Fronte del Piave
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PARTE PRIMA
I.
LA GUERRA FRA GLI ABETI.

Dagli ozii romani ai passatempi vicentini. - I «terribili». - Campomolon. - Il 3o5. -I «cigni» di Costa di Mesole. - La seconda compagnia del 154° fanteria. - Un assalto a monte Coston. - L'Osteria dei Fiorentini. - Gli italiani cantano. - Il battesimo del fuoco. - Il primo prigioniero. - L'espugnazione di monte Coston. - Valle Fonda. - Le istruzioni ungheresi. - Come si muore... - Un assalto al Durer. - Addio, trincee di Valle Fonda. - Disciplina e fede.
Dagli ozii romani ai passatempi vicentini
29 maggio 1915.
     Alla vecchia caserma di Sant'Ambrogio, a Milano, sono aperti gli arruolamenti. Sulla vasta piazza, folla di richiamati. Qui, la notte del 3 agosto del 1848, Garibaldi aveva raccolto la sua disperata compagnia di ventura per riprendere la guerra contro l'Austria, per volontà di popolo, contro volontà di re. Portabandiera, Giuseppe Mazzini, motto «Dio e Popolo». Che le due grandi ombre ci proteggano!
Giugno – luglio.
      A Roma, al corso degli allievi ufficiali. Quale lieto soggiorno in questa fuggevole illusione di giovinezza! La mattina, manovra sulla spianata di Castro Pretorio, fra trilli di allodole e leggero respiro di brezza; la sera breve istruzione al «Parco dei daini» nella malinconia luminosa dei tramonti di Villa Borghese. Frattanto, sull'Isonzo si comincia a morire.
11 luglio.
     Abbiamo giurato, in sessanta ufficiali, «fedeltà al Re e alla Patria». Ma nel sentir ripetere per sessanta volte la formula burocratica del giuramento piemontese, il cuore si rifugiava nell'immortale invocazione di Mazzini: «Per l'amore che mi lega alla mia patria infelice, pei secoli dii servaggio che la contristano, pei tormenti sofferti dai mie fratelli, per le lagrime sparse dalle madri sui figli spenti o priogioni, per il sangue dei martiri della patria, per la memoria dei padri, per le catene che mi circondano... giuro!».
     Ma purché i nostri generali sappiamo condurci alla vittoria, perdoneremo alla burocrazia militare di non aver saputo in tanti anni di pace neghittosa regalarci un giuramento più decente. Tanto più che il bollettino del comando supremo ha già, in due mesi, mutato dizione tre volte. Dapprima la nostra linea di battaglia si chiamava «il fronte», in seguito «la frontiera», e, da qualche giorno, «la fronte». Speriamo che le preoccupazioni letterarie si fermino qui.
12 luglio.
     Si parte, finalmente! Partenza festosa, quasi chiassosa. Tutta Roma che resta saluta e plaude l'Italia che parte. E molti gridano: «Beati voi, felici voi, fortunati voi... che andate a respirare l'aria pura!». E strette di mano e abbracci e sorrisi; e poi da capo: «Beati voi...»; sì che vien fatto di chiedere: «E perché non ci venite anche voi?». Troppe feste, dunque? Ma anche Bismarck, passando per Magonza nell'agosto del '70, lamentava il soverchio entusiasmo della folla alle stazioni. E scriveva alla moglie: «Troppo per adesso; dovrebbero serbarlo per dopo la vittoria».
13 luglio.
      Prima tappa a Vicenza, la dolce città palladiana, tutta marmi, tutta portici, tutta preti; e sotto i portici, dietro ai marmi, in mezzo ai preti, lieto cicalare di donne sfaccendate. La città è vicina al teatro della guerra, ma è tranquilla, quasi spensierata. Un recente comunicato dell'«Agenzia Stefani» ci assicura che sono sbarrate le vie del confine, sì che è impossibile qualunque invasione nemica nel territorio nazionale. Finora, l'unico e microscopico lembo di patria violato è lo scoglio roccioso di monte Coston, sopra Arsiero, donde il nemico spia le nostre difese di monte Toraro e Campomolon.
I “terribili”.
14 luglio.
     Seconda tappa a Thiene, una cittadina pulita protetta dal monte Summano. E' presidiata dal 209° battaglione di milizia territoriale, composto di romani, in prevalenza barbieri, sarti, calzolai. Fra gli ufficiali, vi è Arturo Labriola, soldato di scarsa disciplina ma camerata di immenso spirito e di grande bontà d'animo; l'avvocato Persico, e il giornalista cattolico Bonfiglio. Il battaglione fa il servizio di polizia, ronde notturne per strade e campagne, ispezioni a campanili; servizi di pace in tempo di guerra.
17 luglio.
     Ma da tre giorni il comandante del battaglione legge e commenta nientemeno che la dottrina dell'«Attacco frontale», di Cadorna. Il testo rivela l'impronta personale e geniale dell'autore, ma persuade poco.

*

      Abbiamo avuto la visita gradita di Dogliotti e Bernasconi. Sono scontenti dei preti dell'altopiano. Penso con rimpianto ai vecchi preti del Cadore, ai Talamini, ai Volpi, i classici preti cadorini che nella vita non avevano che tre ideali: la chiesa, la caccia, la patria, e pregando, cacciando o cospirando, dov'era un povero abbassavano la mano per soccorrerlo, dov'era un debole alzavano il braccio per difenderlo.
18 luglio.
     Davanti al tribunale di guerra è stato giudicato il sagrestano di Rotzo, Vincenzo Slaviero, accusato di disfattismo. Avrebbe detto che l'Austria finirà col riuscire vincitrice e che gli operai italiani torneranno colà e in Prussia a lavorare a testa basta. Ma la verità è che il loquace sagrestano aveva diffuso una notizia tenuta fin qui segreta. E' saltato, per un colpo nemico da 305, il possente forte di Verena, seppellendo sotto le sue macerie quarantacinque soldati e sei ufficiali. Invece di cercare le eventuali responsabilità nei costruttori e nei collaudatori del forte, l'autorità se la prese subito col suonatore di campane di Rotzo. Fu assolto.
27 luglio.
     Partenza per la montagna, anzi per il fronte. La notizia è accolta con entusiasmo dai soldati. Si fa sosta a Velo d'Astico, in pieno paesaggio fogazzariano. Alla sera, prima di riprendere la marcia, la musica del 154° fanteria suona gli inni patriottici in onore dei partenti. I soldati cantano Fratelli d'Italia, ma la popolazione assiste indifferente. «Fuori le bandiere!», gridano i romani; ma il paese non ha bandiere, e allora i soldati corrono all'accampamento e ne tornano con un bandierone issato su un'antenna smisurata. L'apparizione spettacolosa è accolta da acclamazioni. Si domanda e si ripete a sazietà l'inno di Garibaldi. Si batte le mani, si urla. La popolazione tace.
     Marcia notturna. Per Arsiero e per Peralto, sempre fra monti cari al poeta di Miranda e del Piccolo Mondo, la nuova strada militare ascende ai prati di Malga Zolle e poi alla conca di Malga Toraro, dove il battaglione accampa in un bosco di faggi. Paesaggio ameno, appetito formidabile, morale superbo. I «terribili» prendono sul serio anche le consegne più innocue. Sono risentiti però col Governo che li ha vestiti con un panno smunto che, a distanza, assume un certo colorino, più che grigio, fulvo. Perciò, i nostri vicini del 154° fanteria, arma combattente, ci chiamano «i leoni». La definizione è perfetta, ma malvagia. Poveri territoriali! Secondo un calcolo del tenente Ausiello, i soldati del piccolo battaglione hanno lasciato a casa, per servire la patria, mille e seicento figliuoli.
Campomolon.
30 luglio.
      Al battaglione è assegnato il compito di riparare la strada di Campomolon, guastata tutti i giorni dal 305 austriaco. Gli ufficiali non sanno nemmeno dove si incominci a riparare una strada, ma si ingegnano; anche i soldati, i migliori barbieri e calzolai della capitale, sono presso a poco nelle stesse condizioni, ma lavorano di buon animo; si potrebbe dire che spezzano la breccia con dignità romana.
     Monte Toraro e Campomolon sono i due imponenti torrioni che dividono la conca di Arsiero dagli altipiani di Lavarone e di Folgaria; armati di cannoni e di obici, essi sono la nostra difesa e l'altrui minaccia; si parla di loro come di due santi protettori, con rispetto reverente, con devozione figliale; gli obici e i mortai di Costa di Mesole, delle Porte del Toraro, di Valbona e del Melignone sono gli strumenti minori che completano la grande orchestra italiana. Ma davanti a noi, quale altro e più terribile «concertato» di guerra! Di contro alle due cime italiane, ridotte a forti improvvisati e non finiti, l'Austria ha da tempo, nei giorni dell'alleanza, schierato sette imponenti piazzeforti: la cima di Vezzena, o Spitz Verle, acuta piramide a 1908 metri sul mare, inclinata verso occidente, la Busa di Verle, il vasto campo di Luserna, e poi il Belvedere, il terribile Belvedere, tutto bianco, scavato in viva roccia, con tre grosse cupole d'acciaio e due torrette da mitragliatrici, e poi il Malga Cherle, il Sommo Alto, il Doss del Sommo, e, tra forte e forte, tra fortezza e fortezza, i fortini di Costa Alta, le batterie di Oberwesen, quelle di Wiatz e di Pioverna Alta e le opere del Plaut e del Durer, del Maronia e del Milena.
     Da queste piazzeforti, sapientemente distribuite su una linea di sedici chilometri, lungo la frontiera che nel '66 il nemico vincitore ci impose, da questi vasti e possenti piedestalli di pietra e di acciaio, l'Austria si apprestava a fare il balzo in avanti contro di noi alla prima occasione. E di qui può venire, un giorno o l'altro, il pericolo. Anche il profano, purché abbia occhi, se ne avvede.

*

      Per oggi, il nemico tace. Parlano i soldati. Gli artiglieri si vantano di conoscere dal sibilo il calibro e la provenienza del proiettile nemico.
     C'è un veneto che, quando sente arrivare l'urlo del 305, lo accompagna fino allo scoppio col grido incalzante: «Te magno, te magno, te magno... si, te magno!».
    Alla Sella del Melignone, sopra l'altopiano di Tonezza, i nostri artiglieri hanno approntato delle finte batterie contro le quali il nemico si è l'altro giorno accanito. Unica vittima una gallina, la prediletta del vivandiere. Ma finché il nemico tiene monte Coston c'è poco da ridere, perché ogni nostra mossa è vigilata, seguita, perseguitata. Cinque compagnie del 71° e del 72° fanterie (brigata Puglie) hanno tentato di riprenderlo, ma, giunte sotto la parete calcarea che gira attorno alla cima, come una fascia attorno al dorso di un uomo, sono state flagellate. I morti sono rimasti sul terreno, i vivi deferiti al tribunale di guerra. Eppure, si sono tutti battuti bene. Il tenente Buongermini, ferito quasi a morte, trovò la forza e la serenità di mandare al capitano Bergnia questo biglietto: «Ho le gambe spezzate, ma sorrido. Ho fatto il mio dovere: viva l'Italia». Il tenente Baracchi, ferito sotto i lastroni che guardano Costa d'Agra, al caporale Casolo, che accorre per portarlo in salvo, gli ingiunge di lasciarlo: «Va, pensa a te, per me è finita». E svenne. Ora è prigioniero a Innsbruck.

Il 305
1° agosto.
I «terribili» hanno trasformato l'accampamento in una città – giardino. Ogni tenda è recinta di rododendri.

2 agosto.
     La nostra linea di occupazione arriva a Costa d'Agra, a ottocento metri da monte Coston. Dal posto di vedetta si scorge distintamente la sentinella austriaca. Più sotto, ai piedi della fascia calcarea, si vedono ancora i morti che dal mese di giugno attendono sepoltura.
     Più tardi siamo saliti sopra il fronte incompiuto di Campomolon, alto 1855 metri sopra il mare. E' nebbia, ma un colpo di vento offre d'un tratto ai nostri occhi, quasi sfacciatamente, il più imponente spettacolo di praterie, di boschi, di scintillanti lontane dolomiti, da Cima Portule al Becco di Filadonna. E' l'affare di un minuto, ma nella breve ed inattesa parentesi di sole, si vede lucere ai piedi il laghetto di Lavarone, e biancheggiare fra verdi pascoli ville deliziose, e rosseggiare gli spalti tormentati del Luserna, e protendersi dalla nuda roccia che strapiomba sull'Astico, il Belvedere.
     La nebbia ritorna, quando d'improvviso un urlo immenso, angoscioso, terrificante sopraggiunge e si prolunga, si estende e si avvicina, sempre più forte, sempre più rabbioso, crudele, feroce; e mentre l'aria tutta intorno ne trema, e il cuore sospende i suoi battiti e il petto trattiene il respiro, e gli occhi si aprono trasognati al terribile prodigio, l'urlo ha tempo di finire in uno schianto e in un nembo, e dallo schianto e dal nembo si sprigiona un turbine di polvere, di pietre, di ferro, onde l'aria resta a lungo oscurata e una pioggia d'innumeri scheggie si irradia e discende quasi lentamente per ampio raggio all'intorno. E' il 305. Che affare!
     Monte Coston si è accorto. Tutti corrono a ripararsi all'osservatorio, ma non in tempo prima che un secondo colpo, meglio diretto, sventolando sopra il capo, non butti a terra gli uomini come fuscelli. Dall'accampamento di fanteria, posto a ridosso del forte, fuggono i fanti a cercare riparo sotto le roccie e nelle poche caverne. Subentra un silenzio di morte. Il dominio del piccolo mondo di Campomolon in questo momento è serbato al mostro invisibile e lontano che dai penetrali boscosi di Sommo Alto si ostina a cercar delle vittime. Frattanto il tenente Cabib, del 1° artiglieria, spiega che ogni colpo costa 3000 lira e pesa 420 chilogrammi. Arriva il settimo colpo che ostruisce la bocca dell'osservatorio. Ma Cabib, il piccolo Cabib, è loquace. Racconta che ieri i nostri portarono nelle trincee di Costa d'Agra un prigioniero ferito e un sergente morto. Il sergente, Leopold Bergmann, aveva avuto l'audacia di uscire da monte Coston in pattuglia per affrontare il nostro piccolo posto. Circondato, rifiutò di arrendersi; ferito, rifiutò di essere soccorso; invitato a lasciare la baionetta, morsicò la mano al bersagliere che gli si era avvicinato. Accettò soltanto una sigaretta dal sergente Pandiani che lo aveva conosciuto in Austria, nella sua bottega di barbiere. Quel tempo erano amici... Fumò e morì senza dire parola. I nostri lo hanno sepolto con tutti gli onori, da cavalieri antichi, da latini, mentre le salme del 71° dormono insepolte da quarantacinque giorni sotto la cresta di monte Coston.
     Arriva l'ottavo colpo, l'ultimo, se Dio vuole. L'Austria ha speso così 24 000 lire, o corone che sieno, senza alcun risultato. Ma confesso che il 305, sentito per la prima volta e senza la dovuta preparazione d'animo, fa un certo effetto.
4 agosto.
      Anche oggi gli austriaci tirano contro Campomolon. Due feriti...
     L'imperatore Guglielmo ha detto, nell'anniversario della dichiarazione di guerra: «Dinanzi a Dio e dinanzi alla Storia, giuro che la mia coscienza è netta». E in Germania non si è trovato ancora nessun soldato che gli abbia sparato.
5 agosto.
     Bisogna salire all'osservatorio di Cimoncello Toraro per conoscer bene questo famoso monte Coston! Visto di qui, è un vero nido d'aquile. Dall'osservatorio, il panorama è grandioso. A oriente, a traverso la forcella Molon, spicca lo Spitz Verle, aguzzo, col forte terminale; a occidente si distendono le verdi abetaie del Maronia e le verdissime malghe di Campeluzzo, donde fumano ancora le case incendiate dagli austriaci; davanti, verso nord, altero, come sospeso nell'aria, il Becco di Filadonna, e poi il Corneto; più in là, bianche di nevi, altissime, le cime di Zoia e di Brenta. E' un gran bel paese il Trentino.

I «cigni» di Costa di Mesole.
14 agosto.
     Si è lavorato a portare a Costa di Mesole i pezzi da 149. I «terribili» sono i servitori di tutti. A Costa di Mesole c'è una deliziosa conca alpestre che è stata battezzata dal verso dell'Ariosto: «Giace in Arabia una valletta amena»; nella conca un piccolo stagno, o meglio pozzanghera, con quattro bianche oche portate dagli artiglieri da Arsiero. Sono «i cigni» del lago di Costa Mesole. Celebri i «cigni», celebre «il lago»; diventerà celebre anche la valletta amena.
*

     Grande passaggio di artiglieria. Si muove il 154° fanteria, brigata Novara, che va in trincea.
15 agosto.
     Ferragosto. Lo hanno festeggiato gli austriaci con undici colpi da 305, dei quali otto inesplosi. Ad ogni scoppio mancano i soldati fischiavano, come all' «Adriano».
     A sera, sotto ogni tenda c'è un lume e un po' di baldoria, come a Roma e a Milano sotto ogni tetto c'è una festa. Ogni cuore pensa alla sua casa lontana...

17 agosto.
      Viaggio interminabile e faticoso, per Costa di Mesole e Malga Campeluzzo, fino al monte Gusella per trasportar proiettili alla batteria Sesini, dell'artiglieria pesante campale. Mentre si marcia, si inarcano e incrociano sopra il nostro capo i proiettili delle opposte artiglierie.
     C'è aria di avanzata. A Campo Azaron, un battaglione del 4° reggimento bersaglieri si appresta a muovere. Il tenente Broggi, il dottor Medri e il maggiore Boinaghi stappano bottiglie per brindare all'avanzata imminente, come fosse una partenza per la caccia. Il sole tramonta serenamente. Dalla forcella di Costa di Mesole si assiste al doppio spettacolo del sole che si spegne ad occidente e dei fuochi delle mense che si accendono a oriente.

20 – 23 agosto.
      Al tribunale di guerra di Thiene sono stati giudicati i quattro ufficiali della brigata Puglie che non riuscirono ad espugnare monte Coston. Il processo finì colla loro glorificazione e colla sconfessione del sistema di domandare agli uomini l'impossibile, o, peggio, di chiamare gli esecutori a rispondere degli errori altrui. Mentre si chiude il dibattito, arriva la notizia che contro monte Coston si è tentato un nuovo attacco in forze. Il 154° fanteria e i bersaglieri del 2° reggimento si sono portati splendidamente, ma la partita si è chiusa in pura perdita. Fra i morti si dice vi sia il prode colonnello Barco.

24 agosto.
      Addio, miei buoni e cari «terribili»! Si passa alla fanteria, al 154° reggimento. Addio, bravi soldati del battaglione romanesco, buoni soldati della «terribile», pieni di figli, di sopracapi e di appetito.

La seconda compagnia del 154° fanteria.
25 agosto.
     Incipit vita nova. La mia compagnia è la seconda ed è ormai chiamata la «compagnia dei tre avvocati», perché gli ufficiali sono tutti e tre uomini di chiacchiere, uomini di legge. Il comandante di compagnia si chiama Bianchi, il collega sottotenente, Cesa Bianchi, l'uno e l'altro vecchie conoscenze milanesi.
     I sergenti sono tutti capomastri, che conoscono mezza Europa; i soldati muratori, terrazzieri, cottimisti o contadini del Comasco e del Varesotto, quasi tutti socialisti e reduci dalle vie del mondo. Parecchi della seconda compagnia sono di Cantello, il dolce luogo dove, d'ottobre, i tordi vengono al paretaio...
     Ma il più grazioso è il mio attendente, il piccolo Ellero, friulano, un ragazzo analfabeta, intelligentissimo, tondo e roseo come un fiore di pesco.

Un assalto a monte Coston.
26 agosto.
     La compagnia è a riposo a Casarette di Toraro. Sta riassettandosi dopo la dura prova subita il 20 agosto a monte Coston, dove ha lasciato sul terreno un terzo dei suoi uomini. L'assalto alla vetta assassina era stato assegnato ai due primi battaglioni del 154°. Compagnie del secondo reggimento bersaglieri dovevano operare con azione dimostrativa e fiancheggiante.
     Le truppe hanno passato la notte all'addiaccio, nel bosco dell'Osteria dei Fiorentini, perseguitate dal riflettore del Belvedere: poi, verso l'alba, sono partite all'assalto. Ma i reticolati erano intatti e il nemico, dalle feritoie delle sue trincee scavate in roccia, vomitò piombo e mitraglia. Il colonnello Barco nell'ordine di operazione aveva scritto: «Muoverà per prima la quinta compagnia. Il vostro colonnello marcerà in testa». E mantenne la parola. Primo a marciare, fu tra i primi a cadere, coll'addome trapassato da pallottole. Trasportato al posto di medicazione, disse ai medici: «Non vi curate di me; voi avete obbligo di curare per primi i feriti leggeri, perché possano ritornare al fronte». Per fortuna non è morto e vi è qualche speranza di salvarlo.
     Ma quanti episodi di eroismo si raccontano! E tutti di un eroismo semplice, ingenuo, nativo, profumato di gentilezza, illuminato di bontà.
     Il caporale Elli di Luino, rimasto ferito vicino ai reticolati, vede passare il sergente Poretti: «Sono ferito, grida, mandami a prendere!». Il sergente gli manda il caporale Zanotti, ma poiché nel frattempo un altro è rimasto sul terreno vicino a lui, l'Elli grida: «No, prendi quello, che è più grave di me». Frattanto è ferito da un secondo colpo e resta sul posto. Se ne ignora la sorte.
     Il tenente medico, che fa questo racconto, è rimasto stupefatto del contegno dei soldati. Quando il reggimento si mosse da Varese, dove fu formato, non si era udito che un grido: «abbasso la guerra»; oggi invece questi giovani spregiudicati, questi ex emigranti, messi a contatto della realtà, e soprattutto fatti persuasi della sapiente e possente preparazione austriaca alla guerra, sono diventati dei soldati magnifici. Il colonnello Barco «li odiava», per quel certo grido di Varese ma quando li ha visti all'assalto, ne è rimasto commosso. «Quello che è difficile però, soggiunge il dottor Besta, è di tenere la disciplina con questi benedetti socialisti che vogliono discutere di tutto, con tutti e contro tutti. Quella notte, all'addiaccio, in presenza del nemico, non c'era modo di farli star zitti. Ma bisogna aver pazienza. Anch'io quando, nella luce del riflettore del Belvedere, ho visto saltarmi avanti una lepre, non ho potuto trattenermi dal gridare: «la legora, la legora!» E allora... fu un disastro generale».

1° settembre.
      Sull'imbrunire, giunge un ordine di marcia per la seconda compagnia. Alle dieci di notte, alla forcella Valbona, siamo sorpresi dal riflettore del Belvedere, che sta scrutando le pieghe della montagna. Si procede in cauto silenzio, sempre inseguiti dall'occhio nemico, mobile e luminoso. Rasentando monte Coston, ad uno svolto, appare tonda e rossa la luna. Da ogni cuore, che fin qui tratteneva il respiro per rendere il passo più lieve, parte un grido sommesso: «Che bella luna!» - «Silenzio, perdio!» - «Signor tenente, che bella luna!».
     A mezzanotte siamo a Costa d'Agra, a piazzare artiglierie, protetti dalle vedette. Artiglieria, genio e fanteria lavorano in lieta concordia. Sulla vetta siamo cinque ufficiali, di armi diverse, ma, nel presentarci, ci accorgiamo di essere tutti avvocati: Campo di Lecce, Cesa di Milano, Ruga di Monza, Bisacca di Torino...
     «Questa è proprio la guerra dei professionisti», osserva uno. «E dei contadini», si affretta a soggiungere.
     Il nemico ha sparato lungamente a shrapnels, ma la notte, bella e rorida di rugiada,, odorava come di un senso sacro.
2 – 5 settembre.
      Piove da tre giorni. E poiché la notte «bella e rorida di rugiada» (Dio ci salvi d'ora innanzi dalle frasi!), la notte di Costa d'Agra, ci ha procurato i reumatismi, si vive sotto la tenda con le candele accese per scacciare l'umidità, come in una camera ardente.

L'Osteria dei Fiorentini.
8 settembre.
     Sole! Festa di Maria. Dai vicini e dai lontani accampamenti convengono le truppe di tutte le armi, di tutti i reggimenti a Casarette di Toraro, per la messa solenne. C'è l'altare, c'è il pubblico, c'è il chierico servente, ma manca il prete. Dov'è don Grena? «Ha tagliato la corda», rispondono i soldati. Così, proprio per colpa di don Grena, l'ufficio religioso si converte in un grande comizio patriottico, anzi in una messa laica.
11 settembre.
      La vetta di Costa d'Agra è stata trasformata in un fortino. I ricoveri sono allineati come i sepolcri delle catacombe. Sulla viva roccia sono stati scavati camminamenti, trincee, ridotte, ricoveri. Ma dal vicino Plaut il nemico tira senza tregua. Se non ci fosse questo inconveniente, il soggiorno sarebbe incantevole. Tutte le Alpi tridentine ridono attorno a noi nella piena luce del giorno serenissimo; il laghetto di Lavarone e, più in là, quello di Caldonazzo ci invitano ad abbeverarci al puro specchio delle loro acque. Chi sa quando ci arriveremo!
     Siamo passati davanti alla fossa del sergente austriaco Bergmann. Sulla croce una mano ignota e generosa vi ha scritto:
QUI GIACE LA SALMA DI UN AUSTRIACO.
GLORIA A LUI BENCHE' NEMICO.

     Ma, accanto a lui,fu sepolto un bersagliere. Così le due salme nemiche si toccano, riconciliate nella morte, quasi ad anticipare l'avvenire.
*

     A forcella Molon, mentre lavorava, è morto un territoriale del genio, Cellerino. Lascia sei figli. Aveva in saccoccia la lettera della moglie che gli annunciava che non sapeva come sfamarli.
     Questa morte pietosa ha commosso i soldati.
     Ma alla sera i giornali recano qualche notizia esilarante. Il Kaiser, è sempre lui che riempie di sé il mondo, parlando con Frendrich, l'autore della Guerra e il Socialismo, gli ha confessato di avere pianto sulle sventure della Francia. E ha pianto sinceramente, perché lo stesso Frendrich vide le lagrime sul ciglio augusto, quando il Kaiser ebbe a sentenziare che la Francia oramai è un paese giudicato, in spaventosa decadenza. E lo scrittore tedesco, continuando per suo conto, finisce col dire che lo scopo della guerra è di «rendere la Germania alla sua missione storica, quella di essere il cuore dell'Europa e di preparare la elaborazione intima della umanità europea».
     La Germania il cuore d'Europa! Questo poi no. L'umanità provvederà da sé ai suoi destini.
15 settembre.
      Ieri, due ufficiali dello Stato Maggiore sono venuti in ricognizione all'Osteria dei Fiorentini, fra monte Coston e Soglio d'Aspio. Povera osteria! Non ne avanzano che i muri perimetrali; ma il luogo è tuttavia ameno, fra boschi di abete e qualche pallido larice, tutto recinto di baiti e di malghe, i baiti de' Marchi e di Gaspero Fiorentini, le malghe delle Lanze. Era sito di convegno a cacciatori e a contrabbandieri, rifugio di sperduti, in cerca, più che di beccaccie, di avvventure.
     A Malga Fratte d'Arsiero, poi, presso il comando del nostro reggimento, le vedette, nascoste dietro gli abeti, hanno trasformato gli alberi in altarini, incastonando nella corteccia le cartoline del paese natio, l'effige del santo protettore o il ritratto della fidanzata.
Gli italiani cantano.

      Anche oggi ha infuriato il 305, ma su diciannove colpi ne abbiamo contati undici inesplosi.
     Questa sera, mentre stiamo ritirandoci nella galleria del forte di Campomolon, dove le truppe sono ripartite, arriva l'ordine, anche agli ufficiali, di dormire vestiti. Le nostre artiglierie hanno istruzione di non sparare su monte Coston. E' comandato il silenzio assoluto. Evidentemente si tenta un attacco di sorpresa.
     Il maggiore Gigante, dell'artiglieria, ci invita a salire alla forcella Molon.
     Luna falcata, calante a occidente. Passa sulle nostre teste l'urlo delle artiglierie contro il Belvedere. Monte Coston è tutto un incendio. Sono gli austriaci che lanciano razzi, il loro giuco preferito, come scrive Garibaldi nelle Memorie. Scoppia tratto tratto la fucileria. Qualche crepitio, per quanto lontano, agghiaccia il sangue. Nulla di più penoso che assistere inerti ad una battaglia lontana.
     A mezzanotte, tutto si acqueta. Mentre si torna al ricovero, nel silenzio mortale che ci circonda, dalle viscere del monte ecco uscire un coro sommesso, anzi un accenni di coro, un bisbiglio cadenzato, un canto a fior di labbra, fatto di voci lente e malinconiche, accompagnate da languidi accordi di mandolino. Ci fermiamo. Donde viene questo lamento di cuori? Battendo il ciglione della strada e tastando la parete del monte, si rimuove un assito che schiude l'ingresso di una caverna, un deposito di munizioni abbandonato. Vi entriamo, e in fondo, al chiarore di una lampada fioca, appare un gruppo di soldati. Sono i genovesi del 1° artiglieria, che si sono rinchiusi nella spelonca pur di cantare le loro canzoni rivierasche , per cantarle a se stessi, da nessuno uditi, come l'usignolo canta, a se stesso, nel silenzio della notte.

Il battesimo del fuoco.
17 settembre.
     Al tocco è arrivato fulmineo l'ordine: «tenersi pronti per partire». Il cannone tuona incessante, sì che ne trema la terra. Dall'osservatorio sopra la casermetta d'artiglieria, si vedono i due riflettori, il nostro di monte Toraro e quello nemico del Belvedere, incrociare i loro fasci su monte Coston. Alta nel cielo, sopra le linee nemiche, trema una lampada, come stella a luce intermittente. Il maggiore Gigante insegna: «E' il Becco di Filadonna che fa segnalazioni». Ogni forte italiano, ogni forte austriaco spara; è tutto un tuono e un lampo il Belvedere.
     Il cannoneggiamento dura la notte e il giorno. Ma soltanto verso l'imbrunire il battaglione parte, a piccoli gruppi, scivolando, fra un tiro e l'altro, attraverso la forcella. Addio Campomolon, addio tepida casermetta dove tante volte fummo ospiti degli amici dell'artiglieria! Dove andremo? Lontano, lontano...
     Dopo tre ore di marcia silenziosa, fra meravigliosi boschi di abeti, lasciando a sinistra il Coston d'Arsiero, si arriva alla trincea 3 bis, sotto monte Coston. A traverso i tronchi secolari, tra la frangiatura dei rami lucenti di licheni, si intravvede il Belvedere.
18 settembre.
      Si dorme a terra nuda; qualche fronda d'abete fa da origliere. Alle tre del mattino la dodicesima compagnia si muove. «Dove andate?» - «All'avanzata»». - «Dove?» Nessuno lo sa. E' destino dell'ufficiale di plotone di non vedere e non sentire cento metri più in là del suo piccolo reparto; re e suddito del più umile regno. Senza carte topografiche, senza «ordine di operazioni», senza un programma noto, si cammina alla ventura. Si vive fra i propri cinquanta soldati, con loro e per loro; non si conosce che loro, non ci si muove che con loro. Oramai, non arrivano più le notizie del mondo. Il regno delle conoscenze finisce a Campomolon, dove lo spartiacque separa le valli e la vita. Siamo prigionieri della guerra, per quanto si combatta per la libertà.
     Alla dieci, mentre si sta scodellando il rancio, il mio plotone riceve l'ordine di partire per Malga Coston a portarvi rotoli di filo spinato. Mangeremo al ritorno. Nella valle delle Lanze, presso l'Osteria dei Fiorentini, vengono incontro dei feriti. Cosa è accaduto? - «Sembra che il nemico attacchi». Sovra il capo infatti miagolano gli shrapnels; siamo in vista del Belvedere. I «complementi», soldati padovani arrivati ieri a ingrossare la seconda compagnia, si sbandano. Non sapevano ancora cosa fosse «il fuoco». I varesini ridono, da esperti veterani. Riordinato il plotone, torniamo al bosco a pomeriggio inoltrato, stanchi e famelici per l'ormai lungo digiuno. Ma qui ci attende una sorpresa. Tutto il reggimento è in piedi, armati, inquadrato, a plotoni affiancati. In testa, il colonnello Rossi, l'aiutante maggiore Bancale, il cappellano, la bandiera. Vi è qualche cosa di solenne in quella inattesa parata.
     Il colonnello grida: «Non si attende che voi. E' impegnato il combattimento».
     Addio, rancio caldo! Mentre prendiamo posto, il capitano Bancale ci dà qualche notizia. «Il nemico è sceso dal Soglio d'Aspio per attaccare risolutamente l'Osteria dei Fiorentini; bisogna ricacciarnelo. Da Malga Secondo Posto sono usciti rinforzi austriaci che marciano su quattro colonne; bisogna sbaragliarle». E poi, sorridendo: «Oggi battesimo di fuoco». Ci siamo, finalmente!
     Si parte, a passo di corsa, mentre davanti crepita già la fucileria. Si rivede la valle delle Lanze, si ritorna all'Osteria dei Fiorentini... E qui, improvvisamente, per la prima volta fischiano sul capo le pallottole. Donde vengono? Il primo effetto è di freddo, la prima sensazione è di brivido. Francamente, davanti alla fucileria il cannone perde di dignità. Dietro la pallottola si vede l'uomo.
     Incontriamo degli sbandati, poi qualche fuggiasco. Quando il capitano Bachi, che comanda il battaglione, li ferma spianando la rivoltella, i soldati nostri osservano: «Quelli però non sono della nostra compagnia!» Inquadrati gli sbandati e i fuggiaschi, il battaglione riprende la marcia, anzi la corsa, sotto l'urlo di tutte le artiglierie. Al Baito de Marchi c'è il colonnello. Grida, forte, a tutte le truppe: «Baionett-cann!» Scattano i ferri, si buttano a terra zaini, mantelline, bisacce. Bianchi lancia il grido: «Seconda compagnia, Savoia!»; un urlo risponde, un urlo solo: «Savoia!», e su tutti per l'erta del monte, sempre al cospetto del Belvedere, sempre gridando e sempre correndo, come se dalle viscere della terra una molla invisibile sospingesse gli uomini sempre più avanti, sempre più in alto, contro un nemico invisibile. Che cosa sia avvenuto da questo momento, proprio non ricordo. So che a un certo punto, esaurito dallo sforzo, mi son trovato a terra col cuore che quasi mi si spezzava. Eravamo sulla cima del colle, in un'ampia radura, mentre il sole volgeva serenamente al tramonto. I soldati si disposero a terra, in catena allungata, gomito a gomito, per sfuggire alle pallottole e alle pallette che saettavano sopra, miagolando. Poi procedendo a sbalzi, carponi, i primi plotoni arrivano ad un muro rettilineo e bianco, bianco come la cinta di un camposanto. E' il confine, il vecchio e sciagurato confine del '66. Una pietra piramidale porta un numero: Termine Cinque.
     E' notte alta. Il nemico? Scomparso. Si veglia sul posto.

Il primo prigioniero.
19 settembre.
     All'alba, sento zirlare sopra il mio capo. Sono i primi tordi che passano, i tordi che vanno in Italia, che vanno al paretaio. Scoppia ancora la fucileria; si risponde con una scarica rabbiosa; poi il sergente Malnati esce in pattuglia e ritorna con un prigioniero tremante. E' un italiano, dell'altipiano di Folgaria, Daniele Sartori del 3° reggimento «Tirolerkaiser Jäger»; tiene in tasca un libro di poesie, con l'Orazione a Maria, le Stagioni dell'anno e l'Inno all'imperatore.
     E' trattato duramente, da rinnegato; ma quando, nello sfogliare le sue carte, si leggono alcune lettere, lo sdegno muore sulle labbra. Sono lettere della moglie, che scrive da Neu Benaken, dove si è rifugiata, e vi traspira un acuto senso di bontà e di nostalgia.

«Qui ci sono bei paesi, bele città; tutto pianura, tuto belo; un monte non si vede, ma per noi beati i nostri paesi. Speriamo che se Dio vuole, arriverà quel giorno che ci vedremo. Se poi tu sei vicino, va in chiesa qualche volta a dire un avemaria.»

     Povera donna, povere tutte le nostre donne...
     Ma, intanto, da due giorni non si mangia. Stamane i cucinieri sono scappati lasciando le marmitte allo scoperto, a pochi passi da noi. Due soldati, Martignoni di Schianno ed un altro, si propongono di andarle a ricuperare. Qualche minuto dopo, ritorna uno solo con due fucili. «Questo è il fucile di Martignoni, dice, morto di pallottola vicino alle marmitte». Povero Martignoni, aveva la moglie all'Ospedale Maggiore di Milano. Frattanto, i soldati hanno lavorato senza posa a scavare e approfondire trincee. Qualcuna è trasformata in un vero fortino. Ma quella di Cesa Bianchi ha già il suo nome: «la trincea della morte», perché appena nata ebbe il suo battesimo di sangue: tre morti e due feriti in pochi minuti. Arrivano anche le prime bombe asfissianti e lagrimogene, prodotti recenti della cultura teutonica. Non si fa che piangere per tutto il resto del giorno. Si piange ridendo, si ride piangendo.
20 settembre.
     Notte nervosa. Alle tre del mattino suona la parola: «Avanti!» I soldati balzano dalla trincea, in silenzio. Il nemico spara coi piccoli calibri, ma contro i tronchi e le frangie degli abeti lussuriosi, il piombo austriaco cade estenuato. Abeti generosi! Questa guerra fra i boschi, che ci difendono dal sole e dal cannone, mi ricorda le partite di caccia nella veneta foresta del Cansiglio.
     A sbalzi successivi, l'ondata arriva nella «Valle dei tre sassi», di fronte agli imponenti e minacciosi trinceramenti del Durer. Mentre si allestiscono le prime trincee, il padovano Scarabeo, che è di vedetta, tien allegra la compagnia. Ad ogni stormir di fronda vede «el todesco», ora con la mitragliatrice, ora col fucile a cavalletto, infine col mulo caricato di marmitte. Per fortuna arriva il rancio che gli snebbia la vista e ristora a tutti lo stomaco esausto.
L'espugnazione di monte Coston.
21 settembre.
     Tutta notte infuriò il bombardamento, di tutti i calibri. Arriva anche, imponente, il 305; poi si aggiunge la fucileria, insistente, implacabile. Il cielo è tutto fiammelle, le rocce tutte scintille, gli abeti tutte piaghe bianche per le scorticature. Qualche ferito in trincea. Hanno sparato molto anche i nostri, forse troppo. All'alba, esce una pattuglia per raccogliere i feriti. Se ne torna con un tordo morto. Eppure tutti avevano la convinzione di aver distrutto mezzo esercito austriaco...
22 settembre.
      Anche oggi bombardamento, bombardamento, bombardamento. Si batte la nostra trincea, si batte quella di sinistra del capitano Astuti, si batte quella di De Castiglioni, quella di Fiocca, quella di Reggiani; si batte il posto di comando del maggiore Scrivante (ogni giorno cambiano i comandanti di settore!), si batte palmo per palmo tutto il terreno. In certi momenti l'aria è tutta una vibrazione, che non ha soluzione di continuità; si lavora a sprofondare la trincea, assai malconcia, ma si rinuncia al rancio, perché uscire allo scoperto vorrebbe dire morire.
     Verso sera però, viene sepolto con gli onori dell'armi il povero Martignoni.
     Il cannoneggiamento, in qualche momento, ha assunto proporzioni così gradiose da riuscire divertente. Secondo il calcolo fatto dal sergente Macchi la nostra compagnia dovrebbe aver costato oggi all'Austria presso a poco 400 000 lire. Un ferito, il soldato Bardelli.
23 settembre.
      Ma l'alba ci riserva nuove sorprese. Scoppia violentissima e vicina la fucileria, tanto prossima che tutti balzan fuori dalla trincea pel timore di essere sorpresi alle spalle. Il plotone del tenente Dotto, della quarta compagnia, è alle prese col nemico. Si sente gridare: Bono taliano, bono... Dunque, c'è qualcuno che si arrende... Sì, è un gruppo di austriaci, un forte gruppo, che alza le mani. Siamo ai ferri corti, perdio; non c'è tempo da perdere. Il capitano De Castiglioni sguinaglia i suoi esploratori col sergente Aureggi, il reduce dalle Argonne; Bianchi ordina di uscire di pattuglia. Si offrono quindici soldati di tutte le compagnie della brigata, anche i tre attendenti della nostra compagnia. La pattuglia percorre a corsa tutto il dorso settentrionale di monte Coston, sotto il tiro furioso del Belvedere, e al margine del bosco fa sosta. Davanti, un'ampia radura, più in là un immenso reticolato, intatto; sulla cima, un'imponente successione di trinceramenti. Che fare? Si vede qualche austriaco sporgersi dagli spalti, poi scomparire. Breve: urlando da far tremare il bosco, sì da dare a sé stessa più che al nemico l'illusione di essere un battaglione, la pattuglia si slancia sulla radura con tanta foga da battere contro i primi reticolati. Qualcuno ne resta impigliato, ma per fortuna un soldato, Casartelli, nel cadere ha dischiuso un cancelletto che indica una pista: è il filo d'Arianna! Vi si cacciano dentro tutti sotto una pioggia di shrapnels, e, superata la profonda siepe arrugginita, d'un balzo sono sulla prima trincea. Si vede a destra gente che scappa, davanti piume che sventolano. Che è? Sono dei nostri. Nostri? Sì, sono i bersaglieri, proprio loro, colle piume sul cappello, i bersaglieri di Costa d'Agra che hanno attaccato il monte dal versante opposto, col tenente Franceschini. E gli austriaci? «Sono scappati!»
    Commovente la scena che ne seguì. Fanti e bersaglieri, sulla vetta del monte riconquistato alla patria, si abbracciano colle lagrime agli occhi; fanti e bersaglieri, sotto la tempesta di fuoco che ancora infuria, continuando a lanciare, al cospetto del Belvedere, un grido solo: Viva l'Italia!
     Frattanto, intorno, nel sole nascente, si svegliava il mondo e agli occhi attoniti dispiegava il più superbo panorama. Dolomiti lontane si coloravano di pallide rose, foreste vicine uscivano dalla caligine, come creature umane che si sciolgono dai veli; il belvedere mandava lampi e tuoni. Giù, dalla profonda «Valle dei tre sassi», le fanterie rispondevano al grido con altre grida confuse; ma erano grida di festa. Viva l'Italia!
*

      Il bombardamento nemico contro monte Coston continuò fino alle dieci. Ma le meravigliose caverne e cabine scavate dagli austriaci questa volta servirono a noi. Le caverne erano piene di fucili, di munizioni, di zaini, di coperte; le cabine di stoviglie, di oggetti galanti, di rivoltelle Mauser, di grossi binoccoli Zeiss, e soprattutto di cartoline procaci. Non mancava il piccolo cimitero e, nei camminamenti, qualche mina dissimulata sotto la creta.
     Sopraggiunta altra truppa, col tenente Molteni, prima di partire restava a compiere un ufficio pietoso. Sotto i lastroni della vetta, verso Costa d'Agra, giacevano i morti del 71°, distrutti dal sole e dalla pioggia; di uno la testa, ridotta a cranio nudo, era divisa e lontana dal corpo; tutti avevano le saccoccie rivoltate. Furono loro resi gli onori delle armi e coperti con un pugno di terra.
     Ora due del pomeriggio: ordine di avanzata generale. Prima di partire però, il capitano De Castiglioni avvia a Campomolon i cento prigionieri austriaci che i soldati hanno riempito di pagnotte, di cioccolata e di cortesie. L'Austria si è bevuta anche il vino della seconda compagnia, che pure lo aspettava da dieci giorni, e per il quale, in qualunque altro momento, si sarebbero fatte le fucilate. E dire che fino a ieri questi stessi soldati minacciavano di farli morire, «i barbari di monte Coston», a colpi di spillo rovente! Sempre bravi e sempre buoni i nostri soldati.
*

     Ma quella d'oggi non è un'avanzata di guerra, è marcia festosa. Il successo di stamane ha diffuso all'intorno una giocondità clamorosa. L'Italia oggi è amata da tutti, anche da chi ha sempre negato la patria; il colonnello è raggiante, gli ufficiali si abbracciano, i soldati divorano tutti i viveri di riserva, i reggimenti fraternizzano; il 153° si felicita col 154°, o questa col 153°; il 159° manda le sue congratulazioni, il generale De Luca preannunzia un ordine del giorno. La marcia è interrotta da frequenti riposi. Al Termine Dodici, gli ufficiali fanno crocchio coi colleghi del 159°. C'è un giornalista, Fasani, e Rossi, Mosconi, Mino; poi, sopra il crocchio, scoppia uno shrapnel, ma alto, discreto, benigno, come un timido ammonimento, e la comitiva si scioglie; ognuno riprende la sua via.
Valle Fonda.

     Abbiamo raggiunta la posizione assegnataci, a notte. Siamo in valle Fonda, o meglio in una valle oscura e profonda, ma chi sa se sarà semplicemente la valle «Fonda»! Come si fa a saperlo? Ci hanno segnato un punto sulla carta al 25 000, la lettera M della «Malga di Pra Bartoldi» e ci hanno ordinato di andarla a cercare, la lettera M, sul terreno. E così siamo andati avanti avanti avanti, finché, in fondo alla valle tenebrosa e selvaggia, ci siamo sentiti sparare, quasi alle spalle, un cannoncino da montagna. Eravamo finiti in braccio all'austriaco? Certo è che abbiamo rinunziato di cercare la lettera M e ci siamo fermati. I padovani si sono messi subito a invocare Sant'Antonio, i varesini a bestemmiare, ma poi tutti si sono affrettati a scavarsi la fossa. Poveri soldati; è questa la terza trincea che si scavano, la terza casa che si costruiscono in quattro giorni, alternando il fucile colla vanga. I gaudenti che sono in Italia sapranno almeno come vivono quassù i loro fratelli? Spinta innanzi una pattuglia, è rientrata subito perché ha trovato a breve distanza il nemico. Il piccolo Ellero ammonisce: «Questa notte bisogna stare all'erta».
     In questo momento passano delle barelle. Sono quattro feriti della undecima compagnia del 153° reggimento, che sta alla sinistra.
     Il cannoncino deve essere vicino, perché il colpo arriva senza preavviso. Dopo mezzanotte il nemico attacca con la fucileria. Nostra risposta violenta. Poi silenzio.
24 settembre.
      Albeggia. Scende placidamente a lievissime falde la neve, la prima neve. Dove siamo? Siamo proprio in valle Fonda, sotto le «opere» blindate del Durer. Ben venuta, bianca dama! Poi piove, ma sempre lievemente, con discrezione.
     Il Durer colle sue «abbattute» e coi suoi trinceroni, visto a traverso il diaframma caliginoso, incute rispetto.
25 settembre.
     Piove; artiglieria e fucileria moderate. Si lavora a sprofondare le linee. A sera arriva la posta, festeggiatissima. Cesa Bianchi ha ricevuto dalla sorella una lettera interessante. A proposito di un giovane interventista imboscato alla Censura, scrive: «Poveretto, voleva ad ogni costo morire per la Francia, ma non gli riesce a battersi per il suo paese». Si pensa a quel Chigi, senese, che ritirandosi da Curtatone col moncherino sanguinante, esclamava: «Viva l'Italia e maledetti coloro che gridano in piazza e al campo non vengono».

Le istruzioni ungheresi.
26 settembre.
     Piove sempre. Hanno mandato al capitano certe «Istruzioni suggerite dall'esperienza della guerra» del colonnello Farkas, distribuite fra le truppe ungheresi. Vi si leggono delle cose molto graziose: «L'attacco sia fatto nel modo più bestiale. L'«honved» sproni la truppa secondo l'antica usanza magiara: «Avanti, ungherese, avanti, picchia sulla testa, spacca il cuore». E più oltre: «….Irrompere con grida feroci sul nemico. Questi, generalmente, a questo punto getta il fucile alzando le mani per arrendersi. Dinanzi a questo non dobbiamo smarrire la testa: tener fermo il fucile e picchiare e infilzare quanti più è possibile. Suoni l'antico detto: l'ungherese si difende infilzando e squartando». Ecco: con una simile concezione della vita e della guerra, si comprende facilmente come la forza possa metodicamente trasformarsi in ferocia. Noi però, nemmeno attraverso la guerra, deturperemo il nostro carattere. Resteremo sempre un popolo di buoni.
27 – 30 settembre.
     Visita del colonnello, che autorizza i soldati a rispondere ai cecchini che dalle trincee del Durer e dagli abeti del bosco, col fucile a cannocchiale, attendono i nostri ai varchi. Il duello di fucileria – il tiro al piccione, come lo chiamano i padovani, che sono diventati bravi soldati – dura tutto il giorno. Ma stanotte nelle trincee l'acqua è arrivata al ginocchio. Come bestemmiavano i varesini! Giornate squallide, piovose, tetre. Arriva un nuovo comandante di settore, il maggiore Enna. In compagnia abbiamo da quaranta a cinquanta ammalati al giorno. Il dottor Lattes viene a visitarli in trincea. I piedi gelano. Siamo tutti in giubbetto, perché gli zaini lasciati all'Osteria dei Fiorentini sono stati saccheggiati. Già, il fante si arrangia...

Come si muore...
1° ottobre.
     Arriva un nuovo comandante, il tenente colonnello Casoli, milanese; poi, a sera, un ufficialetto imberbe, elegante, simpatico. E' un bimbo, certo Spina, studente di Caltanisetta, uscito due giorni fa dalla «fabbrica» degli ufficiali di Modena. Ci chiede una mantellina, perché ha freddo. Gli rispondiamo mostrandogli le nostre miserie.
2 ottobre.
     Giornata ancor più triste. E' morto Spina, Carmelo Spina, il bimbo arrivato ieri sera. Con don Grena e il tenente Tudino abbiamo dato sepoltura a lui e al soldato Mattana, caduto per lo stesso colpo. Le teste sono state adagiate sopra fronde fresche. Povere Spina, non ha fatto nemmeno a tempo di sapere cosa sia la guerra! E' sepolto sotto il grande abete, fra il fondo valle e la «Sorgente». La madre che lo aspetta, qui un giorno potrà trovarlo.
     Il tempo rasserena. Le nostre artiglierie battono il Durer, con tiri di assestamento.
3 ottobre.
      Dalle cinque del mattino le nostre batterie sparano con violenza. Dalle trincee, assistiamo allo spettacolo del Durer fulminato. Si vedono saltare in aria i paletti dei reticolati. Il «cecchino» per ora non spara più.
*

     Ellero è un curioso analfabeta. Oggi, durante il bombardamento, un volo di cingallegre, erano forse un centinaio, è venuto a posarsi sopra l'abete della nostra trincea. Erano le cincie more, e sostarono a lungo, cantando ostinatamente, lamentosamente. Ascoltavamo in silenzio, dalle feritoie, questo malinconico ritorno di primavera nel già inoltrato autunno. Anche Ellero ascoltava. Ad un tratto mi ha domandato: «Ma cantano, o piangono?» Gli ho rispostoo ripetendo, più che a lui a me stesso, una canzone appresa da ragazzo:


Tutti esprimono col canto
Il desio, la gioia, il pianto.

     Ellero ha voluto farsi ripete la canzone.
4 ottobre.
      Notte e giorno scambio di fucilate, poi bombardamenti. Il colonnello Casoli va a comandare un reggimento; lo sostituisce il maggiore Giglio, bergamasco, l'ultimo speriamo. Nevica tutta notte.
5 ottobre.
      Il bosco ha assunto un aspetto fantastico. Le frangie degli abeti, bianche, sembrano alberi di Natale, i reticolati sembrano siepi d'argento; in fondo, la valle non mostra più le ferite delle granate; tutto è bianco, tutto è puro.
     Nel meriggio è venuto in visita il tenente Brentari. Mentre gli si offre una tazza dii cioccolata, improvvisata al fuoco di candela, una fucilata colpisce Ellero. Nel soccorrerlo, comprendiamo subito che la ferita è mortale. Fu trapassato all'inguine. Nell'adagiarlo, mi bacia come un figlio. Tutti gli occhi sono gonfi di pianto, perché tutti volevano bene al «fiore di pesco». Mentre la barella lo porta al posto di medicazione, arriva un filo di voce che invoca la mamma.
6 ottobre.
     Ellero non potrà sopravvivere. Così scrive il medico. Giunge notizia che per domani si prepara un'azione. Quale azione? Nessuno ne sa niente. Frattanto, riceviamo l'ordine di avanzare la trincea di cento metri verso il Durer. E' la quarta casa che stiamo costruendo in pochi giorni. Arrivano alcuni «complementi». Sono napoletani; così nella compagnia è rappresentata tutta l'Italia.

Un assalto al Durer.
7 ottobre.
      Fuoco! Alle otto entrano in azione le nostre artiglierie. Sparano anche le batterie da montagna. Scoppia la fucileria alla nostra sinistra, verso la compagnia del tenente Prandoni. A mezzo giorno arrivano le bombe a mano. Dunque, attaccheremo anche noi? Alla sera torna il silenzio. Questa notte i nostri andranno a tagliare i reticolati del Durer. A domani l'assalto.
8 ottobre.
     Riprende il fuoco, questa volta violento, furioso, impressionante, sì che la valle ne rintrona. Nel pomeriggio, tutto il Durer è flagellato dai colpi, ma anche le nostre linee sono crivellate di pallette. I soldati sono alle feritoie in attesa di un contrattacco, mentre sul versante orientale di valle Fonda si sente crepitare la fucileria e «cantare» le mitragliatrici. Sono impegnati i nostri compagni del terzo battaglione con gli alpini e i bersaglieri, e il cuore trema e freme nell'assistere così da presso a una battaglia che si sente ma non si vede. E' la morte che passa vicina. Quanto soffrire in quelle ore di attesa, col fucile e gli occhi fissi alle feritoie!
     Verso sera, passano i feriti, molti feriti; mi allontano per breve ora per avvicinarmi al campo di battaglia. Si apprendono subito le vicende della gloriosa ma inutile giornata. La nona compagnia del De Castiglioni è partita all'assalto contro il trincerone, che fu preso, perduto, ripreso, riperduto... Gli ufficiali erano in testa, e furono fra i primi a cadere. Morto Bissoni piemontese, morto Perego di Milano, morto Garbagnati di Monza, feriti Pancera, Molteni, Roveda, Renaud, Monti. E' rimasto ferito anche il colonnello Graziani, del corpo d'Armata. La undecima compagnia del capitano Astuti e la dodicesima del capitano De Filippi tre volte andarono all'assalto, la seconda volta col maggiore Pezzolet, ma furono decimate dalle mitragliatrici annidate nei ricoveri blindati.
     Caduti gli ufficiali, gli allievi del plotone aspiranti ufficiali, tutta gente di popolo, per impulso del sergente Pozzi, si raccolsero; strinsero le file dei soldati dispersi e riportarono tutti all'assalto del trincerone: il plotone ebbe due allievi morti, Nullo e Bianchi, ed otto feriti.
     I soldati furono ammirevoli. Ognuno vuol raccontarmi il proprio episodio. Questa notte l'allievo ufficiale Mella, della Brianza, rimase ucciso sotto i reticolati. Un soldato, rimasto ignoto, volle ricuperarne la salma e morì sopra quella del compagno. Il caporal maggiore di fanteria Mauri, di Niguarda, trovatosi senza soldati, si cacciò avanti ai bersaglieri. I lombardi Cabella e Quaglia, per salvare un ferito, lo trascinarono per le gambe dietro un masso affiorante e quivi, bersagliati dalla mitragliatrice, si mantennero per tutta la giornata, finché, sopraggiunta la nebbia, riuscirono a portarlo in salvo.
     Giornata, dunque, di sangue e di gloria; azione militare brillante, ma isolata, mal concepita e sterile di risultati.
     Ellero è morto.
Addio, trincee di valle Fonda!
9 ottobre.
      Qualche fucilata. Fra due giorni andremo a riposo.
11 ottobre.
     E' arrivata la brigata «Milano», che dà il cambio alla «Novara». Ma prima di fare la consegna della linea agli ufficiali del 160° non si può fare a meno di rivedere e salutare le nostre povere trincee. Questa notte i soldati hanno lavorato per incidere sugli abeti scortecciati pensieri e saluti per i compagni sopravvenienti.
     La quarta squadra, quella del sergente Poretti, così epigrafò:

     «Compagni d'arme, a voi si dà l'onore di difendere questa trincea, a voi il dovere di tener lontano l'austriaco».

     La seconda scrisse un semplice «Addio», e più sotto un consiglio: «State attenti e non abbiate paura». Invece il padovano Angello Marini, non so se per conto proprio ovvero della prima squadra, ha inquadrato una bella cartolina col tempio di Sant'Antonio e sotto vi scrisse questa invocazione confidenziale:

     «Caro Sant'Antonio, prega che non abbia a restar ferito nessuno dei nostri compagni. Fa a tutti la grazia di andare a casa alle proprie famiglie. Io ti pregherò sempre, che sono della tua provincia».

     Trincee di valle Fonda, abeti del Durer, acqua della «Sorgente», morti del 154°, morti di tutti i reggimenti, addio! Spina ed Ellero, addio!
Disciplina e fede.
12 ottobre.
      Ritorno malinconico, perché non si abbandona mai senza amarezza la casa dove si lasciano tanti ricordi e qualche morto. Abbiamo fatto sosta al muro del vecchio confine, al Termine Undici, dove c'era molta truppa, col maggiore Giorgetti. Vi abbiamo trovato i giornali che recavano la notizia della caduta di Belgrado. Ne restammo costernati, ma purtroppo c'è qualcuno che non se ne addolora gran che, perché in fondo, osserva, lo scacco affretterà la fine della guerra.
13 ottobre.
     Si torna per vie note, e, per Costa d'Agra, si rimonta a Campomolon, che, coi suoi vecchi e nuovi baraccamenti, dà addirittura la sensazione della città. A sera, il reggimento si attenda nel vecchio bosco di faggi a Casarette di Toraro, dove starà a riposo per un mese. I soldati cantano.
     Ma, appena giunti, già arrivano le carte, le terribili carte, anzi le «scartoffie» come le chiamano qui. La prima che ci capita in mano è la circolare 25 settembre 1915, n. 3525 – Riparto operazioni, Ufficio affari vari – a firma del generale Cadorna, nella quale si illustra soprattutto il concetto che «la disciplina è la fiamma spirituale della vittoria».
     No. La fiamma della vittoria, in una guerra e in tempi come questi, è soltanto la fede consapevole, e questa fede non può trovare alimento nelle troppo frequenti minacce di processi e di fucilazioni!
     Oh buon soldato del mio paese! Tu hai bisogno di essere illuminato ed amato, amato soprattutto; e sarà grande quel generale e più grande, in pace, quell'uomo che avrà saputo comprenderti.


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