Fronte del Piave
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     2 FEBBRAIO. — Il colonnello vuole, e per ubbidienza tengo una specie di conferenza al reggimento riunito nel prato di una villa di Quinto. Cerco di far capire ai soldati che la nostra è la guerra più giusta, più santa che sia stata mai combattuta; che i nostri nemici sono i nemici stessi dei nostri nonni, di tutti i nostri antenati di tutti i tempi; sono i nemici secolari del nostro paese, quelli che minacciarono Roma Imperiale, le città del Medioevo, che saccheggiarono Roma, incendiarono Milano, devastarono il Veneto, imprigionarono Silvio Pellico, impiccarono Oberdan, Cesare Battisti. Cerco insomma di riscaldare i loro cuori, infiammare le loro anime, rendere illuminate e coscienti le loro menti onde averli sempre più saldi nei futuri combattimenti.
     Torna dalla licenza il colonnello. Rendo a lui le consegne del comando di gruppo, assesto le faccende della mia batteria e mi preparo a partire anch’io in licenza.
     18. — Sono a Firenze in licenza soltanto da cinque giorni dopo essermi fermato a Sassuolo e a Scandiano per presentare incartamenti di amministrazione e mentre facevo colazione, un carabiniere mi ha portato un telegramma che ho letto con stupore. Il mio reggimento ha lasciato Quinto e si è recato di urgenza di nuovo in linea. Debbo rientrare immediatamente senza terminare la licenza. Che cosa ci sarà mai? Certamente un’azione e non voglio mancare.
     20. - Arrivo a Treviso ma nessuno sa darmi indicazione del mio reggimento. Dormo presso la tappa. Notte lunare. Gli aeroplani austriaci ronzano per ore intere sulla città e lasciano cadere parecchie bombe. La città è deserta, vuota vuotissima. La popolazione che non si è trasferita fuori del Veneto, resta in città nelle ore del giorno ma la sera si sparpaglia nei paesi, nelle campagne e dentro le mura s’incontrano soltanto pochi carabinieri, ufficiali e soldati di passaggio. Crollano qua e là muri di case, si odono fragori sordi che scuotono tutti i fabbricati, sulle vie s’inciampa nelle macerie, squarci aperti e fenditure strane e sventrature feroci si profilano nel cielo e si illuminano sinistramente colla luna come scenari di un dramma teatrale privo di attori. Ricordo tante altre incursioni trevisane: quelle del maggio 1916 che massacravano donne e bambini indifesi. Ricordo l’inseguimento di un idrovolante austriaco che volava di giorno a bassa quota sul mio squadrone incolonnato per due sopra la strada che, allo scoperto conduce a Paterno. Ricordo che esso ci volava sopra, osservava la colonna, ci oltrepassava e tornava indietro dalla testa alla coda come se volesse scegliere il momento per mitragliare. Invece, una sola bomba, mal diretta, uccise un solo lancere e per caso.
     22. — Alle 10 sono andato a Quinto dove ho trovato il mio furiere rimasto con pochi uomini e molto materiale. Da lui so che il reggimento è partito per Meolo. Attacco un cavallo ad una barroccina presa a prestito e, mangiato un boccone, parto per Meolo dove arrivo alle 16. Il mio gruppo è in trincea a Musile sul Piave anzi, dentro il letto del Piave, e per arrivarci è necessario scavalcare l’argine del fiume che è alto, scopertissimo e continuamente battuto da mitragliatrici e da fucili. I miei sono in linea da tre giorni, ma proprio quando arrivo io, una gran bella notizia è giunta. Ritorniamo bombardieri con le bombarde. C’è l’ordine di ritirarsi dalla linea, di concentrarsi a Meolo e di partire per Sassuolo.
     C’è un movimento gaio sotto le fucilate e una voglia matta di agire. Prima di dare le consegne al nuovo reparto di fanteria che ci sostituisce, i bombardieri vogliono salutare il nemico che sta sulla sponda opposta e per varie ore è tutto un echeggiare di fucilate e uno scoppiare di bombe a mano e di bombe da fucile. Le pistole mitragliatrici crepitano fittamente e gli austriaci, temendo un attacco, rispondono nervosamente.
     In alcuni punti la nostra trincea è presa d’infilata dal loro tiro e i proiettili fischiano in ogni senso, anche di fianco, quasi anche alle spalle. Nel movimento, la mia batteria ha due feriti.
     Uno ad uno i soldati passano l’argine nel punto obbligato, studiando il movimento per non essere colpiti quasi volteggiando, poi riuniti in piccoli drappelli, di notte si avviano a Meolo dove sono tutti concentrati.
     23. — Siamo ancora a Meolo in attesa di ordini. Intanto si approfitta della sosta per dare ordine agli  impedimenta per ripulirsi e molti anche per spidocchiarsi. C’è tempo anche di fare delle partite di foot-ball in un bel prato soleggiato e il giuoco rallegra i soldati già abbastanza eccitati ma niente stanchi.
     25. — La notte è passata tranquilla, ma la nervosità del nemico non è cessata. Mi dicono che la fanteria ha dovuto rifornire di munizioni tutta la trincea occupata da noi, perché ha trovato - tabula rasa - Perfino i razzi sono stati lanciati a bruciapelo da questi matti di bombardieri.
     26. — Notte movimentata. Fino dalle prime ore abbiamo avvertito squadriglie di aeroplani, ma noi dobbiamo partire alle 2 e mi affretto ad andare a dormire. Passano stormi di aeroplani nemici sulla nostra testa e sembrano diretti al mare: altri, senza dubbio vanno su Treviso. Schianti rombanti sono il segnale dell’attacco su Treviso. Non so quante bombe avranno buttate, ma certamente più di 50 perché poi mi sono addormentato. La mia stanzetta sporca, che ho potuto occupare in una casuccia di un sol piano, è ancora abitata da due vecchietti coniugi che dormono nella stanza accanto.
     Le bombe non mi turbano il sonno, ma sono svegliato da un rumore di ferri sul ciottolato del sottostante cortile. La mia cavalla, legata sotto il portico si è sciolta e l’attendente dorme chissà dove e non sente. Mi affaccio e mi accerto della fuga. La bestia scorrazza ormai galoppando sulla strada e se non voglio farmela portar via, debbo infilarmi le scarpe lesto lesto e correre giù mezzo vestito a riacchiapparla da me. Per fortuna si è fermata a mangiare in un praticello prossimo ad un
ponte di sbarramento dove due carabinieri, intirizziti dal freddo pestano i piedi per riscaldarsi. Riesco facilmente nel recupero e mi avvio sotto il portico dove la lego nuovamente; ma mentre stò per rientrare nella mia cuccia, da un fastidioso apparecchio nemico che passa ronzando, parte un rumore più cupo che rapidamente si fa più forte. So' di che si tratta e non ho neppure il tempo di ripararmi dietro il muro, che la bomba colpisce il ponte in mezzo ad un fragore mortale e ad uno scricchiolio ed un polverio d'inferno. Sibilano da ogni parte gli scheggioni e la mia mente corre ai due carabinieri i quali però, avvertito in aria il pericolo, in due salti hanno raggiunto il portico e stanno rannicchiati vicino a me, tutti ricoperti, come sono io, da calcinacci del soffitto crollatoci in capo.
     La scena è già comica ma a renderla più strana mi appariscono davanti i due vecchietti in camicia che mezzi morti di spavento, sono saltati giù dal letto e vorrebbero sapere da me se quei maledetti ne butteranno altre e dove sta' la salvezza. Come se io fossi al corrente delle birbonate austriache con una faccia fresca degna di un profeta, rispondo che delle bombe non ne hanno più. Le altre le hanno regalate a Treviso, a Venezia, a Mestre... chissà. L’ultima l’hanno lanciata qui per non riportarsela a casa.
     Questo ragionamento non li persuade non si lasciano convincere neppure dal mio esempio e mentre torno a letto, loro restano fuori a strologare e ad ascoltare i rumori lontani del cielo. Neppure io riprendo sonno e alla una mi alzo e faccio i preparativi della partenza che sarà a piedi, s’intende.
     Alle 2, c’incamminiamo in colonna per quattro, sulla strada di Mestre. La luna piena splende sopra un cielo che fa rabbia. Luna complice dei misfatti più vili della vigliaccheria nemica: Luna stupida e traditrice, luna impassibile, perché non ti oscuri?
     Lungo tutta la strada siamo inseguiti, sorvolati, da apparecchi che volano a stormi a bassa quota e vanno e vengono dal mare al Piave.
     27. — Dinanzi a noi è tutto uno scintillio di lucciole sul cielo di Treviso e di Venezia, sono i cannoni antiaerei. I piccoli colpi degli shrapnels sono interrotti ogni tanto da schianti delle bombe che cadono chi sa dove, ma certamente sulle case delle popolazioni inermi. Noi procediamo col naso all’insù e vediamo benissimo le ali con la triste croce nera, ma non siamo avvistati e a giorno raggiungiamo la stazione ferroviaria di San Michele in Quarto.
     Finalmente una ferrovia: un treno in pressione per noi... dopo 600 e più chilometri di marcia a piedi, per traversare più volte per lungo e per largo la pianura veneta, pestando fango e neve, siamo resi degni di viaggiare in un treno! E' questa un’altra fanciullesca gioia dei bombardieri i quali prendono posto nei carri bestiame, pigiandosi e cantando a squarciagola l’inno dei bombardieri. Alle 7 la macchina fischia, i carri fremono e si muovono, mentre il ritornello si ripete cento volte:
                                                             Bombardier! bombardier
Alle 8, passiamo dalla stazione di Mestre per metà rovinata dalla incursione della notte, e alle 23 arriviamo a Sassuolo e ci avviamo verso il prossimo villaggio di Fiorano dove ci trasformeremo di nuovo in veri bombardieri.

 


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