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Un bombardamento notturno col triplano del maggiore Carnevali.

(18 – 19 luglio 1918).


     Vanno morendo gli ultimi raggi dorati del sole ed il personale della 181a squadriglia si affaccenda ad apprestare i due triplani che nella notte debbono eseguire un'azione di bombardamento verso Bolzano.
     Cari ragazzi! Quanto scrupolo e quanto zelo nella loro bisogna! Compresi di tutta la responsabilità che grava su di loro, dimentichi della stanchezza di una notte dolorosamente insonne passata in opere di pietà pei compagni caduti e nel lavoro faticosissimo dello sgombro del campo dalle carcasse di due apparecchi precipitati il giorno prima, con gli occhi ancor gonfi di pianto per la sciagura toccataci, lavorano attorno alle due potenti macchine con cura religiosa, perché ancor queste non sieno la tomba di altri compagni, di altri superiori.
     Nella mattina nove bare sono state accompagnate al piccolo cimitero!
     Competenti dichiarano l'apparecchio non atto a scopi bellici per alcuni organi difettosi, ma ordini superiori danno molta importanza all'azione di questa notte: occorre compierla ad ogni costo.

***


      La notte che s'avanza promette d'essere calma, la luna pallida, un po' velata, si alza lentamente sull'orizzonte e pare venga a scrutare, nella notte sempre più silente, le traccie della catastrofe a cui fu presente ieri e sembra che per meglio vedere fughi l'ombre paurose che impercettibilmente e caute si rannicchiano ai piedi degli alberi, delle case e di ogni ostacolo.
     E' pallida pallida la luna, ella pure è triste come noi!
     Gli apparecchi son pronti. Fulmineamente, deciso, col suo fascio d'argento il riflettore laggiù in fondo al campo, dimezza il prato. La luna per il nuovo ardire impallidisce ancora e la notte si fa più tenebrosa e misteriosa.
     E' l'ora fissata per la partenza: il considerevole carico di bombe è stato fatto e già son state tolte le loro spine di sicurezza; i motori son stati provati; ci abbigliamo per il volo. Calzari, pantaloni e giubba di cuoio impellicciati, passamontagne, casco, sciarpa, occhiali, guantoni, ecco siamo infagottati tanto da essere irriconoscibili e ci distinguiamo solo alla voce.
     Siam pronti: l'uno dopo l'altro ci arrampichiamo su pei montanti delle ali ai nostri posti. I motoristi mettono in moto i motori: i primi due partono subito, il terzo fa qualche capriccio poi imita i compagni. Le tre eliche frullano sordamente, proviamo un'ultima volta in pieno regime i motori, poi: via le calzatoie che tengono fermo l'apparecchio; un'occhiata scrutatrice attorno, nel buio; un cenno di saluto colla mano ai compagni spiacenti di rimanere, cenno non visto ma certo ricambiato; piccoli e delicati tocchi alle manette dei gas; manovre di timoni ed il gigante triplano pesantemente e lentamente si trascina sulla linea di partenza.
     Il fascio di riflettori ci colpisce in pieno abbagliandoci; facciamo il convenuto segnale colle lampadine di bordo ed esso si spegne.
     Siamo a posto?tutto è in ordine? nessuna dimenticanza? si può partire?
     I motori obbedienti alle nostre manovre accelerano il loro ritmo e, rabbiosamente rombando lanciano dietro tre lunghe scie di fuoco; sono i tubi di scappamento che vomitan faville.
     Il triplano rulla e sabbalza faticosamente sul terreno, acquista velocità, si alleggerisce, si solleva.
     Il campo in un baleno è rimasto indietro, laggiù nel buio, e la luna sembra abbia ripreso il suo vigore per illuminare le nostre ali ed i monti che lassù, lontani, alti e bianchi di neve ci indicano la rotta.

***


     Il fracasso dei motori ci assordisce, è tanto forte che non si sentirebbe un colpo di cannone, eppure in questa notte di luna par d'essere immersi nel più completo silenzio, nella tranquillità più assoluta, in una quiete, in un riposo universale.
     Lassù la luna, a cui par d'essere più vicini, pacificamente ci guarda e laggiù sulla terra un paesaggio senza colori, bianco e nero, interrotto solo da qualche puntino luminoso come delle fiammelle di lumi ad olio; pare il regno dei morti.
     Ecco il Garda, la luna vi si culla in tremolii d'argento; siamo a 2000 metri di quota e le montagne ci sembrano ancora tanto alte che, se non conoscessimo il valore del nostro triplano, dubiteremmo di poterle scavalcare col nostro peso di bombe.
     Ai piedi del monte, laggiù sulla costa ripida, un faro ci chiama; si accende, si spegne ad intervalli, ci chiede il segnale di riconoscimento, la lettera del giorno.
     «Siamo amici, siamo i vostri fratelli che questa notte daran qualche noia a quei di là dai monti; eccovi la lettera: C linea punto, linea punto.
     «Non capite? Ve la ripeto, ve la ripeto ancora, tranquillizzatevi, siamo amici, siamo italiani; perché questa insistenza? C è la lettera del giorno, ne siam certi, cosa fare?
     «Cercate di colpirci col fascio del riflettore? Andiamo, via, è imprudenza, ci farete scoprire... Una vampa? Scherzate? Ci volete anche buttar giù? Linea punto, linea punto. Siete matti? Non riconoscete il segnale? Acc... come tiran bene i nostri antiaerei al buio! Un momento, avete ragione, è rotta la lampadina dei segnali; funzionano quelle sotto le ali? Si, ci avete riconosciuti ora? Arrivederci al ritorno».

***


      Riva baciata dal raggio lunare è gelida, l'agghiaccia il rombo dei nostri motori. Le sue case bianche paion lapidi sepolcrali. Non un lume, non un segno di vita; è morta o simula per passare inosservata? Dormi tranquilla, questo carico non è per te.
     C'ingolfiamo nelle tenebrose, profonde e cupe vallate. Ecco un fascio di riflettore che brancola alla nostra ricerca, eccone un altro, un altro ancora, sono tre, son cinque, s'incrociano, si separano, ci passan vicino, si allontanano, ritornano, ci han colpito, l'apparecchio pare divampare in un incendio; non ci han scorti e ci han smarriti.
     Nel cielo più in alto, più in basso, appaion vampe rossastre, è l'artiglieria nemica che ha aperto il fuoco; le vampe si fanno più numerose, qualche colpo scoppia non molto lontano, i tentacoli dei fari scrutano lontano lentamente e ci passan vicini, sfiorandoci talvolta a tutta velocità.
     Avanti, avanti, questa notte i motori van bene, han giudizio... ma cos'è questo sussulto, queste vibrazioni? Si è forse scheggiata l'elica centrale?
     S'è rotto il tubo dell'olio, un flutto di liquido nerastro si riversa sul dorso della carlinga sulla quale afferro a volo un oggetto: è il manometro; non ho modo di rimediare al guasto, fermo il motore.
     Avanti, avanti ancora, quando ci saremo liberati dalle nostre bombe riacquisteremo la quota che ora perdiamo. I fari ed il fuoco antiaereo ci perseguitano sempre!
     Avanti, avanti ancora un poco, più a destra, troppo, così, avanti dritti, leggermente a sinistra, così, così va bene; Alalà! A voi, a voi queste ancora e ancora queste, ecco le ultime, ve le regalo volentieri anche perché ci davano un po' d'impaccio!
     Bene; due vicino a quei baraccamenti, altre tre vampe più in là sulla strada ferrata; benone, tre quasi a segno sulla stazione... non veggo più, l'ala mi nasconde gli altri scoppi.
     Ritorniamo, l'apparecchio più leggero riprende quota; ecco nuovamente i riflettori che ci dan la caccia e gli antiaerei che ostinati, sentendoci sfuggire intensificano il loro tiro.
     Coraggio, se raggiungiamo il lago, siam salvi.
     Gli spiriti dei nostri compagni di ieri ci proteggono, aleggiano intorno a noi e ci deviano i colpi.
     Perché, perché il destino ha voluto colpirvi, voi così bravi, così nobili, così generosi?
     Perché ha voluto schiacciare la vostra bella e giovanile baldanza e schiantare i nostri cuori?
     Ecco il lago, com'è scura e densa l'acqua! Sembra piombo fuso; la luna non vi si culla più.
     Maledizione! Presto, presto, qual'è il rubinetto della benzina? Questo, non è il terzo...
     Non si spegne ancora? Purché le fiamme non si comunichino alle tele ed ai montanti pregni d'olio!... Finalmente!!!
     E' stato un ritorno di fiamma al carburatore. Ed ora? Siamo nel bel mezzo del lago con un solo motore in moto, l'apparecchio scende, scende, dove finiremo? In bocca ai pesci? Come deve essere fredda l'acqua! Così infagottati caleremo in fondo come sassi, è consigliabile liberarsi degli indumenti.
     La riva si avvicina, v'è un buco da cacciarvisi fra le piante?
     Un palmo di terra sgombra? E' meglio fracassarsi nell'acqua o contro le piante? Anche l'acqua è dura, ma v'è speranza di cavarsela!
     Quanto tempo può rimanere a galla l'apparecchio se non si rompe? Un minuto, cinque, dieci?
     Toh! L'elica di sinistra si muove ancora? Forse rialimentando il motore esso riprende se non si ha più ritorno di fiamme siamo salvi; poveri noi! Anche l'altro motore si ferma! Ho chiuso un altro rubinetto... Oh! Sia lodato il cielo, i due motori han ripreso. In mezzo a questo guazzabuglio di rubinetti v'è da perder la ragione.
     Laggiù, laggiù razzi rossi e bianchi c'individuano il campo, ancora pochi minuti eppoi...

***


      Come sono simpatici questi sobbalzi sul terreno! Son di ritorno gli altri? Si, ecco lontano nel cielo quel piccolo punto luminoso che s'avanza, è lui, è l'altro apparecchio.

Maggiore CARNEVALI.

(La 6a squadriglia. - Ricordi di Antonio Salvadego).


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