Fronte del Piave
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Uno scontro con un gruppo di nemici.


(1918).


FORTUNATO INTERVENTO DI CACCIATORI.

     Il gruppo di numerosi Caproni era partito compatto dal campo di San Pelagio per recarsi a bombardare Osteria Palù (presso Grigno). Non ci eravamo preoccupati – durante il percorso – di attendere la scorta, poiché sapevamo che numerose pattuglie alleate perlustravano quotidianamente quel cielo, e poi perché ci sentivamo anche un po' protetti da un sottile strato di nuvole che ci sottraeva all'occhio vigile del nemico. Io ero rimasto in coda al gruppo, perché il mio apparecchio era meno veloce degli altri, ma non me ne importava. Mi stupiva invece l'intenso fuoco antiaereo del nemico, che di solito non s'era mai mostrato così accanito in quella zona, e mi seccava di non aver potuto raggiungere una quota discreta. I miei compagni di bordo erano il tenente Cutello, osservatore, il sergente Cagliero, secondo pilota, e il soldato Mai Giovanni, mitragliere.
     Avevo già visti gli altri apparecchi scaricare le bombe sull'obbiettivo e tornarsene e già pregustavo la gioia di imitarli tra poco, quando d'improvviso una forte detonazione mi fa sussultare. Vedo il denso fumo prodotto dallo scoppio di una granata dirompente diradarsi a pochi metri dal mio capo, e noto subito che l'apparecchio è stato colpito nelle ali; mi volto per constatare se vi sono altri danni apparenti ed il mitragliere mi indica un largo squarcio nel motore centrale. Proseguo egualmente, essendo oramai prossimo all'obiettivo, e, raggiuntolo, lancio i miei proiettili eseguendo le fotografie e disponendomi al ritorno: ma ecco che – con non lieve inquietudine – vedo venire alla mia volta velocemente, dal cielo di Levico, un forte nucleo di caccia nemici. Nessun apparecchio alleato scorgo all'intorno che possa difendermi e mi sento completamente perduto, ma non per questo meno deciso a battermi. Conosco a prova i miei compagni di bordo e mi posso fidare di tutti loro; ma so anche che su uno dei tre motori fra poco non potrò più contare perché l'acqua per il raffreddamento dei cilindri esce dal foro prodotto dalla granata dirompente, e il mitragliere non può più curarsi di otturarlo, preoccupato invece di difendere l'apparecchio dalla sua torretta di combattimento. Le montagne sottostanti si profilano spaventosamente alte. Gli inseguitori stanno per raggiungerci, e, forse, pochi istanti ci separano dalla morte. D'un tratto per il solito miracolo che mi dà oggi la possibilità di poter raccontare queste mie avventure – dai pressi dell'altipiano di Asiago, ecco sbucare una pattuglia di caccia inglesi ed italiani che in un batter d'occhio si portano alla mia quota e si frappongono fra il mio Caproni e gli apparecchi avversari.
     La lotta è accanitissima d'ambo le parti, ma fin dalle prime scariche si comprende che la supremazia deve essere decisamente degli alleati, i quali attaccano con un accanimento da non lasciar tregua e con un'abilità da far smarrire il coraggio anche ai più audaci. Un primo apparecchio nemico precipita, preda alle fiamme, poi un secondo e poi un terzo. Allora tutti gli altri si allontanano rapidamente.
     Quale trionfo per l'aviazione alleata, quale orgoglio per i vincitori, quale gioia per il mio equipaggio e per tutti i combattenti che dalle trincee nostre hanno potuto assistere al tragico ed indimenticabile spettacolo!
     Io intanto, usufruendo soltanto di due motori – il centrale ero stato costretto ad arrestarlo, perché minacciava di incendiarsi – avevo sorpassato la zona nemica e sorvolate tutte le montagne, felice di sentirmi ancora vivo e in casa mia! E poiché un nuovo guasto mi aveva costretto a spegnere anche un motore laterale, fui costretto a scendere nel primo campo d'aviazione che mi si offerse allo sguardo.
     Grande fu la mia gioia quando mi accorsi di aver planato nel campo dei cacciatori inglesi, e quando poco dopo potei conoscere personalmente i valorosi che avevano abbattuti due miei inseguitori. Essi mi dissero che il terzo caccia nemico era stato fatto precipitare da un italiano.
     (Campo d'aviazione di S. Pelagio, maggio 1918).

(Dal Libro Le ali della strage).

Una tragica fine.

(1918).

IL CAMPO DI S. PELAGIO.


      Il campo di S. Pelagio era – tra tutti i campi della fronte – il più caratteristico per la sua conformazione, ed il più inadatto ad atterrarvi con apparecchi Caproni. Quando, dopo la ritirata di Caporetto, si fu costretti ad occuparlo perché prossimo alle linee nemiche, i piloti si rassegnarono a qualche inevitabile «capottata» dovuta sopratutto alla paludosità del terreno e alla sua poca lunghezza.
     La parte frontale era occupata da un antico castello dove risiedevano i comandi delle squadriglie, gli alloggi degli ufficiali, l'infermeria, il comando di gruppo, il gabinetto fotografico.
     Prima di accedere al prato, si passava dinanzi ad un laghetto, uso peschiera, dove stagnava perennemente un metro circa di acqua limacciosa; al suo fianco una collinetta artificiale, ricca di piante, alla cui ombra i signori del Castello usavano, in antico, fare colazione godendosi il fresco. Agli altri tre lati del campo alberi e alberi. Gli hangars erano stati costruiti alle due estremità presso il fabbricato. Ci voleva una perizia non comune ad atterrare in quello spazio di terra così limitato che offriva pericoli da tutte le parti. Per chi fosse stato troppo «corto» nell'appoggiare le ruote al suolo, la minaccia di affondare nel terreno molle; per chi invece fosse stato troppo «lungo» il rischio di schiacciarsi contro la collinetta artificiale, o di capovolgersi nel lago. Si può dunque immaginare quale preoccupazione dovesse rappresentare per i piloti l'atterrarvi di notte con il solo ausilio dei riflettori. Eppure quale e quanta attività si svolgeva in quel minuscolo campo da dove normalmente partivano sia per azioni diurne e notturne non meno di dieci Caproni!
     Quante glorie ha conosciuto quel piccolo prato all'ombra dei Colli Euganei; quanti eroi, quante celebrità ha ospitate!
     Nessun gruppo come il IV comandato dal maggiore Bonazzi e risiedente a San Pelagio, ha dato alla patria un maggiore contributo.
     Da S. Pelagio partì il poderoso gruppo di Caproni che bombardò Pola di giorno; da S. Pelagio mosse la «Serenissima» per il magnifico raid di Vienna. E sul quel campo di gloria, perirono tragicamente alcuni grandi eroi dell'aviazione.

ATTESA NOTTURNA.


Era la notte del 18 luglio.
     A distanza di 5 minuti l'uno all'altro, erano partiti i grandi apparecchi da bombardamento per compiere un'importante azione oltre il Piave.
     La luna, già all'ultimo suo quarto, rischiarava pallidamente il terreno d'atterraggio sul quale si incrociavano i fasci luminosi dei riflettori, non riuscendo però completamente a vincere la foschia che andava man mano aumentando. Un leggero venticello si era levato destando qualche preoccupazione in noi che, attendendo ansiosi sul campo il ritorno dei nostri compagni, lanciavamo di tratto in tratto dei razzi per segnalare la rotta. Alcuni Caproni erano già rientrati atterrando felicemente, altri tardavano a comparire; mentre il vento diveniva impetuoso.
     Verso la mezzanotte un solo apparecchio mancava ed era quello del comandante la mia squadriglia, partito per ultimo. Di solito, quanto l'atmosfera era tranquilla e il cielo sereno, a mano a mano che rientravano i velivoli si accompagnavano negli hangars, e terminato il proprio compito, ciascuno si recava a dormire senza attendere il ritorno degli altri perché il cuore diceva che sarebbero rientrati tutti e felicemente. Ma quella sera gli ufficiali e i soldati del campo erano in attesa, quasi presagendo la sciagura che doveva accadere. Mentre i commenti più disperati si svolgevano tra i varii capannelli formatisi qua e là, un rombo di motori richiamò l'attenzione dei presenti: lo sguardo di ognuno si levò istintivamente a scrutare il cielo; il raggio potente di un riflettore cercò di filtrare nella crescente foschia.
     S'udiva il fruscio secco delle foglie sbattute dal vento, il sibilare acuto tra i rami, il suono caratteristico della macchina aerea che si avvicinava sempre più, ma non si riusciva a distinguere alcun segno luminoso da bordo, né l'ombra dell'imponente massa navigante sul nostro capo. Il cuore ci batteva fortemente. «Riusciranno i piloti ad individuare il campo? e se potranno prender terra, dove li spingerà la velocità del vento, dato che nella notte è impossibile qui atterrarvi contro?».

LA FINE DI UN CAPRONI.


     Ecco che ad un tratto i tre motori del Caproni tacciono quasi completamente: segno non dubbio che l'equipaggio ha distinti i fari e si accinge a planare. Meno male! Respiriamo! Là in fondo agli alberi si intravvede ora il velivolo con le sue lampadine accese. E' passato al disopra dei riflettori: è a un metro da terra; ma che aspetta, mio Dio, ad atterrare? L'ansia nostra è indescrivile; il sangue ci monta alla testa; non osiamo fiatare; gli occhi sono sbarrati su quel punto che corre veloce nella notte. Ma che aspetta dunque? Ah! finalmente! Il caratteristico rumore dell'apparecchio che tocca il suolo... Un grido prorompe dai nostri petti, ma è un grido di dolore: «Troppo lungo! E' perduto!» E l'apparecchio ci muove incontro con velocità spaventosa sospinto dal vento... è già al limitare del campo; confidiamo ancora in una manovra disperata dei piloti che valga a compiere il miracolo... ma l'apparecchio prosegue diritto verso il suo destino e la sua fine. Mille braccia si tendono quasi a compiere lo sforzo sovrumano di trattenerlo ed arrestarlo, pur conoscendo l'inutilità di ogni tentativo; qualcuno è travolto sotto l'ala inferiore mentre tenta di afferrarla e di aggrapparvisi; qualche altro vi rimane sospeso per un attimo, ma poi è costretto ad abbandonarla, mentre il pesante velivolo subisce un primo urto violento sormontando un fossatello; si disgrega sprofondando in un secondo più ampio che sorpassa; abbatte i pali che sostengono i fili della luce elettrica, e si capovolge con un tonfo sordo entro il laghetto.

LA MORTE DEL SERGENTE BURI.


      L'urlo dell'equipaggio che intuisce la sua fine, si ripercuote nei nostri cuori con una eco straziante. Ci precipitiamo nell'acqua così vestiti, muovendoci a stento in quel sottosuolo melmoso che sembra voler inghiottire anche noi; l'acqua sale al nostro collo; il buio rende lugubre la scena. Giungiamo sotto l'apparecchio e riusciamo a sciogliere i due piloti che sono avvinti al loro seggiolino con la testa in giù, impossibilitati a muoversi; portiamo a riva l'osservatore che se l'è cavata con il solo spavento ma non riusciamo a trovare il mitragliere. Proiettato certamente nell'urto a qualche metro dall'apparecchio; ma dove? Non si sente il più piccolo lamento. Febbrilmente con le mani tentiamo il fondo di quel lago maledetto per imbatterci nel corpo che cerchiamo e, finalmente, dopo qualche minuto che ci è sembrato una eternità, lo troviamo supino con la faccia affondata nel fango. Sollevato a fior d'acqua al chiarore delle torce, che illuminavano in quell'istante l'orribile scena, comprendemmo di trovarci al cospetto dell'inevitabile morte. I nostri volti si contrassero nel dolore, qualcuno mormorò con il pianto nella strozza: «Povero sergente Buri! Povero Sergio!» E l'agonizzante boccheggiava.
(S. Pelagio, luglio 1918).

(Dal Libro Le ali della strage).

L'audacissimo bombardamento diurno sulla piazza forte di Pola.

(1918).

ALLA 5a SQUADRIGLIA CAPRONI.


     Tutte le sere verso le 18 (quando non eravamo in volo per qualche azione), ci radunavamo negli uffici della squadriglia per attendere gli ordini di operazione che di solito a quell'ora venivano emanati dal Comando Gruppo. Un pomeriggio di luglio, ci sorprese uno strano foglio che facendo appello al nostro valore e al nostro provato ardimento ci invitava a tener pronti, nella migliore efficienza possibile il maggior numero di apparecchi per un'impresa audacissima che avrebbe dovuto avere luogo il giorno x. L'ordine in parola taceva la località, l'ora in cui avrebbe dovuto svolgersi l'azione, la data precisa di partenza. Segno evidente della enorme importanza che si annetteva alla temeraria operazione, data la segretezza ed il mistero con la quale si avvolgeva. Rimanemmo per un istante muti – forse considerando per un attimo il valore reale della nostra vita – poi tutti fummo concordi nell'offrirci di partecipare, qualunque fosse il rischio, qualunque fosse il sacrificio.
     Io non ho mai compreso quale forza misteriosa fosse sempre pronta in noi a farci balzare per un desiderio insaziato di osare, osare sempre più fino all'incredibile! Eppure la nostra bella esistenza che mettevamo in giuoco in ogni rischio; la nostra balda giovinezza fatta per godere, creata per amare, che noi offrivamo in olocausto con la stessa semplicità con cui si fa dono di un fiore all'amante! Ah, quante volte ho fissato profondamente negli occhi i miei compagni di gloria per scoprire in fondo a quella serenità chiara, un segno, un turbamento che mi rilevasse una lotta interna, un movente vero che giustificasse quell'offerta immensa, e quante volte ho dovuto ripetere a me stesso che era vano ricercarne le cause, quando queste eran dovute esclusivamente ad impulsi di pura generosità! Non ho mai potuto mai dimenticare certi atti meravigliosi di alcuni miei colleghi di squadriglia.


ESEMPI MERAVIGLIOSI.


      Rammento che durante l'offensiva austriaca sul Piave ci siamo visti ricomparire un nostro osservatore, che aveva ottenuto dieci giorni di permesso, dopo due soli giorni dalla sua partenza. Ed a noi, che gli chiedevamo il motivo del suo ritorno precipitato, rispondeva con quella sincerità che non ammette dubbi: «Ma come? Gli austriaci non hanno attaccato? E dunque il mio posto è qui. Mi sarebbe stato impossibile rimanere a Milano». Eppure quel giovane ufficiale non era di carriera, proveniva da ottima famiglia, aveva avanti a sé un magnifico avvenire: qual'era dunque il sentimento che lo spingeva a offrirsi volontario in quelle critiche circostanze, se non un sentimento di nobilissima generosità?
     E l'altro, il figlio dell'ex ambasciatore d'Italia a Berlino, tenente di milizia territoriale, perché in ogni azione chiedeva di partecipare, pur non essendo di turno?
     Era un giovane vigoroso, simpaticissimo, desideroso di vivere, amante del bello; si era già guadagnata in trincea una ricompensa al valore, perché continuava dunque ad arrischiare, quando a lui non sarebbero mancati i mezzi per «collocarsi» in posto più tranquillo come tanti altri «figli di altolocati?» Perché la sua anima si elevava al disopra della comunità meschina ed esigeva da lui qualche cosa che valesse a dargli l'ebbrezza del cimento e la gioia del superato pericolo.
     Quasi tutti i miei compagni di squadriglia, dall'umile soldato al Comandante, furono sempre meravigliosi nell'offrirsi per le imprese più audaci!

SCATTI DI RIBELLIONE.


      In quel pomeriggio di luglio in cui giunse l'ordine di tenersi pronti per un'azione temeraria, ci perdemmo in mille congetture per indovinare l'obiettivo che si sarebbe dovuto raggiungere e colpire. I nomi delle località più lontane e maggiormente difese furono ripetuti tra di noi, ma tutti eravamo lungi dall'immaginare quale realmente fosse. Fu grande stupore il nostro quando il Comandante pronunciò con un timbro di voce così strano, che aveva quasi del lugubre, questa semplice parola: «Pola!» Fu uno scatto generale: «Impossibile! Ma è una pazzia! Bombardare Pola di giorno, con dei Caproni, vuol dire farci assassinare!»
     Ma dimenticano quei signori del Comando Supremo che quella piazzaforte è difesa da più di 300 bocche di antiaerei? Ma non sanno che vi è la stazione di idrovolanti proprio dinanzi al porto e che esiste un campo di caccia a soli 3 km. Dalla città? E il Comandante impassibile: «E' tutto calcolato, tutto previsto. Un eroico nostro compagno si portò giorni or sono, solo, fino là e potè ritrarne delle meravigliose fotografie; se egli è ritornato, ritorneremo anche noi». - «Non bisogna però dimenticare che noi abbiamo dei vecchi, lentissimi apparecchi!» - «Che importa? Il nostro coraggio ci proteggerà!» E pochi minuti dopo tutti i nostri nomi figuravano sulla lista dei partecipanti a quel magnifico raid.

PREPARATIVI DI PARTENZA.


      Il giorno fissato per la partenza era il 17 luglio e il campo dal quale dovevamo inalzarci, il nostro di S. Pelagio.
     Fin dal giorno precedente erano giunti da Verona, da Padova, numerosi Caproni che dovevano unirsi a noi per l'azione.
     La scorta ci sarebbe stata fornita dalla bella squadriglia «Serenissima» con i suoi più abili e noti piloti. La più grande allegria e una animazione insolita regnava su quel piccolo campo, dove tutti si adoperavano per i preparativi febbrili.
     Eppure se per un attimo solo ci fossimo fermati a considerare la nostra situazione, avremmo dovuto necessariamente chiedere a noi stessi: «Domani, quale di noi sarà ancor vivo? Quale avrà la fortuna di ritornare qui?»
     Dicono taluni che si debba prestar fede ai presagi: io nego assolutamente che ciò risponda a verità, perché se il mio presentimento si fosse avverato, nella mattina del 17 luglio 1918 sarei stato ucciso o fatto prigioniero. In nessun'altra impresa, come in questa, avevo avuto la convinzione (del resto giustificata, datane la temerarietà) che qualche cosa di grave dovesse accadermi.
     E la sera infatti rimasi alzato fino a tardissima ora per scrivere lettere ed inviare saluti ad amici e conoscenti, come se fosse stata l'ultima volta che a me era concesso poter scrivere. Disposi in bell'ordine ogni cosa nella mia stanza, colmai i bauli, li sigillai (perché non rimanesse – in ogni caso – altro fastidio che quello della spedizione a casa mia) lasciai sul tavolo un foglio che conteneva alcune mie volontà testamentarie e finalmente andai a coricarmi, senza riuscire però a prender sonno troppo in fretta. Alla mattina, prima di recarmi sul campo, feci un involto di alcuni oggetti di toilette aggiungendovi qualche ago, un po' di filo, dei biscotti, della cioccolata e portai il tutto con me pensando che avrebbe potuto giovarmi in caso di prigionia. Albeggiava appena. Sul campo, in triplice fila, erano disposti ben 30 Caproni e una diecina di Sva. Molti motori rombavano da qualche tempo per essere provati meglio mentre intorno si affaccendavano piloti, motoristi, uomini di manovra, quali recando indumenti di volo, quali collocando a bordo le ultime grosse bombe.

CONTRASTI.


     Uno squillo di tromba ci chiamò a rapporto e dopo avere ascoltati i consigli e gli avvertimenti del comandante che richiedeva per il volo la massima disciplina e compattezza, ci scambiammo vicendevolmente gli auguri di buona fortuna e corremmo a vestirci per la partenza. Era singolare notare il contrasto stridente tra noi che fra un'ora al massimo, o fra pochi minuti anche, per un tragico incidente, avremmo potuto soccombere al nostro destino, e coloro che rimanevano a terra ad assistere al nostro partire. Avrebbe dovuto sembrare naturale la tranquillità in questi e la tristezza in noi: invece no! Invece noi apparivamo di una gaiezza fors'anco eccessiva, d'una giocondità che poteva sembrare irreale ed era invece spontanea; era un vociare festoso, un gareggiar in motti, in frizzi, in raccomandazioni scherzose; una festa insomma – evidentemente in fondo all'anima di tratto in tratto una nube si appesantiva, ma rapida – mentre gli altri che ci guardavano apparivano muti e pensierosi dibattendosi certo nel desiderio di poter essere con noi e nella tema di ciò che poteva accadere a noi.
     Nei loro volti appariva chiara la tragica domanda: «Quale di questi audaci ritornerà?» E nei nostri la magnifica risposta: «Ma se tornassimo che potrebbe uguagliare la nostra gioia?»
     Un fragoroso colpo di pistola Verry ci tolse ad ogni meditazione. Era l'ora. Uno dietro l'altro a brevissima distanza solcammo il cielo.
     Non era più tempo di ridere, non era più tempo di pensare: l'uomo e la macchina divenivano una cosa sola.

SPETTACOLI MAGNIFICI.


     Lo spettacolo di questa imponente massa aerea raggruppata in modo mirabile era certo meravigliosa anche vista dall'alto, ma io ritengo che chi assisteva da terra a quell'incanto, deve a stento aver frenate le lacrime, se il cuore gli batteva in petto. Avevo a compagni di bordo il mio fedelissimo mitragliere soldato Vanzulli Enrico che mi era stato compagno nel famoso raid di Cattaro e in numerose altre azioni importanti: il tenente osservatore Mario Pansa che riponeva in me una fiducia illimitata e che io stimavo altamente per la sua impassibilità dinanzi al pericolo e per le sue ottime qualità di osservazioni, e il tenente americano Frost Donald che divideva con me la responsabilità di manovra dell'apparecchio. Con noi un carico di 8 bombe da 162 mm. nei lanciabombe interni e due bombe «giacomini» da 260 mm. in quelli esterni; due mitragliatrici sulla torretta posteriore; una sul cerchio anteriore: complessivamente un carico di tre quintali. Il capo-gruppo, che era partito primo, manteneva il suo posto lanciando di tratto in tratto delle fumate che lasciavano una lunga scia serpeggiante, la quale aveva lo scopo di richiamare l'attenzione degli apparecchi che tendevano a distanziarsi troppo dalla fila. Ma in massima l'assieme era assai compatto e rivelava la perizia dei piloti che non si preoccupavano affatto di essere sballonzolati dallo spostamento d'aria provocato dal velivolo che li precedeva di pochi metri alla stessa quota.

APPARECCHI COSTRETTI A RIENTRARE.


      Un Caproni dopo circa mezz'ora di volo fece un brusco virage e lo vidi ritornare sul cammino percorso, con un'elica ferma – pensai al dispetto che doveva provare il suo equipaggio costretto da qualche panne a rinunciare al volo. Poco tempo dopo lo seguiva uno Sva poi ancora un altro Sva i quali certamente a causa del motore si vedevano costretti a far ritorno al campo. Frattanto si delineavano le foci del Po e appariva nella sua immensa distesa il mare; il sole cominciava a sorgere in faccia a noi e il riflesso della sua luce rossastra si rifrangeva sullo specchio d'acqua. Una torpediniera che da tempo ci attendeva alla costa, si mise in moto per segnalarci la rotta: la sua scia perdurava a lungo su quell'immobilità sconfinata di un azzurro così intenso, quasi felice di poter rompere la uniformità di quel grandioso spettacolo. Il mio apparecchio segnava già 2500 metri, ma non accennava a voler aumentare di quota. La sua lentezza cominciava a distanziarmi dal gruppo. Che fare? Proseguire in tali condizioni voleva dire esporsi al pericolo di una caccia isolata troppo pericolosa, in una condizione assoluta di inferiorità! E d'altra parte rinunciare a un raid così importante senza una vera ragione che giustificasse il nostro ritorno, avrebbe potuto sembrare una vigliaccheria.
     Il volto del mio compagno pilota era impassibilissimo: quello dell'osservatore assolutamente tranquillo: quello del mitragliere sorridente: avanti dunque e che il destino ci protegga!

IN VISTA DELL'OBIETTIVO.


     Finalmente in lontananza la costa.
     Il capogruppo oramai non si preoccupa più di noi: ha un apparecchio ottimo e veloce e fila senza esitare verso l'obiettivo, desideroso solo di compiere la sua missione, senza ricordare che dietro a lui vi sono altri Caproni più vecchi del suo e più sfruttati del suo che non possono stargli a pari e che avrebbero bisogno che egli li attendesse per difendersi scambievolmente in caso di attacco. Lo vedo molto più in alto di me, attorniato dalla nostra scorta che è ridotta a soli sei apparecchi e quindi insufficiente a proteggerci tutti; vedo dalle isole Brioni, innalzarsi alcuni caccia nemici e dirigersi alla mia volta; mi sento solo in quel cielo nemico, impossibilitato ormai a ritirarmi e costretto a battermi disperatamente forse senza speranza di salvezza, e non posso a meno dal fondo dell'animo mio di imprecare al suo egoismo che ci abbandona così facile preda al nemico.

VELIVOLI AVVERSARI... INNOCUI.


      Segnalo al mitragliere i velivoli avversari che prendono quota e mentre egli sale rapidamente sulla torretta di combattimento, scrivo alcune note all'osservatore, e riprendo i comandi che avevo lasciati all'altro pilota. Proseguo la mia rotta senza più volgermi indietro, mentre il cuore batte forte nell'attesa delle raffiche di mitragliatrice nemica: intanto lo sguardo si perde nella lontananza. Il primo nostro apparecchio è giunto sulla piazzaforte: le batterie aprono su di lui un fuoco d'inferno: vedo a centinaia i proiettili scoppiargli intorno, ma esso imperterrito volteggia sulla città, lascia cadere il suo carico micidiale che luccica nel sole scendendo velocemente, e ritorna sul suo cammino, mentre un secondo apparecchio giuoca la sua sorte, poi un terzo, e ancora, ancora... Molti sono già usciti dalla cortina di sbarramento e hanno ripreso il mare felici della missione condotta a termine con tanta fortuna... io attendo sempre l'attacco dei caccia che suppongo alle mie spalle: «Ma perché tardano tanto? Che aspettano dunque?» E non mi volgo ancora,continuando la mia rotta, mentre la città magnifica si distende sotto ai nostri occhi e i primi colpi degli antiaerei cercano di raggiungerci.
     Vedo, ad ogni scoppio, il braccio del mio compagno – l'americano – protendersi in tutta la sua estensione rinchiudere la palma due volte in segno di saluto. E' comicissimo quel gesto in un momento così tragico come è meravigliosa quella sua faccia quasi sorridente ad ogni colpo fallato.

BOMBARDANDO POLA.


     Non mi dimenticherò mai quella scena sotto l'infuriare della rabbiosa impotenza nemica. Giù il porto, l'arsenale, le nevi, lo scoglio Olivi, i roghi prodotti dalle bombe lanciate dagli apparecchi che mi han preceduto, le vampe delle mie, il frastuono assordante degli scoppi delle granate nemiche, il fumo denso di queste, la figura slanciata dell'osservatore diritto sulla prua della carlinga indicante gli obiettivi colpiti, il rombo dei motori, la difficoltà della manovra per sviare il puntamento delle artiglierie, e finalmente la salvezza!... Ah! trovarsi finalmente fuori da quell'inferno e respirare con un po' di calma e sentire il cuore battere con il ritmo normale! Ah! la felicità, la gioia di riavviarsi verso la patria che attende ansiosa, fremente di conoscere il trionfo! «Ma gli apparecchi nemici dove sono dunque? Dove sono andati?» Il mitragliere – al quale rivolgo la domanda a gesti – mi risponde, scrivendo sul notes, che hanno lanciate alcune bombe sulle nostre navi di scorta e poi sono fuggiti.
     Oh meravigliosi, quei difensori del cielo di Pola!
     Fuggiti vilmente dinanzi ad una preda conquistabile senza neanche aver osato attaccare. Chi riuscirà mai a spiegare il fenomeno di tanta vigliaccheria? Nessuno! L'americano ha tratto da una tasca un pacchetto di biscotti e una tavoletta di cioccolata e comincia a mangiare mettendomene in bocca qualche pezzo e offrendone largamente all'osservatore e al mitragliere, che ha già fatta la verifica dell'apparecchio contando vari fori prodotti da pallette di antiaerei.

MENTRE LE NOSTRE NAVI EVOLUZIONANO.


      Abbiamo lasciato Pola alle nostre spalle forse non distando da lei più di 18 miglia, quando abbassando lo sguardo sul mare, rimango estasiato del magnifico spettacolo. Più di dieci cacciatorpediniere nostre in fila indiana evoluzionano tranquillamente lì sotto come fossero in un porto loro e non temessero il più piccolo fastidio da chicchessia.
     Sono semplicemente meravigliose quelle piccole navi che si sono spinte così innanzi con tanta audacia nel mare ostile, cercando di provocare la tracotanza nemica, ottima solo nell'insidia e nel buio della notte. Nessuna imbarcazione esce dal porto di Pola: nulla è valso a stimolare l'orgoglio dell'avversario. La impareggiabile bandiera tricolore sventola nel radioso mattino del 17 luglio 1918, sul cielo di Pola, sul mare di Pola, baciata dal sole testimone del nostro valore. Il cuore è gonfio di emozione, l'anima esulta pel grande trionfo. Nessuno può comprendere – se non ha provato – qual valore inestimabile abbia l'esistenza quando la si ritrova dopo averla posta in giuoca con tanto ardimento. E il ritorno, vale un mondo immenso!
(Campo di S. Pelagio, luglio 1918).

(Dal Libro Le ali della strage).
Un volo con l'apparecchio in fiamme.

(1918).

COME SFUGGIMMO ALLA MORTE.


     Eravamo partiti dal campo di Padova e dovevamo compiere un'importante azione sugli altipiani. A bordo, il tenente Borri, altro pilota, il mitragliere sergente Moriano, il soldato Cocchi, ed un carico di circa 300 Kg. di esplosivo. La scorta doveva innalzarsi dallo stesso nostro campo, e tutti gli apparecchi da caccia trovavansi già allineati in bella fila, nell'attesa del segnale di partenza. Avevo già raggiunta una quota superiore ai 200 metri, quando una prima violentissima scossa improvvisa in tutto l'apparecchio e poi una seconda, mi arresta quasi il sangue nelle vene. Poiché vedo la possibilità di rientrare in campo a motori spenti, tolgo senz'altro i tre contatti e chiudo i rubinetti della benzina disponendomi a planare. Ma il motore sinsitro, insensibile alle leve, continua con ostinazione angosciante a girare, sebbene lentamente, generando delle vibrazioni così forti da determinare le più serie preoccupazioni. Una rapida occhiata d'intorno, mi rende consapevole di quanto è avvenuto. L'elica sinistra è spezzata e metà della pala, scheggiandosi e volando in frantumi, ha spezzato parte di quella centrale, la quale però fortunatamente è ora immobile. Tutti i miei sforzi si concentrano allora per immobilizzare anche la maledetta mezza pala superstite che gira sempre, a strappi, causando lo sfasciamento dei supporti che sostengono il motore sulla travatura della fusoliera. Ma ogni tentativo è vano poiché i fili di governo sono stati spezzati dalle brusche vibrazioni.
     Vedo alcune parti dell'apparecchio disfarsi in volo; vedo traballare la macchina pesante che risponde in malo modo ai miei comandi; mi sembra che ad ogni istante il motore in funzione voglia precipitarsi nel vuoto; vedo gli alberi, la terra, i prati, che sfuggono vertiginosamente al mio sguardo per la velocità spaventosa alla quale sottopongo il velivolo con una picchiata di disperazione; sento sibilare il vento tra le crociere con un suono lugubre di morte; e mi avvedo, con terrore, che una fiammella serpeggia tra la fusoliera e il motore. Allora non so più se la fortuna o l'audacia hanno aiutato me e i miei compagni, ma ricordo solo che, con volontà di ferro, io e l'altro pilota – inchiodati ai comandi ed ai timoni – con un plané inverosimile, siamo riusciti in breve a toccare terra e ad arrestarci urtando in un caccia che sopravanzava gli altri dalla fila. Immediatamente, nell'urto, il motore traballante si è rovesciato su se stesso, appoggiandosi sull'ala, mentre una vampata altissima si innalzava al cielo. Mi sembra di udire ancora le voci disperate di tutti i presenti alla scena che ci urlavano: «Salvatevi! Salvatevi! Scoppiano le bombe!» Tutta la parte sinistra del nostro Caproni era un rogo ardente ed anche il «caccia» preda alle fiamme... Non dimenticherò mai quegli attimi terribili! Vedevo gente in fuga; soldati che tendevano le braccia verso di noi, altri che si adoperavano ad isolare, trascinandoli, gli apparecchi vicini, ma tutto nello spazio di pochi secondi. Ricordo che non sono sceso dalla carlinga, ma mi sono precipitato, piegandomi – nel cadere – sulle ginocchia, battendo leggermente il viso; ricordo di aver sentito il peso degli altri miei compagni di bordo, che pure si erano lanciati nel vuoto, gravitarmi sul dorso; ricordo che tentai di rialzarmi ma il dolore me lo impediva, e che qualcuno mi aiutò senza che mi avvedessi chi fosse: ricordo infine che potei correre e mettermi – con gli altri – al riparo dietro un hangar, appena in tempo, perché già scoppiavano le cartucce delle mitragliatrici. Qualche momento dopo, un fragore assordante squassava la terra e alcune schegge di bomba volavano sul nostro capo andando a cadere a qualche centinaio di metri. Una bomba inesplosa, proiettata dalla violenza dello scoppio delle altre, era passata sul tetto dell'hangar che ci proteggeva, andando a conficcarsi nel giardino di una villa che distava da noi mezzo chilometro.
     Non potei a meno dal pensare con orrore – pari alla gioia di essere presente – che un solo istante di esitazione e di sfortuna, avrebbe determinato il più spaventoso scempio del mio corpo e di quello dei miei compagni di volo, e quando – finalmente rassicurati che tutti i proiettili fossero esplosi – potemmo appressarci a quello che era stato un maestoso velivolo e che ora raffigurava invece un ammasso informe di fili contorti, di motori bruciati, di tubi di ferro anneriti, di alluminio fuso, sentii un brivido corrermi per tutte le ossa e rimasi immobile per qualche tempo in muta, profonda contemplazione. Nessuno più di me – all'infuori degli altri miei compagni di volo – sapeva in quel momento che cosa fosse la morte e quanto valesse la vita.
(Campo di Padova, dicembre 1917).
(Dal Libro Le ali della strage).


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