Fronte del Piave
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STRETTA DI QUERO - DALLA PRIMA LINEA, PRESSO IL PONTE DI VIDOR


Umberto Sgarietta cadde nell'assalto
del maggio 1917 contro le quote
dell'Hermada;

Giacomo Bottai in un'alba dell'aprile
'18 davanti a Chiesanova del Piave;

entrambi del mio reggimento 225° di
fanteria, ugualmente ardimentosi, amici
miei fraterni

A loro, alla lor memoria santa,
questa vissuta rapsodia dedico
con umiltà.

 

 

SUL DESTRO ARGINE

 

I.

Fonda, percorsa da clamor lontani,
e a volte illuminata
da bagliori d’incendio
come sussulti nel gran buoi affogati,
incombeva la tragica
prima notte del Piave.
Su’ cigli de le strade abbandonati,
sotto l’acqua a diluvio,
ciascun di noi chiedeva tregua al sonno,
cuscino il tascapane
e letto il fango.
Tanto avevamo camminato
che rotte ci parevan l’ossa
dentro le vesti mèzze;
ed era ognuno un’anima
che stordita vagava
e non sapea più dove…
Cento e cento miglia percorse
sotto la spinta del nemico urlante,
come gente di preda,
senza nemmen dintorno volger gli occhi;
e via pe’ campi,
per le strade nostre belle,
in mezzo ad archi di verde tenace,
via come gente maledetta !
Ma se tutto ricordo
il cuor mi si spezza:
e le folli corse rivedo,
e ne le tempie anche mi battono
i disperati urli
i rombi paurosi
tra un vasto raggiare d’incendi
che trasmutavano la vita
in isbigottimento !

II.

     Quando spettrale l’alba sopravvenne
riposavano ancora i fanti,
i miei, i nostri fanti
infagottati, divini nel nero
de le vampate e de le grotte sudice.
E il Carso sognavan di certo,
le doline e le rocce
che c’erano giaciglio e protezione;
e la distesa de’ lor campi
ormai senza più mèssi,
lasciati come si lascia una mamma.
Venivano nel sogno incontro i bimbi,
correndo pel viottolo
de la natia montagna,
o da lo svolto d’una strada,
con gridi d’esultanza,
con lacrime di gioia
tra’ riccioli sul viso…
Le prime voci di richiamo,
ne l’alba, si frangevano smarrite,
incerte, come se nell’aria umida
scie di veli umidi incontrassero…
Eran quelle le prime
giornate di novembre
a’ nostri morti consacrate:
e per l’aria, tra voce e voce, forse,
c’era un lor sommesso parlare
che trasvolava, che ammoniva…
“Dio della nostra terra
Che ci vedi e che sai,
a’ morti abbandonati, Tu confermalo
ed alle madri nostre,
che colpa non abbiamo
che dolo non pensammo !
Ti preghiamo umilmente, Dio:
e tu sai che per ogni roccia presa,
perduta, e poi co’ denti ristrappata,
ne’ gironi del Carso,
dalle trincee di Sei Busi,
da quelle del Vallone,
da la settantasette maledetta,
da Flòndar e dal Timavo,
a centinai i fanti, a centinaia
lasciammo per sempre distesi,
ciascuno di noi il suo turno aspettando:
e come ora faremmo
se l’offerta bastasse
a finir la vergogna.
Sol ti chiediamo, Dio, tranquillità,
tregua allo spasimo !
E illumina, da ora,
da questo àttimo tremendo,
da questo ultimo segno del Calvario,
illumina la nostra pena,
risolleva ne’ cuori la speranza:
ritorneremo là !”

III.

     Atto di fede compiuto in silenzio.
Ognuno in sé lo fece
e si guardò d’intorno:
e d’intorno sol vide occhi fraterni,
braccia pronte a l’offerta.
Da una perduta lontananza,
come da verso un mondo sconosciuto,
l’animoso cuor de la Patria
veniva col respiro ad incitarci.
Lo sentivam col vento
per mezzo a gli alberi,
tra zolla e zolla,
molteplice carezza
di tutte le mamme lontane.
Nacquero dentro al fango le trincere
e ognun disse di noi: Per miracolo !;
chè umana opera non parve
il fittir de’ camminamenti,
l’intreccio de’ reticolati,
in un giorno, in un’ora,
con addosso la febbre,
la maligna febbre del Carso !
E quando giunse bramoso il nemico,
con alte grida di trionfo,
tra ‘l martellar de le mitragliatrici,
noi tutti già su l’argine eravamo,
come inchiodati,
mordendo il fango, sassi e urli di sfida
di ardore incomposto lanciando !
Oh basta la vergogna, basta:
resti di là il nemico,
nelle sue tane sporche,
fin tanto che i cannoni
non sien spostati tutti
dietro ogni angolo e dietro ogni cespuglio,
e sia la curva de’ proiettili
il nostro arco trionfale
da dove la gran corsa ricominci,
la corsa che certo faremo
nel mezzo di quest’altra primavera !
Ora: fermi su l’argine ch’è sacro
al giuramento.
E se alcuno cadeva,
folli d’audacia due, tre fanti
s’alzavan ritti in cima a la trincera
sì come dalla terra
statue improvvise,
a meglio colpire il bersaglio
e perché, loro, intendesser che vana
era ogni speranza !
Chi mai impedito avrebbe
quel sublime ardimento
il fiotto del sangue vermiglio?
Ne sorreggeva il cuore della Patria,
la carezza di soffio
delle mamme lontane.

IV.

     Vennero giorni di tregua,
notti calme, stellate.
Per gli argini del fiume, a quando a quando,
se non la voce secca del fucile,
insidiosa entro la notte,
o l'irrequieto interrogante razzo
improvviso, su da un cespuglio.
Alla luce improvvisa
si profilavano squadrati
i fanti di vedetta,
nel vasto alto silenzio che covava
ad or ad or lo strepito rabbioso
d'una mitragliatrice,
il sibilo de' piccoli cannoni
come un fischio del vento.
Assidua era la veglia;
e fuor delle trincere a gruppi i fanti
parlottavano immemori del sonno
l'alba aspettando
insieme a chi sa qual promessa nova.
Volavan su per l'alto antichi sogni,
riaffiorati, ripresi dal principio,
goduti fin all'ultimo,
anche soffrendo;
e colloqui solcavano l'azzurro
e ogni parola in nome s'accendeva
e ogni nome in un viso sorridente.

(A volte interrompeva il sogno un brusco
rumore d'eliche, invisibili).
Chi bene si ricorda
di quelle notti diamantine
per cui l'affanno era smemorato?
E che allegrezza insolita,
a volte beffando il nemico
di sopra e le sconvolte case
ridiventati bimbi !
“...E bimbo esser vorrei
in corse pazze per le strade bianche
con la balestra e i sassi...”
mi scrisse un giorno un piccolo toscano
da la sua buca
dove per lunghe ore restava
a comporre ballate e madrigali,
ostinato nel sogno
a un passo dalla morte.

V.

     Breve la sosta:
Su da Zensòn d'un tratto
la voce del cannone dominava.
Chi mai potrà ridire com'ognuno
accogliesse la voce che ci parve
nova? Per ogni approccio,
su pe' camminamenti acquitrinosi,
era un intento interrogare
con ansia mal repressa
con visioni di lotta furibonda.
Da Fagarè per Fossalta di Piave
e a Caposile, ormai, rintronava
d'un infernal concerto
l'aria, come in tempesta
scatenata per morte e per rovina.
Le vadette impazienti
i segni da colpire ricercavano
oltre 'l fiume, tra un carro ed un cespuglio,
fin dentro gli occhi voti de le case,
dove mai fosse rintanato
l'invisibil nemico,
a provocarlo,
a dirgli che se quello era il momento
ben si mostrasse
per l'ultima battaglia !
A Zensòn dove avea messo furente
il piede l'avversario
(da la nebbia protetto, dal vilupo
di arbusti nel pantano),
ora restava a farsi mitragliare,
a subire lo scherno
dei ragazzi d'Italia
che gli apparivan sul viso irridendo
sì come ne' racconti d'avventura
su' libri de la bella adolescenza.
Giorno per giorno indietreggiava
mugghiando come belva,
col fucile a la gola,
sotto il fuoco incrociato
delle mai sazie nostre batterie.
Ed a Folina intanto
in aperto frontal combattimento
gli adolescenti del novantanove
gareggiando co' vecchi in ardimento
sangue avean dato e la lor forza nova,
stupiti che fra mezzo a la battaglia
cantare si potesse e urlar di gioia !

VI.

     La sonnolente calma un alto grido
d'improvviso percorse:
“Caposile perdiamo !”
e nel grigio mattino
tra 'l roco gorgogliar del fiume in piena:
“Salvate, fratelli, salvate !”
“Ma chi urla, chi è?”
chiedono ansiose le vedette
scrutando l'acqua fra la rada nebbia.
“Amico, sono, amico; mi salvate !”
Arrancando venia contro l'infida
corrente disperandosi qualcuno;
e sol la testa si vedeva a volte,
e sol la bocca aperta per il grido.
Un nugolo di fanti,
scavalcata d'un balzo la trincera,
precipita per l'argine, a fior d'acqua:
“Afférati! ecco il legno, ecco la fune...”
Viene il compagno sconosciuto
con l'ultimo sforzo; s'aggrappa,
si leva, rigrida strozzato:
“Correte, salvate, fratelli,
la testa di ponte perdiamo!”
(Fissa in quell'uomo l'idea! - Che perdi
alla fine? Non la tua donna;
né i bimbi, la casa nemmeno...
Ah senti che tutto si perde
se indietro d'un passo torniamo!
E dimmi, allora,
chi t'ha insegnato quest'amore novo
sorto da ciò che tu non sai, ma senti?)
Impetuosi i comandi,
rapida l'obbedienza.
“E ognun sappia e ricordi
che quel mucchio di case lacerate,
quell'intrico di sterpi a Caposile,
Venezia nostra eroica protegge:
guai a noi tutti se la forza manchi!”
Postate in breve le bombarde,
il battaglione primo e il terzo pronti:
ecco: il fuoco incomincia,
incomincia la nostra passione.
Si slanciano gli audaci con un grido
su la incerta di barche passerella
(a fatica composta
sotto il rabbioso fuoco del nemico);
mentre al di là con terribile schianto
dirompon le bombarde;
e nubi di fango sollevano
e di pietre, di ferro, in coni enormi:
e par che tremi 'l ciel tra la foschia
e che la terra immergasi, rimbalzi.
D'un attimo la mischia furiosa,
in su la sera, tra fiammate ed urli,
e a corsa ripreso il terreno
per ogni dove frugando e spezzando.

VII:

     Cantan sommessi i fanti
ne la ingemmata
di stelle notte di Natale,
verso i paesi del riposo.
E strascicano i piedi sulla neve,
fra un tinnir di borracce e di vanghette
ch'è la nenia a' lor sogni senza fine.
Cantan con l'anima lontana...
Pause, nel canto,
attimi del pensiero.
Ed ecco, prima, in un sospir racchiusa,
in uno sguardo viva,
la casa...Ecco risorger ne la mente
la leggenda divina
narrata chi lo sa mai da quanti anni...
Quali stelle – dimandano -
nel celeste cammino
segnaron l'umile capanna?
(Pioggia di stelle è il Natale a pensarlo!;
o strade azzurre
verso la sommità dei mondi;
o distese di neve senza fine,
soffuse di mistero,
con sopra alberi radi...).
Ed ecco anche le fiabe
su da la fiamma ilare
svolazzare per l'alto del camino,
con d'accanto la mamma che sorride
e i più piccoli estatici fratelli...
Ma quando, o stelle, quando
anche per noi la tregua?
Verso oriente si piega a la dimanda
l'azzurro arco trapunto:
“Giunto non è, o soldati,
il nostro giorno ancora:
dispregiano le tombe
del Carso e irridono i tedeschi!
Convien tutte ingoiare
le ambasce e i desideri!”
...Li vigila e li esorta, tutta bella,
ammantata di fede e di speranza,
la divina notte di Cristo.

VIII:

     Dove fosse un riparo,
e gl'incroci di strada,
fin dentro i botri,
nascevan nuovi appostamenti.
A notte, d'ogni parte,
giungevan le trattrici enormi
tirandosi gli affusti de' cannoni,
come belve a guinzaglio,
prima a decine e poi a centinaia
per un concerto di titani,
grandioso, e forse nel vicino maggio...
I nuovi battaglioni
si schieravan pe' fossi,
per i camminamenti a lato,
ne le vene tutte dei campi;
battaglioni ancor vergini di lotta,
o quei provati in cento assalti,
di vecchi lupi
da l'elmetto scontorto e foracchiato,
da lo sguardo impassibile.
Che balenii di riscossa
ne la incipiente primavera!
Rade, violente scaramucce
qua e là; dell'avversario tentativi
di ripassar pel fiume,
spezzati a Caposile
da la invitta brigata Granatieri,
da' marinai
a Cortellazzo e a Cavazuccherina,
dal tredicesimo di bersaglieri
intorno a Casa Gradenigo...
Di verde s'infioravan le trincere
perchè d'intorno a noi
fosser prati minuscoli,
ricordo vivo
de le distese amate
fra le giovenche e i pioppi.
Pel ciel rifatto azzurro
in agil corsa
andavano le nostre alate macchine
a cacciar le più grosse del nemico,
quelle giallastre,
da le ritorte ali,
dal volo lento,
gravose e scure
com'uccellacci di torve montagne
senza mai sole.

IX.

     Quando rapide, secche, nel silenzio
crepitarono brevi fucilate,
l'alba era appena
nel cielo scolorato.
I guardiani si scosser dal torpore...
Ma tanta e tanta calma
era per la fresc'aria
e dolce tanto il fluire del tempo
che ognun di certo
dimenticato s'era ove mai fosse.
Un brusco richiamo sol parve
il rapido clamore:
chè giù da le paludi verso Mèolo
un uccello notturno
ripreso aveva il suo fischiare lento
ad intervalli uguali.
Oh dove e contro chi
la scarica improvvisa?
Subito venne la risposta,
e l'angoscioso cuor la prevedeva:
“Fulminati in trincea son due soldati
e un ufficiale giovine:
fuori dal parapetto spinti
a riaggiustarlo,
li han mirati con lor selvaggia gioia
quei maledetti di laggiù!
Il siciliano e Masenti i soldati;
e l'ufficiale è Giacomo Bottai.
L'alba era già nel cielo
con soffusi chiarori a oriente;
una divina alba d'aprile
tutta di pallido celeste,
chi sa come attesa da' poveri
compagni nostri,
per riposarsi della lunga veglia,
per sognar dolcemente...
Su la scarpata
de la trincea riversi, un s'abbracciava
a la terra e sul fango avea la faccia;
l'altro, da la squarciata gota
un'enorme sanguigna aperta bocca
mostrava com'a dir la sofferenza
o a gridar senza voce
un altissimo grido di vendetta!
Bottai era supino
con la testa di Cristo
con le braccia di Cristo:
gli occhi non anco erano chiusi
e su guardavano
a invocar forse Iddio...
E sangue intorno, troppo nostro sangue,
sul fango che se lo beveva,
su' visi e su le vesti sparso,
sugli elmetti rappreso.
...Passan per la trincea, su le barelle
composti, verso i cimiteri
di tutti, i nostri morti.
Quanti, o Patria, per te!
E chi, dal Pasubio al Timavo,
da Caposile all'Astico,
chi mai potrà contarli?
Promettiamo, o fratelli,
che se alcun di noi scampi
qui torni col suo cuore solo,
e benedica in umiltà,
e ribaci la terra che li cinge,
per pianger poi tutte le lagrime,
per risentirseli vicini,
come ne' posti d'approccio avanzati,
la testa su la testa,
le braccia fra le braccia,
quando freddo faceva
e a volte sotto la tempesta
che mai requie non dava
una voce s'udiva ad implorare:
“O mamma, o mamma mia lontana...”
Scorreva su le gote un pianto amaro
e gli occhi si cercavano sgomenti!

 

LA BATTAGLIA

I.

Dall'una parte all'altra
correva insistente la voce:
“Attaccherà il nemico
con l'ultime sue forze
con tutte le sue forze,
per giungere a Venezia,
per rapinar le nostre donne,
per ispogliar le chiese e i campi:
tutto travolger come prima,
come nel fosco ottobre,
a masse urlanti, a masse ubriacate,
Sospirano e bramano i lurchi
sotto le case traghettar de' Dogi
al lume de la luna!
O fante, vigila!
O baluardo ultimo
di questa patria
da le mille ferite, saldo stai!
Tien pronti i muscoli, tien fermo il cuore.
Se vien la prova, questa è certo l'ultima:
il servaggio e l'oltraggio,
o tutta bella rinascer la Patria
da l'Adige al Quarnaro!
La tua casa ricorda,
gli affetti, i sogni, l'avvenire,
gli urli su' campi di battaglia,
le veglie senza pace,
le notti sotto l'acqua,
le corse sotto il fuoco!
Se vien la prova, questa è certo l'ultima:
sta saldo: fatti pietra e fiamma!
Anco Venezia vigila: non trema.
Da l'immobile volo il suo leone
scuotesi; e le zanne approntano
l'ale dispiega, rugge su la piana.
O gloriosa Venezia, o diafana
città d'incanti,
del Barbarigo ti ricordi,
del Venier, del Querini?
Trassero a Lepanto
l'amor disperato di te,
l'anima del gran Doge Orseolo,
e per la Croce vinsero!
Or ci proteggi con la tua malia,
or fiducia ci dai se tu non tremi.

II.

     Un lungo tamburio di grossi calibri
ne la notte ancor piena,
di sul Montello e poi per Salgareda
in isfrenata corsa,
e a Noventa di Piave e a San Donà,
rapido enorme guizzo di giganti
svegliati, fu il segnale
della battaglia grossa.
Lampeggiar fitto
da le bocche mai sazie dei cannoni,
e ventagli grandiosi di faville
d'intorno e dappertutto,
e case intravvedute livide,
mozzate, in un baleno,
e rilucer d'elmetti
sotto i razzi a diecine,
inquieti, rossi e azzurri, verdi e bianchi,
nel frastuono diabolico,
con le strazianti grida dei caduti.
Incominciava dunque
l'ultima prova, la decisa prova
sorta su dal silenzio impetuosa
con l'armi tutte,
con una densa nebbia d'artificio
ch'or ci veniva incontro
a ricoprir la vista e la prim'alba.
“Bombe di fumo e bombe di veleno”;
ma il cuor d'ognuno è saldo,
pietra doventa
che lo sgomento scrolla.
A l'infuriato
cannoneggiar nemico
d'improvviso risposero
le nostre sibilanti batterie:
La Chiacchierina, la Pettegola,
la Raganella;
e sopra de la testa
bene ciascun riconosceva
i proiettili amici in corsa e a fasci
con scie di rapide comete
subito spente.
Da Roncade, da Monastir,
dapprima incerte
e poi in un infernal subbisso
uniron la lor voce brontolona
le grosse artiglierie,
sgominando al di là l'austriaco a masse:
urli come di belve infuriate
a noi venivano
fra mezzo a le vampate orrende.
Ed al momento primo d'ansia
successe l'indicibile furore
de la battaglia,
la frenesia de' colpi
sparati anco ne l'aria,
gridando frasi tronche,
accumulando munizioni
come pane una torma d'affamati.
“Laggiù, laggiù, ombre strisciano, s'avanzano
carponi...spara, ammazza, o fante mio!”.
Ed ecco con soffio di drago
in mille scheggie una bombarda schiantasi:
nel groviglio tra 'l fumo e i sassi e 'l ferro
qualcun si dibatte implorando...
O fanti, coraggio, coraggio!
O artiglieri, più indietro,
fedeli nostri compagni, coraggio!
Bisogna ritrovare il riso e i canti
come in mezzo a una festa:
vince chi non si stanca,
chi i ginocchi non piega.
Più del pensier veloce
la battaglia incalzava
s'estendeva furiosa.
Nel chiaror primo de l'alba apparivano
gli argini come una corsa di fiamme,
corsa sinuosa
senza tregua avvivata.
“Passato con le barche il fiume
a Nervesa e a Musile,
preme, si fa largo il nemico.
Sorpresa per la nebbia la Catania,
fra l'una casa e l'altra or si difende
col pugnale e co' denti”.
...Dunque s'arretra?
S'arretra come prima,
come nel fosco ottobre?
No, fante, no!
Non senti tuttavia di respirare
aria diversa?
Pietra e fiamma doventa,
scrolla da te il tormento e lo sgomento.

III.

Chi può disperar se la nostra
è l'Armata del Carso,
l'Armata Terza invitta?
Le fiamme rosse,
le fiamme nere
vanno all'assalto
sul pieno delle strade
come i combattitori d'una volta;
ed han teschi alle giubbe risvoltate,
pugnali alle cinture.
Sembran figure di leggenda,
maschie figure dal latin profilo.
Si senton canti di spavalderia...
E chi può disperar se quei che cantano
sono nostri soldati?
La Chiacchierina e la Pettegola
hanno di certo gli affusti che scoppiano:
da tre giorni rabbiose battono
contro e nel mezzo del terreno
ove 'l nemico s'è accalcato;
si vedon sobbalzare
senza mai tregua
come i cani che abbaiano,
di fra le siepi scheletriche
sulla destra del Sile.
E a diecine volteggiano nel cielo
le ali a tre colori,
e alternano a' segnali
lo scoppiettio monotono
de le mitragliatrici.
Non come nell'ottobre, o fante,
non com'allora
questa incipiente estate!
Non senti, se respiri,
aria diversa?
E forse anche di là la sentono;
forse 'l nemico interroga sé stesso
se ancor verso l'agguato ritornare.
Ma comanda su noi
un diritto inflessibile di guerra:
sognò la nostra magica laguna
l'accecato invasore,
protese l'unghie a la conquista,
vide la piana dominata:
ora qui lasci tutta la sua boria
l'orgoglio smisurato!

IV.

     Non c'è più battaglione che riposi:
ne vengon dappertutto, a grosse ondate,
in corsa senza freno.
L'offesa nostra è piena
e all'avversario chiuso ogni ritorno:
o resta qui strozzato
o perisce su' ponti bersagliati!
“Il Montello ripreso,
Zenson tutta ripresa,
lo spaurito nemico ovunque arrendesi!”
Eccola dunque sorta l'ora nostra,
o soldati del Carso!; ed io vi guardo
agili scavalcare
le zone micidiali,
come fra quota e quota
nel vallone di Jamiano,
fermarvi d'improvviso
dietro a un cespuglio
e mirar freddi...
I reparti d'assalto
vedo tumultuar come per giostra
e in comitiva urlando
a destra a sinistra slanciarsi,
far preda buona di grossi ungheresi
da la faccia di zingari,
rinchiusi in que' pastrani lunghi e sporchi
che mai abbandonavano
incombesse la più bruciante estate.
...La strada lunga delle Mille Pertiche,
in sul far de la sera, mettea brividi.
Forse mille, ma forse di più morti
la ingombravano, scura la rendevano...
Un ordine preciso
alla brigata Sassari:
“Di qui nessuno passi a nessun costo!”
E appostati ne' fossi,
come sempre indomabili,
i Sardi avean compiuta
terribile la strage.
In sul far de la sera
mettea brividi il campo di battaglia.
Alle calate de' corvi pensai,
dietro la mandria, a nugoli; e mi parve
che tutto 'l ciel si punteggiasse in nero.
Il mattino sorgendo ci sorprese
intenti all'ultima ricerca.
In lento rotolio,
pel fiume racquetato, verso 'l mare,
andavano a decine
i morti del nemico.
Noi raccogliemmo gli altri,
quelli ne' botri fondi e per le strade,
quelli riversi su' reticolati;
ed ebber tutti la lor croce rozza,
il nome inciso con la baionetta...
Pur, nel compito triste,
era serena l'anima,
e, non più vaga, risorgea col sole
una promessa
nel primo giorno della nostra estate!
O gloriosa Venezia,
o diafana città d'incanti,
il Barbarigo ed il Querini a volo
la Vittoria latina ricondussero
sul Fiume Sacro dall'Egeo sonante.
E tu che vigilasti senza tremito,
Niobe possente, diafana città,
con tremore di luci ora sorridi
ai fati novi dell'Italia nova!  

di Alfredo Jeri


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