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CASA SISTEMATA A DIFESA SUL MONTELLO

Col VI Reparto d’Assalto sul Grappa 
nel giugno del 1918

          Tra le “Fiamme Nere” del VI Reparto d’Assalto del VI Corpo d’Armata del Grappa si parlava da qualche giorno di una prossima grande offensiva, ma le voci erano talmente discordi ed imprecise, che non si comprendeva chi degli avversari doveva iniziarla. In ogni modo, qualche giorno dopo la grandiosa rivista ai magnifici Reparti d’Assalto passata da S. M. il re, si ebbe una conferma delle voci perché molti dei Battaglioni rientrarono alle loro sedi montane e fra questi il VI.
     In camions, di corsa attraverso le belle strade venete, fra il solito tripudio di cannoni, grida e canti, accompagnati dal giubilo delle popolazioni che avevano imparato ad amare ed ammirare gli Arditi, il Reparto rientrò a Borso del Grappa, ma non nei vecchi accantonamenti perché dopo qualche ora di riposo nei pendii ombrosi ed un buon rancio ristoratore, iniziò l’avvicinamento per la solita lunga mulattiera di Monte Cornosega.
     Sulla vetta, nei pressi dell’Osteria del Campo, sede di un comando di Divisione, il VI Reparto sostò un paio di giorni accomodato nei baraccamenti per le truppe di riserva che intanto si erano spostate in avanti; segno indubbio che qualcosa di grave si preparava.
     Il 14 Giugno ci fu ancora uno spostamento in avanti per occupare le baracchette ed i ricoveri della Valdoro, nella valletta angusta formata dalle pendici di Monte Oro (q. 1312), Pertica (q. 1549) e Asolone (q.1522) a poca distanza, in linea d’aria, dalla prima linea. Alla sera, dopo la mensa e rientrando ognuno al proprio reparto, nessuno pensava che all’indomani molti camerati sarebbero caduti. Avanti di separarsi gli Ufficiali parlarono un po’: il soggetto naturalmente era l’offensiva che si preparava. Non comprendevano del perché non se ne avessero precise notizie e commentavano quello che avevano notato. Il capitano Stagno comandante del Reparto aveva particolarmente raccomandato di dormire con le armi pronte ed ognuno con i propri Arditi; gli ufficiali delle batterie vicine avevano salutati i colleghi cordialmente ed additando delle enormi cataste di proiettili. Avevano veduto sfilare Reggimenti su Reggimenti e nella zona di riserva e nella pianura tutte le truppe avevano serrato sotto. Il trincerone blindato di resistenza che si scorgeva dai baraccamenti, ben protetto da fascie di folti reticolati e difese accessorie, era occupato da truppe ed i numerosi nidi di mitragliatrici incavernate formicolavano delle macchine di morte.
     Verso le tre del mattino si scatenò un bombardamento di una intensità tale che nessuno, tra le “Fiamme Nere”, per quanto vecchio di guerra, aveva sentito l’eguale. Le vampate dei colpi in partenza si scorgevano ovunque dando la sensazione che tutta la zona a perdita d’occhio brulicasse di cannoni.
     In un baleno tutti erano pronti, ognuno alla testa dei propri Arditi: non era possibile parlare dato il terribile frastuono, ma gli Arditi si facevan segni di compiacimento per quell’intensità di fuoco che mostrava la potenza della nostra artiglieria. Una mezz’ora dopo cominciò il bombardamento austriaco, anch’esso di eguale potenza; poi l’orecchio intronato non distinse più che un continuo boato.
     Intanto si faceva l’alba del 15 Giugno 1918, livida, resa più tetra dal fumo delle esplosioni. In quella scena da tregenda il capitano Stagno coi lineamenti energici aggrottati girava compagnia per compagnia. Gli altri ufficiali guardavano i propri Arditi, che non chiedevano che di marciare, elettrizzati ed entusiasti.
     La nostra artiglieria sparava rapidissima sui punti di concentramento e di obbligato passaggio nemico, disorganizzando e demoralizzando le forti masse nemiche già pronte per l’invasione della nostra bella pianura che intravedevano dalle cime dei monti ancora in loro possesso.
     L’artiglieria nemica con tiro di distruzione sconvolgeva le prime linee italiane causando gravi perdite fra i difensori i di cui rimasti non le abbandonarono.
     Ad un tratto, nella Valdoro dove gli Arditi in armi erano pronti a balzare dovunque ce ne fosse stato bisogno, echeggiò un grido di allarmi: gas, gas! Ed in fatti le narici furono colpite dall’odore caratteristico dei gas lacrimogeni ed asfissianti. Indossate subito le maschere di protezione, già pronte, nessuno perse la formazione di combattimento. Un leggero venticello disperse poi la mortifera nube e le “Fiamme Nere” poterono togliersi le maschere, furiose al pensare che c’era stato il caso di dover correre all’assalto con quell’incomoda ma preziosa maschera.
     Intanto le cannonate austriache avevano causato i primi morti e feriti.
     La distruzione delle prime linee aveva causato l’inevitabile frazionamento delle difese. Avanti gli Arditi c’era la sola prima linea fronteggiante l’Asolone, ma nessuno sapeva, ora, se esisteva ancora. Il capitano Stagno inviò una pattuglia di un ufficiale e quattro Arditi per riconoscere la situazione. Questa si inerpicò subito per l'erta fra un nugolo di scheggie, terra e pietre scagliato tutt'intorno dalle granate. Più su andavano, più entravano nella zona di bombardamento. Arrivati sull'orlo del costone che poi scendeva dolcemente fino alle prime balze dell'Asolone, uno spettacolo grandioso e tremendo si presentò ai loro occhi.
     Il terreno ovunque si poteva vedere sembrava ribollire: enormi trottole di fumo si levavano tutt'intorno, schegge frusciavano sinistramente in tutte le direzioni. Quando il fumo si dileguava, si vedevano enormi crateri ad imbuto.
     Seguendo con lo sguardo il contorno della prima linea a tratti rovinata e continuamente colpita da granate che la facevano saltare con i difensori, vedevano ovunque la stessa situazione: granate e granate che picchiettavano il terreno. Non era però sufficiente che la pattuglia si fermasse lì. Per compiere la missione era indispensabile recarsi dai Fanti a domandare notizie.
     Il tratto dall'orlo del costone alla trincea, circa trecento metri, fu veramente terribile ad attraversare e fu percorso a sbalzi, salti, di corsa fra una buca e l'altra in mezzo a quella pioggia di acciaio.
     Ma riuscirono a gettarsi nella trincea dei fanti, dove un sergente, il più elevato in grado dei superstiti, mise l'ufficiale degli Arditi al corrente della situazione e cioè che la prima linea ormai era quella, che nulla sapeva del resto del suo Battaglione e che non aveva collegamento con nessuno.
     Fatta una relazione al capitano Stagno ed inviata da due Arditi dei quali uno cadde per via, poco dopo il VI Reparto d'Assalto al completo, sereno e tranquillo, in formazione molto rada che però non impedì di avere molte perdite, fra cui due ufficiali, era steso provvisoriamente nei resti della prima linea insieme ai valorosi Fanti. Poiché alle ali non c'erano collegamenti, venne stabilito un servizio di vigilanza, per evitare aggiramenti.
     Nel pomeriggio, essendo il bombardamento diminuito, il VI Reparto si mosse per la riconquista della tristemente celebre quota 1522 (Asolone) per allentare la pressione nemica e reagire contrattaccando.
     Compagnie affiancate coi plotoni con le squadre in fila, le “Fiamme Nere” entusiaste di muoversi e di andare a cercare il nemico, salutate dalle grida dei valorosi Fanti cominciarono ad arrampicarsi per l'erta scoscesa.
     Il Cappellano del Reparto, Don Salsa, il decoratissimo mutilato del carso, coll'ufficiale medico ten. Arrigoni, entrambi più combattenti che medici dell'anima e del corpo vollero seguire e non è a dire quanto questa decisione infiammò gli Arditi già desiderosi di battaglia.
     A mezza costa, mentre correvano verso la cresta, meravigliati che gli austriaci non si fossero ancora fatti vivi, furono presi d'infilata da raffiche di mitragliatrici che colsero in pieno il Reparto, seminando il terreno di morti. Ma non si arrestarono per questo, anzi, le “Fiamme Nere” furibonde per le continue perdite senza aver veduto un nemico, sempre abituate a guardarlo in faccia, precipitarono la corsa sotto la mitraglia. A circa cinquanta metri cominciarono con i petardi, poi sotto una fitta pioggia di bombe, si lanciarono in un assalto ed in un corpo a corpo a colpi di pugnale, baionetta e pistola in una mischia talmente furibonda ed accanita, che fu uno dei più tipici assalti compiuti dai reparti d'Assalto, perché contro nemici superiori di numero, in posizione dominante e favorevole, che però non ressero all'urto che pochi minuti e si sbandarono inseguiti fino alla loro prima linea di oltre la cresta.
     Qualche giorno dopo, dai prigionieri fatti, il VI Reparto seppe che aveva cozzato contro truppe  d'assalto austriache: le “Sturmtruppen”. Benissimo!
     Come il solito, però, i nemici concentrarono un intensissimo cannoneggiamento. Dato che il reparto si trovava in una linea provvisoria, senza ripari contro le granate e gli shrapnels che cadevano precisi e micidiali, il capitano Stagno ordinò di rientrare nella vecchia prima linea, perduta durante il primo bombardamento.
     Poche ore dopo un nuovo Reggimento di Fanteria arrivò a sostituire il Reparto che rientrò alle baracche di Valdoro in attesa delle altre chiamate, decimato, ma non domo. Lì non vedendo l'ufficiale medico, vennero chieste notizie. Mentre nella trincea respingevano il nemico, ed i petardi cominciavano a scarseggiare, si era offerto di fare il rifornimento, per non distogliere altri Arditi. Col maresciallo degli Alpini addetto al Comando del reparto, al ritorno, accompagnando quattro o cinque muli carichi, una granata aveva colpito in pieno il primo mulo facendo scoppiare le casse. Il maresciallo ed il dottore che erano in testa furono l'uno sfracellato, l'altro ferito gravemente.
     Il maresciallo era di Feltre. Dalla cima dell'Asolone egli vedeva la sua casa e ce l'additava commosso, fremente nel pensare che presto vi sarebbe rientrato.
     Dopo la riconquista dell'Asolone, il VI Reparto, molto ridotto, ma sempre pronto, non aveva più combattuto completo. Erano le singole compagnie, i plotoni che erano chiamati per liberare dalla stretta nemica qualche nostro elemento di trincea, per catturare delle mitragliatrici che col loro tiro preciso disturbavano il nostro assestamento, per respingere contrattacchi furiosi e continui degli austriaci, intestati di voler scendere in pianura; tornando sempre in meno e maggiormente entusiasti.
     I nemici venivano avanti a masse compatte: i petardi ed i pugnali avevano buon gioco ed anche le nostre mitragliatrici ed i lanciafiamme che, maneggiati da uomini dal cuore di ferro, fecero strage dei nemici, coadiuvati meravigliosamente dai nostri cannoni sempre pronti ad intervenire tempestivamente con la potenza del loro fuoco.
     Terminate le fluttuazioni inevitabili nelle grandi battaglie, rimaneva da riorganizzare le linee, spezzate ed in qualche punto avanzate od arretrate dal primitivo tracciato a seconda della violenza della lotta.
     Il 18 giugno, sulla fronte del Grappa l'attacco nemico era completamente respinto e poco dopo anche sul Piave. La pressione nemica era stata tremenda, l'offensiva organizzata con grandi mezzi e dettagli fino nei più minuti particolari, perché ad ufficiali nemici caduti e prigionieri si erano trovati i buoni di requisizione già stampati ed un frasario in due lingue concernente per lo più requisizioni di danari ed oggetti. C'erano anche segnati gli itinerari giorno per giorno ed i luoghi dove le truppe dovevano pernottare. Tutto. Solo che nella meticolosa preparazione, la resistenza italiana non veniva neppure nominata, tanto che gli alti comandi austro-ungarici erano sicuri che non vi sarebbe stata. Così ci consideravano i nemici dopo la loro “grande vittoria” di Caporetto! Dopo quella sconfitta, erano sicuri che l'Esercito italiano non avrebbe più avuta la forza morale e la possibilità materiale di riorganizzarsi. Invece fu proprio la dolorosa scossa di Caporetto che rinvigorì, animò il nostro meraviglioso Soldato e con esso tutto il Paese.

Menotti Mario Banci
Capit. Degli Arditi- VI Rep.      

 

 

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