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IL MONTELLO - DALLA FERROVIA DI MONTEBELLUNA

L’appello

Dopo l’azione, si contano i vivi
e si chiamano i morti.
La pugnalata è sempre data
da una lama a due tagli.

     Luce pallida, pallida. Luce tenue che, a poco a poco, sempre più rischiara. Colore bianco sulla montagna bianca.
     E’ l’alba.
     V’è silenzio. Quasi sembra che nessuno viva intorno, tanta quiete accompagna il crescendo lento del nuovo giorno.
     Per la distesa, tutta scomposta dal ferro, il segno della strage; per la distesa, tutta rossa di recente sacrificio, il segno di una virtù tramontata.
     La virtù della vita soggiogata, calpestata, schiantata.
     Sentimento ed affetto, intelligenza ed ambizione, odio e vergogna, uniti nel silenzio eterno, cinti di una stessa corona, fredda e severa: la corona terribile del nulla.
     Stanno ammonticchiati, stanno sparsi, alcuni abbracciati nell’ultimo attimo della speranza, altri ancora supini, foggiati in mille pose, in mille guise, raccapriccianti.
     L’ora della bufera è passata, segue il silenzio che prelude l’ammonizione, profonda e lugubre fonte del rimorso.
     Una voce chiama; l’appello ferisce, strazia.
     Ad ogni nome un silenzio od una timida eco.
     Un brivido percorre i superstiti, li scuote, li strema, infinitamente.
     Somiglia un’angoscia, spasimante.
     “ Manca! Manca!”.
     Giustificazione inumana, folle.
     “ Non c’è. E’ caduto. L’ho visto. Là, dietro il ciglione. Dopo i primi passi. Ha chiamato un nome. Ha invocato un nome”.
     Nessuno indica. Solo il pensiero con uno sforzo tenace accenna. Nessuno sguardo sa trovare il coraggio per scrutare ancora, per definire precisamente.
     Continua opprimente la voce obbligata dal dovere, non dà tempo, incalza.
     Lo strazio deve sempre toccare la sua meta.
     V’è chi guarda attonito e guarda insistentemente, senza distinguere poi che il dolore sempre toglie la luce dello sguardo, poi che il dolore mette sempre un velo impenetrabile.
     E’ morto un compagno di sofferenze, colui che ha diviso le stesse privazioni, gli stessi tormenti.
     “ Manca!... Manca!...”
     Sembra che l’appello non debba aver fine, l’appello è l’ultima raffica della tempesta, uccide, uccide, a poco a poco, misteriosamente, inesorabilmente.
     Pochi i superstiti, pochi e si guardano, senza parola s’interrogano.
     Sono esausti, sfiniti, quasi non reggono.
     Essi hanno vissuto oltre l’umano.

Franco Mazzoldi


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