavoro deve essere compiuto ad ogni costo e per un bel pezzo di strada la luce permette di evitare le buche e le macerie. I camions filano veloci e indifferenti, voltano dietro una collina, entrano nella zona d’ombra e il nemico ne perde la traccia, ma allora comincia a tirare sulla strada.
     Parecchi colpi se ne vanno lontani, nessun danno. Finalmente, abbandona l’impresa.
     Mando un ciclista con ordini precisi alle riserve di Gruppo e di batteria che si trovano accantonate fra Altivole e Caselle. Dentro la giornata di domaini tutte le riserve, cavalli, carrette e materiali, si troveranno riunite sul piazzale della stazione di Castelfranco dove pernotteranno all’addiaccio. Gli uomini esuberanti al carico, domani si concentreranno al parco automobilistico di Fanzolo e, valendosi degli autocarri di servizio al gruppo, si recheranno alle rispettive batterie per prestare aiuto.
     Stamane alle sei ho potuto telefonare al Generale Fano che tutte le munizioni erano state trasportate a Salvarosa. — Ho dovuto impiegare 70 viaggi camions; gli ultimi hanno percorso le strade sotto il tiro e in pieno giorno. — Bene... risponde. Per la notte prossima quanti camions vuole?... — Me ne bastano 36 purché siano pronti a varcare lo sbarramento di prima linea non appena si fa scuro. Prometto di partire domani all’ora stabilita. Oggi si lavorerà dietro i mascheramenti. Il materiale sarà trasportato lungo le strade e nella notte prossima si farà il carico.
     I telefoni dovranno funzionare fino all’ultimo momento. Alle 10 trasferisco il mio Comando a Maser.
     Raccolgo le mie carte, dispongo per il trasporto dei materiali del Gruppo giù a Cavallea, scendo alla 351a Batteria, mangio in fretta un boccone e lasciato il solo tenente Ferretti al comando tattico, che mi collegherà per gli ultimi provvedimenti, inforco la bicicletta d’ordinanza e prendo solo, la strada di Maser.
     Sul rettifilo della provinciale fra Cavallea e Monte Palazzo trovo la strada ingombra di sassi e di zolle perché il nemico l’ha battuta tutta la notte e non si è ancora dato per vinto. Le sue artiglierie la dominano e la prendono d’infilata. Sulla striscia bianca dal sole, può scoprirvi anche un cane che attraversi. Infatti giù dal fondo si alza una colonna di fumo e di polvere accompagnata da un grande scoppio e dalla nuvola vedo scappare fuori e venirmi incontro un ciclista piegato sul manubrio che corre velocissimo e vedendomi, salta a terra e si ferma. E' il mio porta ordini che ritorna da Altivole. Le riserve si preparano alla partenza e stasera si accamperanno a Castelfranco.
     L’ha scampata bella!! La granata gli è scoppiata proprio alle spalle. Sulla strada c’è una grossa buca, ma le scheggie hanno fatto ombrello sopra di lui e sono volate lontano. E' tutto coperto di terra e fa sangue dal collo. Osservo... E' una piccola ferita, probabilmente un sasso... Niente!... Vai a Cavallea, ripulisciti, medicati e poi raggiungimi a Maser. Rimontiamo in bicicletta mentre un altro colpo e poi due schiantano sui margini della strada e tra le siepi.
     Al bivio di Monte Palazzo, il mio posto di collegamento funziona ancora. Raccomando di preparare il fagotto, ma di fare buon servizio fino a domani e riprendo via.
     Dietro a me sento colpi in arrivo su Cavallea e su Levada: poi mi passano sulla testa dei carrozzini e dei carrozzoni che finiscono il loro viaggio a Cornuda e sul Fagarè. Grossi e medi calibri vagano per l’aria con una destinazione che, secondo la intenzione del nemico insospettito, dovrebbe tagliarci la via, ma ne risentono soltanto i muri delle povere case già bucati e crollanti.
     A Maser il colonnello Bono cortesemente mi esprime il rincrescimento per la mia partenza e rammarico per vedersi privato del gruppo bombarde durante l’azione che ritiene prossima.
     Anche a me dispiace di lasciarlo, ma c’è ancora la speranza che si debba tornare presto sotto di lui. Infatti, egli mi dice di dare in custodia tutte le postazioni alla 156a Batteria bombarde da 58 che, restando in linea come batteria di corpo d’armata, ci conserverà i nostri lavori e ci renderà più facile il ritorno.
     Stasera sono invitato a cena dagli ufficiali del comando di artiglieria.
     La giornata è stata faticosissima. Soltanto mi punge il desiderio di sapere dove ci mandano. Qualcuno dice sul Grappa. Altri in Fanteria... Oppure in Macedonia. Certamente per andare sul Grappa, non ci sarebbe bisogno di montare in treno. Nessuno lo sà. Neppure il corpo d’armata ne è informato. L’ordine viene dal Comando Supremo.
     La cena al Comando Divisionale è stata briosa e cordialissima. Il colonnello Bono ha bevuto alla nostra salute e ha voluto mostrarsi all’altezza delle - spugne - Ma non ci siamo, trattenuti a lungo. Fuori, arrivano uno dopo l’altro gli autocarri.
     Al solito ho diviso i gruppi, l’ho affidati al comando di ufficiali e li ho avviati in posizione. Qui possiamo accendere lumi e le lanterne che vagano in mezzo ad un trambusto indiavolato, disegnano ombre, danno una impressione strana, fantastica. Non ho mai visto tanto impegno negli ufficiali, tanta prontezza nei soldati. Ormai è corsa la voce che andiamo in Francia e tutti si sentono solleticati nel loro amor proprio. Se sarà vero vedranno gli alleati di che cosa sono capaci i bombardieri del Re d’Italia.
     Vedo uomini che si asciugano il sudore; sento i loro respiri affannosi. Ognuno prende la sua via e sparisce nella notte... Un momento di silenzio... Poi dalla parte opposta si avvicina un rumore di motori. E' un altro scaglione di autocarri vuoti che arriva. Un attimo di alt. Le guide montano su e avanti,... avanti presto!
     Il telefono m’informa che altri due camions sono in panna; uno già carico si è rovesciato... Si rimedierà anche a questo. Alle 23 passano i primi autocarri carichi... stracarichi. In ognuno stanno accoccolati e sfiniti dalla fatica otto o dieci bombardieri. Si soffermano... Un ufficiale salta giù... 271a Batteria! Bene!... Bravo!... Via subito a Castelfranco e poi di nuovo in posizione. I camions riprendono la corsa nel buio. Qualche bombardiere disteso sui non soffici tubi di lancio, ha il coraggio di canticchiare - Ragazze di Maser, ecc. ecc.
     18. — Sono le tre del mattino. Sono arrivati soltanto 22 camions e tutti gli altri cosa fanno?... Anche la notizia che due sono tutt’ora in panna mi tiene inquieto. Sto per telefonare al Comando del Corpo d’Armata quando sento un nuovo rumore. Ecco gli altri 16 promessi, penso. No... sono 5 soltanto... Bisogna in tutti i modi fare lo stesso con questi.
     Ecco l’alba. Non ho potuto contare gli autocarri tornati indietro carichi. Quelli di Crocetta li ho avviati per Caerano... Speriamo bene!
     Mi torna in mente che ieri sera il colonnello Bono metteva in dubbio che io potessi mantenere l’impegno preso di partire oggi e che io risposi che alle 15 di domani tutto il mio gruppo sarebbe stato in treno, pronto alla partenza. E’ stata quasi una spavalderia...
     No... ecco altri carri pieni. E’ pronto anche quello che dovrà portare me e la roba del gruppo. Ci sono anche i cani, la gattina bianca...
     Una voce mi grida da lontano “Ultimo camion”! E' il tenente Ferretti trionfante che ha corso in pieno giorno tutta la linea, visitate tutte le batterie e porta la bella, notizia. Tutti pronti. Sono le 9. Salto su anche io e filo in coda alla colonna.
Per la strada, la gattina bianca cade dal carro e scappa via. Non vuole venire con noi. Preferisce la libertà dei campi trevisani.
     A Castelfranco il carico è incominciato. I soldati sono tanquilli, ma lavorano e sudano. Il treno ci aspetta. Si fà il rancio all’aperto e siamo senza riposo da due giorni e due notti. Salgono sui carri ferroviari, una dopo l’altra le bombarde, le carrette, i muli, il materiale, il bagaglio. Siamo stanchi, ma nessuno pare che senta la fatica e non si ha nozione del tempo. Si va in Francia?... In Macedonia?... Chi pensa a questo? Si va a battersi certamente. Questo conta e questo ci da forza.
     I materiali spariscono dalla banchina e sono ingoiati dai vagoni. Non c’è più niente?... possibile?... Guardo l’orologio: Sono le 16,30.
     Corro al Comando di stazione e telegrafo al Comando XXVII Corpo d’Armata. Ultimato carico l77° Gruppo Bombarde - pronto partire... Mi butto sul guanciale della mia vettura e finalmente mi riposo.
     Dove si va?... Non lo so, e non m’importa più di saperlo.
     Si sono occupate 31 vetture in tutto, tante erano quelle messe a disposizione del Gruppo dal Comando del Corpo d’Armata col nostro treno speciale. E' un bel treno!


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