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CIMITERO DI COVOLO - IMBOCCO DELLA TRINCEA DI PRIMA LINEA E CAPPELLA MORTUARIA

 Padre e figlio

Durante un’accanita serie di attacchi e contrattacchi, una sezione di mitragliatrici, fino allora rimasta al riparo di improvvisati e rudimentali trinceramenti, riceve l’ordine di avanzare. Fanno parte della sezione due tipi speciali: padre e figlio. Il padre, Ermanno Sommavilla, era caporal maggiore della classe 1870, volontario di guerra, il figlio, Giovanni Sommavilla soldato della classe 1899. Il padre, che era già stato ferito altra volta, aveva chiesto ed ottenuto nei primi mesi dell’anno, di poter combattere a fianco del figlio.
La loro figura morale si completa quando si seppe che sono entrambi di Vittorio Veneto, la bella cittadina in mano agli invasori e liberata nell’ottobre 1918 con quella luminosa Vittoria che da essa prese il nome, che al momento del fatto il figlio Giovanni era l’unico sostegno e l’unica speranza degli attempati genitori.
Giunto l’ordine d’assalto, il Sommavilla padre fu lesto a uscir fuori dalla trincea, quando, dopo due o tre passi, un soldato l’avvertì: - Bada, disse tirandolo per la manica, Giovanni è ferito. – Ma già l’istinto paterno l’aveva fatto rivolgere; Giovanni colpito al petto nell’attimo di scavalcare il riparo, vacillava. In tre salti il vecchio caporal maggiore gli fu sopra appena in tempo per impedirgli di precipitare a terra. Col figlio svenuto fra le braccia, questo vecchio italiano stette per un minuto immobile a guardare ferocemente fisso in direzione del nemico appiattito fra la folta vegetazione; poi, con subita risoluzione in un estremo tentativo di salvezza, si caricò il ragazzo sulle spalle e si slanciò di corsa verso il posto di medicazione situato in un casolare posto sulla strada che da Fossalta porta alle fornaci di Monastier. Sciaguratamente, quando vi giunse pallido e muto, tragico e folle, egli non portava più che un cadavere.
Depositatolo lentamente contro il muro esterno di una stalla che raccoglieva a riparo i feriti più gravi, senza aspettare il responso non dubbio del medico, circondato da qualche soldato compassionevole, Ermanno Sommavilla, senza spargere una lacrima, levò i pugni in alto, in direzione del nemico e stette alquanto così, rabbiosamente, come per maledire.
Ma d’improvviso per una di quelle risoluzioni che mutano in eroismi i più semplici gesti, malgrado le amorevoli opposizioni dei presenti, il vecchio soldato cominciò a spogliare il corpo inerte ed insanguinato del figlio, gli tolse l’elmetto, la maschera, la cravatta e la giubba. Giunto a questo indumento, non appena l’ebbe libero tra le mani, si fermò a guardare la larga macchia rossa che essa recava sul petto, baciò più volte quel sangue vivo e quasi stillante, inebriandosi della vendetta e, senza dire una parola, agitando la giubba insanguinata del figlio morto come una tragica bandiera, ritornò di corsa fra i suoi, continuando l’assalto come una belva inferocita.
La sua baionetta non ebbe tregua se non finito il combattimento. 


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