Fronte del Piave
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PARTE SECONDA
VI.
LA VITTORIA DEL PIAVE.

Il nemico ha passato il Piave. - L'ansa di Lampol. - Brigata Avellino. - Brigata Potenza. - Come si va alla battaglia. Bandiere e fiori. - E canzoni... - I lancieri a Fornaci di Monastier. - Le Bocche di Callalta. I bersaglieri. - Gli austriaci imparano l'italiano. - Losson. - I bombardieri alla conquista della «Parisina». - Il destino di villa Prina. - Vittoria! - L'indomani della vittoria. Il campo di battaglia. - Il regime delle acque e le bonifiche veneziane. - Ricordi della grande battaglia. - Brigata Sassari, brigata Torino. - Brigata Catania. - Brigata Arezzo. - Brigata Veneto. - Considerazioni sulla battaglia del Piave. - L'ora consolatrice.

Il nemico ha passato il Piave.
15 giugno.
     E' cominciata la grande offensiva. Il governo ne dà l'annunzio alla Camera italiana. Profonda commozione.
16 giugno.
      I giornali pubblicano che il cannone tuona dal Garda al mare. Ma il nemico attaccherà sul Piave; ne siamo certi, perché qui ben pochi in Italia si attendevano l'attacco. Come a Caporetto, il nemico ha preparato un piano apparentemente irrazionale, e cioè non prevedibile dall'altra parte. Ma questa volta la sorpresa non ci sarà, perché il comando supremo ne è stato preveduto.
17 giugno.
      Il nemico ha attaccato su un fronte di centocinquanta chilometri. Ha aperto il fuoco alle tre e cinque minuti del mattino del 15, investendo tutte le nostre linee, dall'Astico alla foce del Piave, ed estendendo , a scopo dimostrativo, il bombardamento alla Vallarsa e alla Valle Lagarina. Ma la contro-azione delle nostre artiglierie, già predisposta, lo ha sconcertato.
     Quale il piano? L'esercito austriaco, come aveva detto l'ufficiale czeco che raccogliemmo dalle acque della Piave, ha mirato a sfondare il nostro fronte dal Montello al mare, per puntare risolutamente, in un primo tempo su Treviso, in un secondo tempo su Venezia.
     Il sedicesimo corpo d'Armata doveva passare il fiume alle Grave di Papadopoli, di fronte a Salettuol, marciare su Povegliano e Villorba e tagliarci la strada Montebelluna-Treviso; il quarto corpo doveva forzare il passo a Candelù e puntare diritto, per Breda, su Treviso; il settimo corpo doveva sfondare a Zenson e procedere su Monastier; il ventitreesimo forzare le nostre linee a Musile e tagliar fuori il nostro ventottesimo corpo d'Armata, comandato da Petitti di Roredo, e cacciarlo contro il mare.
     Fino a stamane, 17, la situazione è la seguente: a Treviso gli honved non sono arrivati, ma il nemico ha passato il Piave da Candelù a Zenson ed è penetrato, per la profondità di un paio di chilometri, nelle nostre difese.
     A Salettuol, gli austriaci si trovarono davanti i fanti della brigata Veneto che hanno prontamente arginato l'irruzione. Invece, il ventitreesimo corpo austriaco è sboccato in forze da Fossalta, ha occupato Croce e Capo d'Argine ed è arrivato alle prime case di Meolo. E' qui dove il nemico ha ottenuto i maggiori successi. In questo momento, si battaglia sul canale delle Mille Pertiche.
     Contro la terza Armata è schierata la celebre Isonzo Armee, comandata da von Würm. Le due Armate del Carso si guardano in faccia ancora una volta, sul Piave, come a sfida suprema.

*

      Il «Terraggio» trivigiano è ingombro di carreggi che procedono in doppia fila. Vi sono molti profughi, ma, questa volta, tanto diversi da quelli di novembre! Sono sereni, fiduciosi e si fermano premurosamente per lasciare il passo alle auto-ambulanze, ai soldati. Molti di essi portano la maschera contro i gas.
     Fra Lancenigo e Maserada, le strade e i campi laterali sono ingombri di truppe. Scende dai camions una intera brigata, la Volturno (217° e 218°), arrivata in questo momento dalla valle del Posina. Il colonnello brigadiere Nascimbeni consulta le carte per puntare su Saletto con le colonne di assalto. I soldati sono allegri. Cantano:

Brigata Volturno
Si scava la fossa
Ma indietro non va.

      - Bravi! Si grida. E loro, con maggior forza:

Ma indietro non va!

     Il cuciniere del comando mi mostra un bel merlo nero, in gabbia, e dice: - «E' venuto dal Novegno. Anche il merlo questa volta deve battersi!»
     La linea del fronte è segnata dalle nuvolette degli shrapnels e dai draken che salgono e scendono. Ieri, quello di Meolo ebbe il cavo colpito e se ne andò. Gli osservatori furono venduti a scendere col paracadute.
     Un soldatino della Cosenza fece prigionieri due austriaci, ma, preso a sua volta e minacciato di uccisione, fu salvato da uno di essi, che disse all'altro: - «Lascialo, mi ha dato il suo pane». Nell'andare verso le linee nemiche incontrò una nostra pattuglia che lo liberò. Siamo ai primi episodi e ognuno vuol raccontare il suo.
     Alle quattro e mezzo il combattimento infuria fra Monastier e il fiume. Le nostre artiglierie aprono un formidabile fuoco di sbarramento per trattenere il nemico e proteggere le nostre truppe che loo contrattaccano. La brigata Bergamo passa di corsa sulla strada di Fornaci. Impegnatissime sono le brigate Avellino e Ferrara che, attanagliate ai fianchi, non solo non si sono arrese, ma hanno contrattaccato con estrema violenza, soccorse dalla «Sassari», che scagliò contro il nemico tutto il suo tradizionale furore. Al quadrivio di Pralungo, vicino alla chiesetta, è morto un americano che sulla strada, sotto il bombardamento, dispensava dolci e cordiali ai soldati che andavano all'assalto. Si chiamava Edward Mac Key.
     Al quadrivio di Fornaci le colonne che vanno all'attacco si incontrano con quelle che vengono. Gli arditi del XXVIII reparto trascinano prigionieri laceri, quasi tutti polacchi del 77° reggimento fanteria; nostri fanti del 221° portano prigionieri del 57° e del 22° reggimento, fra i quali vi sono italiani di Spalato e di Zara, contenti di aver trovato fra noi il pane bianco. Venivano da Udine e da quattro notti non dormivano. Sopraggiungono altri prigionieri, dragoni appiedati della IX divisione; un po' alla volta le colonne ingrossano, si allungano. Dio, è la vittoria? Così presto?
     I nostri sono affranti ma entusiasti. Non salutano più; gridano invece: Si vince, si vince! Dunque, si comincia già a vincere?
     Un nostro soldato suda e zoppica per aiutare due austriaci feriti a camminare.
     Un soldatino del 221° ci si avvicina per dire: «E' morto il nostro colonnello; quello era un soldato!», e via. Da tutte le quattro strade che qui si incrociano, arrivano rincalzi: da Roncade, da Vallio, da Monastier... Vanno verso Fossalta e Zenson. Un cavalleggero, passando di corsa, lancia un grido: «la divisione croata è per metà prigioniera!» E' la 57a divisione che veniva direttamente da Sacile e doveva dormire stanotte a Treviso. Passano rincalzi, rincalzi. - «Sotto, sotto ragazzi!» grida il generare Latini che comanda la 25a divisione, dalla strada; ma non hanno bisogno di appelli, oggi corrono tutti, perché «vogliono» correre. C'è in tutti una gran voglia di far presto!
     Si entra oramai nella zona della battaglia, dove la vita civile è finita, da ieri soltanto. A casa Zanon la stalla, dove adagiamo un ferito, odora ancora del fiato dei buoi. Il colonnello Pelagatti distende lungo un canale (lo scolo Correggio?) il 26° reggimento, distribuisce gli arditi a gruppi sotto gli alberi; ogni ordine è suggellato da una parola affettuosa: - «Mi raccomando, ragazzi, viva l'Italia!» e gli arditi rispondono: - «Viva l'Italia!» Piove acqua e piombo; da ogni parte martellano mitragliatrici.
     A cascina Ninni ci sono le batterie del 51° reggimento da campagna che il primo giorno, circondate dal nemico e rimaste isolate, hanno dovuto difendersi sparando a zero. I serventi della seconda batteria, trasformatisi in fanti, hanno contrattaccato alla baionetta e hanno ripreso i pezzi che già erano caduti in mano del nemico. E' il prode reggimento comandato dal colonnello Guanciali che già a Fagarè, il 16 novembre, aveva subito sparando seimila colpi al giorno per tre giorni consecutivi; «e chi sa quanti ne spareremo ancora!», dice un sergente. E poiché sente fischiare d'un tratto le pallottole, soggiunge: «Fuori la mitragliatrice!» E' l'arma che hanno presa agli austriaci a Fagarè.
     Ma l'altra notte anche il secondo gruppo dell'8° reggimento da campagna tenne la posizione, allo scolo Palombo, per sette ore, senza avere fanteria avanti a sé.
     In questo momento un ufficiale reca la notizia che il 90° battaglione Genio, che era stato schierato alle Ronche a disposizione della fanteria, attaccato dal nemico si è fatto massacrare. Quale superba gara di eroismi!
     Giunge notizia che Fossalta e Capo d'Argine sieno stato riprese. Sarà vero? Troppo presto. Piove sempre, piove molto.

*

una nota allegra: il piccione patriota. Alla piccionaia della 25a divisione è arrivato un nostro vecchio piccione viaggiatore, già prigioniero di Caporetto. Gli austriaci, come tutti i prigionieri, lo aveva forzato a servire contro la patria, ma stamane alle tre egli ha tradito la consegna e ha portato a noi il dispaccio austriaco. Veniva da Capo Sile e in esso il colonnello scriveva che le sue truppe erano scosse dai nostri continui contrattacchi. «La situazione è dannosissima; i molti reticolati rendono difficile il terreno. Lo spirito delle truppe è buono, ma il nemico si batte benissimo».

L'ansa di Lampol.
18 giugno.
     Il fuoco non ha cessato durante la notte: il nemico spiegò una grande attività da Candelù a Capo Sile; ma l'accanimento maggiore lo spiega qui, da Fossalta a Musile, dove la sua 12a divisione ha raggiunto la linea del Meolo. Tutta notte fecero il servizio di sanità le ambulanze americane ed inglesi, queste ultime guidate da due donne, magnifiche anche nei momenti più torbidi. Una, quando incontra, saluta con un sorriso dolce e franco. Bisognerebbe che i giornali d'Italia gridassero fin d'ora il loro nome.
     Anche oggi la brigata Avellino è alle prese col nemico. Essa ha già la sua pagina caratteristica, scritta col sangue, nella bruciata ansa di Lampol.
     La sera del 14 giugno la corda dell'ansa, a nord di Fossalta, era tenuta dal secondo battaglione del 231° comandato dal maggiore Savardo, quando a mezzanotte fu dato l'annunzio che prima dell'alba il nemico avrebbe attaccato. Alle tre del 15 scoppiettarono le mitragliatrici e all'alba il sole non apparve, perché tutto il terreno e il cielo, fino a una certa altezza, sbiadivano in una fitta nebbia, che solo dopo si apprese che era artificiale; ondate lacrimogene obbligarono tutti a ricorrere all'impaccio delle maschere.
     Mentre davanti, sulla prima linea e ai fianchi, si combatteva, la corda, lacerata dalle bombarde, venne saldamente tenuta per tutto il giorno, senza che un palmo di terreno fosse ceduto. Il primo e secondo battaglione del 232° riescirono a tenere le mitragliatrici sul ciglio del fiume per tutto il giorno 15. Ma a mezzogiorno del 16, folte schiere nemiche sbucavano dalla destra, dopo aver rotto il fronte del 145° fanteria, verso Fossalta, e il secondo battaglione del 231° dovette spostarsi per difendere il caposaldo delle Ronche. Qui restò ferito il tenente Colucci, il caro compagno di Jamiano e di Castagnavizza. Accerchiato il caposaldo, non restava al battaglione che ripiegare sullo scolo Palombo, ma, con magnanimo gesto, il maggiore Savardo comandò di ripiegare in avanti, verso il nemico; per portar soccorso al terzo battaglione del 232° che difendeva disperatamente l'ansa di Lampol, col maggiore Mignone. E qui, nel pomeriggio del 16, entrambi i battaglione, già ridotti, si asserragliarono; alle quattordici cadde, ucciso da bombe a mano in un attacco furibondo, il prode Mignone, e i suoi soldati, ebri di sdegno e di dolore, portarono in salvo la salma dell'eroe, passando a traverso le file austriache. Deposta la cara salma a Roncade, lontano da ogni minaccia nemica – particolare da poema – ripresero la via del ritorno.
     Tutto ieri nell'ansa di Lampol infieriva la battaglia; vi sono anche fanti dell'eroica «Ferrara», col maggiore Meneghini.
     I nostri, oramai prigionieri in mezzo alle file nemiche, rifiutano di arrendersi. Si sa che un centinaio di uomini si sono barricati fra le rovine di casa Rossetto, altri tengono casa Musuruanna; ma in questo momento si ignora la sorte di questa falange di prodi. E' certo che è abbandonata a se stessa, senza vettovaglie e senza possibilità di soccorsi.
     La brigata Avellino sbarrò così il passo al nemico che, secondo l'orario di Boroevic, per le undici del 15 doveva essere a Meolo; stamane una ventina di soldati, caduti ieri prigionieri, riuscirono a fuggire e si affrettarono a correre al comando della brigata ad annunciare che questa notte altri tenteranno di evadere, perché nessuno vuol rimanere in mano dell'austriaco. Il mutilato tenente Manfredonia, della «Casa del soldato» di Castelletto, appena iniziata l'offensiva lasciò la Casa e si lanciò fra i soldati del 231° con bandiera e pistola; il tenente Maddalena del battaglione Savardo, tre volte ferito, volle essere medicato sul posto. L'ultima volta, quando fu colpito alla coscia, si fece trasportare gridando: «Viva l'Italia!» Quanti eroismi! Ma i tre comandanti di battaglione del 232° sono già tutti caduti, e morti sono pure i due ufficiali di collegamento della brigata.

Brigata Avellino.


      Sulla via di Fossalta, al Pralongo, a casa Scrinzi, c'è il colonnello Pau del 231°, Cristiani e Manfredonia: a poche centinaia di metri, il nemico sferra un attacco sullo scolo Palombo. Lo spazio che divide casa Scrinzi dallo Scolo è sotto il fuoco; i rincalzi scavano buche per ripararsi dalle pallottole. A casa Viola c'è il maggiore Severo, con Griziotto del 222° e Orfini, pronti a contrattaccare, quasi impazienti. Mi si ricorda che ieri, al caposaldo Gorghetto, il maggiore Meneghini del 48° ha contrattaccato persino coi piantoni della brigata.
     E' con noi, oltre Riccardo Tondi, giornalista e volontario, il mutilato Clementi che non ha voluto restare a Milano; si aspetta un altro mutilato, Tuzzolino, che non ha voluto restare a Palermo. Non sono giorni di chiacchiere, questi. L'aria è tutta un sibilo, un fischio, un fremito; ma sul margine dello scolo Palombo i soldati rispondono al nemico con la calma dei fiori. Il capitano Cecchi mi dice: - «Come non vincere, con questi soldati?»
     A casa Sernagiotto, una delle tante case Sernagiotto, il ponticello sopra lo scolo è saltato, ma la strada è guardata da due mitragliatrici Schwarzlose, tolte al nemico dall'aiutante di battaglia Comino. Hanno ai due fianchi i lanciafiamma. Il fuoco rallenta. Il tratto di strada davanti a noi, sino allo svolto, è coperto di cadaveri, ma vi è ancora qualcuno che si muove. E' un austriaco che si arrende, del 122° reggimento fanteria. E' ancora spaurito perché l'artiglieria austriaca ha già passato il Piave con le batterie da 90 e da 152, ma quella italiana fa strage. I tre ponti di Zenson sono stati rotti, ma si stanno rifacendo, perché l'Austria vuol vincere ad ogni costo, «a qualunque prezzo».
     Quando l'attacco accenna a riprendere improvvisamente, i soldati rispondono: Viva l'Italia!, e giù una scarica. C'è dell'inverosimile in tutto questo. L'allarme dura poco; lo scolo Palombo resta in nostra mano, completamente, anche sulla destra, dove il nemico aveva ottenuto un momentaneo successo.
     Da quanto ho visto, comprendo che per l'Austria la battaglia è oramai perduta, perché i soldati «vogliono» vincere.
     Ieri i ciclisti Giudici e Vitali, del comando del 231°, mentre portavano degli ordini, hanno fatto cinque prigionieri, «esorbitando dalle loro attribuzioni», osserva il tenente Massari di Varese; la 651a compagnia mitragliatrici Fiat e la 1477a si lasciarono massacrare per non cedere la posizione; la 129a, la 1478a, tutte insomma, gareggiarono in audacia.

*

     E che avviene nell'ansa di Lampol? Si dice che ancora oggi, a mezzogiorno, due mitragliatrici e una cinquantina di fanti si difendessero disperatamente a casa Rossetto sud. Da un biglietto del capitano Borghesi si apprende che vi sono ancora colà il capitano De Biasi, il sottotenente Mancuso, l'aspirante Moscatelli e i sottotenenti Romano, Del Zoppo e Burgio del 222°. Ma vi è caduto, invece, dopo tanti prodigi, il maggiore Savardo. Gloria, fratello! Eri anche tu sul Piave, in quella notte di caccia, con i czechi...

*

     Giunge notizia che gli arditi hanno ripresa Fossalta e la tengono. Sulla strada, frattanto, vanno e vengono le ambulanze con le due inglesi. Una si chiama Hilda Wynne.

Brigata Potenza.

      Gli austriaci, dopo intensa preparazione d'artiglieria, hanno sfondato le nostre linee fra Saletto e San Bartolomeo, e puntano su Cavriè. Si combatte con disperato furore al caposaldo di casa Pastori, al Molino Vecchio, a casa Pasqualin e a casa Martini. La linea è difesa dalla brigata Potenza, ora dell'11a divisione, generale Diotaiuti. La brigata, reduce dalla Bainsizza, è comandata dal Giampietro, un tizzone ardente, che tiene il comando a villa Cattaneo. La situazione è difficile. Un fonogramma del generale Paolini, si affida «al coraggio estremo della 11a divisione per respingere il nemico». L'ordine, affettuosamente imperioso, infiamma le vene. Il nostro fuoco di sbarramento non ha un momento di sosta. Quando si arriva al comando di brigata, sembra che il nemico batta alle porte della villa. Apprendiamo che il 271° è distrutto, il colonnello Perego ferito, tutti i comandanti di battaglione messi fuori combattimento; il 272° è ridotto a un terzo, ma il maggiore Poggi, comandante del secondo battaglione, ferito quattro volte, è ancora sul posto a casa Pasqualin. Il generale Giampietro è sulla linea del fuoco. Da casa Pastore, ore tre e trenta, arriva un laconico biglietto, che dice: «Ogni uomo è immobile». Mentre si accorre verso la linea, sopraggiunge un bersagliere in bicicletta che grida, agitando l'elmetto: «Viva l'Italia!» e poi: «Sono fermati, p... Dio!» Bravo bersagliere, passi la bestemmia, per oggi! Avanza un contadino, l'unico che non volle abbandonare la sua casa, certo Soriano, con la mano ferita; si mette davanti al generale e gli bacia la mano. «Il nostro salvatore», dice. Giampietro gli stringe la destra; entrambe le mani arrossano dello stesso sangue. I feriti, che sono intorno, si fermano, commossi. Sfioccano gli ultimi shrapnels, sibilano le ultime pallottole... Vi sono molti bersaglieri del 13° battaglione ciclisti, del gruppo De Ambrosis, che è stato sublime. Ma alla loro volta raccontano che un battaglione della brigata Pavia contrattaccò con tanto slancio che arrivò al Piave, oltre case Trevisi. La situazione va ristabilendosi; arrivano le autoblindate della prima squadriglia, che sbarrano le strade; le tre macchine hanno sparato 80 000 colpi.
     Sono le cinque; comincia a piovere.

Come si va alla battaglia.
Bandiere e fiori.

     Sulla strada della Callalta scende dagli autocarri la brigata Foggia, che spiega subito la bandiera. Viene dalla Val Lagarina. Altri carri portano la «Macerata». Viene da Villafranca. I carri dei reparti arditi sono tutti verdi di lauri e rossi di fiori. Sono le rose rubate ai lontani giardini del Veneto per la festa di domani: furto di fiori, promessa di gloria.
     E' una battaglia curiosa, questa. Come Anacreonte infiorava di rose l'orlo del sepolcro, l'Italia si circonda di lauri e di rose prima di andare alla battaglia. E spiega le bandiere contro il nemico. E' il fante che vuol vincere ad ogni costo.
     La brigata Cosenza, ricevuto l'ordine del cambio dal comando dell'XI corpo, lo ha rifiutato. E dire che il nemico, secondo gli ordini di Boroevic, doveva stanotte dormire a Padova!
     Passano colonne di prigionieri. Sono affamati. Ma Boroevic aveva loro promesso, nell'ordine del giorno, «un abbondante bottino e la pace gloriosa!»
     Fra i prigionieri vi erano dei czechi del 21° reggimento fanteria. Incontratisi con i czechi di Kobylinsky, uno di quelli uscì dalle file e gridò ad uno dei nostri: - «Come, sei vivo? Ti avevano fatto disertore e fucilato». Il buon czeco rispose: - «Sono vivo e mi batto contro l'Austria». L'altro replicò: - «Sono pronto a battermi anch'io».
     I czechi di Kobylinsky si sono battuti bene. Hanno fatto 1200 prigionieri. Erano aggregati alla brigata Bisagno e agli arditi del corpo d'Armata d'assalto del generale Grazioli. Hanno avuto 161 soldati fra morti e feriti. Perdite limitate, perché il generale Sanna li ha ritirati presto dalla linea del fuoco. Sono gli italiani che vogliono oggi morire per l'Italia...

E canzoni...
19 giugno.
     Mattinata meravigliosa. Dalle ore quattro, si combatte nel settore di Meolo, fra lo scolo Palombo e Capo d'Argine. Oramai, il piano del nostro comando è chiaro: all'offensiva nemica si risponda col contrattacco sistematico, giorno per giorno, ora per ora. Ma le brigate non hanno bisogno di ricevere ordini, né gli ufficiali hanno bisogno di darne; i soldati sanno quale è il dovere d'oggi: non dar tregua al nemico; non lasciarlo dormire né a Padova, né a Treviso, né a Meolo, né a Croce.
     - «Vuol venire in Italia?», mi dice un ardito, «e noi lo manderemo addirittura all'altro mondo». I prigionieri austriaci sono stupiti di aver trovato fra noi accoglienze tanto diverse da quelle che avevano loro promesso. Poveri figlioli, speravano di saccheggiare le nostre case, come dopo Caporetto...
     Oggi si batte la brigata Bisagno coi reparti arditi comandati dal tenente colonnello Reggio. Il nono battaglione bersaglieri ciclisti – del gruppo del maggiore Cambellotti – difende la strada da Meolo a Losson, improvvisata a trincea. I soldati hanno il fucile al fianco e, ai piedi, la bicicletta. E hanno gettato nel fossato, davanti alla strada, imposte, usci, materassi, carretti e perfino letti per farne passerelle o giacigli. Sopra una cassa di munizioni, giuoca un minuscolo gattino bianco. - «E' troppo piccolo, mi dice un bersagliere, e perciò è fortunato. Gatti adulti non ce ne sono più». Nella casa Fregonese, davanti a noi, ci sono gli austriaci assieme ai nostri contadini, e di là tirano. Le case sono circondate da campi di grano lussureggiante. Spighe bionde ondeggiano al vento. Ieri, una pattuglia diede l'assalto ad una casa, donde venivano schiamazzi di oche. Vi trovarono invece quattro austriaci. Un bersaglierino della classe del '99 si slanciò incontro al primo, gridandogli, in buon siciliano: arrienneti, vigliaccu! Sembra che gli austriaci abbiano capito il siciliano, perché i bersaglieri sono tornati indietro con le oche e i prigionieri.
     Tutti parlano della giornata di ieri. Durante l'attacco del XII reparto d'assalto, il dottor Pantaleoni, ferito gravemente, ha continuato a medicare i soldati; il sergente Trabacchi di Piacenza, con soli sei uomini, tenne testa a un pattuglione austriaco, e lo mise in fuga, dopo aver sostenuto, in piedi, un lungo duello con un austriaco che, rimasto solo, rifiutava di arrendersi, e – in piedi anche lui – sparava e non si arrese se non quando fu ferito. Era uno slavo dell'Istria. Il fatto mi ricorda il celebre duello garibaldino di Giambattista Cella.
     In questo momento arrivano due vecchi, i Fregonese, che sono stati salvati da una nostra pattuglia. Raccontano che vissero tre giorni con gli austriaci, nella casa davanti a noi, e furono costretti ad apprestar loro la mensa. «Ma i ga fame», dice la vecchietta.
     Riprende la fucileria, implacabile. Passa il XXIII reparto d'assalto, col maggiore Allegretti, delle fiamme rosse. Passano aeroplani nostri, tanto bassi che gli aviatori ci salutano con le mani. Ci sembra di sentire: «Addio, fanteria!» Siamo costretti a ripararci dietro la cappelletta, presso le case Dreina, dove il capitano Verna tiene il piccolo comando di battaglione. E' un bel giovane, fratello a quell'Andrea Verna gloriosamente morto sulla Leonardo da Vinci e mentre le pallottole passano, canta le canzonette che ha portato l'altro giorno da Palermo, tornando dalla licenza:

Reginella, ricordi i bei giorni
Di miseria, di pane e di baci...?


     E, poiché le vedette assicurano che non si vede niente, fa attaccare a mezza voce l'inno del battaglione:

Siam ciclisti fatti per la guerra...

      Senonché un cannoncino nemico, da trincea, fa tacere il coro. I colpi arrivano secchi e senza preavviso.
     - «Vedetta, vedi niente?»
     - «Signor no».
     E, allora, si attacca ancora l'inno:
Salve o santa adolescenza,
Dalla vita ce ne andiamo,
L'avvenire salutiamo.
…....................................
Che se un dì chiamati all'armi,
Sui confini omai redenti,
Alla morte sorridenti
Il nemico ci vedrà...

     Cantano tutti gli ufficiali vicini, Carafa d'Andria, un principino napoletano, Barni, Bertrand, Denna, Guazzaroni; canta anche Fabbroni.
     E poi Verna, cui sembra che la gioia gli erompa dal cuore e dal volto, canta da solo:

Giovinezza, giovinezza,
Primavera di bellezza,
Della vita nell'asprezza
Il tuo canto squillerà!

      Ma il canto questa volta non squilla più. Il fuoco infuria attorno al vicino caposaldo di Losson. Passano molti feriti. Passa una barella. - «Ferito?» - «No, morto». E' il bersagliere Bevione, amato da tutti. Fra i portatori vi è il fratello che vuol seppelire la cara salma a Meolo, e poi tornerà al combattimento. Si corre alla casa Ospitale numero 2, tenuta dalla compagnia del capitano Bianchi, bolognese, sotto raffiche rabbiose di mitragliatrici; i soldati corrono strisciando per terra, storditi dal fischio delle pallottole. Ve n'è qualcuna che arriva a pizzicare l'orecchio, senza conseguenze. Tuzzolino, il mutilato, grida che vuol vendicare il maggiore Allegretti, che si assicura morto sotto la mitragliatrice.
     Con grande meraviglia dei bersaglieri, sopraggiungono due borghesi. Sono americani, un giornalista C. A. Mowrer del Cicago Daily News, e Carrol, console a Venezia. Sono contenti perché le cose «vanno molto pene» e perché hanno trovato un bersagliere che parla inglese, per essere stato in America a fare il clown.
     Poiché il fuoco si placa, Carrol legge ai soldati la lettera di un americano morto al fronte francese nella quale pregava la madre di non piangere, perché egli «si è battuto per l'avvenire delle democrazie del mondo e per fermare la marcia della barbarie tedesca».
     Davanti all'umile capitello cattolico, Carrol sembrava un pastore evangelico che pregasse per la vittoria comune.

I lancieri a Fornaci di Monastier.

     Arrivano due automobili blindate. Che c'è? Brutto sintomo l'arrivo delle autoblindate! Ma hanno sbagliato strada. Devono andare a Fornaci, oltre Monastier, dove gli austriaci hanno sfondato.
     Si corre a Fornaci, dove vi è grande trambusto. Le granate arrivano sino al comando della 25a divisione. Sul ponte del Meolo, allestito a difesa, vi è il generale Latini che dà degli ordini, circondato dal suo stato maggiore. Tutti hanno abbandonati gli uffici, anche gli scritturali, per respingere l'impreveduta offesa. La strada che da Fornaci conduce a Pralungo è ingombra di morti; nei fossati laterali le truppe hanno i fucili puntati verso la campagna. Nei campi, pattuglie appiattate dietro i gelsi o sotto i tralci delle viti; i lancieri «Milano» e «Vittorio Emanuele» sono appiedati. Qua e là crepitano le mitragliatrici, ma si ha subito l'impressione che l'azione volga oramai alla fine.
     Si apprende che un reparto austriaco di truppe fresche, venuto da Zenson, era riuscito a sfondare improvvisamente un tratto della nostra linea sullo scolo Palombo e si era portato audacemente fino alle prime case di Fornaci, a seicento metri dal ponte, mentre altri piccoli reparti si erano distribuiti fra i campi per appostarvi le consuete mitragliatrici. I lancieri si sono gettati con tale audacia contro i nuclei maggiori che li costrinsero alla resa. Tre squadroni del reggimento Milano hanno caricato a cavallo al grido di «Viva l'Italia». Il sono tenente Bernucci, con pochi uomini, catturò un intero pattuglione; ora si stanno snidando qua e là, fra il grano e nelle case, le ultime mitragliatrici.
     In questo colpo di sorpresa, rimase ferito gravemente il colonnello brigadiere Boccalandro della «Avellino», il capo di stato maggiore della divisione, colonnello Pino, e il tenente colonnello Marabotta.
     Contro Fornaci il nemico si ostina a tirare con tutti i calibri. Un colpo da 305 sfonda parte del tetto del comando della divisione. Verso sera, le nostre linee sono ristabilite. In possesso del nemico restano soltanto cascina Regina e casa Olivotti. In cielo, grande battaglia di aeroplani. L'aria ne trema. Uno è colpito; cade! E' nostro...
*

     Il tenente De Carlo, quello che ha passato il Piave col Voisin, ha fatto delle segnalazioni per mezzo di lenzuoli distesi su una prateria presso Vittorio Veneto. Gli aeroplani che vi passarono sopra vi lessero l'altro giorno le parole convenzionali: «Truppe sfilano verso Trentino». Ma oggi, De Carlo ha scritto, sempre coi lenzuoli: «Truppe scendono dal Trentino verso pianura». E' evidente che l'Austria tenta sul Piave il suo grande sforzo.

*

     Questa sera, grande discussione fra ufficiali sul problema slavo e polacco. Giudicando i vari popoli dal loro contegno sul campo di battaglia, abbiamo concluso che, a parte le più alte considerazioni d'ordine universale, che alla coscienza italiana non devono mai essere straniere, noi dobbiamo essere amici dei czechi per sentimento, dei polacchi per ragionamento, degli slavi per opportunità. I czechi disertano spontaneamente, senza discutere, e chiedono subito di combattere contro il comune nemico; gli slavi del sud, a mezzo di Trumbic, chiedono patti, condizioni, vantaggi e trattati diplomatici, ma continuano a battersi furiosamente per l'imperatore; i polacchi dicono di essere con noi, e forse lo sono, ma domandano sopratutto di non battersi, perché «in fondo l'Austria li ha sempre trattati bene».
     Fino ad ora, solo i czechi sono veramente contro l'Austria; però se anche agli altri verrà meno la fede nella vittoria, ci sarà da sperare.

*

     Fotografie di aerei hanno oggi accertato che il nemico ha riattivato il «ponte di Piave» alle Bocche di Callalta e che vi passano convogli.

Le Bocche di Callalta. I bersaglieri.

20 giugno.
     Tutta la strada alberata della Callalta sente l'ardore della battaglia. Deserte e sconvolte le case, non ci sono rimasti che i gatti, ma quelli piccoli, che frugano nei residui dei bivacchi, o qualche gallina, diventata selvatica, che vola di albero in albero, come i fagiani, per sfuggire alle insidie. Oltre San Biagio, entro in una casa per cercarvi dell'acqua: in cucina ci sono un tenente e due bersaglieri morti. Ai «Bagnoni» c'è il colonnello brigadiere Dho, che ora comanda la VI brigata bersaglieri e Pirzio Biroli che comanda la VII brigata. I bersaglieri si sono fatti onore. La mattina del 15 contrattaccarono il nemico sull'argine regio di Fagarè; il 16, due ore dopo che erano andati a riposo, richiamati in linea, attaccarono tre volte; alla sera sei volte, fino alla mezzanotte. Il 17 tenerono la posizione, finché ebbero il cambio dalla brigata Perugia che, sopraffatta e accerchiata dopo eroica resistenza, vide il nemico gettarsi addosso una nuova volta ai bersaglieri che erano passati in seconda linea. Si venne al corpo a corpo; il capitano Agostoni due volte accerchiato, fu due volte liberato; poi nulla si seppe di lui. Il trombettiere Silvestri ha suonato sempre l'«avanti!», ma alla fine cadde, presso che esaurito. Aveva dato alla tromba tutto il suo fiato, tutta la sua anima. I bersaglieri non domandavano viveri, ma cartuccie e bombe a mano. «Ma soltanto così, mi dice il tenente colonnello Peluso, si è fermato il nemico».
     Mentre si corre verso le Bocche di Callalta, oltre Villa Cucca, una voce grida: - Indietro, per carità! - «Che c'è?» - «Il nemico ha le vedette che tirano dai platani!» Questi austriaci, si arrampicano come i gatti, non c'è che dire. La strada è difesa dal 121° fanteria (brigata Macerata), comandato dal tenente colonnello Barni e su essa il nemico ha calato una vera cortina di fuoco. Due autoblindate, col tenente Mazza, proteggono le spalle dal pericolo di infiltrazioni.
     Alla una e cinque minuti la fucileria scoppia, così violenta che i soldati devono trovar riparo dietro i muri delle case e nei fossati, colpi d'acqua. Nella casa dove il tenente Pandolfi tiene i suoi zappatori del 121° fanteria, i bachi al bosco lavorano in silenzio sotto l'infuriare della battaglia; nella stanza vicina dormono tre cadaveri.
     Ma l'artiglieria nemica, quest'oggi, è crudele. Nel bivio Callalta – Rovarè, una mezza compagnia, ammassata sul pendio della scarpata, resta macellata da un grosso calibro. I vivi sostano accanto ai morti, fra brandelli di carne. La terra odora di sangue tepido. Il tenente Gandolfi mi fa osservare i soldati: nessuno si è mosso.
     Quando il fuoco nemico rallenta, la brigata Macerata, e, a sinistra, la Foggia, protette dal nostro tiro di sbarramento, procedono, per occupare Villanova, casa Pavan, cà Martini, casa Ninni, la cosidetta linea delle riserve.
     Alle quattro, la linea è raggiunta; il nemico è costipato nel breve spazio fra essa e il Piave, poco più di un chilometro di profondità. Minaccia di finir male, questa volta.

*

      Da ieri non si hanno notizie dell'eroico tenente Aurelio Baruzzi che era qui vicino, a Fagarè. Alla testa di tre reparti d'arditi del 28° fanteria, il suo antico reggimento di Oslavia, era corso a difendere disperatamente il caposaldo di «Le Taie»; si era spinto quasi fino al Piave; circondato, si era disimpegnato; rimasto senza munizioni, è andato avanti ugualmente gridando: «le troveremo per la strada»; ma, da questo momento, non se ne seppe più nulla. Morto? Prigioniero? Qualunque sia la sua sorte, è scomparso da eroe. (1)

(1) Ecco come il tenente Baruzzi, tornato dalla prigionia, mi ha raccontato le fasi successive della sua sciagura. E' interessante sapere come anche i più intrepidi possano cadere in mano al nemico: «Avanzai così con soli sette uomini e mi riportai avanti sin sotto ai tiri dell'artiglieria nostra. Non incontrai lungo la strada che qualche ferito austriaco abbandonato. Contrariamente a quanto mi aveva assicurato il colonnello del 130°, la sinistra non aveva avanzato, ed in breve m'accorsi della situazione critica in cui mi trovavo, cioè solo ed isolato. Allora ritornai indietro di un centinaio di metri ove eravi una casa e salii sul piano superiore. Guardai per la finestra, ma a me tutt'intorno non scorsi alcuno; inviai allora due soldati a destra e due sulla sinistra in cerca dei reparti nostri, e, cogli altri tre, mi posi in osservazione. Erano appena passati dieci minuti allorché sentii rumore di passi dietro alla casa. Rianimato corsi a vedere, persuaso fossero rinforzi nostri; ma con dolorosa sorpresa trovai invece, sotto alla casa, un grosso reparto nemico, forte di almeno 70 e 80 uomini. Appena mi scorsero, incominciarono ad urlare ed a farmi segno di scendere. Risposi con una scarica di fucileria e, insieme agli altri tre miei soldati, sparai quei pochi colpi che ancora mi restavano. Il nemico rispose con forte lancio di bombe entro la stanza a pianterreno della casa, senza riuscire ad offendermi. Intanto altri reparti nemici giungevano frontalmente e, quando non ebbi più un colpo da sparare, fecero irruzione nella casa. Mi levarono la rivoltella scarica di mano e, tutti arrabbiati, mi fecero scendere ed uscire dalla casa. Mi trascinarono con loro per qualche centinaio di matri; indi mi volevan far marciare contro i nostri per impedir loro di sparare. Io feci resistenza e allora mi trascinarono a viva forza. Nella confusione i nostri sentirono e fecero una scarica di fucileria nella nostra direzione. Restarono feriti tre austriaci, ed in seguito a ciò si decisero ad inviarci al comando di battaglione, ove un ufficiale superiore ci minacciò di tagliarci il collo perché, disse, avevamo sparato troppo; poi invece ci interrogò, e, non ottenendo risposta, ci fece internare immediatamente. E così incominciarono i quattro mesi più brutti di vita mia».

Gli austriaci imparano l'italiano.


     Si torna a Fornaci. Piove. Nostri contrattacchi di questa mattina hanno nettamente ristabilita l'occupazione nostra sullo scolo Palombo. Sono stati catturati ottocento prigionieri. Il comando dell'Armata ha mandato il suo plauso «alle fiere truppe della 25a divisione, che oggi passa a riposo per prepararsi a nuove gesta». E' arrivata dalle Giudicarie la 22a divisione, comandata da Chiozzi, colle brigate Firenze e Roma.
     Il generale Latini, e il Ravelli, comandante della brigata Firenze, passano in rassegna i prigionieri. Gli ufficiali sono altezzosi e restano seduti. Il generale Latini li invita ad alzarsi: - «In piedi! Ricordatevi almeno che, secondo il vostro Conrad, questa sera dovevate pernottare a Bologna!»
     Vi è anche il generale Spreafico, piccolo, bruno, forte, lombardo. E' il comandante della «Ferrara» che per due giorni tenne la linea del greto. Egli, fante per eccellenza, che sparò il fucile come un semplice soldato, è entusiasta dei cavalleggeri. Il caporalino Franco Camilotti, ciclista dei lancieri Vittorio Emanuele, veduti i compagni, lasciò la bicicletta, montò a cavallo e caricò anche lui. Rimasto ferito, scrisse alla mamma queste semplici parole: «Ho la gioia di annunciarti che ieri ho versato il mio sangue per la patria».
     Il colonnello Goiran mi racconta che il giorno 15 due aviatori austriaci, scesi a bassa quota a mitragliare, hanno dovuto planare al bosco Ninni. Uno di essi portava calze da donna fermate da giarrettiere eleganti. I soldati lo trattarono con disprezzo. Ad altri prigionieri furono trovate delle cartoline con figure di maschi in pose invereconde. Questo è sintomo non lieto per l'esercito che pretendeva di conquistare il Veneto in pochi giorni. Altri sintomi rivelano le condizioni gravi nelle quali fu decisa questa offensiva della fame. Un prigioniero mi offre le sue carte. Vi trovo un taccuino con queste annotazioni:


«25 marzo 1918: macellato un cane; 29 marzo un gatto; 2 aprile gatto; 3 aprile un cane; 4 aprile cane; 5 aprile cane; 6 aprile cane; 7 aprile una lepre; 8, 10 e 15 aprile, cane, cane, cane».

     Però si osserva che i prigionieri non sono affatto denutriti.
     Forse che l'Austria stia risolvendo il problema di vivere senza mangiare...?
     Da altri taccuini si rileva come gli austriaci si preparassero a parlare italiano. Sicuro! Ma ciò che maggiormente li preoccupa – occorre dirlo? - è di mangiare e aprire gli armadi altrui. Ecco qualche esempio trovato nel libretto di certo Nicolaus Jlizatyn, del 98° fanteria:

     «Signor oste, è in grado di apparecchiare quest'oggi la cena per sessantaquattro ufficiali? Domani il pranzo».
     «Tutti gli armadi sono da aprire».
      «Prego rimanere quieti; ogni resistenza è vana».
      «Porti le chiavi della cassa. E il cassiere dov'è? Prepari 5000 franchi».
     «Signor Podestà, ho l'ordine di perquisire il paese. Il Comune ha il dovere di fornire i carri per trasportare gli articoli».
      «E' lei il capo-luogo?»


*

      Un ordine del generale Boroevic, trovato a un ufficiale fatto prigioniero oggi, dice che la prima fase della battaglia è finita. Ringrazia le truppe del loro contegno. E' linguaggio oscuro, cotesto.

Losson.


      Ore quattro. Gli austriaci hanno sferrato un forte attacco a Losson. Costretto il 209° reggimento a ripiegare dallo scolo Palombo, occuparono il paese; i bersaglieri ciclisti del nono e del primo battaglione passarono al contrattacco e ripresero Losson. Giunti in rinforzo i demoni della brigata Sassari, furono riprese anche le posizioni perdute sullo scolo Palombo. Il terreno è seminato di cadaveri. Degli amici, feriti Barni, Carafa d'Andria, Borsalino, Bracci, Bonacini, Franic.
     Fra i morti, un prediletto. E' caduto sotto la mitragliatrice austriaca, sorridente come visse, il capitano Verna.
     Addio, canzoni! Egli cantava l'altro ieri:

Alla morte sorridenti
Il nemico ci vedrà...


     Ha mantenuta la parola; ma ora non canterà più.
     Piove a dirotto, tutta notte, come d'autunno.
21 giugno.
      Mattinata chiara, tutta sole, tutta azzurro. I fiumi e le roggie sono gonfi.
     Si combatte sempre nel settore di Meolo, a Losson e sullo scolo Perissina, che i soldati chiamano «la Parisina».
     A Meolo sono a riposo gli arditi del maggiore Allegretti, entusiasta delle sue fiamme. «Gli austriaci, dice il maggiore, venivano avanti colle mani alzate per proteggere le squadre che sparavano a tradimento». Il cappellano, che si è battuto anche lui, dice: «La nostra prima ondata sembrava un volo di rondini». Fra i primi a morire fu il tenente Menighini, al grido: «Viva l'Italia». Il tenente Leonarduzzi, milanese che, scappato dal deposito, era corso dall'Allegretti a pregarlo di lasciarlo battersi con gli arditi, ferito cinque volte, è rimasto per quattro ore nel terreno conteso fra noi e loro. Dato oramai per morto, nella notte si trascinò nella nostra linea.
     Il nemico si è battuto alla beduina, sgusciando a piccoli gruppi fra siepi, da case, da fossati. Era invisibile.
*

     Capo d'Argine è sempre in mano del nemico, ma Losson è in mano nostra, difesa ancora dai bersaglieri ciclisti e dai fanti della «Sassari». Sulla strada Meolo-Losson il bivio per case Mattiuzzi è ridotto a un vero carnaio. Tutta la bella vigna è devastata dalle granate e coperta di cadaveri austriaci. Il fossato avanti alla strada ne è ricolmo, perché gli austriaci si erano buttati contro le nostre mitragliatrici piazzate sul bivio. Venivano avanti a grandi masse; ma la nostra artiglieria, intervenuta all'appello del razzo sibilante, calò le saracinesche fra le varie ondate nemiche, sbarrando il passo ai rinforzi. Fu così che un tenue velo di bersaglieri italiani, disteso fra Meolo e Losson, potè macellare il soverchiante invasore. I bersaglieri sono festanti. La gioia della vittoria li fa temerari; rifiutano di piegare il capo sotto il margine della strada. Il milanese Colnaghi, anzi, vuol gridare ad ogni casto: Viva Milano!, e lo grida a perdifiato, «perché el senten i croatt»; ma poi, ripulendo la baionetta insanguinata, dice: «brutta cosa la guerra». Il mitragliere Buzzoni non riesce ancora a spiegarsi come, da solo, abbia fatto sette prigionieri; un altro osserva, con semplicità inconsapevole del grande quesito che va a proporre: «non essersi mai visti e avere una rabbia simile!» Il bersagliere novarese Galantina ha acciuffato or ora un austriaco e se lo caccia avanti come un vitellino. Un ferito della brigata Sassari gli dice, mostrandogli la gamba fracassata: «Non vedi cosa mi hai fatto? Siete barbari che sparate sui feriti».
     Galantina ferma il prigioniero. Breve conciliabolo. Qualche bersagliere grida: - «Ammazzalo». Altri rincalzano: - «E' bene ammazzato, se è uno di quelli che sparan sui feriti»; il sardo, dalla barella, ripete: - «E' un barbaro». Galantina resta incerto; poi, come per scacciare dal capo un brutto pensiero, sferra un calcio potente al prigioniero e gli grida: - «Sei un polacco; va!» Così ha sentenziato Galantina e si porta via il prigioniero. E tutti, in cuor loro, ne sono contenti; anche il sardo.

I bombardieri alla conquista della “Parisina”.


     Il generale Sanna, che comanda la 33a divisione, vuol arrivare questa sera allo scolo Perissina, per congiungere con un rettilineo il caposaldo di Losson alla casa Gradenigo. Sarà azione di sorpresa, senza preparazione di artiglieria. Il movimento è affidato a bombardieri – fucilieri e a bersaglieri ciclisti del quarto e settimo battaglione. Si scatterà alle cinque precise del pomeriggio.
     A casa Rizzetto convengono per le ultime disposizioni il colonnello Cosenza, che comanda il 2° reggimento bombardieri, il tenente colonnello De Perfetto – Ricasoli, che comanda il 104° gruppo, che già si è battuto valorosamente a Villa Prina e a Capo d'Argine, e il maggiore Cardassi, che comanda il 105° gruppo, che questa sera riceverà il battesimo del fuoco. Sono vecchi amici, conosciuti a Zero Branco nei giorni della riscossa, dopo Caporetto.
     Alle cinque meno dieci il grosso del gruppo passa gli ultimi reticolati e si raccoglie nel cortile di una delle tante case «Conte Folco». Mentre il maggiore Cardassi arringa i soldati, l'artiglieria nemica ci previene con un tiro preciso e insistente. Giova attendere. Quando il fuoco declina, sono le cinque e trenta. E' ordinato il «baionett-cann». Via!
     E' battaglia strana, quella d'oggi, fra splendide vigne, calde ancora delle cure affettuose prodigate fino a ieri da mani buone e pazienti. Mentre i soldati, a piccoli gruppi, spariscono fra siepi e fossati, avanza a stento un vecchio che porta in salvo un materasso. Il maggiore Cardassi dalla linea ferroviaria, che si eleva bianca fra le vigne, come un bastione, segue il movimento, corre ai fossati, ritorna, riparte. Sembra di partecipare ad una grossa battuta di caccia. La caccia è all'uomo, ma l'uomo è l'invasore. Viene avanti un soldato, certo Lazzarato, con un anitrino in mano. - «Che hai fatto? Sei scappato?» No, è un territoriale; era andato a casa sua, alla cascina Selvatico, a cercarvi la madre; non avendola trovata, portò con sé per la figliuoletta, l'anitrella, l'unica creatura vivente rimasta, come ricordo della casa perduta. Così combattono questi semplici e buoni soldati veneti, con un piede in terra libera e l'altro in terra schiava.
     Alle sette, le prime puntate arrivano al casello ferroviario numero 26; il nemico reagisce con raffiche di mitragliatrice e con furioso tiro di sbarramento; resta ferito il tenente mutilato Tuzzolino; il sottotenente Vajani della 315a batteria è pugnalato mentre sta per toccare lo scolo Perissina. Si è giunti, dunque, al corpo a corpo. I bombardieri riparano dietro le siepi e nei fossati, coll'acqua fino al ginocchio.
22 giugno.
     Al posto di medicazione, sotto il portico di «casa Folco», giungono in gran numero feriti, moltissimi colpiti da bombe a mano. Ma non un lamento. Ve n'è qualcuno che ha la bocca chiusa da grumi di sangue, altri è lacerato da cento scheggie, in tutto il corpo; eppure tutti hanno la forza di tacere. - «Ah quella Parisina com'è difficile a tenersi!», dice un caporale. Il dottor Ilpastore, esamina, taglia, estrae scheggie, ordina farmachi, conforta, protesta, sempre con volto sereno. Questi giovani medici, che curano i feriti a cento o duecento metri dalla prima linea, sotto il fuoco, sono da additarsi alla riconoscenza del paese.
     Il terreno fra case Folco e la Perissina è battuto dalle granate e dalla fucileria. Al casello numero 26, che troneggia sul terrapieno della ferrovia, esile e giallo, il maggiore Cardassi ha posto il suo posto di comando; cento metri più avanti c'è l'ultimo nostro posto, nell'estrema casa Folco; pochi metri più avanti la «Parisina», che scorre placida erbosi arginelli; tutto intorno, nei fossati, sono caricati i nostri soldati, colle gambe nell'acqua.
     Al vederli non si può a meno di esclamare: «L'Italia dovrebbe esser tutta qui a vedere come vivono per giorni interi i suoi figli!» Ma una voce risponde: - «Eppure, si stava peggio a dolina Imbimbo!» E' un veterano del Carso.
     L'erba dei prati oramai matura è alta come il grano, sì che si può correre, curvi, senza essere visti. Ma il nemico spia il fluttuar delle spighe e vi fa fischiare pallottole e rimbalzare petardi. E' proprio duro vivere di giorno accanto alla «Parisina!» Bisognerà attender la notte, perché la bella si conceda interamente...

Il destino di Villa Prina.


     Dalle vicine scuole di San Filippo il gruppo Splendorelli – obici pesanti campali – deve aiutare l'azione dell'81° fanteria che avanzerà sullo scolo Perissina, dalla Fossetta verso Capo d'Argine. Si tratta di rovesciare in tre minuti sessanta granate da 149 sulle scuole della Fossetta, a soli tre chilometri di distanza. E infatti, alle cinque precise del pomeriggio, dalle otto bocche da fuoco partono otto colpi sincroni: si vedono distintamente i proiettili piroettare lentamente nel cielo, e poi dalla Fossetta levarsi una prima, una seconda, una terza nube, una immensa nube; le scuole sono colpite. Sono passati i tre minuti; devono scattare le fanterie. Auguri!
     - «Ed ora, dice Splendorelli, tiriamo un colpo a casa nostra». E si tira su Villa Prina, dove il «gruppo» fino a pochi giorni era ospite, coi suoi lucidi cannoni, nel vecchio parco veneziano, all'ombra dei grandi e melanconici pioppi cipressini. Così vuole la guerra...
*

      Presso un prigioniero è stato trovato un Promemoria per i comandanti di compagnia di fanteria, distribuito dal comando della 14a divisione, dal quale si rileva come l'Austria si sia preoccupata di curare l'animo del soldato.
     Stralcio qualche brano:

     «Si tenga presente che il soldato non deve essere considerato come una macchina, ma come un uomo; che deve conoscere a larghi tratti per quale causa combatte e dà il suo sangue, un uomo che commette qualche volta degli errori ma soltanto perché nulla gli fu spiegato, perché nessuno si è occupato di lui».


      Si soggiunge:

     «La nostra offensiva contribuirà largamente a finire la guerra, se ricacciamo nuovamente il nostro nemico ereditario, il fedifrago italiano e se penetriamo profondamente nel suo territorio. Siamo senza l'aiuto dei nostri fratelli tedeschi, siamo coraggiosi e tenaci come loro.
     «Avanti decisamente a portare il turbamento nel nemico, come si è visto nell'offensiva dell'autunno 1917.
     «Non farsi prendere prigionieri. Gli austriaci presi prigionieri dagli italiani, vengono trattati assai male. Essi furono, in caso di gravi ferite, operati in stato di piena conoscenza senza impiego di anestetici. (Spiegare esattamente questo alle truppe. Così venne confermato da invalidi restituiti.)
     «Ogni uomo sappia bene che l'attuale offensiva è il colpo più violento, forse decisivo, che dobbiamo ad ogni costo dare contro gli italiani.
     «La volontà che decide è quella che detta legge al nemico, e noi dobbiamo vincere».


     Un altro ordine dello stesso comando, da aprirsi personalmente dal comandante, reca le istruzioni per l'impiego dei gas. La quarta istruzione dice: «Il giorno dell'attacco, dalla una antimeridiana, il vento deve essere misurato ogni mezz'ora. La sesta: I cavalli devono essere muniti di speciale maschera (Pferdmaske)».

Vittoria!

23 giugno.
     Voci di disertori danno per certo che gli austriaci stanno arretrando la linea. Se ne vanno? E come si mettono le cose al Montello, donde nei giorni scorsi veniva la minaccia al nostro fianco?
     Mentre si fanno queste congetture, il nemico tira col 305 da marina su Monastier. Ma il comando dell'Armata ha emanato l'ordine di avanzata generale.
     Verso le Bocche di Callalta è un accorrere affannoso di truppe. Mentre si attendono ordini, a Villa Cucca, arriva un soldato, certo Zappa, catturato in questi giorni e scappato. E' stato fasciato dagli austriaci con bende nere di sudiciume e fu lasciato sei giorni senza mangiare. Ma è contento; ha l'impressione che il nemico stia ritirandosi.
     Ore due pomeridiane. Arriva a passo di corsa il 4° reggimento bersaglieri; sopraggiungono il quarto, il quinto e il dodicesimo battaglione bersaglieri ciclisti; arriva il colonnello Corselli col suo gruppo di arditi. La grande strada della Callalta è formicolante di truppe; ma ogni reparto è al suo posto, ogni ufficiale avanti ai suoi soldati.
     Appena dato l'avanti!, sembra che le ali ci portino verso «il fiume». Rivediamo le vecchie e note case: villa Ninni, villa Maria, casa Martini, casa Verduri; ma come sono ridotte! La campagna circostante è devastata, come se vi fosse passato il ciclone; la strada è ingombra di elmetti, di zaini, di fucili, di morti, oramai neri come negri. Il ponte sullo Zero è saltato, ma gli zappatori improvvisano una passerella con barre di legno. Qui il tiro nemico di sbarramento è infernale. Sotto la nuova procella si piegano, si schiantano, si stroncano gli alberi della strada; dai campi si levano trombe di fango. Passano cavalleggeri «Foggia», al gran trotto, e noi ci aggrappiamo alle code dei cavalli, per volare con loro alla meta. Cavalli ritornano a briglia sciolta senza cavalieri, colle narici sbuffano barelle; lenta ma solenne segue la prima squadriglia delle autoblindate, colle macchine della morte.
     Piove e tuona. La tempesta degli shrapnels confonde e raccoglie in un urlo solo e immenso i multipli scoppi: i due tuoni, dell'uragano e del cannone, si fondono nello stesso cielo; ma Dio oggi è con noi.
     I fanti della «Macerata» attaccano l'argine da villa Covre; ma, a questo punto, bersaglieri, cavalleggeri, ufficiali e soldati, rotti i ranghi, senza attendere ordini, si gettano tutti con impeto sull'argine e sul grande terrapieno della ferrovia che conduce al ponte di ferro. Arriva il generale Giampietro col capitano Fontana, a cavallo; gli austriaci dall'altra sponda inaffiano di pallottole le alte figure dei cavalieri che si profilano nel cielo. Avanti sempre! Ecco il ponte, irto di reticolati; giù per la scarpata, fra i soldati urlanti Italia!, Vittoria!; giù a sbalzi, a salti, a voli, superando i morti, scansando i reticolati infranti, fino al margine di un fiume, sino a un'acqua, una grande acqua: il Piave!
     Oh Piave! Oh Piave nostro, tormento e gioia della nostra anima, che tu sia benedetto!
     Sono le quattro; l'ora in cui l'Italia ha riveduto il suo Piave.

*

      Sul margine del fiume, sotto il doppio uragano che ancora infuriava, quanti uomini, senza distinzione di grado e di età, si sono abbracciati? C'era il generale Castagnola, comandante la 31a divisione, Giuria, Giampietro, Bodrero, il filosofo, Fabbroni, ringiovanito di vent'anni, Clementi, il mutilato, Cocchiglia, Norsa, tutti fratelli nella grande gioia comune.
     Il tenente Cosenza, dei cavalleggeri, nell'emozione dell'ora, si è gettato animosamente nell'acqua, ma giunto a mezzo il fiume, preso di mira dalla mitragliatrice, dovette retrocedere.
     Alle sei torna il sole.

*


     A Zenson. La strada da Monastier a Zenson è seminata di morti austriaci. Ogni fossato è diventato un cumulo di rottami, di carriaggi infranti, di casse di munizioni, di salme. Per poter procedere lungo la strada, occorre rimuovere di tratto in tratto i cadaveri che la ingombrano. Gli effetti della nostra artiglieria appaiono terribili. Si comprende subito perché se ne sono andati: evidentemente non potevano più vivere.
     Arrivano i lancieri del «Vittorio Emanuele» che vanno a rastrellare la campagna; passa il 69° e 70° reggimento fanteria che si porta verso Fossalta. Crepitano le ultime mitragliatrici; è notte.

L'indomani della vittoria. Il campo di battaglia.

24 giugno.
      Il sole sorge in una perfetta chiarità. Mai ho visto sole più bello, cielo più azzurro. Dopo un lungo sogno angoscioso, l'Italia si sveglia in un risveglio di gloria. E' il mattino, quello d'oggi, della nuova Italia.
     Ma il nemico non ha ancora sgomberato a sud di Zenson, da Gonfo a Musile.
     Si prende l'argine di San Marco: e rivediamo casa Lola,, casa Carmela, casa Lisa..., cari nomi, mesti avanzi di lieti focolari, tutti ingombri di cadaveri, di carogne di cavalli e di muli, di munizioni e di ordegni abbandonati. Più avanti, addossati al muro di un grande fabbricato, due cadaveri sono ancora uniti in un abbraccio disperato.
     Passano fiamme nere: è il XXVIII reparto d'assalto – i soldati scintillano di pugnali, sembrano tanti istrici – che la sera del 15 attaccò villa Premuda e vi si mantenne sino al 17 mattina e, circondato, ripiegò senza lasciare un prigioniero. Ora canta. Canta e trascina un cavallo prigioniero.
     L'argine di San Marco sembra il bastione della morte; i ricoveri austriaci sul fianco sinistro, sembrano tombe allineate, che conservano ancora il puzzo dei vivi e i brandelli dei morti.
     Zenson è tenuto dalla brigata Roma. L'80° reggimento, comandato dal colonnello Marini, è quello che il 19 sera a Monastier contrattaccò il nemico. Poiché davanti a lui c'erano i lancieri «Milano», il capitano Manes gridò: «Spetta alla fanteria, negli assalti, il diritto di precedenza!»; e balzò avanti coi suoi fanti. Ma ebbe la precedenza anche nella morte, perché l'audace cadde nelle prime file.
     Si cerca il paese di Zenson, ma è difficile trovarlo, perché le case sono tutte a terra. Don Biagio, vicentino, cerca invano la chiesa. Si arriva finalmente alla piazza. E' stata palmo a palmo martellata dalle granate; la chiesa è a terra, ma la statua della Madonna abbracciata dagli angeli è intatta, nel sagrato. Dalla villa del podestà sono sparite le loggette. Di vivo, in Zenson, non c'è che la fontanella, che gorgoglia in mezzo alla piazza. Il cappellano del 79° sta seppellendo i morti.
     Un orribile paesaggio di guerra presenta la stradicciuola che dal bivio di Zenson conduce, serpeggiando, a villa Premuda. E' tutta una successione di morti austriaci. Il minuscolo villaggetto attraversato dal piccolo fiume, col piccolo ponte in legno – che ricorda una delle tante oleografie che stanno a rappresentare l'arte nelle osterie di campagna – reca i segni della lotta feroce. Qui si è conteso al nemico metro per metro il suolo della patria. Un tavolo rotondo, sotto un berceau, porta ancora qualche piatto e molte bombe a mano; sotto il tavolo ride un teschio recente. Non c'è il corpo.
     Il nemico spara – sono i suoi ultimi colpi? - con l'artiglieria da montagna.

*


      Anche il viale alberato di Fossalta è semidistrutto; distrutta la bella piazza del paese. Ma sugli avanzi delle scuole restano ancora le parole: Educa e spera; il programma di domani.

*


     Più giù, alla Palazzina, il generale Marocchetti della 61a divisione racconta che gli austriaci, ritirandosi, hanno lasciato sulla linea di Musile un reggimento di polacchi che si sono battuti strenuamente. Gli ultimi si sono arresi un'ora fa – cinque pomeridiane – nell'ansa di Paludello. Tutte le vecchie nostre linee sono ristabilite: la brigata Arezzo sta battendosi per riconquistare anche la testa di ponte di Capo Sile.

Il regime delle acque e le bonifiche veneziane.

28 giugno.
     E che ne è di Ceccherini? Il bersagliere del San Michele è rimasto impantanato a Cà Nagliati? Bisogna cercarlo nelle lagune.
     Venezia risplende in un tripudio di sole; i giardinetti del Canal Grande sono sopraffatti da una lussuria di glicine. Lungo le Fondamenta dei pubblici giardini sono schierati cacciatorpediniere dai nomi garibaldini: La Masa, Rosolino Pilo, Acerbi, Abba, Sirtori, coi siluri adagiati sui bordi, come bimbi nel cestino.
     Il canale Pordelio è ingombro di zattere che portano truppe. Un modesto rimorchiatore da un nome di guerra, «Verdun», trascina dieci immense peote. Sembra un bimbo che guidi dolcemente, colla piccola mano, un convoglio di buoi.
     Il colonnello Dionisi e il tenente di vascello Jnson, antico bonificatore, si recano a Cavazuccherina per mettere in azione le idrovore del basso Piave.
     La laguna parla ovunque della sapienza della vecchia repubblica. Ma, dopo il taglio del Sile e l'apertura della nuova sede del Piave, opere sue, che ha fatto il nostro paese per regolare le acque? Il regime delle acque è finito colla repubblica. Eppure, oltre allo scopo economico di acquisire nuove terre alla coltura agraria, il regime delle acque investe il problema sanitario della malaria, che in Italia, ad ogni foce di fiume, tiene il suo vasto e triste regno, obliato dal legislatore.
     Questi proprietari veneti, che ad insaputa del Governo e contro tutti i bavagli della burocrazia, soli o consorziati, hanno piantato le macchine idrovore e prosciugate le lagune, sono degli eroi. Tutti questi nomi: Cà Veronesi, Cà Jnson, Cà Prina, Cà Berlotto, Cà Reali, Cà Siecher, Cà Zuliani, rispondono a quelli di altrettanti bonificatori. E dire che non sono stati fatti nemmeno cavalieri, mentre si sarà creato senatore qualche principe latifondista che fa pascolare le pecore alle porte della capitale!

*


      Arriaviamo alle «Porte del Cavallino». Oh il nostro grande Leonardo! E' sempre il suo sistema che impera. Siamo nella prima zona, a scolo naturale, perché l'acqua defluisce naturalmente dal Sile al canale Pordelio, il grande collettore, a mezzo di chiaviche che si aprono nella bassa marea e si chiudono nell'alta marea. La seconda zona, ancora paludosa, appartiene ai cavalieri di Malta. Attualmente abbandonata (zona di Cà Porcia), non dà che un reddito di strame. La terza zona è chiamata «Bonifica Società delle Dune», che ha per centro Cavazuccherina, dove dodici anni fa il professor Pitotti piantò l'idrovora di Cà Pazienti, che ancora oggi tiene prosciugato il terreno. Il Consorzio di Cortellazzo e di Cava Primo facevano azionare altre idrovore a Cortellazzo e a Cava.

*


      Il generale Ceccherini oggi fuma con la «pagliosa». Il 20 a sera, i suoi bersaglieri e i marinai del battaglione Grado, fecero a Cortellazzo un balzo avanti; oltrepassarono due linee austriache, ne scompigliarono i ricoveri e raggiunsero il Piave fino a Fornace Brazzà; quelli di Cavazuccherina, per non esser da meno, la sera dopo, partiti dalla Bova Cittadina, raggiunsero e oltrepassarono palazzo Brazzà, sulla Piave Vecchia, e rientrarono con quattrocento prigionieri. - «Ci siamo impantanati, dicono, ma anche insanguinati». Tutto ciò di propria iniziativa.
     Il pappagallo di Cordovado, dall'ultima volta, ha imparato a ballare. La contessa Freschi lo aveva reclamato, ma i bersaglieri, riuniti a soviet, hanno fatto sapere che non potevano separarsene sin che dura la guerra. Intanto, ha imparato qualche parola nuova: vieni qua, vieni qua, che pronuncia in pretto italiano. Si vorrebbe insegnargli un po' di francese, ed è capace di impararlo, perché, come ho saputo oggi, appartiene alla nobile gente dei cacatua.
     Ma anche qui il cannone sta livellando case e ville. Villa Spezia, casa Rossi, casa Pirami agonizzano. L'ultimo nostro sbarramento è all'estremo bivio per casa Pirami, emergente sull'ampia zona delle acque e protetto da un gran quadro di San Luigi, ultimo retaggio del sacco di Cavazuccherina. No, l'ultimo retaggio è rappresentato da un opuscolo, Cenni storici sull'antica città di Jesolo, editi dal parroco Ghiotto nel 1855, raccolto dal colonnello Zamboni fra le rovine della chiesa. Vi si apprende che fu fondata dagli agricoltori opitergini che sfuggirono, nel VII secolo, alle armi di Rotario, cacciandosi avanti gli armenti. Forse per questo chiamarono il luogo Equilium, donde Esulum, Jesolum. Ma, spopolata per le irruzioni degli ungheresi e pel fascino esercitato dalla fiorente Venezia, si ridusse a povero villaggio. Deviate nel 1471 le acque del Piave, a San Donà, Jesolo rimase tagliata fuori dalle grandi vie di comunicazione; il ristagno delle acque finì col regalarle la malaria. Vi riparò la sapienza veneta che nel '500 apriva, col canale Cavetta, la nuova via pel Friuli, e allora, sulle rovine della morte città, nacque il villaggio di Cavazuccherina.

29 giugno.
     Un soldato austriaco si è presentato alle nostre linee, stanotte. E' un triestino. Dice che il nemico è demoralizzato per la sconfitta e spera soltanto nell'aiuto tedesco. L'ammiraglio austriaco si era già trasferito a Caorle, in attesa della conquista di Venezia, per la quale aveva già pronti i piani di sbarramento della città.
     Nell'azione del 22 giugno gli ungheresi, che pure erano chiamati i diavoli rossi, hanno «fatto fiasco». Sono stati sostituiti dai bosniaci, nei quali si spera molto. Però anche questi hanno un sacro terrore delle nostre bombarde, che chiamano «mine».

*


     Lo spirito del fante. Quando l'artiglieria nemica tira male, il fante dice che è «artiglieria czeca» e cioè amica degli italiani.

*


      Sono arrivati due piccioni dalle terre invase. Uno reca la notizia che De Carlo ha fame e non ha quattrini. L'altro, il numero 95, reca il messaggio di un contadino dei pressi di Vittorio Veneto. Vi si legge, fra l'altro:


     «I soldati (austriaci) piangono sol nominando Piave. Fanno di tutto con violenza e superbia a mano armata. Ci rimettiamo a voi, fratelli d'Italia. Se voi tardate il vostro trionfale ingresso, vedrete la terra ma non i vostri fratelli».

     Benedette le mani umili, ignote che affidarono al piccione il messaggio fraterno!

Ricordi della grande battaglia.
Brigata Sassari, brigata Torino.

30 giugno.
     Losson è ancora calda del fuoco dei giorni scorsi. Il villaggetto è ruinato; ma il campanile ha resistito, crivellato di colpi.
     Ogni angolo odora di calce, gettate a piene mani sui cadaveri; ovunque croci e fosse.
     A Capo d'Argine, il gran ciuffo d'alberi di villa Prina dov'è? E' sparito; non restano che pochi scheletri. Della chiesetta non resta che l'altare, e, esile come una matita, il campanilino.
     La linea di Fossalta è tenuta dalla brigata Sassari. Era a riposo a Brusegana quando, all'alba del 16, fu portata con gli autocarri presso Croce. Scesa dai carri, ributtò il nemico dallo scolo Palombo all'argine regio. Presa alle spalle, ripiegò sullo scolo, combattendo e trascinando prigionieri. Mandata a Cà Tron a ricostituirsi, per le perdite subite, due giorni dopo era mandata a Losson a contrattaccare il nemico. Lo ributtò oltre il paese; si fermò sullo scolo Palombo e sulla Perissina il 20, il 21, il 22; il giorno 23 corse con la Bisagno alle calcagna del vinto nemico, finché nella notte lo sloggiò da Capo d'Argine e all'alba del 24 lo ributtava oltre il Piave.
     Ma il prode conte Giusti, tenente colonnello del 152° reggimento, è scomparso. I soldati, che lo amavano, invano lo hanno cercato.

*


     La brigata Torino, comandata dal generale Cortellazzi, non si è risparmiata. Portata il 15 giugno a casa Malipiero e a casa Bellesina, sulla Fossetta, contenne l'avanzata nemica; alla mattina del 16 contrattaccò; per tre giorni mantenne la posizione, con gli austriaci ai reticolati; il 23 avanzò e toccò la Piave Vecchia e si spinse fino alla Trezza e a casa Bressanin, ritornandone con torme di prigionieri.

Brigata Catania.


      Si parla molto della brigata Catania, perché sul suo fronte il nemico ha sfondato. Dei suoi due reggimenti, il 145° era schierato dal vecchio Tiro a Segno di San Donà al caposaldo di casa Gradenigo; il 146° alla destra, sino all'ansa di Paludello.
     La mattina del 15 giugno il nemico sviluppò una nebbia così fitta di gas lagrimogeni che giungeva a tre chilometri dal Piave. Era tanto densa, che la vedetta di una appostazione di mitragliatrici sul ciglio del fiume toccava colla mano l'acqua ma non la vedeva. Alle porte del Taglio le nostre trincee furono spianate, e il 146° si trovò d'un tratto preso alle spalle. Si difese disperatamente, prima alle «porte» e poi sugli argini. Buona parte morì sul posto. - «Se scaveranno il terreno, mi dice il maggiore Indelicato, lo troveranno sotto, il 146°». Sugli argini, anche il comando del 145°, col colonnello Bianchi, col medico e col cappellano Fontanarosa, dovette fare le fucilate. Stabilite le difese sulla Fossetta, la prima batteria del 37° reggimento da campagna, piazzò i cannoni sulla stessa linea della fanteria, a casa Pancera, giurando di morire sul posto. Qui, fanti, artiglieri, fiamme rosse dell'Allegretti e bombardieri del De Perfetto, tutta notte si batterono a bombe a mano, con gli austriaci sull'altro margine della Fossetta. Il giorno dopo, 16 giugno, gettate delle passerelle sul cannale, si slanciarono al contrattacco coi bersaglieri del terzo battaglione ciclisti, i quali, ammirati, rizzarono un cartello colla scritta: «Viva i fanti del 145°». Due sardi, Stripoli e Martini, corsero tutta la notte avanti e indietro sulle passerelle per gettare petardi al di là.

Brigata Arezzo.


      A sua volta, la brigata Arezzo, che occupava la vecchia testa di ponte di Capo Sile, la mattine del 15, vistasi inondare la posizione di fosfogeno e di cloro, tenne fermo. A mezzogiorno, quando il nemico aveva sfondato a Paludello, ebbe l'ordine di ripiegare. Sopraggiunto il contr'ordine, si buttò avanti e rioccupò tutta la testa di ponte, in venti minuti. A sera, giunto il nuovo ordine di ripiegamento, lasciò sul posto un velo di arditi comandati dal tenente Comizzoli, milanese, che respinse le barchette nemiche che venivano dal Pozzettone, finché il comandante cadde, fulminato. Arretratosi il 225° reggimento sul Taglio del Sile, il giorno 23 la compagnia arditi occupò di viva forza il ponticello di Capo Sile e lo mantenne, con gli uomini nell'acqua fino al petto. Caduto il sottotenente Molteni, che li comandava, caduti Moietta e Balzaretti, feriti tutti gli altri sette ufficiali, il caporale Piras, sardo, di Assemini, attraversò il ponticello e cadde ferito davanti la trincea nemica. Sopraggiunto in suo soccorso il caporale Marcia, gli gridò, in sardo, il saluto dei morituri: «Muoio, ma non mi arrendo»; ferito nuovamente fu trascinato al posto di medicazione. Il reggimento era comandato dal tenente colonnello Vallo.

Brigata Veneto.


     Ma il successo più pronto e completo è stato serbato alla brigata Veneto, che teneva il fronte avanti alle «Grave», a Salettuol.
     Gli austriaci erano sbucati alla sua destra, dall'isola Caserta, e puntavano al Parapalle, dov'era il comando del 256° reggimento, ma la «Veneto», di sua iniziativa, all'una pomeridiana dello stesso giorno 15, passò al contrattacco. Alle sedici aveva ristabilito la linea e catturati 1037 prigionieri, fra i quali il colonnello, trenta ufficiali e un aeroplano. Il colonnello portava con sé le valigie per rifornirsi di biancheria a Venezia... Il tenente Coviello di Benevento, comandante degli arditi del 256°, quando ebbe a vedersi davanti gli austriaci, al comando di reggimento, ne uscì con un pugno d'uomini ad attaccarli e se ne ritornò con dieci prigionieri; ne uscì una seconda volta e ritornò con venti; il successo incoraggiò i soldati. La battaglia fu breve, appunto perché combattuta con slancio furibondo.
     Il maggiore Citro, napoletano, che era alla testa degli sparsi elementi del secondo battaglione del 256°, che per primo si era lanciato all'attacco, circondato ed invitato ad arrendersi, rispose: - «Vi mostrerò io come si arrendono gli italiani». Fu trucidato a pugnalate. Pure il capitano morì, lanciando bombe a mano come un semplice soldato. La brigata era comandata dal generale De Maria.

*


      Anche il 44° reggimento d'artiglieria da campagna ha avuto il suo episodio glorioso. Il tenente Spartaco Lantini, della terza batteria, alle ore dieci del 15 giugno, era all'osservatorio della terza linea, quando, forzate le due prime difese, gli austriaci vi irruppero. Abbandonato l'osservatorio, raccolse pochi soldati e caricò alla baionetta il nemico. Morì crivellato di colpi, a diciannove anni.

*


     Alla Fossetta è stato trovato l'involto di un pacco spedito da Milano al prigioniero Alessandro Valsassina. Ladri!

*


     Fuggiti dalla prigionia, sono sbarcati sulla spiaggia di Cortellazzo due ufficiali della «Cosenza», Dispensa e Neri, accompagnati dal soldato automobilista Frigo. Parlano con reverenza del parroco di San Marco di Udine, don Fabio, che aiutò il Neri, del parroco di Concordia che fu largo d'aiuto agli ufficiali; sono severi verso il vescovo di Portogruaro e un prete di Tomba di Meretto. Una famiglia di contadini, certi Flaborea, presso Caorle, li ha ospitati e difesi. Le ragazze accendevano i lumi alla Madonna perché li aiutasse a scappare. Baciavano le stellette e li chiamavano «il sangue nostro».

Considerazioni sulla battaglia del Piave.


      L'Austria esce battuta in pieno da questa battaglia, dalla quale si riprometteva, con fede cieca, di piegare l'Italia a chiedere pace.
     Essa vi si era accinta a traverso una preparazione accurata, precisa e sapiente; aveva diffuso ordini, istruzioni, schizzi topografici in bianco e nero, non solo fra i comandi, ma anche fra i reparti minori. Erano state previste tutte le fasi dell'azione, con indicazione dell'ora e talvolta del minuto.
     L'Austria, impegnando tutte le sue truppe, 65 divisioni contro 56, comprese le alleate, aprì il fuoco dall'Astico al mare, ed estese il bombardamento, a scopo dimostrativo, alla Vallarsa e alla Val Lagarina, sì che il maresciallo Soretic, della 42a divisione, poteva dire ai suoi soldati che «dal mare adriatico alle alpi svizzere il nostro sovrano attacca il nemico con tutte le sue forze». Dall'Astico al Brenta tentò l'invasione per la Val Canaglia e la Val Frenzela; dal Brenta al Piave tentò l'aggiramento del Grappa per guadagnare gli sbocchi del Piave verso Pederobba; con un'armata speciale, la sesta, tentò di forzare il Montello. Ma lo sforzo maggiore fu concentrato sul Piave dove riteneva di poter trovare gli italiani impreparati, per l'apparente irrazionalità dell'azione.
     Sul Piave, l'Isonzo Armee si propose il doppio obiettivo di occupare la linea Montebelluna-Treviso a nord; la linea del Musestre a sud. La seconda fase era riservata, dopo una certa sosta, ad altro esercito.
     Lo scatto delle fanterie era stabilito per un'ora unica: le sette e trenta. A quest'ora le artiglierie avrebbero allungato i tiri. Contro la terza Armata operavano undici divisioni di fanteria, due di cavalleria appiedata, una brigata Landsturm, 1850 bocche da fuoco, 650 bombarde.
     Le truppe austriache, schierate da Cimadolmo a Capo Sile, avrebbero dovuto agire frontalmente; quelle schierate a nord, in collegamento con l'ala sinistra dell'armata sorella (la sesta), quando fosse discesa dal Montello, avrebbero dovuto spazzare il terreno da Nervesa a Palazzon fino a Sant'Andrea di Barbarana, onde accerchiare buona parte della terza Armata. Che avvenne? Avvenne che il nemico riuscì a forzare il fiume e a sopraffare le nostre prime linee in tre settori, a Salettuol per breve tratto, da Saletto alla Fossa e da Fossalta a Paludello per ampio tratto, di circa sei chilometri. Il successo iniziale ci fu, perché il nemico riuscì a passare il fiume, il primo giorno in sessanta punti, il terzo giorno in ottanta; ma l'impeto controffensivo della brigata «Veneto» lo costringeva a rinunziare ad ogni ulteriore tentativo nel settore di Salettuol e a convergere tutti gli sforzi negli altri due. Perciò Würm lanciava la 44a divisione Schützen nella zona di Saletto e la 46a nella zona di Fossalta, forze fresche e scelte che riuscirono a collegare i due centri di irruzione. Al punto culminante dell'azione, il nemico ebbe il dominio del Piave da casa Folina a Capo Sile, raggiungendo in profondità San Pietro Novello e il canale della Fossetta.
     E perché si è ritirato? Bloccato in un primo tempo dalle nostre fanterie che lo costiparono in breve spazio di terreno, col fiume alle spalle, e gli resero impossibile la manovra; vinto in un secondo tempo dalle artiglierie che gli resero insopportabile le vita, non gli rimaneva che guadagnare l'altra riva e dichiararsi vinto. Ho già detto che il nemico aveva predisposto ogni cosa nel modo più minuzioso e perfetto. Ad ogni battaglione, ad ogni compagnia, ad ogni squadra era stata consegnata la cartina topografica che indicava la via, il camminamento, la trincea entro cui doveva muoversi. Per ogni uomo, si può dire, c'era l'ora in cui doveva svegliarsi, alzarsi, scattare, correre, fermarsi e, quasi, morire. Ad ogni nuovo passo doveva trovare pronti i depositi di viveri, di munizioni, i forni, i bagni, perfino i luoghi di spidocchiamento.
     Tutto era stato preveduto e contemplato, eccettuata la resistenza italiana.
     Esso ha commesso un grande errore di previsione: non aveva nessuna fiducia in noi. Credeva di sferrare il colpo brutale, improvviso, alla tedesca, e di trovare via aperta alle sue fanterie, ignorando che quando il metodo tedesco non riesce completamente nel primo tempo, la sorte fatale che gli spetta è il ritorno alle posizioni di partenza.
     La caratteristica della battaglia fu questa: che ogni spinta offensiva del nemico si è scontrata con una nostra spinta controffensiva, il che mai avrebbe preveduto.
     Il ripiegamento, probabilmente, fu deciso, in via di massima, la sera del 18 giugno nel convegno imperiale col plenipotenziario tedesco, ma si sperava ancora in una nostra remissività o in un minorato spirito aggressivo: ma essendosi le nostre fanterie contenute in perfetto contrasto con le imperiali speranze, la sera del 22 l'ordine di ritirata fu dato.

*


     Qualche osservazione sul contegno delle nostre truppe. Tutte le armi si comportarono superbamente, gareggiando in ardimento, in sacrificio, con perfetta identità di vedute.
     Il soldato italiano agiva questa volta per impulso proprio, tanto che vi furono momenti in cui occorse frenarlo. Egli sentiva che la guerra era diventata un'impresa sua, ripresa, dopo la disfatta, per volontà e per fini suoi. La voce del paese ha influito certamente sull'animo del soldato, ma questa influenza fu poca cosa di fronte a quel senso interiore che maturò lentamente nella sua coscienza, dopo Caporetto, assieme alla visione dei nuovi diritti che, per il fatto della guerra, veniva acquistando.
     I comandi superiori funzionarono bene, i servizi logistici furono solleciti, il servizio stradale ordinato, l'opera del Genio pronta ed efficace, i trasporti inappuntabili. Le automobili dei comandi corsero liberamente sulla via della Callalta anche nei giorni di combattimento. Nessun ingombro di convogli, pochi carri rovesciati; agli sbarramenti, ognuno era al proprio posto. Artiglieria e Genio furono veramente le armi sorelle alla fanteria; la Cavalleria dimostrava tutto il suo compiacimento ogni qualvolta era chiamata ad operare.
     I comandi inferiori respirarono a pieni polmoni. Sapevano di essere protetti, alle spalle, da uomini coi nervi a posto. I giovani gareggiarono coi veterani; i soldati delle terre invase furono sublimi. Mancarono, è vero, i loro rappresentanti ufficiali, che, dopo Caporetto, avrebbero dovuto seguirli sul campo di battaglia, ma non ebbero bisogno di incitamenti. L'ardito Ernesto Bini, di Pozzuolo del Friuli, slanciatosi alla baionetta contro gli austriaci, gridava in un corpo a corpo: «Prendete! questo per la mia Gigia, che è rimasta nelle vostre mani».
     L'aviazione, per disponendo di mezzi limitatissimi, fu all'altezza del suo compito. Davanti all'audacia dei nostri aviatori, il nemico dovette abbassare i suoi draken e rinunciare ai lunghi voli. Ammainata la bandiera da parte della aviazione, le fanterie austriache dovettero battersi con gli occhi bendati. Il dominio del cielo rimase a noi, e dal cielo ispezionammo tutti i movimenti delle truppe nemiche, fotografammo i ponti, numerammo le passerelle, mitragliammo le truppe, lanciammo messaggi.
     Anche questa volta le anime grandi furono le anime più semplici. I chiacchieroni, gli uomini celebri, i campioni dell'alpinismo che vantano di arrampicarsi tutte le domeniche sulle inaccessibili dolomiti, gli atleti che sfidano il mondo intero, non furono visti in faccia al nemico. Il nemico, a sua volta, non si preoccupò che di battersi, di guadagnare i suoi obiettivi, dimenticando e trascurando ogni opera di pietà. Lasciò tutti i suoi morti sul terreno insepolti, anche quelli del primo giorno della battaglia, che pur cominciavano ad ammorbare l'aria. Gli infelici che morirono nei fossati, quivi rimasero, e furono da noi raccolti, gonfi e imputriditi. A molti morti furono tolte le scarpe, molti feriti furono abbandonati sul terreno e furono da noi raccolti, fasciati, ma già cadaveri.
     Tutti ebbero fede nella vittoria. Perciò si è vinto. Il comandante della terza Armata, il capo di Stato Maggiore, tutti i loro collaboratori, non ebbero un solo minuto di esitanza e di dubbiezza; compresero fin da principio la situazione, ne misurarono gli scopi, ne previdero gli effetti e vi provvidero con prontezza. Anche quando il nemico aveva toccato Meolo, all'Armata si era tranquilli. Ma la gloria maggiore va data al soldato, al fante, alla fanteria, alla santa fanteria. Ed essa, questa volta, si sentì da ogni parte innalzata.

L'ora consolatrice.


     Ma non posso a meno di rileggere il comunicato Diaz del 24. Esso chiude cavallerescamente: «Uno straordinario numero di cadaveri austriaci ricopre il terreno della lotta, a testimonianza dello sfortunato valore e della grande sconfitta nemica».
     E' esatto. La visita di questi giorni al campo di battaglia documenta la obiettiva fedeltà del comunicato italiano. La terza Armata, che ancora una volta corse il pericolo di vedere il nemico irrompere alle sue spalle, questa volta dal Montello, esce circonfusa di gloria da questa vittoria, tutta nostra, tutta italiana. Il nemico, partito dal Piave per correre al Po, ripassa il Piave, lasciando al «fedifrago» italiano la cura di seppellire i suoi morti.
     L'esercito austriaco esce dalla grande prova proprio colle ossa rotte.
     Arrestato in un primo tempo dal saldo cuore delle fanterie, contrattaccato poi senza indugio e senza tregua da tutte le armi e con tutte le armi; ridotto a vivere giorno e notte nel pantano (oh i molli letti di Treviso e di Padova!), col fiume alle spalle, senza ponti e senza libere strade, non gli restava che ritirarsi. Ordinato il ripiegamento per la mezzanotte del 22 giugno, sperava ancora di poter mantenere due solite teste di ponte alle Bocche di Callalta e a Musile, due pegni pel futuro, o quanto meno due maschere, per celare il volto pesto e piangente. Di qui la ragione della resistenza nemica alla nostra vigorosa controffensiva sui due settori. Ma le Bocche di Callalta cedevano nella grande giornata del 23, e la sera del 24 le ultime pattuglie polacche si arrendevano a Musile.
     Per ora la battaglia è finita; la morte riposa... Il combattente cede il posto al buon territoriale per le opere oscure e pie di risanamento e di ricupero. Fra qualche giorno tutta la riva destra del Piave sarà popolata di croci, e ogni proda, dietro all'argine di San Marco, avrà la sua piccola necropoli. Le ossa frammiste di italiani e di austriaci avranno pace e corone di fiori. Ma il nemico non mieterà più il nostro grano, non ruberà più le nostre campane, non forzerà le nostre donne a interrompere i sonni angosciosi per danzare sotto gli occhi delle madri atterrite.
     E' venuta anche per noi l'ora consolatrice, come per Roma dopo la ritirata di Annibale. L'onta di Caporetto è stata lavata nell'acqua del Piave. Oh patria nostra, levati. Puoi riprendere il tuo cammino nel mondo, a fianco delle patrie sorelle!


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