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Episodi vari.
(1916 – 1917).

LA TORCIA AEREA.
Terrificanti e incredibili episodi di incendi a bordo degli aeroplani da guerra.

     Noi tutti – leggendo o sentendo dalla viva voce di chi per aver vissuto quelle ore terribili racconta con veridicità indiscutibile – noi tutti abbiamo più d'una volta tremato pensando o immaginando quell'atroce pericolo che è l'incendio a bordo d'una nave. La disperazione e il terrore che prendono gli sciagurati passeggeri sono centuplicati dalla imminente dominante visione di due morti che guatano e s'avanzano ad ogni minuto: l'acqua e il fuoco. Ma talvolta l'elemento che già è stato dominato dall'uomo – l'acqua – serve a fugare il pericolo rappresentato dal secondo: talvolta le pompe di bordo riescono a domare gl'incendi grazie a getti potenti e continui. Oppure si allagano, aprendo valvole o paratie, gli scompartimenti in cui rugge l'incendio e l'acqua stessa che pochi minuti prima sembrava la crudele alleata del fuoco contro questo si rivolta e lo doma, lo spegne.

LE CAUSE DELL'INCENDIO.

     Ma nell'aria, pei moderni aliscafi che non solcano le onde degli oceani ma penetrano e scivolano nell'imponderabile atmosfera stessa, per i navigatori del cielo non esiste la probabilità di combattere il fuoco con l'elemento sul quale scorrono che – al contrario – questo lo alimenta ed attizza la torcia aerea che porta fra le sue tele ed i suoi legni un carico vivente destinato alla più atroce delle morti.
     In mare si può combattere il fuoco con l'acqua, ma in cielo no; in mare lo scampato dall'incendio può gettarsi a nuoto, aggrapparsi a un salvagente, a una tavola, a un rottame qualsiasi che galleggia e, sui flutti, aspettare per un'ora, per due ore, per un giorno il soccorso che lo liberi dalla seconda morte, ma in cielo no, perché se l'aviatore non muore bruciato in aria, quando le tele dell'aeroplano non reggono più egli precipita al suolo e si sfracella piombando con una velocità di bolide.
     Il fuoco a bordo è il grande nemico dell'aviatore, anche oggi che gli apparecchi sono perfezionati. Il fuoco è il grande nemico dell'aviatore e coloro che sono scampati alle sue spire mortali, uomini abituati a sfidare ogni pericolo, dalle cannonate alle mitragliatrici dei «caccia», confessano che, in quegli attimi terribili, essi, ebbero una visione orrenda della loro sorte e si sentirono tremare le vene e i polsi. Frammenti di granate incendiare, ritorni di fiamma nel carburatore, corti circuiti fra i fili dell'accensione incrociati con quelli dell'illuminazione, proiettili esplodenti nei serbatoi della benzina: ecco alcune delle cause che possono provocare l'incendio a bordo. Allora il motore brucia, si fonde, il legno della carlinga e le ali prendono fuoco, le fiamme sprizzano da ogni dove levandosi al cielo come braccia imploranti, e agli aviatori non resta che una via – se gli estintori a mano che si portano in volo non riescono a domare il fuoco: picchiare giù con l'apparecchio in fiamme, atterrare presto, in qualunque punto, pur di togliersi dall'orrendo pericolo di bruciar vivi che guata alle spalle, che sale da sotto, che da un attimo all'altro può raggiungere i serbatoi della benzina o – peggio! - le bombe che dovevano essere scagliate sul nemico.
     Le narrazioni di episodi di combattimenti ci hanno finora fatto sapere di apparecchi incendiati per esser stati colpiti nel serbatoio della benzina: è certo che un apparecchio da caccia, sia per esser maneggiato da una persona sola, sia perché la superficie delle sue ali è minima e un certo equilibrio basta a farlo rovesciare, difficilmente può salvarsi dall'incendio completo e dalla distruzione.
     E chi lo monta non torna per raccontar la sua avventura... Per i grandi apparecchi è invece diverso.

QUEL CHE ACCADE ALL'«ASSO DI QUADRI».

      Raccontiamo qualche episodio che si riferisce all'ora terribile in cui l'aeroplano si trasforma in torcia aerea.
     Il primo episodio che ci torna alla memoria è quello che ha per protagonista il Caproni n. 1193 detto anche l'«Asso di Quadri», fratello di quell'«Asso di Picche», che pilotato dai tenenti Pagliano e Gori, con osservatore il capitano Barbarisi, compì, primo nella storia, il bombardamento notturno di Pola.
     L'equipaggio dell'«Asso di Quadri» era un equipaggio rotto a tutte le durezze del mestiere, ardito, pratico di voli, di combattimenti, di bombardamenti. Lo comandava il capitano pilota Luigi Govi, un romagnolo di Carpi, comandante pure dell'8a squadriglia, aviatore vecchio di esperienza che ora, col grado di maggiore, ricopre una delicata ed importante missione di fiducia. Secondo pilota era l'aspirante ufficiale Alessandro Borello; mitragliere il soldato Massimo Bianchetti. Con essi il capitano Govi aveva compiuto numerosi bombardamenti, a cominciare dal maggio-giugno 1916 all'epoca della battaglia fra l'Adige ed il Brenta; aveva sostenuto brillanti combattimenti contro i «caccia» austriaci; aveva sfidato l'ira delle batterie antiaeree passando salvo, se non incolume, attraverso i loro vani fuochi di sbarramento.
     L'avventura del fuoco che poteva avere tragiche conseguenze accadde il 1° novembre 1916. Si trattava di bombardare la stazione di Ovcia Draga, sul Carso, per impedire l'accorrere dei rinforzi austriaci sul fronte che in quel giorno veniva duramente attaccato dalla nostra III Armata. Alla sera venne l'ordine dal comando del gruppo: al mattino la squadriglia era pronta. L'indivisibile equipaggio dell'«Asso di Quadri», dopo aver ultimato la toilette di combattimento dell'apparecchio ed aver disposto, nei lanciabombe, la solita razione di esplosivi, parte pel primo. E' infatti l'aeroplano del capitano Govi che deve guidare e precedere sull'obbiettivo gli apparecchi dell'8a e delle altre squadriglie.
     La partenza fu regolare; i motori andavano meravigliosamente: avevano quel rombo pieno e sonoro che dà le migliori speranze sul loro perfetto funzionamento; in breve si raggiunse la quota voluta e l'Isonzo stava per essere varcato.
     L'aspirante Borello e il soldato Bianchetti, calmi come sempre quando si compiva un'azione, erano ai loro posti. Borello, a quell'epoca, aveva 19 anni, l'anima di un fanciullo, la volontà decisa e sicura. Pilota esperto, mano robusta e ferma, d'occhio perfetto. Il mitragliere Bianchetti, meno giovane, venuto dalla Francia a compiere il proprio dovere: aveva già servito nell'esercito alleato col grado di maresciallo di cavalleria ed aveva fatto l'ultima campagna del Marocco. Ben sette ferite sul corpo ed un colpo di lancia sulla testa, riportate nei combattimenti contro i ribelli, attestano il suo valore. Forte, temerario, egli anelava la battaglia, voleva la lotta, non concepiva che la vita di avventure e di rischi: l'ideale dei mitraglieri dell'aria. Se gli apparecchi nemici, avvistato il gran «Ca» invece di avvicinarsi e attaccare si allontanava prudentemente, egli soffriva e s'impazientiva.

IL FUOCO! IL FUOCO!

     Il Caproni, maestoso capofila della flottiglia aerea, andava dunque sicuramente sul Carso; quando di colpo, ha una brutta scossa, un tremendo sobbalzo. Poi, vincendo la mano dei piloti si abbassa e precipita. Il capitano Govi si volta per guardare i motori e sente la voce del mitragliere che urla: «Il fuoco! il fuoco!» Infatti lunghe fiamme gialle si alzano verso l'ala superiore e quasi l'avvolgono. Il carter del motore è incandescente e si fonde: l'enorme calore suo fa bruciare la tela. Pochi secondi ancora e l'apparecchio è tutto uno sprizzar di fiamme. Gli altri aeroplani vedono, ma ogni soccorso è impossibile. Forse s'immagina che il terrore abbia preso i tre aviatori dell'«Asso di Quadri»? Neppure per sogno.
     La morte si presenta, ma non intimorisce i valorosi, si dovrebbe, si vorrebbe discendere, ma l'apparecchio è a quasi 3000 metri. In una rapida sintesi mentale ognuno dei tre misura il pericolo; due enormi serbatoi di benzina che da un istante all'altro possono avvampare, lo scoppio di otto granate-torpedini, lo sparpagliamento delle parti dell'apparecchio e delle loro membra insieme. Quadro fosco, terrificante.
     La discesa è vertiginosa. Il mitragliere, ch'era già sceso dalla torretta, afferra uno dei due estintori d'incendio che sempre si portano in volo, scavalca la carlinga, va sull'ala che s'incendia, lacerandosi le mani contro i rottami del motore per meglio far entrare il liquido estintore a contatto della fiamma. Ma non basta: il covo delle vampe non s'accorge di quel piccolo getto. Bianchetti grida: «Capitano venga anche lei!» L'invocazione non resta senza risposta. Govi lascia Borello solo al volante, afferra l'altro estintore, si porta sull'ala e là, con Bianchetti con fatiche inaudite, a rischio di essere balzati nello spazio, tenendosi aggrappati con una sola mano, riuscirono a domare le fiamme.
     Intanto la discesa continuava vertiginosamente: ma la mano di ferro del pilota Borello era ancora padrona dell'aeroplano per quanto un solo motore funzionasse e un'ala fosse tutta sbrindellata e bruciata. L'atterraggio avvenne in territorio nostro a Villa Vicentina. Appena scesi si abbracciarono e si baciarono scambievolmente, come fratelli scampati da un orrendo comune pericolo. Per quel fatto e la continua mirabile opera prestata in venti bombardamenti, da Pergine a Trieste a Fiume, i tre furono decorati con medaglia d'argento.

UCCISI DALLE PROPRIE BOMBE.

     Come gli uomini, anche le cose della guerra, cioè le posizioni, i fatti, le armi, i corpi, hanno un destino che, talvolta, è comune per molti. Così la squadriglia del capitano Govi non conta nella sua storia soltanto l'incendio dell'«Asso di Quadri» che, poi, riparato e guarito dalle sue scottature, riprese servizio e ritornò a volare sugli austriaci: altri due se ne ricordano. Uno del settembre 1916, l'altro più recente, quando il capitano Govi aveva lasciato ad un altro valoroso ufficiale il comando della squadriglia cara a D'Annunzio, attrice di spedizioni formidabili, antesignana del primo bombardamento notturno di Pola, del primo mitragliamento – il 24 maggio – delle fanterie austriache da quota bassissima.
     Il primo, ebbe tragico epilogo. Vi morirono i due piloti tenente Romelli e sergente d'Odorico e il soldato mitragliere Zanetti. Era anche quello un'equipaggio forte, compatto, abituato a tutte le battaglie. Specialmente D'Odorico un giovane alto e bello, era il campione dell'ardire. Una volta, durante il bombardamento di Fiume nell'agosto 1916, un motore dell'apparecchio si «piantò» e non ci fu verso di farlo riprendere. Allora D'Odorico lascia al volante il Romelli, con una temerarietà fantastica s'aggrappa all'ala vi si issa, e da là si mette a toccare il motore, a palparlo, a ricercare il guasto e a ripararlo, mentre sotto gli è aperto un baratro spaventevole, urtato dal vento, e dall'aria percossa! Il tragico fatto, dovuto all'incendio in volo, che non fu potuto domare in tempo, sicché l'apparecchio, avvitatosi, scese troppo bruscamente e nell'urto contro terra scoppiarono le bombe, avvenne al mattino del 13 settembre 1916, per un bombardamento su Trieste.
     Il secondo episodio del genere, nell'aprile 1917, ebbe per protagonisti i piloti Sacco di Genova e Cincio di Cagliari. L'incendio si sviluppò mentre l'apparecchio era giunto sull'obbiettivo e gli scaricava addosso il suo carico di bombe. Indifferenti del tiro antiaereo degli austriaci, un pilota e un mitragliere riuscirono a domare le fiamme coi mezzi di bordo, per quanto l'incidente avesse fatto perdere quota all'apparecchio che precipitò per oltre 500 metri. L'apparecchio rientrò al campo ad azione finita, ma con un motore in meno e un'ala quasi bruciata.
     Volendo, si potrebbe continuare questa collana di episodi quasi all'infinito. Alle volte questa, che non vorrebbe essere altro che una serena cronaca d'eroismo latino deve assumere lo stile del racconto epico fantastico, che talvolta può lasciare increduli. Per molto tempo non si credette una invenzione di menti esaltate l'episodio di quell'aviatore francese De la Terline che non riuscendo ad avere ragione dell'avversario gli si precipitò volontariamente addosso, trascinandolo seco in una mortale caduta? Dovette il fatto ripetersi al nostro fronte, per opera dell'eroico Arturo dell'Oro, perché si disarmassero gli ironici dubbi degli increduli.
(Dalla Rivista Nel cielo, n. 1, gennaio 1918).

Francesco Broili da Udine.
(Sottotenente pilota).

     Durante un bombardamento della stazione di Dottogliano sul Carso operato il 3 dicembre 1916 da una poderosa nostra squadriglia di biplani Caproni, uno di questi, e precisamente quello contrassegnato col n. 479, fu attaccato quasi a tradimento da due aeroplani tedeschi da caccia, due Ago sbucati improvvisamente dalle nubi e piombati sul Caproni che essi forse credevano incapace di difendersi. Il nostro aeroplano era montato da tre aviatori: i piloti sottotenente Broili e sergente Barducci, il mitragliere d'Arduino. Appena pronunciatosi l'attacco nemico anche il sergente Barducci andò alla mitragliatrice anteriore, mentre Broili restava alla guida, cercando di mettere l'apparecchio sempre in ottima posizione di tiro.
     Lo scambio dei colpi di fuoco fu subito, violentissimo. Una raffica nemica colpisce il motore centrale, che si ferma, e spezza un'elica.
     I due Ago attaccavano uno anteriormente e l'altro posteriormente. Per inutilizzare l'attacco dell'Ago che gli era di fronte due, tre volte Broili gli si gettò addosso per fargli mancare la mira.
     Finché si venne all'epilogo. Mentre il secondo Ago era tenuto a bada dalla mitragliatrice di poppa, Broili per la terza volta puntò l'apparecchio contro l'avversario frontale. I due velivoli per un attimo si trovarono a dieci metri uno dall'altro. Sottili lingue di fuoco uscivano dalle canne delle due mitragliatrici ma la mira del sergente Barducci fu più giusta: una raffica colpì il pilota austriaco, che levò le braccia in alto, mentre l'Ago, restato senza guida, cadeva di testa.
     Ma intanto anche un altro motore del Caproni, per causa dei virages strettissimi compiuti da Broili per sfuggire al tiro nemico e presentarglisi sempre di fronte, s'era fermato.
     Per l'improvviso arresto del motore l'apparecchio si trovò squilibrato e cominciò ad avvitarsi, precipitando: ma il bravo pilota Broili non si sgomentò e con abile manovra riuscì a riportare in equilibrio il Caproni dopo 800 metri di caduta, cioè a circa 2000 metri di quota. Ma bisognava scendere a qualunque costo. Ed ebbe appena il tempo di vedere che si trovava sulle prime linee attorno ad Oppacchiasella, che dovette scendere in volo librato, così, dove gli capitava, perché era assurdo sperare di giungere oltre l'Isonzo in pianura. L'atterramento fu difficile, ed avvenne su un terreno sconvolto dal passaggio dell'avanzata, e reso più arduo dal fuoco delle artiglierie nemiche. Ma i tre si salvarono e poi seppero che l'Ago era andato a sfracellarsi a terra.
(Medaglia d'argento).
(Dalla Rivista Nel cielo, n. 1, gennaio 1918).

Giovanni Facta da Pinerolo.
(Soldato volontario pilota).

     Fu nei giorni della nostra controffensiva sugli altipiani, nel 1916, in un bombardamento delle retrovie austriache. Il 29 giugno il biplano pilotato da soldato Facta (figlio dell'ex ministro) e dal sottotenente genovese Sattanino veniva incaricato di eseguire, con altri apparecchi della stessa squadriglia, un'importante operazione offensiva. L'impresa esigeva, con tutta l'abilità dei piloti capaci di superare l'insidia dei monti e dei venti, un sublime disprezzo del pericolo.
     Partito dal campo di Aviano, il «Ca» prese quota e fu ben presto sulle posizioni austriache sull'altipiano, dalle quali fu accolto da un nutrito fuoco di sbarramento. Finché una cannonata lo colpì in pieno. Fu uno sfracello. Le scheggie e le pallette forarono i serbatoi, le ali, la carlinga, mentre, come per un fato provvidenziale, i quattro aviatori restarono incolumi. Intanto la benzina sgorgava dai serbatoi.
     L'apparecchio aveva perduto ogni facoltà d'innalzarsi. Ma proseguì ugualmente verso la meta vicina, per effettuare il bombardamento: poi sarebbe stato quello che il destino avrebbe voluto. Ma la volontà dei due piloti era inflessibile. Tutti così i «Capronisti». L'apparecchio arrivò sul bersaglio dopo gli altri aeroplani e sempre accolto dal fuoco antiaereo: gettò le sue bombe e prese la via del ritorno.
    Il grande aeroplano ferito, con i longheroni spezzati, le ali quasi frantumate perdeva ogni stabilità.
     Erano all'altezza di Cima Dodici. Da una parte vedevano la Val Sugana, dall'altra le praterie dell'altipiano. In quella non potevano assolutamente discendere, in questa si correva rischio di atterrare fra gli austriaci se l'aeroplano non si fosse sorretto in aria. Atterrare nelle linee nemiche significa l'incolumità ma i quattro italiani non vollero e piuttosto che cader prigionieri e lasciare l'apparecchio preda degli austriaci continuarono oltre. Ormai il «Ca» era colpito anche dalle fucilate, tanto s'era abbassato.
     Il tenente Sattanino, che pilotava, poté finalmente raggiungere uno spazio libero fra le linee nostre e le austriache. Un'ultima manovra e l'equipaggio sarebbe stato salvo, ma, a un centinaio di metri da terra, gli ultimi fili di comando si spezzarono e l'aeroplano precipitava al suolo, fra i reticolati italiani, in prossimità dell'osteria Termine.
     I nostri soldati accorrevano dalle trincee, noncuranti del pericolo e del fuoco nemico che continuava ad accanirsi sui rottami e ne ritirarono due morti: il pilota Facta e il mitragliere. L'altro pilota e l'osservatore erano gravemente feriti, ma poterono essere salvati.
(Medaglia d'argento).
(Dal Libro Le ali della strage).


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