Fronte del Piave
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OTTOBRE 1918


LA SERNAGLIA

Attesa operosa – Da Caviglia – La situazione militare del momento – Il piano della battaglia – La piana della Sernaglia – Compiti della 1a Divisione d'Assalto – Vigilia – Il passaggio del Piave – In piena azione – Si costituisce la testa di ponte – Il contrattacco nemico – Sosta forzata – La giornata del 29 – Non era giusto!

ATTESA OPEROSA.

     La vittoria del Solstizio aveva lasciato nell'Esercito e nel Paese più che la sensazione la certezza che prima dell'inverno avremmo combattuto una nuova grande battaglia, e che questa volta l'iniziativa sarebbe stata nostra. Fu tale certezza che animò la nostra preparazione bellica della più seria e calda passione: la volontà di vincere era superata, ormai, dalla volontà di trionfare.
     Anche gli Arditi svilupparono e perfezionarono la loro organizzazione. Dopo la battaglia del Giugno venne costituita una seconda Divisione d'Assalto, dimostrazione eloquente delle belle prove date della 1a sul basso Piave; e ne ebbe il comando il Generale Ernesto De Marchi, il quale aveva confermato durante la guerra in atto le spiccate qualità militari, che gli avevano dato buon nome nelle nostre imprese coloniali.
     Si formò così un Corpo d'Armata e lo si affidò al Generale Francesco Saverio Grazioli, che univa all'alta competenza e all'indiscusso prestigio, anche il merito di essere stato l'ideatore delle unità di Arditi, e che, per le sue doti personali, era particolarmente adatto ad un comando, il quale, pel dinamismo degli Arditi, richiedeva di saper comandare decentrando.
     Creati per rompere, gli Arditi orientarono il loro addestramento a rompere ovunque, sul piano e sui monti, e, tanto per tenersi allenati alla lotta, alternarono le esercitazioni all'ardita, e cioè in un'atmosfera rischiosa satura di esplosivi e di traiettorie vive, con qualche reale combattimento di Reparto e di Gruppo nelle zone montuose, dove l'arte richiede adattamenti particolari.
     Ma prevedevamo, soprattutto, il combattimento in pianura e il passaggio di uno o più fiumi; ed ecco sorgere reparti di Arditi nuotatori addestrati di giorno e di notte a ricognizioni, a sorprese, a collegamenti, nei canali del Padovano e nei fiumi, anche lontani, delle retrovie.
     Erano poco più di un centinaio, selezionati da un numero assai maggiore di esperti nuotatori; e resero durante la battaglia ottimi servizi.
     Venti tra essi – compresi due ufficiali – lasciarono la vita tra i gorghi del Piave in piena, mentre cercavano di salvare le fragili imbarcazioni sulle quali passarono i primi scaglioni, o mentre attraversavano il fiume per mantenere i collegamenti tra le due sponde, o nel guidare barche recanti viveri e munizioni nel giorno in cui i ponti rimasero quasi del tutto distrutti. Taluni, e primi tra tutti il Capitano loro Comandante, attraversarono più volte al giorno il fiume.
     Nelle frequenti riunioni di tutti gli Ufficiali della Divisione venivano organicamente diffuse le norme cardinali del combattimento di una Divisione d'Assalto, e si stringevano sempre più i vincoli di cameratismo, e perciò tattici, tra i Reparti ed i Gruppi.
     Ritenere che tali vincoli possano essere rapidamente creati, è errore. La compagine sicura, quella che sul campo di battaglia si traduce in forze reale, deve essere organizzata, curata e animata fin dal tempo di pace in tutti i campi, compresi quelli della legislazione militare in genere, del reclutamento, e dell'avanzamento in ispecie, che tante breccie possono aprire nella compagine stessa.
     Un concreto ed elevato spirito di corpo, spoglio di ogni vano ingombro, animava ogni giorno di più la Divisione. E ciò fu particolarmente meritorio se si considera che allorquando venne costituita la 2a Divisione d'Assalto, la 1a dovette cederle – e fu grande dolore – tre valorosi battaglioni di fiamme nere, suoi fattori di vittoria nel Giugno. Tali reparti furono sostituiti da un Reggimento Bersaglieri, il 1°, il quale – ecco il merito di tutti – tosto si fuse nell'anima divisionale cui apportava il tesoro della grande tradizione bersaglieresca. Un altro tesoro portavano seco quei tre gagliardi battaglioni di fiamme rosse che, sbarcati freschi freschi dalla Libia, e non avendo perciò fatto nemmeno un giorno di guerra europea, non conoscevano alcuno dei tanti pregiudizi che la lunga guerra di trincea aveva creato. Essi erano perciò, a tale riguardo, vergini e puri, e questa fu fortuna grande per essi e per noi (1).
     Fu infine buona ventura che, lungi dal lasciarci prendere la mano, come talora accade, dalla vaghezza di migliorare, inventando metodi sempre nuovi e nuove formule, il perfezionamento della Divisione si svolgesse sul piano verticale di un costante affinamento dell'arte già dimostratasi pratica ed efficacissima, che essa possedeva, e che aveva per base i maggiori fattori di successo, che sono l'uomo, la solidarietà e le armi.
     L'uomo col suo spirito e con il suo addestramento completo; la solidarietà orientata a creare unità intrinsecamente salde e reciprocamente animate da attivissimo spirito di collaborazione in ogni campo, e più spiccatamente nel campo tattico; le armi infine, passione dell'Ardito tutte: dalle mitragliatrici alle bombe a mano e al pugnale.
     Uno dei segni infallibili del guerriero è questa passione per le proprie armi, che si manifesta con l'orgoglio e la cura di esse, quando si è lontani dal nemico, con il gusto di impiegarle bene e a fondo, in combattimento.
     Erasi invero nelle alte sfere ideato, all'inizio della nostra preparazione, di suddividere tra fiamme nere e fiamme rosse i compiti minuti della lotta, ma ciò, oltre a costituire un grave errore psicologico, era anche tatticamente cosa tanto artificiosa che rimase lettera morta.
     Il campo di battaglia non ammette infatti altre specializzazioni che quelle dipendenti dalle armi impiegate, e anche in questo bisogna andare adagio, perché le fanterie sono troppo destinate ai frammischiamenti cui le vicende del combattimento le sottopongono, e sono troppo esposte a perdite gravi, perché sia consentito un eccesso nelle specialità e nelle combinazioni, che fanno sì bella figura nelle architetture dei teorici della scienza organica, dei regolamenti e dei piani tattici.
(1) Per la composizione della 1a Divisione d'Assalto nell'ottobre 1918 vedasi l'allegato 1.

DA CAVIGLIA.

     Nei primi giorni di Ottobre del 1918, io venni chiamato al Comando dell'8a Armata,e presentato al suo Comandante, già sapendo che nell'attesa e prossima battaglia, la Divisione avrebbe combattuto sotto di lui. Non avevo più veduto Enrico Caviglia da quando, essendo egli Colonnello di S. M., ed io Capitano, egli faceva parte di una Commissione di esami; ed avendoglielo ricordato allorché, appena entrato nel suo ufficio, mi chiese se nella vita ci eravamo già incontrati, il futuro Maresciallo, sorridendo nel suo franco e caratteristico modo che pur aprendo il cuore mantiene le distanze, mi chiese: «e non lo abbiamo bocciato?» «Era destino – risposi sorridendo io pure, e passando sulle distanze – che dovessi portarle ora diecimila Arditi, i quali faranno tutto ciò che Ella vorrà».
     Indi, con la consueta chiarezza, il Comandante dell'Armata tracciò dapprima talune idee generali, atte ad inquadrare la mia attenzione, e posando poi la mano sulla carta mi indicò il tratto del Piave che avrei dovuto passare di sorpresa.
     Giunto coll'indice al di là del fiume sulla grande pianura della Sernaglia, me la presentò come la zona nella quale la Divisione avrebbe avuto il compito di irrompere per crearvi una testa di ponte necessaria alla protezione del successivo passaggio del XXII Corpo. Compiendo poscia con la mano un brusco balzo a destra verso il torrente Soligo, puntò l'indice al di là di questo, sulle colline di S. Salvatore, dove in terzo tempo, non appena le truppe del XXII Corpo li avessero sostituiti nel piano, i miei Arditi si sarebbero dovuti congiungere con la 2a Divisione d'Assalto, che avrebbe passato il Piave più a valle.
     Finalmente sapevo, dunque, che questa volta avremmo fatto davvero il sospirato balzo al di là del Piave, e se rimaneva ancora ignoto il nome che la grande e forse decisiva battaglia avrebbe assunto, già conoscevo il nome della battaglia mia: Caviglia infatti, nell'indicarmi sulla carta la piana della Sernaglia, ne aveva pronunciato il nome con un accento tutto particolare, guardandomi bene negli occhi, e avedersela fino da quel momento.
     L'indomani all'alba già iniziavo le ricognizioni a vista da una delle ampie balconate, che il versante settentrionale del Montello affaccia sul Piave.
     La piana della Sernaglia era subito al di là, ampia e ben delineata, cosparsa di casolari e di borghi, e si offriva a noi in un mare di luce, come se volesse aprire ai liberatori ogni suo segreto affinché la liberazione fosse più rapida e meno costosa di sangue fraterno.
     Di tali ripetute ricognizioni a vista, ognuna delle quali rischiarava un concetto e suggeriva le modalità più opportune per l'esecuzione del compito nostro, e cui parteciparono dapprima i miei diretti collaboratori, e poi anche, per turno, i Comandanti di Reparto, mi è rimasto il ricordo d'un episodio, che interesserà il lettore di oggi come interessò allora noi.
     Avevo la prima volta notato sul Montello la presenza di un giovane Ufficiale degli Alpini tutto assorto nel fissare col binoccolo un punto al di là del Piave, e avendolo incontrato ancora, a distanza di otto giorni, nel medesimo atteggiamento, volli conoscere che cosa egli facesse, e non fu senza mio grande stupore che egli mi rispose semplicemente: «Parlo con mia moglie». La moglie del giovane ufficiale non aveva fatto in tempo, un anno prima, a passare il Piave, e rimasta di là aveva, non ricordo come, potuto combinare col marito che trovasi sul Monfenera, settimanali colloqui a distanza, coi quali essa dava notizie sue e di un piccolo bocia (come dicono gli Alpini) di pochi mesi.
     Linguaggio a base di candida biancheria stesa al sole, che tutti i sabati univa quei due cuori e che nella sua segreta semplicità simboleggiava le ansie e le attese che per tutto un anno palpitarono tra gli Italiani delle due sponde.
LA SITUAZIONE MILITARE DEL MOMENTO.

      Non sarà forse inutile ricordare che nel Settembre 1918 noi schieravamo sulla fronte italiana 57 Divisioni di cui sei alleate, contro 63 austro – ungariche; 7750 pezzi, di cui 450 alleati, contro 6030; e che avevamo una netta superiorità nell'aviazione, che consentiva di mantenere giornalmente in volo 600 aeroplani, dei quali 90 alleati.
     La maggior parte delle forze nemiche, dallo Stelvio allo sbocco del Piave in piano, era schierata nelle zone alpine, per le quali gli Austro – ungarici non disponevano che di un paio di linee di arroccamento, il cui sviluppo e le cui condizioni non consentivano spostamenti vasti e rapidi di forze rilevanti, da un estremo all'altro.
     Assai più favorevole era a tale riguardo la corrispondente rete delle nostre comunicazioni, che consentendo facili e pronti trasferimenti di truppe da un tratto all'altro della fronte alpina, offriva alla manovra delle riserve e dei mezzi, sicuri e notevoli vantaggi.
     Sul tratto di fronte che interessa la battaglia di Vittorio Veneto, ossia fra l'Adige e il mare, le forze austro – ungariche erano così ripartite:
     La 11a Armata fra l'Astico e il torrente Cismon sulla fronte dell'altopiano dei Sette Comuni, con sette divisioni in prima linea e cinque in riserva. Di queste ultime una stava sull'altopiano dei Sette Comuni, quattro erano in Val Sugana o poco distante, ed erano destinate a rinforzare la lotta sull'Altopiano. Però, qualora gli Austro – ungarici non vi avessero temuto un attacco, avrebbero potuto con previdenti cautele spostare le riserve, tutte o in parte, verso la fronte del Grappa, per rinsanguarne gradatamente la difesa.
     Di fronte al Grappa, fra il Cismon e le Prealpi bellunesi, da Fonzaso a Pederobba, stava il Gruppo Belluno (comandante il Feldzeugmeister von Goglia) con otto divisioni in prima linea e quattro in riserva.
     Queste ultime erano dislocate fra Belluno e Feltre, così che potevano essere portate sulla fronte del Grappa, oppure, in due o tre giorni, si potevano spostare verso la pianura veneto – friulana. Qualora si fosse verificato questo caso, le divisioni di riserva della val Sugana avrebbero potuto portarsi sulla fronte del Grappa, se l'Altopiano non avesse dato preoccupazioni.
     Da Pederobba ai ponti della Priula, la 6a Armata austro – ungarica,, comandata dal Generale di Fanteria principe Schönburg – Hartenstein, manteneva sei divisioni in prima linea, lungo il Piave (una divisione ogni 5 – 6 chilometri di fronte) e tre in riserva.
     «La maggiore densità delle forze nemiche – osserva il Maresciallo Caviglia nella sua opera «Le tre battaglie del Piave», dalla quale prendo questi dati – era sull'Altopiano e sul Grappa; la minore densità era sul Piave, di fronte alla nostra 8a Armata: qui stava la linea di minor resistenza.
     «Come noi alla battaglia di Caporetto ci trovavamo ancora con lo schieramento offensivo delle battaglie precedenti, così i nostri nemici avevano conservato lo schieramento offensivo della prima e della seconda battaglia del Piave.
     «Il luogo comune dei vantaggi strategici della direzione offensiva da nord verso sud ipotecava nella zona montana un eccessivo numero di divisioni austro – ungariche, che in una battaglia difensiva non avrebbe potuto trovare impiego. Nelle lunghe strette delle valli alpine due terzi di quelle forze sarebbero stati più che sufficienti a paralizzare la nostra avanzata.
     «Per noi, il tratto di fronte più importante, in senso offensivo, era sul Piave, tra Vidor ed il mare, e più specialmente fra le Grave di Ciano e le Grave di Papadopoli, dov'era l'8a Armata. Se noi fossimo riusciti a sfondare il nemico su quel settore, ed a portare oltre il Piave una massa sufficiente a svolgere qualsiasi manovra, avremmo avuto la via di Vienna aperta.
     «Un altro breve tratto della nostra fronte complessiva aveva una certa importanza offensiva per noi, ed era al Tonale ed allo Stelvio, perché v'era una scarsa densità di forze nemiche, ed un nostro attacco colà, ben studiato, bene preparato ed eseguito di sorpresa, avrebbe minacciato tutto il saliente del Trentino. Ma era zona d'alta montagna, dove le azioni tattiche hanno un limitato sviluppo, e l'attacco può esservi facilmente arrestato anche da poche forze.
     «La fronte del Grappa e dell'Altopiano, sotto il punto di vista offensivo, aveva per noi un valore secondario».
     Da parte nostra contro l'11a Armata austro – ungarica avevamo schierato sull'altopiano dei Sette Comuni la 6a Armata (Montuori), con sei divisioni in linea ed una in rincalzo. Sul Grappa, di fronte al gruppo nemico Belluno, stava la 4a Armata (Giardino), con sei divisioni in linea e due in rincalzo.
     Avendo, invece, mantenuto lo schieramento strategico offensivo, esso aveva su tutti i punti della fronte un numero di divisioni superiore al nostro; ma noi potevamo concentrare una superiorità schiacciante di forze in un settore qualsiasi per attaccarlo. Il nemico, nei brevi limiti di tempo d'una battaglia, non poteva modificarvi la sua condizione di inferiorità. Si trattava solo, per parte nostra, di immobilizzare i settori laterali a quello d'attacco.
     «Il Comando Supremo francese, quando voleva funzionare da Comando unico per tutta l'Intesa, non aveva intravisto questo grande vantaggio che presentava la nostra fronte; o noi non abbiamo saputo farlo valere, per indurlo ad un attacco concentrato contro l'esercito austro – ungarico, subito dopo la offensiva tedesca del luglio in Francia».
IL PIANO DELLA BATTAGLIA.

      Come tutti i piani di battaglia, anche quello di Vittorio Veneto non sbocciò come un fiore del cervello di un solo uomo.
     La battaglia, e soprattutto la battaglia moderna, ha tali e così complesse esigenze, che tutte le branche militari – oltre alle onnipresenti considerazioni politiche – vi sono appieno interessate.
     L'idea nasce, o meglio deriva, informe e rustica, da uno stato di fatto di cui essa è, o dovrebbe essere, la logica espressione dinamica. Successivamente meditata e approfondita nei molteplici problemi che presenta, si fa gradatamente luce, assumendo forme sempre più chiare, sino a che, levigata dai contrasti d'idee, dagli inevitabili dilemmi, dall'accendersi della fede, si concreta definitivamente in un preciso concetto che, tradotto in direttive e ordini, scenderà agli esecutori.
     L'idea prima del piano di Vittorio Veneto subì tutto questo lavorio attraverso tendenze non opposte ma diverse, che si fusero infine nel concetto comune di «agire attraverso e oltre il Piave», assumendo quale asse dell'attacco la bisettrice dell'ansa di Falzè.
     Era questa effettivamente, come l'hanno dimostrato gli eventi, la direzione di maggior rendimento: perché portava a separare le due zone di operazione nemiche aventi, una, la linea di ritirata verso nord, l'altra verso ovest; di guisa che, agendo per essa, si venivano a separare le forze austro – ungariche dislocate nella pianura veneto – friulana, da quelle ripartite nelle valli alpine.
     Primo grande obbiettivo strategico era di portare una forte massa di manovra nel triangolo Sernaglia – Vittorio – Tezze.
     Da tale zona si sarebbe poi manovrato per raggiungere lo scopo decisivo, che era di far crollare la vasta fronte nemica, e farne cadere in nostre mani le armate.
     E' in tale quadro strategico che la Divisione d'Assalto doveva svolgere la sua piccola parte; non tanto piccola però, se si considera che se essa avesse fallito nelle successive sorprese e lotte a mezzo delle quali doveva dapprima passare il Piave, poi gettarsi sulle prime linee nemiche, e indi spingersi a battagliare più avanti per conquistare lo spazio necessario alla costituzione di una solida testa di ponte, e per manovrare infine verso est, come ora vedremo, tutta l'operazione ne avrebbe gravemente risentito.
     Vero è che noi dovevamo contare sulla fortuna, che ha sempre una non trascurabile parte nel passaggio dei fiumi e nelle sorprese, ma come avrebbe potuto la Dea esserci avversa, se noi, dopo aver fatto di tutto per propiziarcela durante la preparazione, ci accingevamo ora, con risoluto cuore, ad afferrarla?

LA PIANA DELLA SERNAGLIA.

      Inclinata con lievissimo pendio verso il Piave, rotta da alcuni modesti torrenti e da qualche canale, non molto fittamente alberata, cosparsa di casolari agresti e di villaggi, costituisce una zona topograficamente ben distinta, la cui unità appare a prima vista, sia che la si guardi dal Montello, sia che si apra una carta topografica.
     Ben delineata a est, a ovest e a nord, dalle falde collinose che scendendo sulla piana a Vidor, a Col S. Martino e a Farra di Soligo, e che accompagnano il torrente Soligo nel suo corso inferiore sino quasi alla confluenza, la piana della Sernaglia è lambita a mezzogiorno dal Piave.
     Svolgentisi nel senso dei paralleli, e perciò normalmente all'asse della nostra avanzata, si incontrano due linee topograficamente bene individuabili:
- la roggia «dei Molini», che corre parallela al Piave;
- la linea dei villaggi Mosnigo – Moriago – Fontigo – Sernaglia – Villamatta - Falzè, avanti alla quale il rio Rosper e il rio Raboso insieme costituiscono, per un lungo tratto,il fossato.
     La linea di vigilanza nemica stendevasi sul primo gradino presso il Piave, alto circa due metri, rotto qua e là dalle acque, e in complesso accessibile a truppe agili e ardite. Ma avrebbe tuttavia imposto un tempo di arresto allo slancio iniziale.
     La roggia dei Molini – pur essa occupata dall'avversario – rappresentava la seconda linea di arresto; larga da due metri a due metri e mezzo, con altezza d'acqua normale di un metro, con argini alti, alberati e sodi.
     I rii Rosper e Raboso, sebbene le loro sponde fossero non ovunque di facile accesso, presentavano vari puri transitabili.
     Il torrente Soligo, guadabile in taluni tratti anche in quel periodo di prolungato cattivo tempo, scorreva, tra Osteria del Boffot e Piave, in una vera forra, tra pareti rocciose e a picco che raggiungevano, e talora superavano, i quindici metri di altezza.
     I villaggi, non seriamente fortificati e mezzo in rovina, offrivano buoni punti di appoggio alla difesa vicina, specie nell'intorno, dove infatti gli Arditi furono sovente costretti, per completarne la conquista, a combattere di casa in casa. Su tale linea erano pure schierate alcune unità di artiglieria campale.

COMPITI DELLA 1a DIVISIONE D'ASSALTO.

     L'Armata Caviglia (8a) doveva essere preceduta al di là del Piave da tre avanguardie destinate a superare il fiume di sorpresa, a travolgere gli avamposti nemici, e spingersi oltre per creare tre teste di ponte.
     Da monte a valle, e più precisamente da Vidor a Nervesa, le tre teste di ponte dell'8a Armata dovevano essere create:
- dinnanzi al XXVII Corpo (Di Giorgio), dalla Brigata Cuneo;
- dinnanzi al XXII Corpo (Vaccari), dalla 1a Divisione d'Assalto;
- dinnanzi all'VIII Corpo (Gandolfo e poi Grazioli) dalla 2a Divisione d'Assalto.
     La testa di ponte che dovevamo creare noi, avrebbe dovuto costituire il proprio fronte settentrionale lungo la citata linea dei villaggi (collegandosi a occidente, verso Mosnigo, con la «Cuneo»), e il fronte orientale lungo il meridiano di Villamatta; dal quale però ci saremmo dovuti, appena possibile, spingere verso oriente, sia per collegarci, per Chiesola e Falzè, con le truppe dell'VIII Corpo destinate a passare il Piave più a valle, sia per portarci oltre il Soligo, come già si è detto.
     Data l'importanza e l'estensione di quest'ultima operazione, io destinai ad essa, sotto il Comando del Generale di Brigata, due Gruppi d'Assalto (1° e 2°) - complessivamente sei Reparti, per la diminuzione del XII Reparto e l'aggregazione del Battaglione Mitraglieri – e due gruppi di artiglieria, affidando al 3° Gruppo d'Assalto, rinforzato dal XII Reparto, l'azione verso nord (dal Piave ai villaggi). Era stato inoltre disposto dal Comandante dell'Armata che il 3° Gruppo suddetto fosse al più presto sostituito dalle prime truppe del XXII Corpo che fossero passate sulla riva sinistra del fiume.
     Obbiettivo conclusivo di questa prima fase, che comprendeva dunque la costituzione della testa di ponte al di là del Piave, e il successivo passaggio del Soligo, era, per la 1a Divisione d'Assalto, la zona del Colle S. Salvatore: dove essa si sarebbe riunita con la 2a Divisione d'Assalto proveniente da Nervesa. Ivi il Corpo d'Armata d'Assalto si sarebbe riunito per costituire, nella fase successiva, «la punta d'acciaio (come aveva detto Caviglia) del cuneo che avrebbe separato in due parti l'esercito austriaco».
     Sorprendere, rompere, travolgere, su due fronti estese e profonde: ecco il compito nostro: una vera «razione» per Arditi!
     Ai miei ordini scritti e verbali con i quali l'operazione iniziale (nord) veniva lumeggiata per tempi, io avevo fatto precedere e seguire una costante opera illustrativa intesa a convincere tutti che sino a quando Sernaglia non fosse caduta e ben tenuta in nostre mani, non avremmo mai potuto considerare sicura la testa di ponte, né possibile l'ulteriore manovra verso est.
     Era infatti da tenere presente che avremmo avuto di fronte un nemico, il quale si sarebbe accanitamente difeso e ci avrebbe contrattaccato poi, secondo il suo costume, abilmente e in forze; e il nodo di Sernaglia era proprio il punto di concentramento e di irradiamento delle comunicazioni di cui le colonne avversarie accorrenti alla riscossa si sarebbero servite.
     Ecco perché il possesso di Sernaglia doveva non soltanto essere rapido, ma rimanere sicuro, per consentirci la possibilità di sboccarne, onde riprendere subito le operazioni, e prevenire così le reazioni dell'avversario.
     Tre quarti della energia da me spiegata nella preparazione dapprima, e nell'esecuzione poi, fu perciò costantemente rivolta a prendere Sernaglia, a mantenere Sernaglia, a sboccare offensivamente da Sernaglia.
     L'artiglieria destinata ad operare per me (si può dire quasi tutta l'artiglieria del XXII Corpo rinforzata da gruppi pesanti dell'Armata), aveva da me ricevuto, a conclusione di ripetuti accordi, precise direttive che ho riletto ora dopo tanti anni, ritrovandovi integro e vivo il concetto che animò in quei giorni la nostra condotta; direttive che concludevo invitando gli artiglieri «ad appassionarsi in pieno» a tale operazione promettendo loro che noi avremmo «diviso con essi la gloria del successo». E la dividiamo, da allora, toto corde.
     Dice infatti la relazione del XXII Corpo che il nostro successo «fu il risultato dello slancio delle truppe d'assalto e dell'accordo intimo della loro azione con quella dell'artiglieria, frutto delle sagaci disposizioni adottate e della precisa intesa tra i due Comandanti».

VIGILIA.

      Già da quarantotto ore i Gruppi d'Assalto erano sparsi e occultati nelle pieghe del Montello, anelanti a scenderne per il grande balzo, mentre qualche reparto era già nel basso, nascosto tra gli ultimi speroni che lambiscono il fiume; e ricordo quanta vigilanza fosse allora occorsa per trattenere gli Arditi dall'avvicinarsi al Piave, essendo ovvia l'assoluta necessità di non destare sospetti alla osservazione avversaria. Non pochi Arditi erano tuttavia riusciti a raggiungerne la riva, infiltrandosi tra l'alta vegetazione e le trincee, per lanciare nelle acque, a sfida, e come per un rito propiziatorio, i loro fragorosi petardi.
     Avevo visitato tutti i Reparti e le batterie.
     Devo dire in proposito, che io non ho mai concionato le truppe alla vigilia della battaglia. Avevo presto capito, fin dalla Libia,che nelle vigilie il soldato dispregia le cerimonie a scopo incitatore. Soltanto i Capi supremi, per il grande personale prestigio e per l'alta quota donde parlano o scrivono, possono far fremere le truppe, arringandole a voce o a mezzo di proclami prima della battaglia.
     Ma normalmente, nell'imminenza della lotta, le aspirazioni e le esigenze sentimentali dei combattimenti sono più semplici. I nostri Cappellani lo avevano ben compreso. Non erano pochi i soldati che andavano allora a comunicarsi, con l'interiore raccoglimento che un tanto atto richiede, ma i Cappellani sapevano di non dover parlare dell'altro mondo, a chi poteva legittimamente pensare di esserne nell'anticamera.
     Ricordo di aver scorto in quei giorni un Reparto raccolto in circolo intorno ad un frate dalla tempra e dai modi savonaroleschi, famoso tra gli Arditi, e che io molto ammiravo per il suo valore, e per la umana praticità con la quale esercitava il suo ministero; mi avvicinai, deciso, qualora stesse facendo un discorso «d'occasione» (cosa che mi avrebbe da parte sua sorpreso) a troncargli la parola; quando, avvicinandomi, scorsi sui visi degli Arditi i segni di un interessamento che di funereo non aveva proprio nulla. Il frate, dondolandosi sulle gambe allargate e ben piantate al suolo, si sbracciava raccontando episodi ai quali egli aveva assistito e partecipato combattendo con gli Arditi; e descriveva senza enfasi alcuna, ma con schietto calore, atti di scaltrezza e di valore, colpi di audacia e lampi di genialità, non dimenticando né l'ironia né la celia; e lo faceva con tale arte e così colorita vivezza, con una semplicità e un ansito tanto umani, che gli ascoltatori se ne immedesimavano sino forse a pensare di essere stati essi stessi i protagonisti dei fatti che il frate andava loro narrando.
     Tutto ciò era perfetto.
     Ma il soldato, se è, nelle vigilie, nemico delle concioni, sente ed apprezza invece profondamente la presenza di quei superiori che, normalmente troppo lontani da lui perché egli possa vederli da presso ogni momento, sanno tuttavia, con l'infinita varietà dei mezzi di cui un comandante dispone, farsi sentire costantemente vicini.
     E' però necessario che in queste visite il superiore eviti tutto quanto sa di cerimonia, di rettorica, di solennità, o che comunque può rivelare il proposito di volere incitare le truppe. E' il soldato che spontaneamente cerca gli occhi del superiore per scoprirvi dentro tutto quanto gli interessa e di cui sente il bisogno; e tocca al superiore di dargli tutto ciò che l'anima del soldato pretende allora da lui.
     Sono marziali prese di contatto spirituale con i tuoi guerrieri che, attratti dalla tua presenza, ti si affollano intorno; e tu ti trovi così in mezzo a plotoni, compagnie e battaglioni che l'indomani risolveranno di loro solo iniziativa, col loro coraggio, e col sangue generoso, i problemi che la realtà della lotta presenterà ad ogni passo; sono intorno a te coloro che ritorneranno coperti di gloria, e quelli che compiranno, cadendo, gesta del più alto eroismo, destinate a rimanere per sempre ignorate.
     Durante la battaglia il telefono e i messi ti recheranno, a intervallo, l'eco dei cento episodi e degli sforzi di cui la lotta andrà man mano intessendosi; le notizie, sovente disparate e contraddittorie, su questa o quella vicenda, su questo o quel reparto; le informazioni sul nemico, sulle perdite, e le richieste di rinforzi e di infinite altre cose.
     Tutto ciò a ondate, intercalate da lunghi e talora inspiegabili silenzi, che metteranno in taluni momenti alla prova i tuoi nervi e la tua fede.
     Ma il tuo animo riposerà sui tuoi soldati: e ti passerà allora dinnanzi alla memoria il ricordo di uomini noti e provati, di sguardi che nella vigilia avevi fissato leggendovi fiducia e dedizione.
     Se saprai di essere amato dai tuoi uomini, potrai ritenere per certo che nelle file dei combattenti si penserà sovente a te, come a colui cui tutto e tutti fanno capo.
     Se veramente un forte e fiero legame esiste tra te e i tuoi soldati, potrai stare sicuro che loro grande aspirazione, durante la lotta, sarà di far sapere al loro Generale che essi, combattendo con arte e valore, vanno man mano vincendo.
     Potrebbe un Capo, senza posseder questa fede, rimanere sereno e forte al di sopra delle alterne vicende della lotta, e comandare col coraggio e l'energia necessarie?
     Ma per possedere tal fede, bisogna avere a lungo e con alto senso umano operato nei cuori, conquistandovi il primo posto con l'amore e con la forza.
     E' sotto questo impulso che, passando tra i soldati i quali istintivamente ti si stringono intorno, ti vien naturale di posare paternamente la mano sulla spalla o sulla guancia di questo, di rivolgere una confidente parola a quell'altro, accennando qua e là, con frasi risolute e nette, ma brevi, alla imminente battaglia come al grande fatto atteso, nel quale si sarà tutti uniti e dal quale si uscirà vittoriosi. Ognuna delle tue parole, come ogni tuo gesto, si diffonderanno poi per l'intero accampamento, e ogni soldato saprà tutto ciò che il suo Generale, parlando a questo e a quello, avrà detto; apprenderà che egli, come i comandanti sopra e sotto di lui, hanno provveduto a tutto, che egli è sicuro di sé e dei suoi ufficiali e soldati, e che è altrettanto persuaso di valere, al pari degli altri Generali italiani, assai più dei Generali nemici che l'indomani gli saranno di fronte.
     Quale poeta saprà descrivere queste visite della vigilia?
     Noi che abbiamo tante volte sentito la marziale bellezza di quelle ore, e la grande umanità di quelle comunioni spirituali mercè le quali si crea tra il capo e le sue truppe una reciproca forza di fede, che darà l'indomani tutti i suoi frutti eroici, noi, se fossimo poeti, lo sapremmo. Ma i lettori che furono guerrieri rievocheranno anche da queste semplici righe le ore nelle quali essi medesimi, soldati e ufficiali, nella imminenza della lotta, strinsero il fiero patto di quella solidarietà, che è il segreto primo di tutte le combinazioni tattiche e di tutti i successi.
     Troppo sentimentale il Generale Zoppi? E' così – Camerati – che si deve e si può essere, quando al sentimento si associa la forza.
     Sono molti, troppi, coloro i quali, quando parlano delle faccende dello spirito umano, guardano in alto: guardino anche verso il basso, e troveranno sovente, sotto la propria quota gerarchica, l'inspirazione che si deve ascoltare.
     Ma mentre tu passi così tra i tuoi soldati a seminar fede e forza, un pensiero, per quanto infondato, ti assilla, questo: i soldati che avvicini sanno che domani, mentre si troveranno alle prese col nemico, tu sarai nel tuo posto di comando, più al sicuro di loro.
     Hai un bel dirti che i tuoi soldati ne comprendono la necessità, e che, d'altra parte, non ignorano come per diventar Generale tu hai percorso tutti i precedenti gradi della gerarchia nei quali le pallottole sono familiari, in tempo di guerra, come per i soldati. Ma nemmeno questi argomenti bastano a rassicurarti, ed è un pensiero che un poco ti mortifica...
     Io non avevo mai, come in quei giorni, in mezzo ai miei Arditi, tanto vivamente sentito tale assillo, e fu così che decisi, lì per lì, di mostrare ai miei Arditi che il loro Generale sarebbe andato sulla piana della Sernaglia prima ancora di essi. Il mio Capo di Stato Maggiore, l'intelligente, valoroso e altrettanto sfortunato Tenente Colonnello Enrico Campi, aveva in quei giorni sorvolato la piana per chiarire alcuni dubbi sorti all'ultimo momento riguardo al terreno. Ora avrei volato io, e i miei Arditi avrebbero veduto il loro Generale precederli sul campo di battaglia che li attendeva.
     E poiché era vietato ai Generali di sorvolare le zone occupate dal nemico, il mio Capo di S. M., recatosi a un non lontano campo di aviazione alleata, combinò con quei cortesi camerati che avrei volato senza nome e senza il mio berretto.
     Quel volo, oltre ad aver placato la mia coscienza, mi era anche stato molto utile per la visione del terreno offertami da un nuovo punto di vista. Sceso a terra, quel comandante alleato passando ormai,, a cose andate bene, sul trucco, mi salutava dicendo: «Con questo volo Voi avete portato buona fortuna ai vostri Arditi, e perciò a noi tutti».
IL PASSAGGIO DEL PIAVE.

    Il materiale da ponte già raccolto da due giorni negli angoli morti sulla destra del Piave, fu alle prime oscurità del giorno 26 rapidamente portato alla riva, ove ebbe subito inizio la opera dei Pontieri, opera sempre mirabile nella quale questi bravi soldati si sono in ogni tempo coperti di gloria; eroi autentici del freddo coraggio, ed eroi anche della pazienza, perché il loro lavoro di fronte al nemico rinnova sovente il supplizio di Sisifo.
     Oltre al mio posto normale di comando presso una magnifica balconata del Montello, io ne avevo istituito uno più avanti, sulla riva stessa del fiume, cui avevo dato il nome di «Savoia», di quel grido di guerra cioè che, quando mi fosse giunto dalle tenebre dell'altra sponda, mi averebbe segnalato la prima violenta presa di contatto dei miei Arditi col nemico.
     Fu da quel posto di comando sussidiario, occupato da bravi ufficiali del mio distinto e fedele Stato Maggiore, che io regolai il passaggio delle mie truppe.
     Queste avevano a disposizione tre ponti, tre passerelle, e un certo numero di barche a remi, talune delle quali, dopo essere andate alla deriva, dolorosamente si dispersero nella impetuosa corrente.
     L'impeto del fiume in piena favoriva sotto certi aspetti la nostra sorpresa perché il nemico era indotto ad escludere la possibilità di un nostro passaggio in quelle condizioni; ma è evidente che lo rendeva materialmente più difficile.
     Mentre i lavori per i ponti procedevano indisturbati, le barche trasportavano sulla sponda opposta le prime truppe, ma le passerelle, travolte dalla corrente malgrado ogni arte e ogni sforzo dei Pontieri, dovevano essere presto abbandonate.
     Il primo ponte ultimato fu quello presso Fontana del Buoro, alle ore 23.
     Già verso le ore 22 si erano avute due brevi raffiche di artiglieria nemica provenienti dai pressi di Moriago, che però non uscivano dalla normalità. Alcuni riflettori da S. Pietro e dal Colle della Tombola scrutavano il fiume, ma il loro fascino luminoso sorpassava, senza fissarvisi, la zona prescelta per il nostro passaggio. Alle 23 precise l'allarme si propagava fulmineo sulla fronte nemica, e tutte le sue artiglierie, dalla piana di Sernaglia, dalle colline di Valdobbiadene e di Farra di Soligo, e da Susegana, sferravano un violento fuoco di contropreparazione.
     Il ponte di Fontana del Buoro ne era tosto colpito, ma veniva presto riattivato dai nostri valorosi Pontieri, e gli Arditi potevano così riprendere il passaggio, mentre procedevano i lavori al ponte di C. De Faveri, molto ostacolati però dalla corrente e dal tiro nemico, e a quello di C. Biadene, ultimato, rotto, e riattivato esso pure continuamente. Qui cominciò a colare, generoso, il sangue dei nostri Pontieri ed Arditi.
     Di fronte alle vicende dei ponti si rendeva necessario modificare il grafico di passaggio del fiume, lavoro non facile in quella oscurità, nella quale stentavo spesso ad essere riconosciuto.
     Comunque, non fu perduto un momento, e le decisioni più urgenti ebbero giustamente la precedenza su ogni altra, perché ciò che in quelle condizioni imponevasi era di mandare forze, quanto più presto possibile, al di là. Il meglio, in quelle circostanze, era, ancor più del consueto, nemico del bene.
     Il fatto è che nonostante tutto, nessuna confusione notevole avvenne nei Reparti e nei Gruppi, i quali si riorganizzarono tosto sull'altra sponda, sotto la protezione immediata degli elementi che, passati per primi, già si erano lanciati di sorpresa contro la linea di vigilanza nemica e silenziosamente – sorpresa a pugnale – l'avevano travolta.
     Sino alla mezzanotte noi non avevamo risposto al fuoco dell'artiglieria avversaria, col proposito di calmarla rassicurandola sulle nostre intenzioni; e così fu, perché essa infatti ridusse alquanto la intensità del tiro, sì che alla mezzanotte meno dieci il silenzio era tale che potei udire il primo scoppio di bomba a mano sull'altra sponda.
     Il suo fragore, che parve a tutti noi immenso, annunciava l'inizio della battaglia che sarebbe passata alla storia col nome di Vittorio Veneto.
IN PIENA AZIONE.

      Come ho già detto, il Gruppo destinato alla conquista della linea dei «Molini» e poi di quella dei villaggi era il 3°, il quale, in seguito ai ritardi dovuti alle sorpraccennate vicende dei ponti, non raggiunse la prima che verso le ore 2. Tale ritardo mi aveva costretto a modificare i tempi combinati con le nostre fedeli artiglierie, le quali furono anche allora, come sempre e più di sempre, pronte all'imprevisto.
     Spedite indietro le prime centinaia di prigionieri, i quattro Reparti d'Assalto del 3° Gruppo si lanciavano alle 2,30, sotto pioggia battente, dalla linea dei Molini all'attacco dei villaggi, mentre le nostre artiglierie li appoggiavano con tutta la potenza del loro fuoco preciso.
     Da questo punto la battaglia assunse tutti i suoi normali caratteri, tra i quali primeggia – specie per gli Arditi – quel magnifico disordine apparente che sprigiona iniziative, collaborazione, e risorse infinite, che sorprende i novizi ed è inconcepibile per i teorici.
     Vi sono colte e buone persone infatti le quali, non avendo mai vissuto il combattimento, ritengono che le fronti mantengono nella lotta, la continuità, la linearità, e il parallelismo del tempo di pace; ve ne sono altre le quali ignorano come in quelle circostanze, nonostante l'apparente spezzettamento, si manovra e si urta seguendo un'unica direttiva, che è quella data in precedenza e che viene costantemente controllata e animata dai comandanti. Il combattimento, quanto più è duro, tanto più si fraziona nello spazio e nel tempo in molteplici episodi, dei quali ciascuno ha il suo eroe, e ciascuno contribuisce all'azione comune.
     Ecco perché seguire minuto per minuto, metro per metro, questi combattimenti sarebbe assurdo oltre che impossibile.
     E' possibile soltanto di trarne la sintesi, la quale sola può essere messa in parole e in cifre, e sola costituisce materia di storia.
     Io mi varrò da questo momento di dati esposti dai comandanti dei miei Gruppi e Reparti d'Assalto in «relazioni» che io, secondo l'uso suggeritomi dalla esperienza di guerra, avevo prescritto dovessero incominciare con questa frase sacramentale: «sul mio onore riferiscono...».
     Chi redige la relazione di un fatto d'armi risente fatalmente delle emozioni e delle esaltazioni della lotta, e più il compilatore è stato vicino ai soldati, più la riconoscenza e l'ammirazione cantano.
     Gli episodi prevalgono allora sulla sintesi e, tecnicamente parlando, la realtà rischia talvolta di uscirne deformata.
     Le relazioni migliori sono perciò quelle fatte a sangue freddo e cioè qualche giorno dopo, quando l'esaltazione si è calmata, e il tempo ha riordinato le idee e permesso la raccolta di dati più esatti.
     Io non mi sono mai spiegato perché i Comandi più elevati hanno invece sempre gran fretta di ricevere le relazioni. L'eco dell'ultimo colpo di cannone risuona ancora, e già i telefoni trasmettono le richieste urgenti delle relazioni.
     Come ho detto, dopo ricevuti i primi rapporti, specie quando sul mio campo di battaglia erano poi intervenute truppe non mie, io usavo chiederne una seconda edizione.
     Ciò pretendevo perché avevo presto constatato come quello dell'arrangiarsi non è soltanto un fenomeno di caserma o di bivacco. Quando scoppia la guerra l'arrangiamento si mobilita esso pure, e dalla zona dei soldati semplici, nella quale esso si è in tempo di pace nutrito di qualche piccolo oggetto di corredo, sale sino alle zone più alte. Tutti in guerra si arrangiano nel campo dei meriti e dei primati, e talora anche nella zona della gloria; ma senza premeditazione, per solo effetto della psicosi di guerra.
     Il fenomeno si ripete all'inverso quando le cose vanno male. Allora è uno scaricabarile generale.
     Questo ho voluto dire per i giovani che saranno chiamati ad altre guerre, onde ammonirli che presto o tardi le cose vengono sempre messe a posto, come faccio io qui, nella misura compatibile con i doveri e i sentimenti del cameratismo (1).
     (1) Subito dopo la guerra io avevo, in via ufficiale, proposto che per ogni azione bellica di qualche entità e alla quale avessero partecipato unità diverse, la redazione storica venisse compiuta quasi alla guisa di un processo, chiamando intorno a un tavolo gli attori e ascoltando i testimoni e le parti interessate. Poteva avvenire che ne uscisse, talora, una redazione di compromesso, che sarebbe però stata sempre preferibile alle compilazioni fatte mettendo in ordine di statura gerarchica le relazioni dei comandi. Si sarebbero così evitate polemiche che, per quanto cortesi e serene, sono sempre incresciose, e che d'altra parte non si possono, poiché si tratta dell'onore militare e dei diritti del sangue versato, impedire.

SI COSTITUISCE LA TESTA DI PONTE.

     Torniamo alla battaglia e seguiamo il 3° Gruppo d'Assalto, quello che abbiamo lasciato alle ore 2,30 del giorno 27 in movimento contro i villaggi, mentre dietro la sua ala destra il 1° e il 2° Gruppo, al Comando del Generale di Brigata, si venivano schierando, nel buio della notte, per operare verso est.
     Del 3° Gruppo, il Battaglione fiamme rosse (IX) alle ore 4,30 era padrone di Fontigo, mentre alle ore 6 il XII e il XXII Reparto penetravano in Moriago, dopo durissima lotta, nella quale si venne ripetutamente al corpo a corpo. Alle ore 6,30 l'VIII Reparto aveva preso Sernaglia, facendo occupare a nord del paese il quadrivio Alla Croce. La nostra artiglieria aveva mirabilmente accompagnato tali azioni.
     Mentre ancora si combatteva accanitamente entro Moriago, nei pressi del quale l'artiglieria nemica aveva continuato a sparare a zero sino all'ultimo momento, una parte del XXII Reparto, riuscito a superare il villaggio, si spingeva al di là di esso, e oltrepassato il Rosper continuava a procedere gridando: Ai monti! Ai monti!! Fu necessaria tutta l'energia dei Comandanti per fermare quegli Arditi e ricondurli al Rosper, per farli concorrere da nord alla completa caduta del villaggio, la cui parte meridionale era stata per qualche momento rioccupata dal nemico. Tutto ciò era avvenuto alle incerte luci dell'alba, e aveva contribuito a rendere veramente epica la conquista di quell'importante caposaldo nemico, che da quella ora rimase incrollabile, anche nel seguito dei contrattacchi avversari, nelle mani degli Arditi e poi dei Fanti della Brigata Pisa, che loro succedettero. La conquista di Moriago fruttò largo bottino di prigionieri, di mitragliatrici, e la cattura delle due batterie che così tenacemente avevano contrastato l'azione degli Arditi.
     Alle ore 7,30 la fronte nord della nostra testa di ponte andava da Le Rive, per l'angolo che fa il torrente Rosper a nord di Fontigo, alla Sernaglia e alla Croce, appoggiando la destra a Rio Pateanello.
     Come sappiamo, dei dieci Reparti della Divisione, sei erano stati destinati alla costituzione del fronte est (zona di Villamatta). Tali sei Reparti, agli ordini del Generale di Brigata De Gasperi, dovevano dalla fronte, all'incirca, Fontigo – Sernaglia muovere verso la fronte C. Campagna – C. Moro – Villamatta per poi in tempo successivo puntare, con parte delle forze, su Chiesola e Falzè, prendendo contatto con le truppe che dovevano ivi passato il Piave.
     Alle ore 6, essi mossero su due colonne verso Villamatta, che cadde abbastanza facilmente in loro mani (duravano ancora, nel campo nemico, gli effetti della subita sorpresa), e nella foga dell'inseguimento giunsero fino a Chiesola e alle prime case di Falzè.
     Il nemico vi era in forze, e già impegnato verso Cao di Villa con centocinquanta Arditi del LXXII Reparto (del XXII Corpo) rimasti colà isolati in seguito al mancato passaggio del rimanente del battaglione, per la rottura delle passerelle.
     Fu allora provvido e decisivo l'intervento della colonna settentrionale (1° Gruppo) che per Materasso e Beccheri sboccava da Chiesola a nord di Falzè.
     Il combattimento ebbe allora una sosta durante la quale i nostri cercarono di far interamente cadere Falzè, aggirandola con ampio giro pel nord.
     Alle ore 9 la testa di ponte correva dal Rosper, a nord di Moriago, a Sernaglia, e con una soluzione di continuità in corrispondenza di Villamatta (ove era stata lasciata una sola compagnia) si ricostituiva a Boaria Donegal – Casa Collalto – Chiesola – margine occidentale di Falzè – Piave.
     Tale soluzione di continuità era divenuta inevitabile dal momento in cui il 1° e il 2° Gruppo, superata di slancio la zona di Villamatta, avevano quasi senza prender fiato proceduto verso est.
     Considerato sotto l'angolo visuale della guerra di trincea, questo slancio aveva avuto il torto di ridurre quasi a nulla i collegamenti tra il mio fronte nord e quello orientale, ma gli Arditi avevano due solide giustificazioni: anzitutto, in linea generale, essi erano stati creati e impiegati per andare arditamente più in là, e in secondo luogo essi sapevano – per averli visti – che tra il Piave e il fronte nord erano venuti ammassandosi più battaglioni del XXII Corpo (delle Brigate Mantova e Pisa) ossia fior di forze che all'evenienza avrebbero potuto intervenire. (Il solo guaio era costituito – in verità – dalla mancanza di un comando unico in posto).
     Nei quattro mesi di preparazione io avevo d'altra parte divulgato il criterio che il miglior collegamento sul quale gli Arditi dovevano contare era quello che, inspirato dal cameratismo, dallo spirito di corpo, dalla solidarietà, è il principale tra i fattori tattici: «accorrere al cannone», e così «alla mitragliatrice» e «alla fucileria». Questa è sempre stata e sempre sarà aurea norma. Ciascuno perciò sapeva di poter contare sulla solidarietà dei compagni, e i fatti, anche in tale circostanza, lo confermarono.
     L'unico caso nel quale l'aver portato al meridiano di Chiesola e spinto verso Falzè il nostro fronte orientale poteva divenir pericoloso, era quello, sino allora da noi insospettato, che la 2a Divisione d'Assalto non avesse potuto passare il Piave.
     E infatti non appena tale grave contrattempo fu da me appreso, ordinai al Generale De Gasperi, in pieno accordo con le intenzioni del Comandante del XXII Corpo, di non tenere tutte le sue truppe spinte così verso oriente, ma di concentrarsi, come previsto dall'ordine di operazione, sul meridiano di Villamatta, mantenendo qualche occupazione più avanzata al solo scopo di sicurezza e per essere pronti a proseguire al primo cenno verso est.
     Ma tale mio ordine non pervenne al Generale De Gasperi che molto più tardi quando egli già era a Chiesola e a Falzè, e stava combattendo per consolidarvisi cercando contatto con le truppe dell'VIII Corpo. Questo, come sappiamo, non aveva potuto far passare alcuna truppa, di guisa che i miei Gruppi si trovarono presto di fronte un avversario non altrimenti impegnato.

     IL CONTRATTACCO NEMICO.

     Erano le ore 16 e truppe del XXII Corpo avevano finalmente sostituito – come da ordini reiterati – il mio 3° Gruppo che stava infatti raccogliendosi nella zona tra il Rosper e Fontigo, quando Sernaglia veniva improvvisamente attaccata da sud, da una colonna nemica passata per la breccia di Villamatta.
     Gli Arditi rientravano allora tosto in azione, sia per sostenere i compagni nuovi occupanti di Sernaglia, sia per respingere altri contrattacchi avversari che puntavano su Fontigo.
     Da un lato fu perciò vantaggioso che quel mio 3° Gruppo, che ormai bene conosceva i luoghi, fosse ancora nella zona, avendovelo i Comandanti della «Mantova» e «Pisa» trattenuto (com'era avvenuto nel Giugno); ma è tuttavia da osservare che, se esso non fosse stato fermato, la controffensiva nemica, anziché giungere sino al tergo della Sernaglia aggirandola per Villamatta, avrebbe urtato nel Gruppo stesso che sarebbe a quell'ora già stato in movimento verso oriente, e il combattimento, oltre ad avvenire fuori della testa di ponte, si sarebbe svolto in condizioni molto migliori, atte a risolvere in breve la lotta.
     Questa, invece, un po' per effetto della sorpresa, e molto a causa della troppa densità e delle diverse dipendenze delle nostre forze ivi raccolte, assunse in certi punti carattere di estrema confusione, dominata e superata per le virtù combattive dei gruppi di combattimento e l'esemplare energia dei comandanti.
     Nello stesso tempo il 1° e il 2° Gruppo avevano ricevuto il mio ordine, conseguente al mancato passaggio della 2a Divisione d'Assalto e delle altre forze dell'VIII Corpo, e fu nella esecuzione di quel mio perentorio ordine che si imbatterono verso Villamatta nel nemico che, insinuatosi un po' ovunque, era penetrato al loro tergo. I detti due gruppi parteciparono così essi pure alla epica lotta di quel pomeriggio, che ci costò assai cara, ma fu risolutiva.
     Alle ore 18 l'avversario era infatti stato ovunque respinto lasciando nelle nostre mani numerosissimi prigionieri; le truppe del XXII Corpo che avevano sostituito il mio 3° Gruppo, si erano ormai consolidate sul fronte nord, mentre gli Arditi del fronte est, tra C. Campagna e Villamatta, avevano spinto un intero Reparto su Chiesola: «per avere ultimi la parola» e per conservare un necessario sbocco offensivo.
     Di guisa che le truppe che densamente occupavano la testa di ponte entravano nella notte avendo stretto i contatti (come agli Arditi non era capitato mai); l'artiglieria d'oltre Piave era pronta a sostenerle avendo avuto indicazioni precise per stabilire le sue fasce di sbarramento.
     A questo punto, io desidero riaffermare che, come non feci mai colpa ai Gruppi 1° e 2°, né al Generale loro Comandante, di essersi spinti nella mattinata verso Falzè, allentando fino all'estremo, i collegamenti col 3° Gruppo, così ricordo ai giovani, i quali in avvenire faranno parte di truppe d'assalto, che è meglio correre qualche rischio che sacrificare al collegamento lo slancio e l'ardimento. Slancio e ardimento che sono soprattutto richiesti agli Arditi, appunto perché la battaglia, se ha bisogno di essere condotta con ponderazione, deve poter contare su pedine ardite che puntino per conto di tutti sulla fortuna, con la quale la sorte premia l'audacia, portando all'insieme della lotta quelle vampate di ardore che tanto contribuiscono ad accrescerne la temperatura generale. Correttivo a queste audacie è, come ho ripetutamente detto, quel senso della solidarietà che detta la legge del «tutti per uno uno per tutti».
     Se il nemico non avesse scoperto la breccia di Villamatta (e forse più che scoprirla la trovò puntando in quella efficace direzione), la sua controffensiva si sarebbe tuttavia sempre scatenata, e, in un modo o nell'altro, noi si sarebbe dovuto, in quel pomeriggio, battagliare.
     Non eravamo certo balzati al di là immaginando che il nemico vi si sarebbe facilmente adattato!
     I soliti si stupirono allora che il 1° e 2° Gruppo di «Arditi» avessero ripiegato da Falzè e da Chiesola, come se il combattimento non fosse, anche per gli Arditi, un'alterna vicenda. D'altronde essi ne avevano ricevuto l'ordine da me, prima che il nemico scatenasse la sua controffensiva.
     Non dunque di ripiegamento per cedimento bisogna parlare. Che poi, ripiegando, gli Arditi abbiano incontrato il nemico e siano stati costretti ad aprirsi il passo battagliando e vincendolo, è un altro – e brillante – paio di maniche.
SOSTA FORZATA.

     Nella notte sul 28, non avevano avuto luogo scontri che nei pressi di Chiesola, e poiché il giorno sorse senza che l'VIII Corpo fosse riuscito a gettare i ponti, i comandi superiori sospesero l'esecuzione della nostra manovra verso oriente.
     Fu in verità giornata di crisi: il nemico aveva nuovamente rotto i nostri ponti e aveva nel mattino ripreso i suoi attacchi, sebbene con intensità inferiore a quella del giorno precedente; e per i rifornimenti di viveri e di munizioni, era stato necessario valersi di audaci imbarcazioni e di velivoli.
     Circa questa crisi si è però esagerato. L'essere le truppe assai dense nella testa di ponte creava senza dubbio disagi, difficoltà di movimento, confusione di competenze, al che dovevasi aggiungere un grado notevole di stanchezza fisica.
     Taluno era impressionato per il gran numero di prigionieri i quali, disarmati e battuti dalle proprie artiglierie che puntavano ai nostri ponti, occupavano densamente la zona retrostante al nostro schieramento, sino alla riva del Piave. Folla demoralizzata, affidata a pochi quadri di ripiego, e che ad ogni raffica nemica si agitava e smarriva impotente.
     Unico ma incompleto riparo era per essa lo stendersi a terra, e anche per questo, ma soprattutto per dominarla, avevo ordinato che le nostre sentinelle vietassero a chiunque di alzarsi.
     Il Generale Caviglia, intuendo gli effetti di quella nostra stasi, lanciò nel pomeriggio un proclama, che esaltò le truppe e forzò il Destino.
     Il Comandante del XXII Corpo portò personalmente il suo autorevole contribuito annunciando che erano in corso gli ordini per l'avanzata, che Caviglia aveva giustamente considerato quale provvida ed indispensabile misura per uscire dalla situazione.
     Infine all'imbrunire l'VIII Corpo poteva finalmente iniziare indisturbato il passaggio del Piave, mentre giungevano a noi, insieme agli ordini per l'indomani, informazioni ripetute e precise sul ripiegamento generale del nemico, costrettovi, oltre che dalla nostra tenace combattività, dalla geniale manovra con la quale Caviglia, facendo passare il XVIII Corpo alle Grave di Papadopoli, dove già altre truppe erano passate, gli aveva fatto risalire la sinistra del fiume per aprire la strada all'VIII Corpo.
     La prima fase della battaglia, quella con la quale si erano portate sulla sinistra del Piave masse di manovra più che sufficienti per spezzare definitivamente la fronte nemica e separarne irreparabilmente la parte montana da quella del piano, era vinta! Vinta attraverso lotte, che se avevano richiesto sacrifici gravi, erano costate ancor più care al nemico, che ripiegava abbandonando, come riferiva l'Aviazione, armi, artiglierie e ogni cosa che fosse di impedimento alla rapidità della sua ritirata.
     Gli ordini superiori vennero allora chiari, semplici ed entusiasmanti, e appena giunti, diramati, fissando obbiettivi, modalità e tempi di azione.
     Non rimaneva ora che attendere le 6 dell'indomani.
     Nelle dodici ore di attesa, che erano come una specie di armistizio tattico (visto che il nemico si allontanava rapidamente con la nostra cavalleria alle calcagna) le mie truppe si sarebbero finalmente riposare, dopo essersi raccolte secondo gli ordini da me dati; munizioni e viveri stavano ormai giungendo in abbondanza.
     Non rimaneva, ed era la prima volta, che riposare anche noi del Comando, per essere pronti ad ogni nuova fatica. Dopo tre notti e tre giorni insonni (senza contare quel po' di vigilie), in continuo stato di allarme, nella fragorosa orchestra di tante artiglierie, un poco di sereno riposo costituiva un dovere e un diritto insieme. A cose fatte, ordinai perciò che il Comando dormisse, finalmente tranquillo, per cinque ore.
     Una delle tipiche caratteristiche della mentalità militare del passato era quella di compiacersi quasi nel forzare oltre ogni limite l'umana resistenza fisica, non solo nelle circostanze di assoluta necessità, o per persuadere le truppe della possibilità di sostenere grandi sforzi – il che come sistema educativo è giustissimo – ma in omaggio ad uno spirito militare, considerato al di fuori delle realtà umane, e che credeva di potersi dire veramente «militare» soltanto se disconosceva e spregiava le elementari esigenze del nostro organismo. Simile in questo a quell'ascetismo religioso pel quale l'igiene e il più modesto benessere costituivano un assurdo e quasi una colpa.
     Tale concezione io l'ho sempre sentita criticare e combattere dai grandi maestri dell'arte del comando, i quali la mettevano insieme con quegli atteggiamenti, che si esprimevano nelle frasi concitate: «respingere il nemico coi calci del fucile», «rompere i reticolati coi denti», «opporre il petto alle armi avversarie», «in guerra non si riposa» e simili. Quanto più l'arte bellica richiede, lungo tutta la gerarchia, intelligenza ed organizzazione, tanto più quella concezione va scomparendo, e si approfondisce la comprensione umana della lotta; mentre l'energia del comando assume, come già nella grande guerra presso gli spiriti più aperti, sostanza concreta e realistica nel prevedere, nel prevenire e nello intervenire, con pratiche disposizioni adeguate al momento e al bisogno: non chiedendo cioè miracoli senza averne preparato l'avvento.
     Che un ordine debba essere eseguito ad ogni costo, specie di fronte al nemico, è ovvio; che quando non si hanno più munizioni si venga, in mancanza d'altro, magari ai sassi, come hanno fatto talvolta gli Alpini, è naturale; e che il riposo di fronte al nemico non debba essere inteso come quello delle retrovie è ancora più che ovvio.
     Ma i Capi debbono provvedere al riposo come alle munizioni, ai fattori fisici come a quelli morali, perché organizzare il riposo vale quanto organizzare il lavoro. Orbene, se è frequentemente possibile al soldato di riposarsi fin nelle soste del combattimento e di schiacciare, anche in primissima linea, qualche benefico pisolino, ciò non è possibile, durante la battaglia, per gli Stati Maggiori.
     In nessun punto del campo di battaglia la fatica è forse più costante e dura come presso un Comando di Divisione: dove ogni azione delle truppe e ogni pensiero dei Comandi superiori si riflettono immediatamente, dove si è in azione diretta anche se non ci si trova sulla linea delle baionette, con l'aggiunta di tutti gli smistamenti di ordini e di avvisi, che la funzione di comando, le dipendenze, e i vicini pretendono.

LA GIORNATA DEL 29.

     Allorché l'indomani mattina, a cavallo, mi presentai al 2° Gruppo d'Assalto, ove fui accolto da grida entusiaste quali solo gli Arditi allora, e la gioventù fascista oggi, sanno lanciare, appresi che già varie automobili erano passate a cento all'ora. Ricordo di aver sorriso e di essere stato sfiorato dal ricordo della famosa sesta giornata.
     Mentre procedevo, senza altra foga che quella mirante a raggiungere coi miei Arditi le mete prefisse, fui lieto nel vedermi raggiungere dal Generale Grazioli, Comandante del Corpo d'Armata d'Assalto, come sempre sereno e giustamente soddisfatto, il quale marciava egli pure con le sue truppe.
     Gli Arditi della 1a Divisione, liberi finalmente di riprendere l'avanzata, occupavano di nuovo Falzè e passavano il Soligo, puntando su Col della Tombola.
     Il cammino, tanto sulle strade che fuori, era cosparso di cadaveri nostri e nemici, sì che ricordo di aver dovuto scendere da cavallo per guidarlo attraverso quel terreno, così eloquente nel suo tragico e glorioso aspetto.
     Una mia sezione di artiglieria someggiata, la prima che aveva passato il Piave nella notte del 26, giaceva a terra per intero, in perfetta formazione di ammassamento, in un campo, e pareva che una corrente elettrica avesse in un istante colpito tutti, ciascuno al suo posto, uomini e muli.
     Essa fu senza dubbio colpita dalle mitragliatrici nemiche, che, avendola scorta, dovettero accordarsi per sorprenderla e distruggerla in un solo istante.
     Pareva che tutti dormissero. Dormivano sì, ma il sonno eterno; e quella visione che avrei voluto durevolmente fissare sulla carta per donarla al Museo dell'Arma che tanto strettamente e valorosamente aveva saputo fondersi con gli Arditi, resterà per me una delle più impressionanti visioni della guerra.
     Mancava l'Ufficiale, che non fu più trovato; egli certamente dovette essere colpito mentre, lasciati imprudentemente in quella formazione e senza vigilanza o protezione i suoi cannoni e cannonieri, andava a ricevere ordini, o a riconoscere il terreno.
     Deve essere stato appunto la zona di Villamatta – Falzè quella percorsa da un generale americano, il quale, venuto al mio Comando presso Vittorio, due giorni dopo, mi descriveva le impressioni ricevute da quelle visioni ancora palpitanti della lotta, e mi diceva: «Dal modo col quale i corpi dei vostri Arditi erano raggruppati a terra in piccoli gruppi a distanza di bomba a mano dal nemico, ho scoperto (sic) il loro modo di combattere» (1).
     Mi giungeva, dopo due buone ore di marcia, notizia che la 2a Divisione d'Assalto aveva direttamente proceduto verso la zona di Monte Cucco e di Colle di Guarda, dove io ero diretto, e perciò spostai senz'altro la mia direzione verso la fronte S. Maria di Feletto – confluenza del Rio Palazzo nel torrente Valbona, per portarmi sul parallelo di Col Capriolo, a cavaliere della strada che accompagna a occidente la grande rotabile Conegliano – Vittorio.
     A Col Capriolo gli Arditi fecero, quasi senza combattere, gli ultimi prigionieri e presero al nemico le ultime mitragliatrici (2).
(1) Le perdite accertate dalla 1a Divisione d'Assalto furono: Caduti: Ufficiali 16; Truppa 310. Feriti: Ufficiali 39; Truppa 784. Dispersi (molti dei quali nel fiume durante i traghetti): Ufficiali 2; Truppa 56.
(2) Gli Arditi della 1a Divisione fecero complessivamente oltre 200 prigionieri, e catturarono numerosi cannoni, mitragliatrici, cavalli e materiali d'ogni specie.

NON ERA GIUSTO!

     L'indomani 30 Ottobre ricevevo l'avviso che la Divisione passava a disposizione del Corpo d'Armata d'Assalto, il quale si sarebbe raccolto tra Ceneda e Rua di Feletto (Vittorio), e raggiungevo nella mattinata tale località.
     Così, in modo alquanto moscio, si chiudeva per noi la battaglia di Vittorio Veneto, mentre gli altri, coloro cioè i quali non avevano nei giorni della lotta avuto la fortuna di parteciparvi, entravano trionfatori nelle terre che il sangue degli Arditi aveva tanto contribuito a liberare (1).
     I miei Arditi ne soffrirono assai.
     Per cause che sarebbe stato difficile scoprire, ma che certamente risiedevano nelle prevenzioni che certe anime in arretrato nutrivano ancora verso gli Arditi, considerati gente pericolosa o quasi, fuori del campo di battaglia, i Reparti d'Assalto venivano privati della onesta gioia, che a nessuno quanto ad essi sarebbe spettata: quella cioè di rientrare nelle terre della Patria che gli Arditi avevano un anno prima, ovunque eransi trovati a combattere, accanitamente – come è arcinoto – difeso contro l'invasore.
     Nessuna truppa – posso bene affermarlo io, che tutte le Armi ebbi in pace e in guerra sotto il mio governo disciplinare, e che con tutte le Fanterie strinsi di fronte al nemico vincoli che sono l'orgoglio della mia vita – nessuna truppa sentì più degli Arditi l'onor civile e lo spirito di solidarietà nazionale; sensibilissimi al morso della disciplina, e ai comandamenti dell'amor proprio individuale e collettivo, gli Arditi non furono mai indisciplinati, e tanto meno indisciplinabili.
     Certo in quella massa ardente e pugnace, in istato permanente di tensione, sbocciata com'era dal travaglio della guerra e dall'impeto col quale l'Italia nuova stava sorgendo, certo in quella massa gli energumeni non mancavano.
     Ma erano essi pure gente domabile, che una volta domata volgeva verso le più alte generosità le energie di cui traboccava.
     Era soltanto questione di far vibrare il buon fondo della razza italica, e questione anche di abilità nel Comando, il quale poteva permettersi il lusso – poiché sapeva valersene – di impiegare da sovrano l'intera gamma dell'autorità: dalla inflessibile correzione a quella luminosa larghezza che la comprensione e il cuore, quando sono attivi, sanno sempre dettare.
     Ecco perché i miei Arditi ed io (come tutti gli Arditi e i loro Comandanti) c'intendemmo subito e sempre, e tosto fummo, e siamo tuttora, un'anima sola.
(1) I riconoscimenti del contributo degli Arditi alla vittoria sono copiosi. Riporto quelli autorevolissimi ed inediti dei due superiori gerarchici della 1a Divisione, presenti all'azione. Ha detto il Comandante dell'8a Armata (Caviglia), in un suo fonogramma: «Alla Divisione che prima passò il Piave a Vittorio Veneto raggiungendo di slancio i suoi difficili obbiettivi mando il mio cordiale saluto». E il Comandante del XXII Corpo d'Armata (Vaccari), in una lettera personale al Generale Zoppi, ha scritto: «Voi tutti, Arditi, avete superbamente e generosamente scritto la pagina più gloriosa della grande battaglia. Sono state le giornate del 27 e 28 che hanno deciso della nostra vittoria. A chi spetta adunque il maggior merito della grande vittoria? Nella risposta è contenuta la gloria maggiore della tua superba Divisione».

     Nei tempi attuali (tornando alla nostra ingiustificata e imperdonabile fermata presso Vittorio), non ci avrebbero certamente lasciati indietro. Con l'aria che tira oggi, si sarebbero messi gli Arditi in autocarro, vivaddio, e li si sarebbe gettati avanti e lontano, con la cavalleria e oltre...
     A quella ingiustificabile fermata contribuì anche e indubbiamente la nota e fatale legge della guerra, per la quale i corpi speciali, invocati e disputati nelle ore del bisogno, vengono dimenticati non appena la vita torna a essere facile.
     E pensare che io avevo lanciato ai miei guerrieri un grido di ammirazione e di riconoscenza che essi avevano ben meritato, e nel quale dicevo:
     «… Attendo con ansia nuovi ordini. Appena li avrò ricevuti, verrò io stesso a recarveli galoppando verso i vostri bivacchi, e andremo ancora avanti, sempre più avanti.
     Città e paesi ci sospirano; le vostre fiamme saranno il loro sole».
     Vana promessa, perché gli Arditi dovettero tramutarsi invece sul posto in tante crocerossine distribuendo nella zona ove li avevano fermati, farmaci, viveri, ed ogni cosa di prima e urgente necessità, di cui da tempo quei nostri connazionali mancavano.
     Finale certo evangelico, ma poco brillante, confortato oltre che dalla riconoscenza delle popolazioni tra le quali eravamo rimasti, dalla certezza che il Comando Supremo si sarebbe ricordato di noi – non c'era da dubitarne – se il nemico avesse organizzato nuove resistenze al Tagliamento o più in là.
      Allora gli Arditi sarebbero tornati buoni una volta ancora.
     Ma poiché il nemico non si arrestò nella sua ritirata e ripassò, senza indugiare, le Alpi, noi rimanemmo a fare i territoriali... sino al giorno in cui, avendo il patrio Governo deciso di rimettere le cose a posto in Libia, pensò nuovamente a noi, e la 1a Divisione d'Assalto, nella quale entrarono fraternamente accolti gli Arditi della gloriosa disciolta 2a Divisione (1), veleggiò, nell'inverno 1919, verso la quarta sponda, incontro ad altri nemici e ad altre imprese: compatta, risoluta e felice.
(1) La quale aveva prima compiuto una magnifica manovra d'insegnamento da Belluno, per la Pusteria sino alla linea d'armistizio, guidata dal suo comandante Generale De Marchi, e dal Generale Grazioli.



Allegato 1
SPECCHI DI COMPOSIZIONE DELLA 1a DIVISIONE D'ASSALTO
NEL GIUGNO E NELL'OTTOBRE 1918

NOTA – Non essendo riuscito ad evere l'elenco preciso e completo, come avrei tanto desiderato, di tutti i Comandanti di Reparti, Compagnia e Plotone, sono costretto, con vero rincrescimento, a limitarmi a citare nella presenza pubblicazione soltanto i nomi dei Comandanti indicati in questi specchi. Confido che l'ordinamento degli archivi del R. A. I., ora in corso, mi consenta di ricordare in altra occasione tutti i nomi ora omessi.

COMPOSIZIONE DELLA 1a DIVISIONE D'ASSALTO NEL GIUGNO 1918

      STATO MAGGIORE DIVISIONALE.
     Capo di Stato Maggiore: Ten. Colonnello Mario Campi.
     Sottocapo di S. M.: Maggiore Gerolamo Dalla Favera.

RAGGRUPPAMENTO D'ASSALTO. Comandante: Generale di Brigata Paolo Tommasini.

1° GRUPPO D'ASSALTO.
Comandante: Colonnello Carlo Grillo.
V Reparto: (Giulia).
X Reparto: (Gualtieri).
XX Reparto: (Ponzio).

2° GRUPPO D'ASSALTO.
Comandante: Colonnello Roberto Raggio.
XII Reparto: (Ottanelli).
XIII Reparto: (Moro Lin).
XIV Reparto: (Ambrogetti).

3° GRUPPO D'ASSALTO.
Comandante: Colonnello Carlo Trivulzio.
VII Reparto: (Vagliasindi).
XXII Reparto: (Abbondanza).
XXX Reparto: (Marotta).

44° GRUPPO ARTIGLIERIA DA MONTAGNA: (Sollier).
91° BATTAGLIONE ZAPPATORI DEL GENIO.
122a COMPAGNIA TELEGRAFISTI.
70a SEZIONE SANITA'.
7a SEZIONE SUSSISTENZA.
144° e 170° REPARTO SOMEGGIATO.
227° PLOTONE CC. RR.
162a SEZIONE CC. RR.

COMPOSIZIONE DELLA 1a DIVISIONE D'ASSALTO NELL'OTTOBRE 1918

STATO MAGGIORE DIVISIONALE.
Capo di Stato Maggiore: Ten. Colonnello Mario Campi.
Sottocapo di S. M.: Maggiore Gerolamo Dalla Favera.
Ufficiale addetto: Maggiore Pietro Sisinni.
Ufficiale addetto: Maggiore medico Carlo Muratori.

1° RAGGRUPPAMENTO D'ASSALTO.
Comandante: Generale di Brigata Oreste De Gasperi.

1° GRUPPO D'ASSALTO.
Comandante: Colonnello Carlo Grillo.
X Reparto: Maggiore Alessandro Parisi.
XX Reparto: Maggiore Enrico Ponzio.
1° Batt. Bers.: Maggiore Marco Giovannardi Corelli.

2° GRUPPO D'ASSALTO.
Comandante: Colonnello Pietro Anselmi.
XII Reparto: Capitano Alarico Manescalchi.
XIII Reparto: Maggiore Giorgio Moro Lin.
7° Batt. Bers.: Maggiore Vlademiro Bellucci.

3° GRUPPO D'ASSALTO.
Comandante (int.): Maggiore Giuseppe Nunziante.
VIII Reparto: Capitano Giuseppe Vianello (int.).
XXII Reparto: Maggiore Raffaele Di Orazio.
9° Batt. Bers.: Maggiore Carlo Gotti.

3° BATTAGLIONE BERS. MITR.: Magg. Fernando Sirigatti.
REPARTO NUOTATORI: Capitano Pontecorvo.
44° GRUPPO ART. DA MONT.: Magg. Teodoro Sollieri.
9° GRUPPO ART. DA MONT.: Magg. Luigi Roberti.
91° BATT. ZAPP. GENIO: Magg. Adolfo Grugnola.
122a COMPAGNIA TELEGRAFISTI.
70a SEZIONE SANITA'.
7a SEZIONE SUSSISTENZA
144° E 170° REPARTO SOMEGGIATO.
227° PLOTONE CC. RR.
162a SEZIONE CC. RR.



Allegato 2
SALUTO DEL GENERALE ZOPPI ALLA 1a DIVISIONE D'ASSALTO
ALL'ATTO DELLO SCIOGLIMENTO
COMANDO DELLA 1a DIVISIONE D'ASSALTO

                                                                                                      Gradisca, 10 gennaio 1920


     Mie Fiamme!

     Questo Comando si scioglie, il Raggruppamento si trasforma.
     La 1a Divisione d'Assalto fu!
     Ma il mio immenso dolore è sereno, perché non abbiamo invano vissuto. La nostra Storia di 20 mesi sulla fronte delle più dure battaglie e fin sulle terre di Libia lo dimostra, e sarà scritta.
     Io prendo impegno che la scriverò; sarà completa; da quel 9 giugno 1918 in cui dalle varie armate della fronte giungeste a me, come a un convegno di Crociati, e già ricchi di tanta gloria, o miei REPARTI D'ASSALTO, sino a questo 10 gennaio 1920 in cui ci separiamo per sempre; dal giorno in cui tre famosi battaglioni BERSAGLIERI giunsero a noi, a questo in cui il 1° Reggimento Bersaglieri è ricostituito nella sua antica unità.
     E ricorderò i giorni della prima organizzazione, durante i quali io passavo lunghe ore presso di Voi per respirare la vostra forza e la vostra bellezza, gioiendone come colui al quale la sorte abbia posto fra le braccia la donna più bella e più virtuosa, fremendo come il guerriero che nell'accarezzare una lama perfetta già assapora tutte le fatiche e le gioie della lotta e tutte le voluttà della Vittoria.
     Ricorderò il brusco febbrile passaggio, da questo idillio di prima organizzazione, alla fornace ardente – come la definì il Duca sotto il cui augusto e vittorioso comando la Divisione ricevette il battesimo del fuoco – là sul Piave, nel Giugno delle ansie, dei furenti contrattacchi, e del tanto sangue.
     E ricorderò l'estate della grande preparazione all'ultima vittoria: meravigliosa attività di tutte le nostre anime (non ne abbiamo sette per ciascuno?) di tutte le nostre armi, nella diuturna scuola del pericolo, nella più intima famigliarità con ogni sorta di traiettorie e di esplosivi. Era la preparazione al capolavoro: un grande, classico, decisivo sfondamento.
     Fu così, che nell'autunno della Vittoria, ci avvicinammo al Piave senza una lacuna tecnica e senza il più piccolo dubbio nell'anima; e il 26 Ottobre il capolavoro fu compiuto portando al di là il primo grido e il primo segno della riscossa, aprendo le ali, col sangue di trecento caduti e di ottocento feriti, alla Vittoria. Scriverò e documenterò.
     Ricorderò che voi, i miei ARTIGLIERI, foste i primi a far risuonare il cannone italiano sulla sinistra del Fiume, dopo avere emulato in audacia i compagni Arditi e Bersaglieri, col portare i vostri pezzi sulla linea delle loro mitragliatrici.
     Ricorderò il vostro valore e la vostra tecnica superba o MITRAGLIERI; e il vostro pronto mutarvi in fanti, o ZAPPATORI DEL GENIO: due volte: mio personale scudo nel Giugno, e per respingere i contrattacchi nemici in Ottobre.
     Né dimenticherò certamente voi, TELEGRAFISTI E TELEFONISTI, ovunque attivi fedeli e sereni, sia con le punte estreme di arditi che sui ponti traballanti e tempestati dall'artiglieria nemica.
     Non dimenticherò nessuno, dal Brigadiere Generale Oreste De Gaspari la cui Medaglia d'Oro ricorderà ognora il suo fulgido valore ed il vostro, al più modesto personale dei benemeriti SERVIZI. E come non levare un inno ai vostri saggi e ferrei Colonnelli, e ai geniali vostri Ufficiali? Come non tramandare i nomi delle Fiamme che più spiccatamente rifulsero?
     Non ricorderò io i miei devoti e ardenti collaboratori, primo e infelicissimo il compianto Capo di Stato Maggiore Mario Campi?
     Fanfare! Suonate per l'ultima volta gli «attenti» al Generale Zoppi. In alto, in alto i Gagliardetti gloriosi!
     I ranghi dei Battaglioni e delle Batterie restino immobili, e Voi, anime tutte, venite intorno a me! Vengano, come a un supremo convegno ideale, gli spiriti delle legioni di Caduti, di mutilati e di feriti: accorrano i molti che hanno fatto ritorno alle loro case e che furono Fiamme della 1a Divisione d'Assalto: forse tutti gli ARDITI d'Italia, poiché tutti, io credo, o prima o poi, vi sono passati.
     E ben so quel che si diranno le migliaia di spiriti: sarà un patto solenne, riaffermato pur ora, in un grido lanciato agli uomini di buona volontà: «Patria,al disopra di tutto, sempre!».
     Questo grido ideale, nel quale palpitano e si affermano tutte le sane energie, tutti i solidali doveri, tutte le nobili speranze e i fermi propositi del Cittadino, è davvero il più degno per degnamente dirci addio!
    O Voi! Voi, che foste il più grande amore e il più alto orgoglio della mia vita, Vi benedica Iddio.

                                      Il Maggior Generale
                                  Comandante della Divisione
                                              O. Zoppi


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