Fronte del Piave
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NERVESA della BATTAGLIA

Tenente di Fanteria Guido Alessi: M.O.V.M.

“sono in una piccola tana a pochissimi passi dal nemico, in uno dei più importanti baluardi d'Italia. Questa pagina che potrà anche essere il mio testamento spirituale, non può non essere sincera. Se così non pensassi preferirei tacere. Ma ho voluto, ancora una volta, dirti tutta la mia fiducia inalterata. No, non mi sono sbagliato.
All'Italia è riservato un grande avvenire.
Questo è l'estremo grido della mia fede!”
 
Pianeti bianchi razzano rapidi in alto
  poi scendono in curva dolcissimi
sciogliendo la notte sui fiumi e sui colli,
infinitamente lenti si spengono
e i colli e i fiumi riscompaiono.
A un tratto in fondo all’orizzonte sgorgano
  quattro nastri di luce larghi
nascono dalla terra bucano il cielo
immobili.
Ma uno s’agita
e tutti e quattro
 
e si movono
 
brancolano il cielo vasto
discendono
l’aria bianchissima falciano tutta la terra
ah viene viene
quello viene su me me perchè me? solo
nella strada bianca
solo nel mondo
  io
io e quel raggio enorme dall’estremo terrestre del mondo
  mi segna
mi chiama a nome
 
mi figge me al suolo
 
io ombra nella sera su tutto l’immobile bianco infinito della
  terra e del cielo.


 
*TENENTE DI FANTERIA GUIDO ALESSI*

Volontario di guerra, prese parte ad importanti azioni, animato sempre da grande entusiasmo ed amor di patria. Sebbene febbricitante, volle partecipare ad una importante azione, ove, con sommo sprezzo del pericolo, fu sempre fra i combattenti nei momenti più pericolosi della lotta. Trovatosi presso una compagnia assai provata, della quale era caduto il comandante, assumeva il comando del reparto e ne rincuorava gli uomini, incitandoli a vendicare il loro capitano, poscia si lanciava all’attacco. Spintosi quindi arditamente in ricognizione fra le linee nemiche attraverso terreno insidiosissimo, fra il violento fuoco di numerose mitragliatrici, riusciva a segnalare in tempo un movimento aggirante sul fianco destro, sicché fu possibile sventare la mossa. Ripetutamente colpito da una raffica di mitragliatrici, cadeva gloriosamente sul campo gridando: “Non pensate a me, avanti sempre per la grandezza d’Italia; compagni, oggi abbiamo vendicato Caporetto.”

 
 
Montello,
19 giugno 1918
 
 

Guido Alessi, romano, nato il 23 maggio 1890, tenente aiutante maggiore in 2a, 39° regg. Fanteria, ha dato in olocausto la sua fiorente giovinezza alla Patria. La sua morte eroica sul Montello deve essere segnalata pel modo ond’è avvenuta, nel più fitto della mischia, col più alto fervore e col più sereno disprezzo del pericolo; basta questo per meritare la gratitudine nazionale, per essere innalzata ai fastigi della gloria, che circonfonde di una aureola radiosa la memoria di tutti i nostri caduti.
Ma c’è qualcosa di più, in questa morte, che non deve essere trascurato, che dobbiamo rilevare; c’è la volontà del sacrificio, che era preveduto come un dovere, ed atteso come una necessità. Perché Guido Alessi volle essere soldato; volle cimentare la sua vita per l’ideale. Egli avrebbe potuto giovare in altro modo – in modo più duraturo – al suo Paese, conforme gli era stato imposto, restando al sicuro, lontano, molto lontano dal tumulto della battaglia. Ma tali servigi, se anche più utili, non erano adeguati al suo desiderio ed al suo amore; tutto ciò che egli potesse offrire alla Patria che non fosse il suo sangue, che non fosse tutto sé stesso, gli sembrò ben misero dono. Egli sapeva bene che l’ideale non vive senza che sia alimentato dal martirio e non trionfa, se coloro che lo perseguono non gli danno, occorrendo, la vita.
Anche, e soprattutto per questo, vogliamo parlare della morte di Guido Alessi.
E’ bene che la voce della sua parola lasciata negli scritti che son l’unica cosa che di lui rimanga alla madre e al fratello, riconsacri le ragioni ideali, di cui deve vivere un popolo – se vuol essere grande – al di sopra e al di fuori di ogni interesse materiale e di ogni mira egoistica.

VOLONTARIO DI GUERRA.
Guido Alessi appartiene a quella balda schiera di giovani da cui mossero le prime voci per l’intervento dell’Italia nella guerra. Compiuti gli studi classici al Liceo Mariani a Roma ed entrato nell’Università, fu chiamato sotto le armi e inviato in Libia, ove partecipò a vari combattimenti. La conflagrazione europea scoppiò quando egli aveva ripreso i suoi studi e mentre, desideroso di non portare aggravi alla numerosa famiglia, era entrato nell’Amministrazione del Ministero dell’Interno.
La guerra tanto desiderata apparve alfine imminente. L’Alessi domandò allora al Ministero un congedo per potervi partecipare. Il congedo gli fu negato; gli si disse che era più utile alla Patria al posto in cui era, che non nell’esercito. L’Alessi rispose rassegnando telegraficamente le sue dimissioni.
“ Quando l’Italia è in guerra – egli telegrafava – io devo essere al mio posto”.
Trasecolati i superiori rispettarono la sua volontà e in premio dell’esempio gli mantennero l’impiego.
Eccolo soldato. Si reca a salutare il padre vecchio e gravemente malato, e parte per la frontiera.
Il 24 maggio 1915 egli era già al suo posto, col suo reggimento, caporal maggiore. Dopo le prime fucilate, i primi scontri, le prime vittorie, è inviato al Col di Lana. Due anni di lotte continue, d’insidie, di pericoli incessanti, non valsero a scuotere la sua fede; il suo entusiasmo si mantenne acceso come nei giorni agitati ed affannosi della neutralità.
Aveva visto la morte varie volte in faccia; ed essa non aveva osato toccarlo.
In quell’epoca scriveva:
“ Sono a pochi passi dal nemico, nelle trincee piene di pioggia e di freddo, da cui vigiliamo e attendiamo. Non dir però nulla a casa poiché mi credono in seconda linea. I quattro mesi che ho passato in guerra sono certo i più belli della mia vita, eppure ho sofferto quanto non mi sarei mai creduto di sopportare; freddo, insetti, sudiciume, sonno, stanchezza. Ma tutto era addolcito, anzi trasformato dal pensiero dell’opera grande, a cui ho la fortuna di partecipare, dell’Ideale che ci conforta e ci sublima.
Sento in cuore inalterati la fede e l’entusiasmo dello scorso maggio. Con noncuranza leggo sui giornali le voci di pace. Noi la pace la detteremo dopo aver conquistato Trento e Gorizia ed essere entrati a Trieste”.

VOLONTARIO UN’ALTRA VOLTA!
Nel dicembre del 1916 gli giunge alla trincea, come colpo di fulmine, la notizia che il padre, vecchio garibaldino, combattente di Mentana e di Bezzecca, è moribondo: corre a Roma, ne coglie l'ultimo respiro e torna al suo posto di combattimento: è inviato sul Boite. E come già sul Col di Lana è sempre fra i primi ad affrontare il nemico, non sente la stanchezza, non misura il pericolo; più che audace è temerario; non ascolta consigli di prudenza; si slancia dove maggiore ferve la mischia.
Alla fine del luglio 1917, gli perviene un ordine perentorio del Ministero; è chiamato di autorità in servizio. Si rassegna; lascia con grande dolore il suo reggimento, abbraccia i suoi compagni, saluta con le lacrime agli occhi i suoi soldati e si reca a Milano, ove deve prestar l'opera sua, e quindi a Spezia. Ma è angosciato e fremente. Si arrabbia con sé stesso per aver ceduto all'intimazione; sente la nostalgia del fronte. Ogni annunzio di battaglia lo scuote e lo avvilisce. Scrive alla famiglia e al fratello Ferruccio, da lui amato teneramente, parole di profondo accoramento per non essere più a combattere. Lotta tra il dovere del cittadino e quello che gli incombe di provvedere alle sorelle. Non può abbandonarle. Ma succede Caporetto e allora nessuna considerazione più lo trattiene. In quel frattempo aveva dato quasi tutti gli esami alla Università e si era iscritto, per le pratiche forensi, nello studio dell'Avv. Pannunzio di Lucca.
Ma l'amore per la famiglia che gli aveva imposto tanta disciplina e tanta forza di attendere all'ufficio e al tempo stesso di studiare, per crearsi una buona posizione sociale, non valse a trattenerlo. Il nemico aveva invaso il Friuli, minacciava Treviso e Venezia. L'opera dei nostri padri - l'opera di suo padre – minacciava di andar perduta. L'Italia correva il rischio di tornare indietro di mezzo secolo.
Chiunque avesse braccia gagliarde non doveva esitare. E Guido Alessi dette immediatamente e definitivamente le sue dimissioni dall'impiego. Tornò nell'esercito, riprese il grado di tenente, cui era pervenuto da caporal maggiore nei primi due anni di guerra.
E fu sull'Asolone. Un'altra volta di faccia al nemico con maggiore odio nel cuore, con la sete della vendetta, con la febbre della riscossa.
“ Sono pieno di rabbia e di speranza – scriveva al fratello – attendo i grandi giorni e li bramo. La nostra guerra non può terminare colla pagina di Caporetto. Io spero molto, non per me, che la mia vita nulla la calcolo, ma per la Patria, che spero possa al più presto cancellare le pagine tristi e segnarne delle radiose. I grandi giorni si avvicinano. Mi sento sereno, pronto a tutto, mai come ora ho guardato con tanta serenità e disprezzo alla morte. Purché si vinca, e costi anche la vita, ma vincere si deve e ne sono certo”.
E successivamente:
“ Eccomi nuovamente in linea, pieno d'ardore. Se cado porto con me la ferma fede nella nostra vittoria. No, essa non ci può sfuggire! Giorni or sono nella conquista di un'aspra montagna, quasi inaccessibile, io che agivo sul fianco piangevo di ammirazione nel vedere l'eroismo d' una squadra sarda. Impavidi, sotto la raffica della fucileria nemica e di un violento cannoneggiamento, ritti, gettare sulla trincea da espugnare bombe a mano, finché una cannonata cogliendoli in pieno, non li gettò dal monte.
Mi sono trovato in frangenti terribili, eppure sono restato incolume, ma è stato un miracolo.
Del resto “paratus ad omnia”.
In quell'epoca fece una scappata a Roma per conseguire la laurea che finalmente ottenne a furia di tenacia e di buona volontà.
Rivide a Padova il fratello Ferruccio, fu il loro ultimo incontro. Si scambiarono l'ultimo bacio.
Allorché la tracotanza austriaca mosse per darci il colpo decisivo, il suo reggimento fu inviato sul Montello.

LA MORTE EROICA
Gli austriaci, in forze, avevano passato il Piave ed investivano quella serie di ondulazioni collinose su cui Guido si trovava.
Si sferrò l'attacco violento: nugoli di nemici straripavano da ogni parte: le granate fioccavano: le mitragliatrici crepitavano. Ovunque era ferro e fuoco: morte e strage. Ma i nemici non avanzavano.
I nostri difendevano aspramente e terribilmente il terreno; attaccavano, contrattaccavano.
Contro di loro si accaniva la rabbia austriaca: il secondo battaglione si era slanciato con vigoria all'assalto.
Fiero, nel suo indomito coraggio, il maggiore guidava i soldati: con lui i suoi ufficiali; l'Alessi fra i primi.
Proprio quella mattina Guido si era sentito indisposto. Alcuni amici gli avevano consigliato di rimanere e di consultare il medico. Rispose semplicemente: lo consulterò dopo l'azione. E partì con gli altri.
Sotto la furia dei nostri il nemico ripiegava.
I soldati frementi di ardore seguendo l'esempio dei capi, lottavano da leoni. Gli scontri si susseguirono per varie ore.
Fu in quel momento che l'Alessi cadde ferito. Intorno a lui la lotta si riaccese aspra e terribile. Tutti i soldati difendevano il loro caro ufficiale.
Egli domandò di essere medicato sul posto; ma che i suoi non perdessero tempo. Non voleva andare all'ambulanza, sicuro che le forze lo avrebbero sorretto. Egli voleva combattere ancora.
Mentre si rialzava una terza pallottola lo colpì al cuore. Cadde colle braccia aperte, ma ebbe la forza di gridare: “ Avanti, avanti ragazzi, Savoia! Viva l'Italia!” E il grido ripeté tre volte. E aggiuse: “ Viva il Re!”, simbolo della sua fede e delle sue idealità. E cadde morto, sereno ed atteggiato a sorriso. Erano le 18 del 19 giugno. Un soldato cercò di trasportare il cadavere, ma in quel momento gli austriaci, aumentati di numero, costrinsero i nostri a ripiegare. Per poco però, ché il giorno dopo essi venivano assaliti e sgominati, e la vittoria nostra aleggiava dal Montello all'Adriatico.
Il cadavere fu ritrovato spogliato e derubato.
Fu pietosamente seppellito sul bordo di una dolina. Per segno: una semplice croce. Colleghi e soldati piansero la sua morte. L'esultanza della vittoria fu per loro amareggiata da quella perdita. Tutti però reclamarono per lui la più alta distinzione: riconobbero che il suo esempio aveva fruttato; che in quel modo, con quel disprezzo della vita, si conduce i soldati dove si vuole. E in premio del suo valore, della sua abnegazione, fu proposto per la medaglia d'oro al valore.
Era imminente la sua promozione a capitano!
E non possiamo terminare di scrivere queste note senza riportare un brano dell'ultima sua lettera al fratello Ferruccio, che amorosamente ne ha raccolto tutte le memorie recandosi al reggimento cui il fratello appartenne:
“L'esercito italiano è il primo dell'Intesa: è vero, esso conta una sconfitta, una pagina inesplicabile che desterà stupore nei secoli e che non poteva essere scritta se non da noi: il popolo delle sorprese.
Parlo di Caporetto.
Senti: io ho vissuto in mezzo ai soldati quanto pochi, e ne conosco le virtù e i difetti. Grandi questi ultimi, ma grandissime le virtù; ma credi, di Caporetto l'artefice massimo non fu certo l'Esercito...
Ti scrivo con impeto e commozione intensa: sono in una piccola tana a pochissimi passi dal nemico, in uno dei più importanti baluardi d'Italia. Questa pagina che potrà anche essere il mio testamento spirituale, non può non essere sincera. Se così non pensassi preferirei tacere. Ma ho voluto, ancora una volta, dirti tutta la mia fiducia inalterata. No, non mi sono sbagliato.
All'Italia è riservato un grande avvenire.
Questo è l'estremo grido della mia fede!”


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