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Gino Lisa.

(1918).


      In rapide spire tortuose e digradanti, il volo sicuro dei tre Caproni s'era abbassato.
     Nel precisarsi subitaneo del profilo terrestre, s'era aperta la conca intensamente azzurra del lago di Caldonazzo. Di là dal lago monte Tenna, ergente, nella chiarità di quell'assolato pomeriggio invernale, la spavalda mole del suo forte formidabile dalla torre blindata. E grandi macchie scure di boschi, ascendenti dalle sponde del lago al monte; e costruzioni a gruppi confusi, altre sparse, isolate; e, più lontano, il gran campo di S. Cristoforo, con la lunga serie uniforme delle tozze sue tettoie, nidi degli idrovolanti austriaci. Di qua, meta imminente dei distruttori aerei, la stazione, breve edificio basso e piatto, ed i fasci lucenti delle rotaie. Sulle rotaie, degli immobili punti neri. Sulle rotaie, treni snodanti la loro corsa ai nostri danni.
     Planando decise, le ali italiche erano discese all'assalto. Inseguendosi, tracciando nel cielo anelli giganteschi, avevano roteato sull'obbiettivo per un tempo che dovette apparire interminabile in terra, che fu un nulla nell'immenso spazio.
     Avevano cercato i nodi, gli scambi, i vagoni allineati, fermi; e le vie metalliche fuggenti verso la Valsugana.

LA BENEDIZIONE DI BOMBE SULLA STAZIONE DI CALDONAZZO.


     Con strappi decisi, negli attimi calcolati, i piloti di destra, ad una ad una, avevano liberato le grosse bombe sospese alle carlinghe. Ad una ad una le grosse bombe erano cadute. Rombi cupi ed intermittenti dovevano salire dalla terra offesa verso gli offensori: ma essi non udivano che il gran russare dei motori ed il canto delle eliche. Fiamme lugubri dovevano accendersi laggiù e protendersi velocissime verso l'alto; ma il fiammeggiare rifulgente di un sole fantastico le fondeva in sé. Solo del fumo, a colonne, denso e lento nell'aria limpidissima, era sorto, era asceso pigramente, in lente spire sempre più tenui.
     E folate di mitraglia. Tutta l'artiglieria nemica s'era destata, aveva tuonato, in una sinfonia truce di scoppi. Ed il cielo s'era tutto costellato di piccole nubi; e le pallottole avevano circondato il bel volo temerario, aveva aperto le prime ferite nelle grandi ali vibranti.
     Ma, sdegnosi dello sbarramento nemico, con manovra risoluta i cavalieri del cielo s'erano gettati ancora più verso terra. S'erano viste le teste degli aviatori sporgersi dalle navicelle, mentre il volo si liberava lento. Investigavano. Dopo l'offesa, l'osservazione.
     Rotaie divelte e contorte, macerie fumanti, rottami di vagoni sventrati, piccole persone in fuga...
     Già il capo gruppo, lanciato nell'aria il segnale di ritorno, con grande slancio disinvolto scalava lo spazio in una ascesa quasi verticale. Docili, le altre unità gli si erano accodate, e tutte avevano presto raggiunto i caccia sottili, girovaganti nell'alto cielo ad attendere ed a vigilare.
     Implacabile e vana, la mitraglia nemica aveva allungato la sua corsa ad inseguire i fuggenti.
     Ora, a grande altezza, tranquillamente veleggiavano in gruppo, verso i nidi lontani.
     Precedevano le ali di battaglia.
     Seguivano, protettrici, le unità di difesa.

NUGOLI DI «CACCIA» AUSTRIACI ALL'ATTACCO DEI NOSTRI.


     Ma più basso, s'era agitato uno sciamare impetuoso di ali crociate. Accorrevan a stormi dal non lontano campo di Pergine, dalla vicina base di S. Cristoforo. Salivano, salivano, cabrate, veloci, spaventose di numero e di furore.
     Saettavano vertiginosamente verso l'alto.
     Incalcolabili.
     Dall'alto erano calati, quasi precipitando in una discesa fulminea, i pochi protettori nostri.
     Aggressori ed aggrediti s'erano scontrati. S'erano scontrati. S'erano azzuffati. S'erano dilaniati a vicenda. Con violenza selvaggia. Pel cielo era corso improvviso il gran fremito pauroso della battaglia. Vampe e scoppi, ansimare di motori, volteggiare di eliche, guizzare spasmodico di ali.
     La difesa era efficace, ma l'attacco troppo vasto. Invano contenuto dai vigili falchetti tricolori, era straripato, ascendendo alle ali bombardiere. Le aveva avviluppate, premute, assediate. Sorpresi i Caproni si erano difesa gagliardamente con le armi di bordo e con tutte le disperate manovre sfuggenti. Ma l'impeto furibondo degli assalitori pareva non lasciare scampo. Ogni varco aperto a colpi di mitragliatrice, subito veniva sbarrato da nuove unità nemiche. L'altalenare fantastico dei grandi velivoli, subito trascinava in oscillazioni ugualmente audaci ed agili, gli avvoltoi del male.
     Uno solo dei Caproni, con manovra di rara elasticità, s'era sottratto all'accerchiamento ed all'inseguimento.
     Alto, pulsante, con tutta la forza dei suoi 450 cavalli procedeva pei cieli noti, verso il cielo amico.
     Fuggiva. Era salvo.
     Gli s'apriva dinnanzi un libero orizzonte senza insidie. Correva veloce verso il sicuro riposo, unica brama, dopo la lotta travolgente e lo sforzo snervante.
     S'allontanava. Era salvo.

IL RITORNO NEL CIELO DELLA BATTAGLIA.


     Ma si lasciava dietro una scia profonda d'ansie e d'angoscia. Anima e pensiero dei volatori erano rimasti là, nella zona d'azzurro tormentata dalla mitraglia urlante, accesa dal bagliore sinistro della battaglia.
     Ed ora che il gran tumulto della lotta, smorzandosi gradatamente con la lontananza, errava per gli spazi con un mormorio tenue, quattro visi si volgevano ansiosi a scrutare.
     Oh! vedere! vedere apparire nell'immensità dei punti vaganti; ed indovinare, più che percepire, le forme note dei fratelli! Vederli ingrandire, avanzare, tutti. E volteggiare per attenderli; e gridare di gioia, e scambiare saluti, e procedere, come poc'anzi, a fianco a fianco, fino al campo, e dimenticare nella felicità di quel ritorno la breve tragedia vissuta! E non vedevano che l'azzurro, l'infinito azzurro deserto di vita!
     Un'angoscia sorda li premeva. Quell'altra angoscia, che avevano lasciata lottante, s'era appesa al velivolo, ne faceva esitante la marcia. Ognuno degli alati viveva la solitaria sua pena.
     Potevano abbandonare i compagni così, con egoismo si facilmente dimentico?
     Scomparire così, mentre non lontani gli altri si battevano e forse erano vinti, e forse, blocchi di fuoco, solcavano vertiginosamente il cielo lasciando, unica traccia del loro tragico passaggio, l'orrida fumata svaporarsi lenta?
     Potevano proseguire ed arrivare a scendere, là dov'erano tanto attesi; ed a quelli che li avrebbero veduti giungere e sarebbero accorsi, ed avrebbero interrogato – volti pallidi d'ansia, voci alterate dall'emozione, braccia abbandonate in atteggiamenti sconfortantissimi – dire: «… non sappiamo … si battevano … li abbiamo lasciati…».
     Potevano vivere laggiù gli attimi foschi, tetrissimi dell'attesa, quando muti e nervosi si investiga lo spazio, ed ogni attimo pesa come una eternità e pur folgora via fulmineo, e si vorrebbe vederlo fuggire più rapido, e si vorrebbe durasse senza fine, ed il suo durare ed il suo passare ingrandiscano la nostra ansia sgomenta, rafforzano il nostro dubbio doloroso? Potevano?
     Avrebbero potuto.
     Nessuna disciplina di guerra, nessuna disciplina di volo, imponevano più di quello che essi avevano compiuto con valore. Ma vi era una più alta disciplina. Quella del sentimento. Un gran comando essa aveva per l'anima grande e generosa e coraggiosa del pilota di destra. E dovette gridargli: «ritorna …. ritorna …».
     Egli dovette interrogare i compagni con l'ardore eloquente dei suoi occhi profondi e buoni. La muta risposta che n'ebbe, dovette essere quale l'interrogante attendeva e voleva. Perché il Caproni virò con scarto deciso, come decisa era la risoluzione che lo guidava.
     E fu di nuovo in corsa, a marcia forzata, verso la battaglia.

«ARRENDITI!» - «MAI!»


     Indistinta dapprima, e poi più nitida, la battaglia si profilò. Avanzava. Di poco – a stento a piccoli scatti, subito frenati dai caccia nemici, ricevendo ferite, aprendo ferite – gli aviatori d'Italia procedevano.
     Parevano un poco indebolite le sue cento voci.
     L'accorrente dovette compiacersene. Dovette vivere il suo attimo di soddisfazione al saettare violento di tre austriaci contro di lui.
     Che altro aveva desiderato e voluto, ritornando, se non di impegnare il massimo di unità nemiche per alleggerire il combattimento ai suoi compagni?
     E virò fulmineo. Scivolò con audacia stupenda. Fu sotto, fu sopra, fu di fianco,, alla linea di volo degli aggressori.
     Agile schermidore, causava la morte come abbandonandosi a folle giuoco. Pareva irridere,coi suoi guizzi, agli sforzi dei cacciatori, mentre la morte spingeva a sua volta contro i nervosi attaccanti. A folate, lanciata dalle due armi di bordo, creava intorno alla grande ala italica una zona vietata. Passaron degli attimi.
     Con giravolte, con ondeggiamenti, con scarti improvvisi, con grandi balzi precipitosi, il nuovo combattimento s'era scostato dal grande gruppo battagliante, spostandosi lentamente verso le linee. Vampe e nubi circondavano lo sfuggente. E di fra quelle vampe, e di fra quelle nubi, lo sfuggente sbucava più alto, più basso, agile, sicuro, baldanzoso, come sicura e calma e ferma era la mano che lo reggeva.
     Le torbide anime nemiche dovettero irritarsi a quel giuoco di favolosa bellezza, a quella manifestazione di tranquilla audacia. Lunga era la via per l'inseguito. Fino a quando l'intruso che era accorso a difficoltare una probabile vittoria, li avrebbe costretti a quel fluttuare infernale?
     La caccia ebbe una sosta. Si fece cauta. Tese l'insidia.

DAL BASSO I GRIGIO VERDI VIDERO LA LOTTA FURIBONDA.


     Tentarono l'assedio.
     Serrarono il Caproni in un largo cerchio oscillante.
     Il Caproni s'abbassò.
     Il cerchio calò pure verso terra.
     Il Caproni salì, deviò, avanzò.
     Ed il cerchio ascese, deviò, avanzò con lui.
     Ed ascendendo, abbassandosi, avanzando, si stringeva sensibilmente, esasperatamente.
     Chi governava la grande ala, possedeva tutte le abilità. L'intensa guerra aerea vissuta, aveva educato il pilota alle più aspre difficoltà della manovra.
     Fermo e fiero e risoluto, superbo di compostezza; magnifico di freddezza, ammirevole di resistenza, imponeva l'orribile giostra elegantissima. Ed avanzò così, lentamente, lentissimamente a piccoli vantaggi, contrastatissimi.
     Fu sulle linee austriache. Tacquero gli antiaerei. Troppo vicini erano amici e nemico. Fu sulla breve zona neutra fra linea e linea. La superò. Fu sulle linee nostre. Tacquero gli antiaerei italiani. Nel cielo amico ondeggiava ora la schermaglia di morte. E parve immensamente più tragica, combattuta nell'atmosfera nostra, la cosa spietata!
     Un looping di testa spinse l'assediato in avanti. Raddrizzò il volo. Ebbe di fronte uno dei caccia inesorabili. Osò un looping d'ala. Strettissimo. Si trovò gettato da parte...
     L'anima del popolo in armi sottostante, che era ascesa nell'infinito, spasimando, tremando, invocando, si ritrasse inorridita. Si curvò disperatamente sulla terra. Per non vedere.
     Dal velivolo capovolto una piccola cosa – turbinando – precipitava. Velocissima. Un uomo. Braccia protese rigide, quasi ad attenuare l'incontro con la testa assassina...
     Pilota di sinistra, osservatore, dovettero levarsi, protendersi in una demenza di dolore e di orrore verso il mitragliere che l'abisso ingoiava, singultarne il nome in lunghi urli smarriti.
     Il pilota di destra non poté nulla. Il cuore gli rotolò nella voragine col compagno perduto. Si accasciò laggiù, in fondo, ove l'orrida discesa finiva, presso l'ammasso di carni lacerate, affondate nella terra subitamente arrossata.
     Ma gli occhi rimasero fermi sul nemico. Ma le mani gli si serrarono convulse ai comandi. Perché il turbine di ondeggiamenti, di scarti, di ascese, di scivolate, di riprese, continuò senza la sosta di un attimo con una prontezza di manovra quasi meccanica, con una padronanza del volo che era sublime, con uno sprezzo che era sovrumano e, per l'austriaco, una staffilante sfida.
     Ma da quel momento dovette essere consapevole.

LE ROCCIE UCCISERO I CUORI NON VINTI DAL NEMICO.


     Morire! La parola inesorabile dovette incidersi nella povera anima a lettere lente. La sua più valida difesa era, col compagno, perduta. Ora un'arma sola rispondeva con fuoco intermittente al crescendo di detonazioni incalzanti.
     Morire!
     Dovette spasimare i momenti della sua cosciente agonia raccogliendo l'immenso cielo in uno sguardo disperato con l'ansia di un punto accorrente da qualche parte che dicesse: «Eccoci, eccoci, veniamo a soccorrerti...». Ascoltando, forse, una voce che nell'intimo gli martellava amarissimamente: «Dove sono, Dio! Dove, mantre noi moriamo?».
     Ma l'emozione non lo vinse. Combatté, combatté ancora. Si difese illimitatamente con la sola arma inefficace. Cercò lo scampo nelle ultime audacie. Perseverò negli sbalzi guizzanti. Descrisse orbe pazze. S'avvitò. Risalì prontamente. Fu più avanti. Di poco. Vide i nemici sbarrargli insieme l'orizzonte. S'avvitò di nuovo. Volle raddrizzare il volo...
     Qualche colpo nemico dovette raggiungere quell'incomparabile pilota. Illeso, avrebbe saputo veleggiare ancora, così, angosciosamente, come per più di venti minuti aveva veleggiato; ed avanzare, ancora, così angosciosamente, come per più di trenta chilometri aveva avanzato. Ma nel riprendersi del velivolo la manovra aveva perduta la sua bella sicurezza. Il Caproni parve sì, risalire. Ma penosamente. In un'ascesa troppo obliqua. Le roccie del Monte Summano gli si pararono contro. Fatali. Parve tentare un ultimo scarto. Ondeggiò. Tentennò. E contro il fosco monte cozzò!
     E fu infranto. E fu dilaniato. Non vinto.
     Due urli altissimi: l'urlo tragico della gente nostra, l'urlo selvaggio dei reparti austriaci sghignazzanti sul tristo successo.
     Entrambi coprirono il pulsare precipitoso dei caccia ora fuggenti; coprirono il crepitare delle batterie deste, ora, allo sbarramento.
     Così perirono quattro eroi: sottotenente Lisa, tenente Bassi, sergente Colli, soldato Tagliabue.


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