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IL PIANA DI SERNAGLIA - DA C. SACCARDO (MONTELLO)

 La Battaglia della Sernaglia

     L’offensiva di Vittorio veneto che il 24 ottobre 1918 l'Esercito Italiano, forte di mezzi e vibrante di fede, si preparava a scagliare per definire la guerra in suo favore, aveva per obiettivo, com’è noto, di tagliare in due l’esercito nemico, ma a Vittorio Veneto non si poteva giungere senza impossessarsi della Piana della Sernaglia e della zona collinosa circostante. Si può dire, senza tema di smentite, che la grandiosa battaglia, che doveva aprirci la strada alla sfolgorante Vittoria, fu decisa in questa piana martire e gloriosa con l’azione violenta, sanguinosa, fieramente disputata per due giorni dal 22° Corpo d’Armata, comandato dall’eroico Generale Giuseppe Vaccari, medaglia d’oro.
Fu esso il piedistallo sul quale si basò il successo della sapiente concezione strategica di Enrico Caviglia, cosicché il ricordarla in modo particolarissimo vuol significare rendere un doveroso e riverente omaggio a quanti, eroi oscuri e dimenticati, caduti o superstiti, profusero su quei campi, con sovrumano sacrificio, il loro sangue generoso.
Mentre sul Grappa si combatteva accanitamente dal 24 ottobre per ingannare il nemico sulla nostra direttrice principale di offensiva ed attirare nella conca di Feltre tutte le riserve della valle bellunese, l’8a Armata era schierata sul Piave da Cornuda a Nervesa per compiere l’azione di sfondamento attraverso il fiume Sacro. Essa aveva tre Corpi d’Armata: il 27°, comandato dal Generale Di Grigio, che occupava il settore nord tra il ponte di Vidor e Ciano, il 22°, comandato dal Generale Vaccari, a cavaliere del Montello, dinanzi la foce del Soligo, ed alla sua destra l’8° Corpo, comandato dal Generale Gandolfo, schierato con fronte ad est, dinanzi alle formidabili posizioni di Col della Tombola e S. Salvatore.
Il 22° Corpo doveva forzare il Piave, costituire una vasta testa di ponte sulla Piana della Sernaglia per poi spingersi, attraverso la vallata del Soligo, sulla strada di Vittorio Veneto. Il 27° Corpo doveva agire in un secondo tempo gettandosi su Vidor, e, per le alture di Valdobbiadene e Monte Cesen, avviluppare la destra dei difensori della Sernaglia e dare la mano alla 12a  Armata operante a cavaliere del Piave verso la stretta di Quero. L’8° Corpo aveva per compito di passare il fiume a Nervesa e gettarsi sulle colline antistanti che erano i caposaldi della difesa austriaca. Tutto il terreno era terribilmente insidioso per gli alveari di artiglierie di ogni specie e calibro e di numerose mitragliatrici che vi si annidavano.
Il 22° Corpo d’Armata disponeva di tre Divisioni: la 1a Divisione d’Assalto, generale Zoppi; la 57a Divisione, Generale Cicconetti; la 6a Divisione, Generale Mozzoni, più la 12a Divisione di riserva d’Armata, Generale Monesi, che entrò in azione con le truppe del 22° Corpo. La numerosissima e potente artiglieria era comandata dal Generale Bonali.
La sera del 26 ottobre il generale Vaccari si recava al posto di comando a casa Benedetti, sul crinale del Montello in corrispondenza a strada 18. Il 22° Corpo doveva gettare tre ponti da Fontana del Buoro a casa Guizzo, ed uno, con carattere più dimostrativo che effettivo, di fronte a Falzè, località sotto le dirette offese nemiche delle alture di Col di Guarda e della Tombola. Questo ponte fu sistematicamente distrutto dai tiri delle artiglierie avversarie.
Il 72° reparto Fiamme rosse ebbe l’incarico di puntare su Falzè. Fu il reparto di sacrificio che con la sua azione doveva attirare sopra di sé le offese nemiche sollevandone le truppe che traghettavano a Fontana del Buoro. Esso assolse il suo compito nella maniera più eroica. Era riuscito a traghettare 150 uomini sulla sponda sinistra quando un colpo di grosso calibro fece saltare l’esile passerella uccidendo il comandante , Capitano Marchand. Purtuttavia i 150 uomini resistettero asserragliati fra le rovine di Falzè, bersagliati ed assaliti di continuo. Il cimitero di Falzè è testimonio eloquente del loro eroismo e del loro sublime sacrificio.
La 1a Divisione d’Assalto si era frattanto concentrata a S. Mama poco lungi da Fontana del Buoro: essa era divisa in due gruppi, uno composto del 22° e dall' 8° reparto e l’altro costituito da reparti di Fiamme nere al comando del Generale De Gasperi, medaglia d’oro. La notte sul 27 alle ore 23,30 la Divisione traghettò silenziosamente sull’altra sponda non senza , però, cruenti sacrifici, giacchè la violenza della corrente travolse le prime imbarcazioni i cui equipaggi perirono tutti. Sui ponti di Fontana del Buoro, audacemente gettati dal Genio, passava, inoltre, gran parte della 57a Divisione nonché la Brigata Cuneo del 27° Corpo, che non aveva potuto gettare i ponti sul suo fronte, seguita dalla Brigata Messina. Esse costituirono l'estrema sinistra delle truppe operanti di là del fiume.
Il nemico non si era accorto di nulla, ma alle 23 tutta la linea è in fiamme: le batterie austriache di Valdobbiadene, di Moriago e di Soligo aprono il fuoco di sbarramento sul fiume. Il 22° reparto Arditi si butta in avanti, vince le prime resistenze alla roggia di Molino Pillonetto e si getta risolutamente sulla strada di Moriago rafforzandosi nel cimitero, mentre l'8° reparto, con marcia obliqua, punta su Fontigo: sono poco più di duemila uomini che si prodigano in un'azione serrata e fulminea che sconcerta il nemico. Intanto a mezzanotte la nostra artiglieria apre un fuoco di distruzione, terribile e preciso sulle posizioni nemiche. Tutto il cielo, fattosi piovigginoso, lampeggia di bagliori. Le batterie austriache rispondono vigorosamente: le vampate, partendo dal rovescio dei colli, ne illuminano la dorsale. Sono circa tremila bocche da fuoco tra una parte e l'altra che sparano con rapidità spaventosa. I ponti vengono ben presto presi di mira e colpiti. Rifatti, vengono nuovamente distrutti fino a tanto che non si rinunzia a questo snervante lavoro di Sisifo, rimandandone la ricostruzione alla prossima notte. Così la mattina del 27 il 22° Corpo rimane diviso in due parti, l'una di qua, l'altra di là del fiume.
La situazione si fa critica perché le truppe, che sulla sponda sinistra si trovano a contatto col nemico, mancano di rifornimenti, né si può pensare a traghettarli di là del fiume, sempre furiosamente battuto dall'artiglieria nemica. Intanto le fanterie della 57a Divisione, che erano riuscite a passare – la Brigata Mantova sul ponte di Fontana del Buoro e la Brigata Pisa su quello di casa Biadene – vanno di rincalzo all'azione degli Arditi del 22° e dell' 8° reparto che continuano a prodigarsi in una lotta terribile, senza quartiere. La Brigata Mantova si spinge verso Mosnigo dove è contrassalita con furore da truppe austriache, ma resiste vittoriosamente e contrattacca a sua volta. Moriago è un sanguinoso campo di battaglia. La Pisa si spinge verso Sernaglia ove l'8° reparto, superata la resistenza di Fontigo, era entrato al mattino verso le 8 inalberando sulla caminiera della filanda il nero gagliardetto degli Arditi. Dal campo di aviazione di Trevignano partono numerosi S.V.A. Che gettano sacchi di cartucce e di pane sulle linee dei combattenti.
La notte del 28 è notte di contrassalti e di furiosi duelli di artiglierie sotto il cielo stellato. Il Genio riprende il lavoro, ma l'opera, prima di essere finita, si sfascia sotto i colpi dei cannoni. Sussiste, come per miracolo, di breve vita, uno dei ponti; vive per pochi minuti una passerella, anch'essa travolta, in breve, dalla corrente. Ma sui fuggevoli passaggi è transitato il Generale Mozzoni colla sua 60a  Divisione (brigate Piemonte e Porto Maurizio) mentre il Generale Monesi, colla 12a (brigata Casale e 5° bersaglieri) è rimasto di qua.
La situazione dei combattenti si fa critica al punto che c'è chi parla di ripiegamenti. E' allora che il Generale Vaccari, per tagliar corto alle incertezze, raduna gli altri comandanti a casa Guizzo e dichiara che porterà il Comando del Corpo d'Armata sulla sponda sinistra. “Ali alle Ali, egli dice, in questi frangenti: qualunque crisi deve risolversi sull'altra sponda”.
Intanto il gruppo degli Arditi, che si era spinto verso casa Guizzo nella speranza di trovarsi colle truppe dell'8° Corpo, viene sopraffatto da forze superiori ed è costretto a retrocedere. Il fianco destro del 22° Corpo d'Armata rimane così scoperto e seriamente minacciato. Alla sua sinistra le brigate Cuneo e Messina del 27° Corpo combattono valorosamente fra Bosco e Vidor.
In queste condizioni, quanto mai precarie, il Generale Vaccari passa il fiume in mezzo ad un uragano di fuoco e porta il suo quartier generale a Mulino Manente.
Frattanto anche la 60a Divisione riesce a passare e punta su Pieve di Soligo, preceduta dalle Fiamme Rosse del 72° reparto.
Il nemico comincia a dare segni indubbi di stanchezza: quando, ad un tratto, come per incanto, il colle della Tombola tace. Tacciono tutti i cannoni della sponda austriaca: tuona soltanto il nostro cannone, soltanto i nostri riflettori perlustrano il cielo.
La Vittoria è nostra e la disfatta nemica si pronuncia in tutta la sua gravità.
Il 29 la Piana della Sernaglia era tutta in nostro potere e le truppe del 22° Corpo si spingevano su Follina e Cison, mentre una nostra pattuglia di cavalleria del “Firenze”, comandata dalla medaglia d'Oro De Carlo, entrava per la prima, a Vittorio Veneto.
La battaglia della Sernaglia era vinta.

 

                 Carlo Romano

 

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