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L'XI gruppo aeroplani dal luglio al dicembre 1917.

(luglio 1917 – agosto 1918).


     Aviano! Io ho assunto il comando dell'XI gruppo che aveva la sua sede ad Aviano, uno dei più bei campi d'Italia, uno dei campi primi costituiti. Campo organizzato in tutti i suoi più minuti particolari, campo vastissimo ai piedi del Monte Cavallo nella pianura friulana.
      6 squadriglie lo componevano, 6 belle squadriglie e ben 60 ufficiali giovani, arditi, pieni di fede e di coraggio vi vivevano; piena la vita di gaiezza, di gioia, lieti di compiere giornalmente l'opera loro proficua in pro della Patria partendo anche più di una volta al giorno per effettuare bombardamenti, verso cui andavano con la stessa serena gioia come sarebbero andati ad una festa.
     Non li ricordo tutti i nomi degli ufficiali; nomino solo i comandanti di squadriglia:
       2a squadriglia: capitano Matricardi;
       3a squadriglia: capitano Ruggerone;
      4a squadriglia: tenente Toselli;
      6a squadriglia: capitano Sibilla;
     7a squadriglia: capitano De Muro;
     15a squadriglia: capitano Nardi.
     Aviano era un vero paese: giardini, strade, piazze a cui erano stati dati i nomi dei più bei bombardamenti eseguiti: Pola, Assling, Fiume, Trento, San Pietro del Carso,, ecc.
     Vi erano una piccola ferrovia (Dècauville) che allacciava gli hangars fra loro e con le polveriere.
     Era la vita di una grande famiglia, un'unica mensa ci ospitava e le ore dei pasti erano liete sempre. Ricordo un piccolo gruppo di ufficiali che aveva costituito come il circolo degli spensierati; quando la sala divenne troppo angusta, si allogarono in una stanzetta vicina e chi oltrepassava la porta d'ingresso doveva pagare una multa... multa che si risolveva in offerte ai commensali.
     I mesi di agosto e settembre 1917 si possono chiamare il periodo aureo dell'Aviazione da Bombardamento sia per i bombardamenti eseguiti sia per la dovizia di materiale.
     In previsione delle azioni sul Carso e sulla Bainsizza erano stati concentrati ad Aviano mezzi aerei nuovi, si aveva in quel tempo un numero di apparecchi di riserva uguale a quanti se ne avevano in linea, così le squadriglie erano sempre efficienti e ad ogni bombardamento partecipavano con l'organico al completo.
     Sono stati due mesi di vita attivissima, febbrile; nel mese di agosto molte volte non si è neppure dormito, si partiva anche due volte in un giorno, si partiva alla notte.
     Durante questo periodo si sono effettuati i bombardamenti più importanti: Pola, Assling, Tarvis.
     Ricordarli tutti non sarebbe possibile, sarebbe troppo lungo descrivere il lavoro di preparazione, le partenze e i ritorni.

IL PRIMO BOMBARDAMENTO DI POLA (2 AGOSTO 1917).

     Da alcuni giorni si parlava di questa spedizione.
     Venne finalmente la sera attesa; alle 23, mentre una luce radiosa illuminava il campo e faceva staccare il profilo di Monte Cavallo sul fondo scuro del cielo, ben 22 apparecchi erano allineati sul campo pronti a partire.
     Gli ultimi preparativi, finalmente un colpo di pistola Verry dà il segnale agli equipaggi: vestirsi; un secondo segnale: eliche in moto. I proiettori gittano i loro fasci a terra, poi un fascio si alza verticalmente; è il segnale di partenza del primo apparecchio.
     Parto, sono le 23; a distanza di 5 minuti l'uno dall'altro devono partire tutti gli altri. Erano compagni del primo volo su Pola il tenente Sala, il sergente maggiore Galli, prendiamo la via segnata da altri proiettori, arriviamo al proiettore alla foce del Tagliamento, dei Mas che devono incrociare fra foce Tagliamento e Punta Salvatore, si scorgono a mala pena. Il mare è argenteo, la luna splende ancora, ma a distanza si profila una cortina di nubi. Si scorge il faro austriaco di Punta Salvore. Ci indica la rotta giusta.
     La cortina di nubi non ci arresta. Ci seguiranno gli altri apparecchi? Dopo quelli di Aviano devono partire quelli del Campo di Comina ove ha sede il quarto gruppo aeroplani e dopo di quelli, gli apparecchi delle due squadriglie che avevano la loro sede a Campoformido.
     Scrutiamo il cielo dietro a noi. Nulla, è buio; gli apparecchi, anche se ci seguono non li possiamo vedere, siamo ormai in vista di Punta Salvore, gli apparecchi navigano a lumi spenti. Proseguiamo.
     Le nubi intanto hanno coperto il cielo, la navigazione è più difficile, si prova un senso di oppressione, ma gli animi nostri non cedono, i cuori battono all'unisono coi motori il cui tono potente e costante si mantiene dalla partenza al ritorno senza la minima pausa; suono assordante ma caro, poiché nei motori è affidata la nostra vita e sono loro che ci danno l'unica compagnia nel silenzio infinito dello spazio.
     Si avanza. Passiamo su Rovigno, scorgiamo il faro di Parenzo, ecco si vede l'estrema punta dell'Istria, si scorgono i primi fari di Pola. E qui dirò con le parole di D'Annunzio: «I due proiettori potentissimi della Barbariga già cercavano di afferrarci coi loro lunghi tentacoli rettilinei. Dalla Punta Barbara, dalla Punta Peneda, dalla Punta Grossa, altri fasci si sprigionarono, oscillarono, ed un altro, meno potente ma non meno insistente, si levò ad austro del caseggiato di Fasana».
     E qui altra cosa ci colpì, delle luci in città, forse il segnale di allarme. Fu senso di sgomento, di pietà o di gioia?
     Tutti insieme li provammo, pensavamo al terrore che i nemici incutevano sulle nostre popolazioni quando venivano a bombardare le nostre città. Vedevamo con gli occhi della fantasia donne coi loro bimbi in braccio fuggire; vedevamo gente angosciata che cercava di mettersi in salvo. Ma non su di loro noi volevamo lanciare il nostro carico di morte, ma sulle opere militari, sulle navi alla fonda del porto, sullo scoglio Olivi, sull'Arsenale.
     E ben si sarebbero meritati che noi vendicassimo i nostri morti innocenti, ma non volevamo macchiarci di tanta infamia, non volevamo uccidere i nostri fratelli ancora sotto il giogo dell'odiata Austria.
     Intanto i fasci da terra e dalle navi, come dice D'Annunzio: «c'inseguivano, ci prendevano, ci lasciavano, ci riafferravano ancora, ci tenevano talora come in una branca immensa a cui disdegnavamo di sfuggire intenti al nostro compito di distruzione».
     Lanciavamo le nostre granate, mentre i fasci non cessavano di perseguitarci, mentre il tiro delle batterie aeree intensissimo fin da principio e disordinato, diveniva di attimo in attimo più giusto.
     Mi valgo ancora delle parole di D'Annunzio:
     «Mentre col più fiero ritmo dei nostri motori intatti prendevamo la rotta del ritorno, volgendomi a poppavia per osservare il gioco incessante degli esploratori delusi, scorsi nell'inferno bianco di Pola, il rosso di un incendio, distintissimo per la diversità delle fiamme torbide nel grande candore del plenilunio immobile e dei fari irrequieti.
     «Rientrammo nella pace della notte volando sempre lungo la costa silenziosa. L'orlo dell'Istria ci conduceva per Amore, noto come i lineamenti di un cavo volto che dorma.
     «Nessun lume, nessun segno di vita. Il faro sulla punta occidentale dell'isola di Sant'Andrea e quello di Parenzo rimasero spenti. All'altezza di Umago avvistammo già il nostro faro di Casa Domini in Pertegada. La Punta Salvore era interamente al buio. La barriera delle nubi era crollata. La costellazione dell'Orsa ci segnava la rotta brillando sopra la nostra costa oscura».
     E gli altri?
      Arrivato al campo seppi:
     Dopo i due che mi avevano seguito vi fu una lacuna, uno per un guasto al motore aveva fatto ritorno, altri sei che lo seguivano vedendolo ritornare, impressionati dalla cortina di nubi ritornarono anch'essi. Ma gli altri dopo proseguirono, così anche quelli di Comina, anche quelli di Campoformido.
     E così D'Annunzio che era partito alla testa del nucleo di Comina giustifica quelli che erano ritornati: «...una seconda cortina di nubi più vasta e più folta ci toglieva la vista del mare. Si dissolveva e si addensava nella vicenda del vento a noi avverso, oscurando talvolta il chiarore lunare, così si comprende come un certo numero di velivoli si sia sconfidato di traversarla. Essa era infatti più che una cortina, una larga barriera ineguale che occupava l'apertura del golfo sino alla Punta di Salvore».
     Ed a Pola tornammo, tornammo tante altre volte.
     Fu in una di questi notti in cui si partiva per Pola che un grave incidente funestò l'XI gruppo.
     Io ero in volo, al mio ritorno ne fui informato. Un apparecchio, non si è saputo per quale causa, mezz'ora dopo la partenza aveva fatto ritorno. Nell'atterraggio per lo scoppio delle bombe che aveva a bordo si incendiò e trovarono così la morte quattro giovani vite rigogliose e forti: il tenente Toselli, il tenente Bonafede, sergente Asteggiano, caporale Schirio.
     Ma davanti alla morte l'anima degli aviatori non muta, incrollabili nella loro fede, nel loro coraggio assistono ad occhi asciutti a tante stragi e onorano i caduti ritornando con maggiore ardire alla lotta.
     E la lotta è aspra e una nuova vittima miete il giorno seguente. Il giorno dopo verso le 10 si effettua il bombardamento del bosco di Ternova, il nucleo partito da Aviano si porta sull'obbiettivo. La giornata non era delle più belle, ma quasi io ne provavo un senso di piacere, grossi nuvoloni ci consentivano ogni tanto di toglierci dalla vista e quindi al tiro dell'artiglieria antiaerea.
     Al ritorno al campo si constata la mancanza di un apparecchio. Che sarà avvenuto? Finalmente verso sera si hanno notizie. E' quello del tenente Buttini che aveva a compagno di pilotaggio il sergente maggiore Remitti, per osservatore il tenente di cavalleria Poccetti e il mitragliere soldato Farneti.
     Si sa che l'apparecchio è stato costretto ad atterrare sulla nostra linea su di un camminamento e subito è stato distrutto dall'artiglieria avversaria.
     Un colpo d'artiglieria aveva capito in pieno la carlinga sul lato sinistro. Il proietto ha staccato di netto la testa dal busto del sergente maggiore pilota che, lanciata in aria e passata sopra l'ala superiore, è caduta prima nella torretta della mitragliatrice posteriore, poi in carlinga. Il mitragliere la vede, vede che l'apparecchio non ubbidisce ai comandi, si avvicina all'altro pilota Buttini che pure era rimasto ferito ad un braccio e crede con lui il mitragliere che la mancanza di risposta dei comandi dipenda dal peso del morto che gravita sul volante.
     Il mitragliere sorregge la cara salma, Buttini aiuta con una mano, ma l'apparecchio non ubbidisce ancora, plana per proprio conto e avendo i timoni inchiodati gira e si dirige sul territorio nemico.
     Uno sforzo: il mitragliere si accorge che l'ostacolo è dato da un tubo spezzato che si era incastrato fra i comandi, li libera, l'apparecchio risponde. Buttini allora lo rivolge verso l'Italia e vincendo ogni difficoltà con abile maestria lo porta nelle nostre linee: appena il tempo di saltare fuori, di gettarsi nel camminamento, togliere la salma del compagno e vedere l'apparecchio distrutto.
     Al tenente Buttini per questo fatto è stata conferita la medaglia d'oro.
     E non basta; un nuovo lutto ci rattrista: al mattino dopo, un altro aeroplano precipita, perché? Si partiva per un bombardamento sull'altopiano della Bainsizza. Un apparecchio della 7a squadriglia (piloti: tenente Ravioli, sergente Bosio; osservatore, capitano Benetti; mitragliere, soldato D'Arduin), giunto in fondo al campo, piega su un'ala, si avvita, uno schianto, si accorre, si raccolgono quattro informi cadaveri.
     Ma Aviano non cede e torna sempre più forte, sempre più gagliardo alla lotta per la grandezza d'Italia.


TARVIS.

     E' un mattino meraviglioso; il gruppo sorvola le nostre posizioni della Carnia, la natura è radiosa, non a combattimento sembra di andare, ma ad una festa. Sotto di noi l'intreccio delle valli profonde, le cime aguzze delle rocciose montagne, i pendii boscosi e qua e là sparsi i paesetti, i casolari.
     Si naviga in una atmosfera calma, in una limpidezza di cielo meravigliosa. Si scorgono in lontananza le ultime vette delle Alpi, delle Alpi che devono essere dell'Italia e che Vittorio Veneto ci ha dato; si ammirano i laghi, si snoda, si perde nella lontananza la Sava, i monti che degradano verso la pianura ungherese.
     Si passano le nostre linee, ce ne accorgiamo subito dalle nuvolette degli shrapnels che scoppiano intorno, ma è un fuoco poco intenso, disordinato; forse il nemico non ci aspettava da quella parte, è un fuoco che non c'impressiona. Che è mai quel tiro in confronto degli sbarramenti terribili che s'incontravano sul Carso e sulla Bainsizza?
     Si scorge Tarvis, è là accoccolato in fondo alla valle, circondato di boschi, si vede la stazione, la ferrovia; è là che dobbiamo lanciare il nostro carico.
     Con calma si punta, si lancia, le granate cadono sui punti designati, gli effetti sono evidenti, si notano gli scoppi sulle rotaie, gli scambi saranno rotti, il traffico ferroviario per un certo tempo certamente sospeso.
     Ce ne torniamo al campo. L'impressione è stata uguale per tutti, tutti hanno provato quel senso di sollievo che io avevo sentito per la minore intensità del fuoco.
     Allora a mensa si discute, si ricorda e tutti con una sola parola classificano gli sbarramenti aerei del Carso: terribili.
     Non si può descrivere ciò che si prova quando si arriva nei pressi di questi sbarramenti quando una vera barriera di nuvolette toglie perfino la visione del terreno antistante.
     Fra quelle nuvolette c'è la morte in agguato.
     Eppure si passa; il dovere lo vuole, l'amor patrio ce lo impone; sono momenti di angoscia, nessuna difesa, l'apparecchio ubbidisce alla volontà ferrea dei piloti, avanza, si è in mezzo ad una barriera di fuoco, l'apparecchio prova dei sussulti, si vedono i fori, gli strappi sulle ali, alle volte sono i serbatoi che sono colpiti, ma l'apparecchio va, va, se non è colpito al cuore, ed il suo cuore è triplice ed è questa sua triplicità che ci ha molte volte dato la salvezza e ci ha consentito di tornare entro le nostre linee.

LE GIORNATE DELL'OFFENSIVA DELLA BAINSIZZA.

      Mai si è volato tanto come in quei giorni e gli aviatori si sono mostrati veramente degni di tale nome, hanno volato sempre, sia in condizioni atmosferiche favorevoli, sia sfavorevoli, di mattina, di sera e di notte, atterravano e ripartivano, lieti di concorrere con le nostre fanterie alla vittoriosa avanzata.
     Una sera eravamo appena ritornati da un bombardamento nella valle dell'Idria, atterrati al campo di Aviano, trovammo il tenente colonnello La Polla, comandante il raggruppamento, che ci dice che il Comando Superiore chiedeva subito un bombardamento sulla linea ferroviaria di Grahova...
     E' già tardi, sta per annottare, i piloti sono stanchi, i motori ci avrebbero consentito ancora uno sforzo? Ma non si esita. Domando chi vuole ripartire con me. Sono tutti, tutti quelli che avevano operato tutto il giorno; e si parte e si bombarda la località fissataci, si ritorna a notte sul campo e nella notte si riparte ancora per Pola.

COME DUE APPARECCHI CAPRONI ERANO STATI ATTREZZATI
PER EFFETTUARE UN BOMBARDAMENTO SU VIENNA.


      E di che cosa non erano capaci gli ardimentosi piloti da bombardamento?
     Non erano sufficienti per loro i quotidiani rischi, non erano sufficienti i bombardamenti di Pola, di Assling, di Tarvis; volevano compierne uno che sembrava impossibile potere effettuare.
     Così nel silenzio, di nascosto, senza per questo fatto diminuire l'efficienza della squadriglia, alcuni piloti s'erano messi d'accordo di effettuare un bombardamento su Vienna.
     Erano: Parravicini, Scavini, Tahon di Revel, Abba e Sala.
     Sotto la loro guida i motoristi avevano preparato dei serbatoi supplementari, studiato ed attuato tutto un sistema di tubazioni ed in una sera di settembre due apparecchi erano pronti.
     Pronti per effettuare la grande impresa, nove ore di volo fra andata e ritorno, sarebbero partiti fra quelli che in quella notte avrebbero dovuto portarsi al bombardamento di Pola.
     Tutto era stato studiato, la rotta, la bussola regolata; l'esito era certo.
     La notte era serena, la luna splendeva nella sua pienezza, gli apparecchi avevano anche il carico di bombe. Già, non volevano andare senza nulla, volevano che a Vienna arrivassero le bombe italiane.
     Ma tanto lavoro, tanta audacia, tanto entusiasmo dovevano rimanere frustrati. Perché?
     Il comandante del raggruppamento ne era venuto a conoscenza. Venne quella sera come altre sul campo per assistere alla partenza degli apparecchi che dovevano portarsi a bombardare Pola.
     Nulla traspariva dei preparativi, ma il comandante doveva avere avuto precise informazioni perché si diresse sicuro all'hangar della quarta squadriglia ove erano ancora ricoverati i due apparecchi pronti a partire.
     Ed i piloti che con tanto entusiasmo avevano preparato tutto, che erano convinti di trasgredire agli ordini si ma di fare opera utile per la Patria rimasero disillusi e mortificati.
     I responsabili furono puniti, si copiò dal loro apparecchio il lavoro di sistemazione dei serbatoi e delle tubazioni della benzina, si attrezzò un altro apparecchio col quale poi avrebbe dovuto andare su Vienna D'Annunzio; si fece fare a questo apparecchio con l'equipaggio destinato all'impresa una prova di nove ore di volo e poi... e poi il Comando Superiore non consentì.

CATTARO.

      «Dopo le cinque incursioni su Pola che alla fama degli aggressori di Idria, di Assling, di Tarvis, aggiunsero una gloria navale e parvero fare della nostra liscia carlinga di tela una rivale della prua rostrata, voi siete chiamati a compiere un'impresa marina di ben più alto volo e di ben più alta audacia.
     «Voi sarete i primi a portare l'ala d'Italia in un cielo ostile che fu fino ad oggi immune da ogni offesa aerea.
     «Voi sarete i primi ad aggredire nel Canale di Kumbur la più nascosta base dei sommergibili austriaci e il numeroso naviglio alla fonda della baia di Teodo.
     «Le difficoltà della rotta, la singolarità del luogo, l'importanza militare del compito, la necessità di superare la propria perizia ed il proprio coraggio improvvisando nel pericolo una virtù nuova: tutto concorre a sollevare il vostro animo che fu sempre pari all'evento e sempre superiore alla fortuna.
     «Questa sera siete chiamati così ad effettuare il bombardamento degli impianti militari di Cattaro.
     «Ai combattimenti del cielo carsico basta assegnare con precisione il compito severo. Non vale aggiungere incitamenti, anzi è necessario temperare l'eccesso dell'ardire e raccomandare una disciplina vigilante.
     «Ma giova ricordare che anche nelle bocche di Cattaro, anche in quel munito labirinto marino, come in tutta la costa dalmatica, respira pur sempre la grandezza della Dominante.
     «Alla caduta della Repubblica i cittadini di Perasto celarono il gonfalone veneto sotto l'altar maggiore del Duomo, consacrandolo alle rivendicazioni future, in cui pur credeva la loro fede dolorosa.
     «E' certo che nella notte di vittoria, il segno dissepolto del leone alato, voi lo sentirete riagitarsi al rombo delle vostre ali.
      «Viva l'Italia».
     Così parlava D'Annunzio ai piloti del Distaccamento A. R. (1) che doveva eseguire il bombardamento delle bocche di Cattaro.
     E così al mattino successivo si informava l'Autorità Superiore dell'azione compiuta.
     I quattordici apparecchi partiti a notte chiara trovarono sul mare una foschia che andò sempre più addensandosi cosicché ai piloti non fu possibile giovarsi delle segnalazioni di rotta fatte dai gruppi di siluranti disposti dal Comando navale con grande accorgimento fino a poche miglia dalla punta di Ostro.
     Nondimeno, tutti ad intervalli regolari arrivarono sulle bocche di Cattaro, dopo circa due ore e mezzo di volo su mare aperto, non sospettati dal nemico; e della sorpresa profittarono per bene aggiustare il lancio delle bombe, che colpirono con manifesta efficacia le stazioni dei sommergibili, delle siluranti e degli idrovolanti collocate lungo il canale di Kumbur in prossimità dell'ostruzione.
     Alcuni apparecchi bombardarono anche Porto Rose e le baracche od i magazzini di Meligne.
     L'incendio di un deposito di benzina fu osservato a Kumbur.
     Altri incendi si accertarono lungo il dock di Genovich.
     Compiuta la distruzione, tutti gli apparecchi percorsero la rotta di ritorno regolandosi con la bussola e con le stelle, essendo il mare e la costa interamente coperti della foschia che impediva la vista dei fanali e quella dei fuochi accesi dalle stazioni di vedetta.
     Dopo aver percorso più di 400 km. sul mare e aver superato le avversità del tempo e il pericolo della deviazione inevitabile, tornarono incolumi al campo prima dell'alba.
      E prima che io dica brevemente di questa impresa, lasciate che io riporti quale fu il giudizio ed il pensiero di D'Annunzio:
     «Secondo me l'impresa di Cattaro è la più straordinaria che sia stata mai tentata da apparecchi attrezzati per volo su terra.
     «Abbiamo percorso con scarso aiuto della Bussola, più di 400 chilometri in mare aperto, senza alcun punto di riferimento.
     «L'incursione mi è piaciuta più di qualunque altra pel suo carattere di avventura. Fu una vera e propria avventura di Ulissidi.
     «Avvistando la costa, ciascuno di noi ebbe un'emozione misteriosa che non dimenticherò mai più. I momenti passati nel riconoscere i luoghi tra la foschia ed il bagliore ingannevole della lune, contano per me tra i più lirici del mio spirito.
     «Non cederei per nessun altro ricordo di gioia e di bellezza il palpito che io ebbi riconoscendo la punta di Arsa e la punta di Ostro.
     «C'era in noi un'allegrezza accorta e taciturna quale doveva essere talvolta quella di Odisseo, mentre colpivamo nel sonno il nemico.
     «Il gioco incerto delle luci ci faceva ridere omericamente sui nostri seggiolini.
     «E che dirò del ritorno? E che dirò del momento in cui scorgemmo nella nebbia un lembo sottile della riva nostra?
     «Fu come un rapimento d'amore. Pareva una patria vergine come quella che strappò alla nave di Acate il grido: Italia! Italia!»


     (1) Perché distaccamento A. R.? Il gruppo di due squadriglie Caproni comandata l'una dal capitano D'Annunzio e l'altra dal capitano Nardi era stato denominato A. R. dalle due prime iniziali del nome del suo comandante (Armani).


***


      Pola che si riteneva invulnerabile, Pola intorno alla quale si era formata la leggenda che assicurava la morte dell'aquila bombardiera che avesse visto sorvolarla, violata per la prima volta nell'agosto, sfatata la leggenda, è stata violata ancora in settembre... in ottobre... e ancora, Pola doveva essere sorpassata.
     Il coraggio dell'aviatore nostro che non conosce paure, né rotta che egli non sappia battere, né meta irragiungibile dalla sua volontà testarda, forte, geniale, audace, voleva un altro bersaglio da colpire.
     Un bersaglio di cui potesse essere fiero, un bersaglio che fosse un centro vitale del nemico.
     A lui non importava la lunghezza della rotta, il mare da varcare, la deriva da vincere, il vento da domare, i trecento e più cannoni da sfidare, i caccia austriaci da controbattere con l'ardore della sua mitragliatrice.
     Ormai tutti gli equipaggi dei bombardieri hanno avuto del sangue nelle carlinghe. Ormai tutti hanno riso in faccia alla morte che si precipitava contro di loro con le croci nere ai fianchi. Ormai chi ha bombardato Idria di pieno meriggio, chi ha tempestato di bombe Chiapovano, chi ha battuto Tarvis, Grahovo, l'Hermada, che ha dato l'assalto al Santo, al San Gabriele, alle colline meridionali del Carso contemporaneamente alle fanterie, a pochi metri su di esse, che ha impegnato dei veri combattimenti con i soldati austriaci che dal basso rispondevano con i fucili e le mitragliatrici, chi è tornato con aleroni asportati dalla mitraglia, longheroni infranti, ali stelate, motori spenti e sfondati, eliche spezzate, con timoni disobbedienti, con piccoli incendi a bordo, con feriti a bordo, con morti a bordo non teme più nessuna meta sia pure temeraria.
     Anzi questa meta temeraria li rinsalda e li esalta, a loro non basta più poter dire: noi fummo a Pola, essi vogliono dire: noi fummo a Cattaro! Ogni audacia vuole essere superata, ogni sacrificio vuole essere più cruento, ogni palma vuole esser più forte di allori.
     Ed io voglio ricordare qui i nomi di tutti coloro che compirono questa impresa meravigliosa, impresa lungamente considerata intentabile:
1° equipaggio – Ca3 4158.
Maggiore Armani cav. Armando pilota
Tenente Scavini Edoardo pilota
Tenente Corica Domenico osservatore
Sergente Cantarutti Francesco mitragliere
2° equipaggio – Ca3 4160.
Capitano Pagliano Maurizio pilota
Tenente Gori Luigi pilota
Capitano D'Annunzio Gabriele osservatore
Soldato Monaldo Agostino mitragliere
3° equipaggio – Ca3 4161.
Tenente Clerici Giampietro pilota
Sottotenente Molteni Federigo pilota
Tenente Lucci Giov. Batta osservatore
Soldato Rapetti Primo mitragliere
4° equipaggio – Ca3 4159.
Tenente Zoppola Mario pilota
Sergente Origgi Battista pilota
Tenente D'Ayala Mariano osservatore
Soldato Pucci Turico mitragliere
5° equipaggio – Ca3 4152.
Tenente Agostini Mario pilota
Sottotenente Bevilacqua Igino pilota
Tenente Da Passano Fausto osservatore
Soldato Vanzulli Enrico mitragliere
6° equipaggio – Ca3 4155.
Tenente Pittaluga Giov. Batta pilota
Sottotenente Olivetti Zo pilota
Tenente Scalcerle Alberto osservatore
Caporale Catapan Mario mitragliere
7° equipaggio – Ca3 5149.
Tenente Digerini Amedeo pilota
Sergente Galvani Astorigo pilota
Tenente Degani Ugo osservatore
Soldato Pizzoni Pietro mitragliere
8° equipaggio – Ca3 4151.
Capitano Nardi Leonardo pilota
Tenente Silvagni Raul pilota
Tenente Moriggi Giorgio osservatore
Signor Civinini Guelfo mitragliere
9° equipaggio – Ca3 4150.
Sottotenente Lisa Gino pilota
Sergente Vischioni Arturo pilota
Tenente Zoppi Attilio osservatore
Caporale Saletta Turillo mitragliere
10° equipaggio – Ca3 4157.
Tenente Pugliese Vito pilota
Sergente Manicardi Armando pilota
Tenente Vallarino Raffaele osservatore
Soldato Fauro Amedeo mitragliere
11° equipaggio – Ca3 4154.
Tenente Parravicini Raffaele pilota
Sergente maggiore Resnati Marco pilota
Tenente Toffoletto Guido osservatore
12° equipaggio – Ca3 4148.
Aspirante Baccili Cesare pilota
Sergente Pacassoni Angelo pilota
Tenente di Vascello Baffile Andrea osservatore
Caporale Raccagni Paolo mitragliere

     Tutti questi equipaggi raggiunsero e bombardarono le bocche di Cattaro; altri due equipaggi che pure facevano parte della spedizione, partiti da Gioia del Colle dovettero farvi ritorno dopo più di un'ora di volo per guasti ai motori e non poterono così eseguire il bombardamento. Li ricordo anch'essi perché fecero pure parte del manipolo di aquile che compì la meravigliosa impresa sono:
13° equipaggio – Ca3 4162.
Tenente Muratorio Mario pilota
Sergente Angelelli Arturo pilota
Tenente Benigni Davide osservatore
Soldato Spreafico Battista mitragliere
14° equipaggio – Ca3 4146.
Tenente Buttini Casimiro pilota
Caporale Casellato Riccardo pilota
Tenente Poccetti Waiss osservatore
Soldato Farneti Alberto mitragliere

Ed ora dovrei descrivere l'odissea, ma lascio la parola a Guelfo Civinini che così l'ha descritta sul Corriere della Sera.

L'IMPRESA DI CATTARO – VOLO D'AVVICINAMENTO.


     «Due settimane or sono le due squadriglie, riunite a Taliedo si preparavano a partire per questo campo, base della loro nuova impresa: a raggiungere Roma, con gli Appennini da superare in due punti, le incertezze del tempo da affrontare e vincere per il lungo percorso. E non si trattava di una prova di audacia, di abilità di resistenza individuale.
     «Era tutto un reparto organico di grossi velivoli da bombardamento che partiva con un compito di guerra ben determinato e preordinato. Questo superbo volo spiccato dalla pianura Lombarda non era che una “marcia di avvicinamento”. Da qui il gruppo di squadriglie, composte tutte di apparecchi da terra, doveva prendere il volo, traversare il mare, giungere l'opposta sponda Dalmata e bombardare nelle chiuse acque delle Bocche di Cattaro le stazioni ed i depositi della flotta austriaca del basso Adriatico; colpire cioè il nemico mentre altre squadriglie continuano a bombardarlo senza tregua a Pola e nelle sue retrovie della fronte Giulia, anche in questo rifugio che gli era apparso finora inaccessibile, e fargli comprendere che non v'è alcuno in cui la nostra guerra non possa raggiungerlo.
     «L'impresa era terribilmente ardua. Lo stesso inventore e costruttore di queste nostre dreadnought aeree dubitava. “Arriverete alla base in metà si e no...”. Disse a Gabriele D'Annunzio che era fra i partenti a capo di una delle squadriglie, e al maggiore Armani comandante del gruppo. Il maggiore Armani abbozzò appena un sorriso di indifferente sicurezza nella cornice quadrata della sua crespa barba d'alpino. D'Annunzio che era già promosso ma non aveva ancora voluto mettere alla manica il “camposantino” di maggiore sorrise pure e disse “Arriveremo tutti su Cattaro e torneremo”.
     «All'alba di stamani, bombardate le bocche di Cattaro ed i circonvicini nidi austriaci del basso litorale dalmata, dopo cinque ore e mezzo, in media, di volo notturno sull'Adriatico due volte varcato, tutti gli apparecchi erano ritornati. Uno solo mancava sul campo. L'abbiamo atteso con ansia. Il sole si è levato. Certo si era sperduto. Il mare per tutta la notte era stato coperto di foschia: un forte vento di Nord rendeva insensibile la deriva. Era caduto in mare? Aveva atterrato fuori campo? Dove? Come? Tutti temevano una sorte triste. Soltanto D'Annunzio era tranquillo e diceva: “Tornerà”. Sorridendo asseriva d'aver visto nella notte a mezzo Adriatico, san Francesco d'Assisi fargli cenni benigni. Era il protettore della spedizione il Poverello. Ricorreva ieri la sua festa. Ed ora il buon Patrono dei viaggi d'oltre mare, e di questa in special modo, poiché aveva due volte traversato l'Adriatico sulla nostra stessa rotta, una per andare in Sclavonia, un'altra per andare in Palestina. “Tornerà, san Francesco l'assiste”. E' tornato. A mezzogiorno un dispaccio ci ha annunziato che aveva atterrato senza danni fuori campo. Stasera sarà qui. Eravamo a mensa, quando è giunta la lieta notizia. E' scoppiato un tumulto di grida gioiose: “Parravicini è salvo. Bravo Parra! Viva Parra. Eja! Eja! Eja! Alalà! Eja! Eja! Eja! Alalà!” è il grido di gioia; di saluto, di plauso, di guerra, l'hip, hip, hip, urrah dei nostri aviatori.
     «L'ha trovato D'Annunzio: grido greco-romano: sa di Cesare e d'Achille. E i bombardieri dell'aria lo lanciano a perdifiato, a mensa o sul nemico, con voci che fanno tremare i bicchieri sulla tavola e vincono il rombo dei motori.
     «La prima tappa del volo d'avvicinamento dal campo di Taliedo a quello di Centocelle fu compiuto da tutto il gruppo di un sol tratto, in una media di tempo di tre ore e tre quarti. Ogni apparecchio aveva aggiunto un serbatoio di riserva in modo da avere una autonomia di volo di circa sei ore. La partenza cominciò alle ore 8 di mattina del 24 settembre. La mattina era nebbiosissima. Partì prima un gruppo di 4 apparecchi, a intervalli di 4 minuti uno dall'altro. Mentre si alzavano la nebbia si infittì sempre più. L'ultimo dei 4 era appena partito che già era scomparso. Fu sospesa allora la partenza degli altri, finché l'aria verso mezzogiorno si schiarì. Allora tutto il gruppo preso il volo verso il sud. I primi partiti navigarono nella foschia, senza veder mai terra fin oltre Borghetto Lodignano. Lì la bruma si dissipò. Pochi minuti e passarono sul Po, su una grande ansa che indicò loro la rotta giusta. Rapidamente scomparve sotto, in un velo caliginoso, Piacenza, cominciarono a fuggire dopo poco, i primi declivi dell'Appennino. Dopo breve tratto di sereno, tutto scomparve di nuovo nelle nubi che dalle valli salivano ad avvolgere tutta la catena fino ai dorsi più alti. Soltanto la bussola e il barografo segnavano la rotta su quell'ignoto. Varcata la Cisa, le nuvole cominciarono a rompersi, a diradare; qua e là la terra riappariva. Gli apparecchi navigavano altissimi, a 3500 metri. In uno squarcio delle nuvole apparve ad un tratto un bagliore tremulo: il Tirreno, fra Spezia e Massa. Lungo la costa il sereno ora era schietto. Correnti contrarie si azzuffavano in giuochi violenti fra le Alpi Apuane e la marina. I Caproni ondeggiavano come paranze alla maretta. Anche quelli ch'erano partiti più tardi da Taliedo, quantunque avessero trovato il tempo più chiaro ebbero anch'essi il volo contrastatissimo dal vento lungo tutta la costa Tirrena. Si sparpagliarono, bordeggiando e cercando strati di aria più quieti. Uno stormo passò su Viareggio a bassa quota. Uno dei piloti che aveva lì i suoi planò fino a 100 metri dalla sua casa, vide alle finestre suo padre, sua madre, che non sapevano del suo passaggio ma l'avevano indovinato e gli tendevano le braccia. Fece un gesto largo di saluto, mandò giù un bacio sporgendosi dalla carlinga, rialzò la prua e scomparve.
     «Passata Pisa, passata Livorno, la rotta proseguì dentro terra, sull'ondulazione collinosa degradante alla Maremma. Il tempo s'infoscò di nuovo, da Massa Marittima in giù i Caproni si erano rialzati a tremila metri e navigavano su un mare di nuvole. Passarono su Grosseto e sulle colline fra l'Ombrone e la Fiera senza veder mai terra. Per un attimo qualcuno vide, in una breve rottura di nuvole, un paese con un po' di sole; forse Corneto Tarquinia. Poi la nuvolaglia si richiuse, diventò un mare candito sconfinato che copriva tutto il Lazio. Ma Roma doveva essere ormai vicina, dopo tre ore di viaggio. Misurato il tempo trascorso, ciascuno volse allora in basso la prua e si tuffò in quel mare. Quasi tutti si erano ormai perduti di vista. La foschia in cui si immersero aumentò la solitudine. Ma chi si tuffò a fondo, forato lo strato di nubi, rivide subito sotto di sé la terra, nitida, senza brume, sebbene battuta qua e là da qualche raffica di piovaschi: e incastonato nel pallido oro laziale una lucida agata rotonda; il lago di Bracciano. Gli sguardi degli equipaggi cercarono subito Roma. Era laggiù vastamente biancicante sotto il cielo grigio, signoreggiata dalla mole del monumento come da una candida acropoli. Gesti di saluto si levarono dalle carlinghe, come quello del pilota che aveva riconosciuto sua madre. Delle grida si unirono al rombo dei motori: Eja! Eja! Eja! Alalà!
     «A mezzogiorno. I primi apparecchi partiti discendevano, fra un velo di pioggia sottile, al campo di Centocelle.

***

      «Da Roma, l'indomani alle 10 la spedizione ripartì. Il tempo era ancora grigio. Tutti gli apparecchi si levarono a volo uno dopo l'altro, e passarono in gruppo a Nord dei colli laziali, proseguendo diritti lungo la valle del Sacco, avvolti soltanto da una foschia leggera. Più oltre cominciarono ad addensarsi grandi masse di vapori, altissime. Il gruppo si sbandò in mezzo ad esse. Ritornò per ciascuno la solitudine assoluta.
     «Ogni tanto forando la massa opaca, i velivoli uscivano al sereno. Poi di nuovo le nuvole li riafferravano. Poi li sorprese un furioso temporale. Lottarono a lungo per uscirne e vi riuscirono, levandosi a quota altissima.
     «Passarono sempre sbattuti dal tempo turbinoso. Più avanti l'aria si era fatta serena, ma sempre agitata. Rividero il mare, il mare che li attendeva per la grande impresa. Erano tutti quelli che erano partiti da Roma.
     «La seconda tappa era stata percorsa in cinque ore. Tutti gli apparecchi erano in condizioni eccellenti. Avrebbero potuto partire per Cattaro il giorno dopo. Non lo poterono per circostanze indipendenti dall'efficienza degli apparecchi e dalla validità degli equipaggi, che parevan ritemprati, anziché stancati da quel volo di mille chilometri. Passarono quattro giornate di attesa febbrile. Le notti erano limpidissime, senza un velo di vapori. Giunse il 30 settembre: plenilunio. Il Comandante diede l'annunzio: “Stanotte”. Rispose un alalà frenetico. E forse molti fra quelli che acclamavano non avrebbero visto il domani. Lo sapevano fin dalla partenza dai loro campi friulani, e pur s'erano accapigliati coi loro compagni, avevan supplicato i loro superiori, avevan brigato e intrigato, per essere della spedizione, come se si trattasse d'andare a una festa. Estratti a sorte i nomi di chi doveva partire, gli esclusi non avevan cessato di raccomandarsi, di cercare cambi coi sorteggiati. Quando i favoriti partirono per Taliedo, quelli che rimanevano si salutarono ammusoniti e malinconici. Soltanto chi n'è a contatto può dire quale fiamma inestinguibile di entusiasmo arda in questa giovinezza combattente, e con quale gaiezza essa faccia di continuo la più generosa offerta di sé stessa.
     «Ma d'improvviso nel pomeriggio di quel giorno, il tempo mutò. Dal mare salì una fitta foschia che a notte velò del tutto il plenilunio. La partenza fu rimandata. Il giorno dopo il tempo peggiorò. Piovve. Furono giorni di disperazione e d'imprecazione. “Tempo cane! Tempo austriaco!”. Il 2, giornata di continui temporali. La sera un po' di luna, poi nebbia fitta per tutta la notte. L'indomani nuove burrasche. “E' finita! Non si parte più!”. Ma a sera ecco la luna limpidissima, fra le nubi nere che fuggono. E tutti fuori a guardarla, con visi di innamorati. Breve apparizione: notte di nuovo, tutta nebbiosa. Tutti vanno a letto sfiduciati sospirando. Anche D'Annunzio ha perduto la sua serenità, è di umore nerissimo, non parla più. A mensa non si sente più un alalà. Anche Pittaluga il più gran ciarlone del gruppo ha esaurito il suo buon umore. Musoneria generale. Ora chi è qui invidia quelli che son rimasti su, e che continuano a bombardare la solita Pola.
     «Ma ecco iermattina il sereno. Il sole ci sveglia, benedetto sia, tu, frate Sole! Tutta la mattinata rimane limpidissima. A mezzogiorno di nuovo il Comandante annunzia “stanotte si parte”. La marina ha annunziato che il tempo sarà favorevole e che a vespro partiranno le torpediniere che dovranno farci le segnalazioni di rotta, e darci aiuto all'occorrenza, scaglionandosi a gruppi dalla nostra costa fino a trenta miglia da quella dalmata. Scoppia un nuovo uragano di grida. Le bottiglie di spumante fan fuoco a salve di batteria. Gli alalà fan tintinnare i vetri delle finestre. Festa grande. Duecento chilometri di mare da traversare due volte per arrivare in terra austriaca, bombardarla farsi cannoneggiare da terra e forse anche dal cielo. Ci sono idroplani da caccia a Cattaro? Bene. Festa completa. Chi non ha più tutta la sua giovinezza si sente come sperduto in mezzo a questa gloriosa gaiezza. Guarda i volti raggianti per scoprire se fra quella gioiosità passi qualche ombra. No; nulla. E allora ride anch'egli, e fa festa, ma con un groppo alla gola. E si chiede: “Ma lo sa l'Italia, lo sa, come s'allietano e di che s'allietano: d'andare per essa a scomparire, forse, nella notte, sul mare in un mistero che non lascia traccia. Lo sa, l'immagina, l'Italia lontana, che si preoccupa dello zucchero ch'è scarso, e si lagna del pane che è nero, e si interessa alle avventure di Bolo Pascià?”».


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