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L'impresa di Cattaro.

«Iterum leo rugit».

     (Campo di Gioia del Colle, 6 ottobre).
     «Si parte. Il tempo ha mantenuto la buona promessa della mattina, ma quasi a malincuore. Nel pomeriggio sono apparse salendo dal mare delle nuvolette che ci è sembrato ci attraversassero il cuore. Ma si sono dileguate. C'è però ancora sul mare una leggera bruma. Non importa, si parte. E' guerra questa, che è, anche, avventura. In questo, certo è molto del suo fascino. Sul campo gli apparecchi in fila, bagnati dall'umidore, luccicano sotto la luna limpida. Qua e là rombano le prove ultime dei motori, due grandi fari s'accendono, alzano i chiari fasci nel cielo, li riabbassano rasente terra. Sulla strada provinciale che rasenta il Campo una folla paesana, che ha saputo, fiutato, indovinato, attende la partenza.
     Pochi minuti alle 11. Il maggiore Armani col suo equipaggio è già sull'apparecchio, che strepita e romba a intervalli come impaziente. Gabriele D'Annunzio ha già indossato l'abito di volo e sta legando a un montante della carlinga la sua fiamma di combattimento; un gran rombo un vento, un fremito che passa sul campo. L'apparecchio del Comandante parte. Scivola leggero nel raggio bianco del proiettore, si alza, gira, passa su di noi con un'ampia sfalcata, si allontana, è in breve tempo una piccola stella rossiccia fra le altre chiare. E già il secondo velivolo si slancia e parte: quello di D'Annunzio che col capitano Pagliano divide il comando della prima squadriglia. E un altro, e un altro, e altri ancora, di quattro in quattro minuti. “Sono partiti tutti?” Grida fra lo strepito dei motori laterali a ralenti il capitano Nardi, comandante della seconda squadriglia. “Tutti, signor capitano”. - “Allora tocca a noi. Pronti?” “Pronti!” “Via!”.
     «Un fragore assordante, un fremito violento che scuote tutto il velivolo, un momento di sobbalzi ondeggianti, poi una calma che pare un arresto di movimento: solo il fragore che continua, e il vento che sterza e percuote. Ai lati della carlinga e dietro gli scappamenti dei motori saettano lunghi pennacchi di fiamme rossa e violetto. Si guarda in giù, affacciandosi al parapetto di rame dei serbatoi. La terra è già lontana, e snoda sulla sua crosta bruna i nastri bianchi delle sue strade in giri vorticosi. E' l'apparecchio che rotea per prender quota. Strade e paesi sembra che danzino, laggiù un bizzarro girotondo. Poi fermano il giro e fuggono. L'apparecchio fila dritto verso il mare. L'occhio bianco di un faro si apre, e ci guarda come battendo le palpebre. Ci guarda più giù un altro occhio rosso, con uno sguardo fisso. Dieci minuti di volo. Si guarda in giù: niente più strade né paesi, né ondulazioni e striature brune: una profondità uguale, infinita, misteriosa, come un altro cielo sottostante: il mare. Una gran tenebra rotta soltanto da una larga chiazza madreperlacea, che pare segua da quel profondo il velivolo nel suo viaggio: il riflesso della luna sull'onda. Ancora dieci minuti di volo, e un altro faro si accende nel buio. E' una torpediniera che ci segnala la rotta e ci saluta. Dieci minuti ancora ed ecco un altro segnale. Ma è l'ultimo. Quella profondità di cielo illume e senza stelle su cui si naviga prende a poco a poco un colore più chiaro, un che di meno infinito. Sembra anzi che s'avvicini per quanto il Caproni continui ad alzarsi. Foschia sul mare. Deve esser fitta. Le torpediniere e i loro fuochi vi si nascondono. Il velivolo è solo, fra cielo e mare, lanciato nel mistero, verso una meta ignota, verso una battaglia ignota, con la via del ritorno ignota.
     «Si naviga per un'ora. I motori hanno un ritmo uguale e possente, che ci pare ed è quello della nostra vita. La bussola e le stelle ci indicano la rotta. Ma c'è vento. Forse si va un po alla deriva, che nulla può indicare. La foschia laggiù s'addensa. Si cercano ancora invano le torpediniere. Nulla. Salgono invece le nubi. Passiamo su un branco immenso di pecorelle d'argento che pascolano la tenebra. Lasciamo sulla destra dei viluppi grandiosi, che sembra s'incalzino per venirci incontro. Si è in volo da un'ora e tre quarti.
     «A un tratto l'osservatore si alza, si sporge dalla prua, guarda in giù, si volge ai pilori facendo grandi gesti. S'indovina il grido che il fragore cuopre. Terra! Ci siamo. Ma dove siamo? Si scorge laggiù, laggiù, una costa senza più foschia, che s'apre in una grande baia dalle ripe rocciose e nude, senza un segno di vita, d'opera umana, di strade, di cose, né di vegetazione. Vediamo chiarissima tremilacinquecento metri sotto, questa ignota costa: sembra di sorvolare su un pianeta morto, o sui resti di una terra inaridita che il mare finisca lentamente di sommergere con le sue lunghe e pigre ondate. Dove saremo? Non certo all'ingresso delle Bocche. La punta che vediamo non è quella di Ostro: ha tutt'altra forma. Non è neppure la baia di Traste, sotto la penisola di Lustica. Che sarà? Dove ci ha portato la deriva? Ci aggiriamo per qualche minuto su quel pallido mistero terrestre, scrutando. Nel mezzo della Baia c'è un lungo isolotto. D'improvviso vediamo un piccolo faro che si accende e guarda in su sonnacchioso, e ci fa dei segnali. Ci ha preso per austriaci, lo scemo. Il Caproni risponde con dei segnali fantastici e volge la prua verso Est, per esplorare un poco dentro terra. Si scorgono infatti dei profili di montagne.
     «Forse ci aiuteranno a raccapezzarci. Si naviga ancora per dieci minuti ed ecco, a sud-est, al di là d'una massa bruna i colli boscosi, un vasto specchio d'acqua, mare ancora? Siamo dunque su un arcipelago? Che pasticcio! Ma ad un tratto l'osservatore si dà una gran manata sul casco e fa un gesto trionfale e scrive sulla tavoletta che passa al pilota: “Siamo a Nord del Lago di Scutari”. La baia con l'isoletta in mezzo è quella di Budua. La deriva ci ha portato venti chilometri sotto Cattaro. Rotta a Nord. Si traversa il Montenegro. Cettigne austriaca è tutta illuminata. La lasciamo a destra. Si passa sul Lovcen. Ci sono batterie? Così si diceva. Ci saranno, ma non si fan vive. Vediamo sulla nostra destra i lumi di Cattaro; ad un tratto si spengono anch'essi. Sui monti del vecchio confine montenegrino passiamo su una linea di forti che tirano qualche cannonata a caso e smettono subito come pentiti. Abbiamo ora dinanzi, da oriente ad occidente la baia di Teodo, che s'apre in fondo su una striscia di pianura tutta solcata di arature. Passiamo sull'isola di S. Marco. Si vedono qua e là luci che si accendono e si spengono, e sembra ci chiamino e c'interroghino. S'indovina un allarme confuso e incerto laggiù. Non capiscono chi siamo: se gente loro o nemici. Certo non siamo soli in aria. Ci sono altri Caproni che s'aggirano intorno a noi, e che non vediamo. Ma laggiù non credono ancora. Italiani? Anche qui? Venuti di dove? Vediamo presso la costa tre navi affiancate all'ancora, e una davanti di traverso. Anch'esse accendono un fascio di riflettori, e subito, dopo una sventagliata rapida li spengono. Vediamo qua e là un saettio di vampe di cannonate, ma cerchiamo invano gli scoppi nel cielo. Dove tirano costoro? Vediamo invece lungo la costa delle grandi vampate e sulla costa nord dello stretto di Kumbur un fumoso rosseggiare d'incendi. Sono i nostri “giacomini” che scoppiano sulle stazioni dei sommergibili, delle siluranti e degli idrovolanti allineate sul canale. Quello che rosseggia è forse l'incendio di un deposito di nafta o di benzina. Altri incendi divampano dovunque: bruciano i baraccamenti di Porto Rose, i magazzini di Melinie. Ora è la nostra volta. Il Caproni è sull'obbiettivo. Tutte le luci sono spente. Non c'è laggiù che il fiammeggiare fosco degli incendi. Il Comandante si sporge dalla carlinga sul traguardo, afferra la manovella dello sganciamento, dà un primo giro, poi un secondo. Ed ecco laggiù sulla costa Nord dello stretto, due vampate violente, poi come un rosseggiare di bragia, che ad un tratto si ravviva, si allarga, si slabbra come una ferita sanguinosa, si fa incandescente agli orli, come della lava che fluisca dal suolo. Visione rapida: tutto è già scomparso dietro di noi. Passiamo sui docks di Gianovich. Altri giri di manovella, altri scoppi enormi. Abbiamo gettato tutte le nostre bombe, le due grandi granate-mine e le quattro piccole: duecentocinquanta chili di esplosivo: e tutta su buon bersaglio. Il Comandante fa un gesto che significa: “Ritorno!” Filiamo attraverso Lustica. Il saettio sotto di noi si fa più fitto. Sparano all'impazzata, da ogni parte. Vediamo scoppiare qualche granata, ma a gran distanza. I riflettori dei forti di Lustica, da Kavalla a Manula, cercan sventagliando affannosamente il cielo, ma invano. Ce li lasciamo presto dietro e lontani. Passiamo a Sud di Punta d'Ostro, siamo di nuovo sul mare aperto. I motori continuano quel loro ritmato rombo piano, regolare, che sembra ora un ruggito di vittoria. Iterum leo rugit. E' il motto di D'Annunzio all'impresa. Il vecchio leone alato non ha di nuovo ruggito stanotte sui suoi antichi dominii?
     Discendiamo lievemente, gradatamente dai tremilacinquecento metri a cui eravamo saliti. La foschia del mare è ora foltissima, forma qua e là amplissimi banchi di nubi, su cui sporgendoci a guardare dalla carlinga si vede l'ombra del nostro velivolo accompagnarci nel volo. Si naviga per un'ora. Nessuna luce sul mare. Il vento di Nord si è fatto più violento, investe l'apparecchio di fianco sospingendolo verso Sud. Ogni poco il pilota deve correggere l'insensibile ma sicura deviazione. Navighiamo per circa un'altra ora, e l'Italia non ancora appare. Il rombo dei motori sembra la chiami. Siamo di nuovo nell'infinito. Ogni tanto una stella filante solca l'immensità. Ma dov'è, dov'è e dunque la nostra terra? Sembra scomparsa, dileguata, sommersa in quell'abisso nero. Tutti abbiamo ora nell'anima una inquietudine vaga. Pensiamo anche ai compagni dispersi in quello sconfinato mistero. Ad un tratto ecco un barlume fioco fra la caligine che a duemila metri già ci avvolge. Poco a poco si fa più vivo. E' il proiettore di una torpediniera: deve essere l'ultima. Ci affondiamo ancora nella nebbia. Anche le stelle sono scomparse. Ma la costa non può essere lontana. La foschia dopo dieci minuti ancora si fa meno fitta. La rompe a un tratto un grande occhio luminoso, fisso, vivissimo. E' un faro nostro. Ma è lontano. Ancora un quarto d'ora di volo. Navighiamo da quasi cinque ore. Abbiamo portato benzina per cinque ore e un quarto o cinque e mezzo al massimo. Tutti i serbatoi sono aperti. Ecco finalmente la costa. E' sotto di noi. L'oscurità misteriosa è scomparsa. Vediamo laggiù una strada, un paese, e il mare che sciacqua lieve su una spiaggia arenosa. Volgiamo a sud lungo la costa per pochi minuti, riconosciamo un segnale rosso di vedetta. Pieghiamo dentro terra. Ma anche la terra ora scompare nella nebbia. Lontano appare un'altra luce vaga, biancastra; certo i riflettori del campo sotto la nebbia. Siamo a mille metri. La terra ricomincia a mostrarsi, or sì, or no. Vediamo i riflettori. E' il campo. Cominciamo a planare. Il rombo dei motori si spegne. Ora possiamo parlarci. Ma non riusciamo a comprenderci. Le voci hanno un suono stridulo, stranissimo. D'improvviso, mentre continuiamo a planare, il pilota e l'osservatore che guardano in giù, fanno dei gesti violenti di rabbia. Una voce più stridula, grida: “Non è il campo! Li c'è il mare! Dove siamo?” Infatti abbiamo sotto di noi una distesa chiara, lucida che lambisce la terra su cui sono accesi i riflettori. La benzina è quasi finita. Il secondo pilota cerca di fermare il plané, ma i motori non riprendono. Il Comandante grida: “Non importa! Scendiamo in mare!” Fa cenno di mettere la cintura di salvataggio e afferra le leve, deciso. Ma l'osservatore che di nuovo si è gettato curvo fuori della prua a guardare, dà un grido: “Non è il mare! E' nebbia! Siamo sul campo!” Ai segnali di soccorso dell'apparecchio un riflettore si abbassa ad illuminare il suolo, l'altro fruga la nebbia facendo segnali di saluto. A una tirata energica anche i motori riattaccano a cento metri dalla terra che sembra lanciarcisi contro. Leggermente il velivolo la raggiunge, scivola sul suolo, si ferma esausto. Ha volato per cinque ore e un quarto precise: non ha nei serbatoi che un centimetro di benzina.
     «L'alba ha ritrovato sul campo tutti gli apparecchi che erano partiti meno quello che aveva atterrato più lontano. Qualcuno è ritornato che già schiariva dopo sei ore di volo.
     «Così è stata compiuta da aviatori italiani su velivoli italiani, la più grande e audace impresa che la guerra aerea registri.
«GUELFO CIVININI»

Lettere di D'Annunzio al maggiore Armani.

«…. l'ansia e l'impazienza di compiere
la grande impresa di Cattaro.
Da alcune lettere di D'Annunzio al maggiore Armani traspare l'ansia e l'impazienza di compiere la grande impresa di Cattaro:

Gioia della Vittoria, 27 settembre 1917.

     «Caro signor maggiore,

«Ho dato la lettera al tenente Parravicini, e spero che sarà efficace.
     «Se non ha bisogno di me, io resto a casa per mettere in ordine il mio diario storico.
     «La prego di farmi sapere a che ora io debba venire al Comando per andare con lei a ricevere il generale.
     «Il suo sempre devoto
«Capitano D'ANNUNZIO».


      E così telegrafava al generale Marieni per sollecitare che fossero inviate le bombe che mancavano per compiere l'azione:

«Signor generale Marieni,


«Oso avvertire la signoria vostra che mancano interamente munizioni e che è urgentissimo provvedere per non perdere tempo prezioso.
«Ossequi.

«Capitano D'ANNUNZIO».


     E poiché dopo l'azione io l'avevo pregato di redigere la relazione me l'inviava e l'accompagnava con la seguente lettera:
Gioia della Vittoria, 5 ottobre 1917.


      «Mio caro comandante,

      «Eccoti una concisa e precisa relazione su quanto fu fatto. Credo sia bene determinare gli obbiettivi colpiti.
     «Dopo le congratulazioni dell'ammiraglio Cerri, stimo sia cortese aggiungere qualche parola di lode pel Comando navale, se bene le segnalazioni delle siluranti non ci abbiano aiutati.
     «Con grande gioia abbiamo avuto notizia che il nostro Parravicini è salvo.
     «Tutto è dunque riuscito di là da ogni speranza e attesa.
     «Viva l'Italia!

«Il tuo GABRIELE D'ANNUNZIO».


     Dopo l'azione di Cattaro, prima di lasciare la Puglia volammo un giorno per salutare la squadra navale nel golfo di Taranto e lasciammo il seguente messaggio compilato da D'Annunzio:

     «La squadra corsara dell'estrema Puglia, che è lieta e fiera di essere al servizio della Marina, saluta e ringrazia ancora una volta il Comando navale e tutti gli ufficiali e tutti gli equipaggi ammirabili, augurando che la sua devozione senza limiti sia presto consacrata da una duplice vittoria in cielo e in mare.
     «Eja! Eja! Eja!
     «Alalà!»
     (Cielo di Taranto, 10 ottobre 1917).


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