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La sensazionale avventura del Ca3 4060.
(1917).

      Il mattino del 9 settembre 1917, il «Ca3 4060», faceva parte d'un gruppo di aeroplani incaricati di bombardare Ternova, oltre Gorizia, e gli accampamenti e i depositi ivi esistenti. Quando fu sull'obbiettivo il sergente Remitti prese i comandi dell'apparecchio per permettere al tenente pilota Buttini di porre in azione il lanciabombe con le indicazioni che gli dava l'osservatore. Sopra la torretta posteriore vegliava, con l'arma pronta a respingere ogni attacco, il mitragliere Farneti. Sotto, e intorno, era un inferno di colpi antiaerei, di tiri di sbarramento. Dolorosamente ammaestrati da altri precedenti bombardamenti, gli artiglieri avevano assai aggiustati i tiri dei loro pezzi ed ora il fuoco antiaereo circondava il Caproni, pur senza impedire agli arditi italiani di rimanere sul bersaglio quanto bastava per mirar bene e rovesciare tutti gli esplosivi portati lassù.
     A operazione finita – altri grandi falchi tricolori completavano la distruzione e passavano un dopo l'altro sull'obbiettivo – il «Ca 4060» fece dietro-front e, sempre guidato dal sergente Remitti, puntò verso ovest: l'Italia, il nido. E le cannonate, dal basso, non interrompevano un minuto: arrivavano urlando, fischiando, riempiendo l'orizzonte di fischi e di batuffoli bianchi, di lacerii, di scoppi, di fumo. Ma l'aeroplano filava velocemente verso l'Isonzo. S'intravvedeva già la pianura oltre il Podgora.
     All'improvviso un tuono sembrò sollevare tutto l'apparecchio. Un colpo violento, terribile, al lato sinistro. Per un attimo gli aviatori non videro più nulla: la carlinga e l'atmosfera intorno era piena di fumo nero, acre, densissimo. Il tenente Buttini restò per un istante soffocato, stordito; istintivamente allungò le mani e afferrò i comandi di leva per rimettere l'apparecchio. Dieci secondi dopo, diradatosi il fumo provocato dallo scoppio della granata dirompente, il pilota vide uno scempio. Il corpo del sergente Remitti abbandonato, esanime, dall'altra parte della carlingga, con le mani penzolanti vicino al secondo volante. Dal collo usciva il sangue che si mischiava nel fondo della carlinga con la benzina sfuggente dai serbatoi forati in vari punti. La cannonata aveva colpito in pieno, sfracellando il piano sinistro delle ali, danneggiando un fianco della carlinga stessa e rompendo i sostegni di legno e i cavi d'acciaio. Come poteva ancor reggersi l'apparecchio?
     L'osservatore Poccetti era sospeso quasi nel vuoto; era aggrappato ai montanti, perché sotto di lui, non c'era più sostegno. E intanto il corpo del morto sergente premeva sui comandi e l'aeroplano scendeva a precipizio sulle posizioni austriache. Il Buttini non disperò: egli non aveva che un dovere: tornare in Italia, col suo carico di morte, coi suoi due compagni vivi, a qualunque costo. Urlò delle parole invitanti a non perdere la calma, e sfruttò ogni abilità di manovra. I timoni di direzione non rispondevano: forse adoperando gli aleroni si poteva ristabilire l'equilibrio laterale. Tentò: essi ubbidirono. Allora ebbe un palpito di grande gioia. Mentre l'osservatore – che si teneva aggrappato per non precipitare nel vuoto – con la mano libera tentava inutilmente di sollevare il corpo del morto che pesava sui comandi rendendo dura e faticosa la manovra del Buttini, questi riuscì a rimettere la prua verso l'Italia. E intanto i colpi dal basso s'infittivano sempre più, arrivavano sempre più precisi attorno all'aeroplano, che volava lentamente, goffamente come naviga un piroscafo che fa acqua e sta per affondare.
     L'aeroplano passa su Monte Santo, poi, di colpo, riabbassa la prua e precipita verso il Sabotino. La discesa è vertiginosa. La terra sembra salir incontro al pericolante velivolo con una velocità fulminea, agognante di completare la rovina e la distruzione. E' la morte....
     Ma il tenente Buttini non tremò. Né, con lui, i due eroici compagni. Il mitragliere, ch'era sceso dalla torretta posteriore ed era rimasto accoccolato nella carlinga tentando di otturare i fori dai quali sfuggiva la benzina, vide in basso, fra i comandi, sotto le gambe del morto, un pezzo di tubo di ferro. Era quello che impediva la manovra. Il soldato Farneti si abbassò, mise le ginocchia e le mani nella mistura di sangue e di benzina, allungò un braccio e rimosse l'ostacolo.
     Allora l'apparecchio si rimise. Ma non era troppo tardi? Dal San Gabriele gli austriaci gli sparavano addosso coi fucili e le mitragliatrici: volava a trecento metri e il bersaglio era facile. E scendeva, scendeva. Bisognava atterrare: scomparso il pericolo di sfracellarsi contro il Sabotino bisognava annegare nell'Isonzo o cozzare contro le colline? Apparve, finalmente, fra Peuma ed Oslavia una raduna contornata da un camminamento. L'osservatore gridò al pilota:
     - Lì, giù, va giù!
     Il pilota planò vertiginosamente: toccò terra, ma il carrello si sfasciò e l'apparecchio si piegò sull'ala destra, rompendo anche questa e sbalzando fuori i tre superstiti.
     Salvi?
     Non ancora, perché la mitraglia austriaca, indirizzata da osservatori lontani, lanciata dalle batterie dietro il San Gabriele, dal Veliki, fulminava la radura: le granate scoppiavano come se dovessero annientare un attacco. Era invece l'ira per la preda sfuggita; Buttini, Poccetti e Farneti alzatisi tosto, cercarono di rimuovere la salma del povero sergente, ma come il fuoco nemico s'infittiva sempre più, dovettero gettarsi nel camminamento per salvarsi. Soltanto a notte fatta, fu raccolto il corpo del povero Remitti.
(Dal Giornale Nel cielo).


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