Fronte del Piave
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V.
SULLE VIE DELLA RISCOSSA.

Pronostici ungheresi. - I soldati del '99. - L'Italia nel giudizio dei neutri e dei nemici. - La brigata Pinerolo. - Caporetto e le speranze tedesche. - Le isole del Piave. - La difesa di monte Festa. - I granatieri. - I reticolati sul mare. - Polemica di pattuglie a casa Gerardo. - Una notte a Cavazuccherina. - Fiamme nere e fiamme rosse. - Lavori difensivi. - Voci nemiche. - Caporetto nei diarii austriaci. - Voci amiche. - L'ansa abbandonata. - I bombardieri-fucilieri. - La guida delle Grave. - Le Porte del Taglio. - Gli inglesi al fronte italiano. - I granatieri a Capo Sile. - L'abbazia di Nervesa. - Il pappagallo di Cordovado. - Le condizioni interne dell'Austria. - Una campagna pacifista e diffamatoria. - Prigionieri che tornano. - La «Tradotta». - Altino. - Il generale Ceccherini. - La fotografia a colori. - Primavera fiorita. - Le Sante Palme. - L'isola contrastata. - Pasqua. - I czechi. - Propaganda e speranze austriache. - Notte di caccia sul Piave. - Una partenza. - In attesa della grande offensiva. - All'armi!
Pronostici ungheresi.
18 novembre.
      Lieta giornata, dunque, la giornata di Fagarè. Vi è del sangue, in terra, ma in alto sorride il primo squarcio d'azzurro.
     Il nemico aveva tentato di passare anche a Folina; e anche qui è stato nettamente respinto dai fanti della brigata Lecce e dai giovanetti del '99 che gareggiarono con quelli di Zenson e di Fagarè. Il 266° reggimento fanteria ha catturato un ufficiale austriaco che parla italiano perché ha sposato una triestina. Dice che dopo Caporetto ha incontrato delle colonne di prigionieri nostri che ammettevano di essersi arresi per far finire la guerra. Sarà vero? Lo ha interrogato il tenente Carafa d'Andria.

*

      Al ponte della Priula si arriva a traverso profondi camminamenti. Il ponte è stato mascherato di graticci, pavesato di frascate, incespugliato di reticolati; sembra si prepari a una festa; ma la vecchia cantoniera, che guardava il ponte di legno, è crollata. I fianchi del ponte e, sotto, i piloni sono muniti di piazzuole per mitragliatrici; il greto è sbarrato da tre ordini di reticolati. La 48a divisione ha lavorato assai. Ma è la divisione che viene da Gorizia, dal San Marco. Attorno a Spresiano sono piazzate le artiglierie del 52° reggimento da campagna, comandato dal colonnello Beretta, che ha dato al reggimento il motto: «Sotto la giubba grigia, camicia rossa». E tutti i soldati portano un fazzoletto rosso di seta, che sventolano come bandiera.
     L'argine del Piave verso Palazzon è tenuto dalla brigata Padova (117° e 118° reggimento), composta in buona parte di veneti. - «A Padova no li volemo», dicono i soldati.

*

      A sera giungono notizie gravi dal fronte alpino. La quarta Armata è stata attaccata da forze superiori. La situazione è incerta, ma i nostri si difendono disperatamente. Il nemico, dopo aver tastato il polso dell'esercito al Piave, tenta di aprirsi il varco a monte.
     Frattanto, il colonnello austriaco del 91° reggimento che fu catturato sull'isolotto a Fagarè, ha raccontato che gli austriaci sono venuti all'assalto senza la consueta azione di distribuzione da parte delle loro artiglierie, perché facevano conto di non incontrare resistenza. Speravano forse in un tradimento? O giudicavano l'Italia morta del tutto?
     Questa convinzione, del resto, è alimentata dai loro stessi giornali. L'ungherese Az Est dell'8 novembre, secondo i «notiziari» giunti oggi, contiene questi pronostici:

     «L'esercito italiano sconfitto fugge verso l'interno del paese preceduto da corvi che lanciano le notizie più spaventose, e la popolazione terrorizzata fugge in tutte le direzioni ponendo in salvo solo la vita. Uomini esauriti dalla fame, dall'angoscia e dalle malattie, cadono nel fango delle strade, nelle putride acque dei fossati. Nessuno si occupa dei caduti, sopra i quali passano i fuggenti imprecando. Questo superbo esercito che partì col proposito di non fermarsi che a Trieste e a Vienna, galoppa come una bestia selvaggia coperta di bava sanguinosa. Fra alcune settimane lo vedremo forse errare fra i monti giganteschi e fuggire decimato dalla miseria in terra di Francia».

Già il 3 novembre, l'Agramer Tagblatt aveva scritto:

«L'Italia non solo non ha la forza necessaria alla conquista, ma nemmeno quella necessaria alla difesa».

I soldati del '99.
19 novembre.
      Le Grave dei Papadopoli stanno allestendosi a difesa. Il comando del 267° fanteria (brigata Caserta) si trova a casa Onesti. Il colonnello Valvassori, padovano, ha spinto i posti avanzati sugli isolotti; il 268°, che ha respinto il tentativo nemico del giorno 16, è a riposo. Sull'isolotto che guarda casa Ferrari si vedono distintamente molti cadaveri nemici insepolti. Anche qui i giovanetti del '99, che erano arrivati il giorno prima del paese, si sono battuti con slancio superbo. Ora ascoltano il loro elogio con occhi lucidi di gioia. Si strappano di mano il giornale che parla di loro e protestano contro le inesattezze del corrispondente che ha perfino sbagliato il numero del reggimento. L'infame! Confusi in mezzo ai veterani, questi adorabili fanciulli, mi ricordano i versi deliziosi scritti da Ippolito Nievo pel volontario garibaldino:

Sedici anni non hai,
e insieme ai veterani
in campo balzerai?
Non ti è noto che Morte
di mietere si vanta
sul primo fiore il forte?
Sedici anni non hai,
e alla tua patria tanta
speranza tu offrirai?
Va pur, fanciullo ardito!
…..................................
Va! - Parenti, sorella,
madre, tutto abbandona!
Sprezza la vita anch'ella.
Sedici anni non hai,
e un'immortal corona
data all'Italia avrai!

*

      Il tenente Gallo e il capitano Rasi, del terzo battaglione, raccontano che durante la ritirata, a Piavon presso Oderzo, videro gli austriaci mandare avanti la popolazione colle mani legate. Gli ufficiali seguivano in bicicletta.
     Il colonnello brigadiere Cei, della «Lecce», ricorda che quando, egli era sul Carso, sentì che il nemico attaccava a Tolmino, pensò: «Che stranezza! Attaccano proprio là dove abbiamo le migliori difese».

*

      Stasera si parla di riprendere l'azione a Zenson.
20 novembre.
     Zenson, colla sua ansa, corre verso la celebrità; ma la bella villa Sernagiotto ne paga intanto le spese. Anche oggi contro di essa il nemico tira assiduamente, e noi rispondiamo concentrando nell'ansa bombarde da 58. l'onorevole Foscari, antico marinaio veneziano, e il capitano Pelli Fabbroni, giovane volontario e patrizio fiorentino di sessantasei anni, dispensano sigari e sigarette ai rincalzi addossati al grande argine.
     Ridete? Nessuno può immaginare quale efficacia possa esercitare al campo, fra ufficiali e soldati, un sigaro ben dato. Li conosceva questi effetti psicologici Bismarck quando, durante la guerra del '70, mandava ripetutamente provviste di sigari al figlio Bill «perché si facesse degli amici».
     Tra i fanti, si comincia a incontrare qualche uomo di coltura superiore. La quarta compagnia del 17° reggimento è comandata dal prof. Zorzi, venuto dall'Aja. Una persona di autorità morale tra i fanciulli del '99 può operare miracoli. Speriamo che tutti sentano il loro dovere.
     Gli austriaci si sono sprofondati nell'ansa, fra l'argine e il fiume, avendo per caposaldo la fornace Franzin.
     L'azione d'oggi è limitata alle mitragliatrici. Ed i ragazzi del '99 chiedono continuamente: - «Son nostre?» - «No, caro; ma imparerai presto a distinguerle».
     Alla vicina Sant'Andrea di Barbarana le case già recano la impronta dei recenti combattimenti, ma sopravvivono sui muri le vestigia di altre lotte men gloriose, ma forse non meno accanite: «Viva il Sindaco Marcato», e l'altra, di sapore parrocchiale: «Vogliamo don Bernardo». Eppure domani, dopo questo immenso bagno di sangue, ci sarà qualcuno che tornerà a queste miserie.

L'Italia nel giudizio dei neutri e dei nemici.
21 novembre.
     Riposo sul nostro fronte. Si combatte invece, violentemente, sul monte Pertica e sul Monfenere. Ma la quarta Armata non piega.
     I notiziari ci recano la voce del mondo. La Gazette de Lausanne del 14 novembre, quasi in risposta alle calunnie ungheresi, dice che l'Italia sta demolendo la leggenda che la raffigurava incapace di resistere alle pubbliche sciagure.

      «L'ora di Giolitti non è ancora suonata in Italia, come in Francia non è suonata l'ora di Caillaux».

     Francamente, anche Giolitti, se fosse al potere, difenderebbe la patria invasa disperatamente, come Orlando.
     Invece, la Zürcher Zeitung del 10 novembre si diffonde a rievocare le reminiscenze della dominazione austriaca nel Veneto «che non è poi tanto antica: Francesco Giuseppe non potè mai rassegnarsi alla cessione del Veneto».
     Il Grazer Volksblatt dell'8 novembre fa la constatazione malinconica che nell'ora del pericolo cattolici, socialisti e giolittiani hanno formato blocco coi guerrafondai. E che sperava dunque questa gente?
     Pietoso il desiderio del Salzburger Volksblatt del 9 novembre: che scompaia il Museo Oberdan di Udine, ma si conservi l'albo dei visitatori «per poter rilevare nuovi nomi per una nuova amnistia».
     Commentando l'avvento dei massimalisti in Russia, la Neue Freie Presse del 9 novembre: «I fatti di Pietrogrado potranno avere una ripercussione in Italia». Ma la Budapesti Hirlap del 10 – 11 novembre prega Lenin a guardare alla realtà quando parla dei «diritti dei popoli» che sono una fantasia da romanzo. Consideri la carta della Germania che dice chiaramente chi ha vinto e chi ha perduto in questa guerra e annuncia al mondo che la vittoria degli imperi centrali è tale che ogni ulteriore spargimento di sangue è «abbietto, vile, colpevole, inutile».
     Nel Ujsag del 10 novembre il deputato sloveno Rybar ha incluso nelle rivendicazioni jugoslave, oltre Trieste e Fiume, Udine.
      La Nord Deutsche Allgemeine Zeitung del 13 novembre dice che la giustizia divina ha già colpito la Russia, la Serbia, la Romania e l'Italia. E ne gode perché, «se l'Italia fosse rimasta fedele alla triplice alleanza, la Francia sarebbe stata schiacciata il primo anno della guerra».
      Le Leipzinger Neueste Nachrichten del 13 novembre dicono:

      «L'eliminazione dell'Italia e della Russia dal novero dei combattenti ha mutato radicalmente la situazione militare».

      Oramai, dunque, ci dan per morti.
     E Venezia? L'italofobo Tony Roche sul Genevois scioglie un inno all'Imperatrice Zita perché prenda sotto la sua protezione Venezia, e chiede alla clemenza dell'Imperatore che alla città senza pari siano risparmiati gli orrori e le distruzioni della guerra.
     Venezia, caro signor Roche, la difenderemo noi.
     Il Tijd, olandese, del 13 novembre giudica il proclama del Re d'Italia «un grido d'angoscia».
     La Neue Zürcher Zeitung parla della fedeltà dei veneti all'Austria.
     A sua volta, la Tribune de Genève del 15 novembre rimprovera il Governo italiano di non essersi abbastanza preoccupato del pericolo permanente costituito dal Vaticano, dove, secondo il giornale, seguitano ad avere libero accesso emissari nemici. Bisognerebbe, dice, sospendere la legge delle guarentigie per far scomparire i 15 000 diplomatici austriaci e tedeschi che circolano liberamente per Roma.
     Il Grazer Tageblatt dell'11 novembre: «Pare che i destini dei popoli debbano ancora una volta decidersi nell'Italia settentrionale».
     Il Neues Wiener Journal dell'11 novembre promette gratitudine eterna alla Russia, se riuscirà nel suo intento. Questo a proposito del programma di pace dei Soviet.
*
21 novembre.
     Sono arrivate due brigate di riserva. A Carbonera, presso Treviso, sono accantonati i due bei reggimenti della brigata Torino, al completo. La comanda il generale Cortelazzi; fra gli ufficiali vi è un professore universitario, il De Lollis. A San Pelagio è accantonata la «Trapani», che ha perduto buona parte dei suoi uomini nel ripiegamento, al ponte di Codroipo. Saltato il ponte, parte dei soldati raggiunsero a nuoto la riva destra, gli altri dovettero correre alla volta del ponte di Madrisio. Molti quindi non riuscirono più a trovare la loro brigata.

La brigata Pinerolo.
22 novembre.
     Zenson – e sempre Zenson! - è gloria e tormento della vecchia brigata Pinerolo, la veterana dell'Isonzo, del Pecinka e di Castagnavizza. Dal giorno 12 essa non vive che in ansia per l'ansa. A casa Fuma, c'è il generale; dei due reggimenti, il 13° è comandato dal colonnello Brolis, che abita la fattoria dei Sernagiotto. La nostra linea più avanzata è oggi quella del tamburo di Zenson, donde si può spingersi all'ultimo piccolo posto. Qui i vivi sono a contatto coi morti, ancora insepolti, per la estrema vicinanza del nemico. Ne siamo separati appunto dai cadaveri. Le mitragliatrici sono puntate le une contro le altre; si sparano presso che a bruciapelo. Chi spara in questo momento è un caporalino dal viso di bimbo, Lo Coscio, che ha già tre nastrini azzurri, perché «ne ha fatte di tutte», dice il tenente colonnello Revelli comandante del primo battaglione. A Castagnavizza, solo, con una bomba in mano, ha fermato una pattuglia nemica e catturato quattro austriaci; sul Torre portò in salvo una pattuglia nostra sorpresa dalla piena; sulla Livenza si gettò in acqua per portar soccorso all'aeroplano atterrato al di là; ieri ebbe due dita della mano ferite da pallottola, e oggi spara.
     Ma qui, proprio a pochi passi dall'austriaco, c'è un giornalista, Rosina, già della Stampa, tenente al primo battaglione.
     In questo momento una pallottola scivola fra le gambe di Kobylinsky e quelle del conte Fabbroni che marciano appresso, segnando una linea mediana fra l'ottimismo russo e il pessimismo fiorentino.
     Il comando del 14° reggimento è alle fornaci di Zenson, presso il paese già ridotto a rovina. Crollata la chiesa, del campanile non resta in piedi che una parete. Il colonnello Melli ha spinto un estremo posto avanzato di contro a Roganziol, sotto la casetta dove il nemico tiene la mitragliatrice. E qui il capitano De Paola vuol raccogliere i suoi mitraglieri per temprarli al pericolo. Ma questa volta il grido di «Viva l'Italia» provoca una violenta risposta. Nessuna vittima.
*

     Anche a Intestadura, presso il 140° fanteria, sono arrivate da ieri le reclute del '99, tutti volti rosei, che sembra rechino l'impronta del bacio materno. Soffrono il freddo, e, mentre il sole tramonta, si scaldano sull'argine all'ultimo raggio. E' l'ora dell'Avemaria; ma le campane di Zenson e di Musile oramai non suonano più.

*

      Un episodio appreso oggi.
     Durante la ritirata, una sera, a Tremeacque, dove la Meduna finisce nella Livenza (vi deve esser nato, se ben ricordo, Francesco Dall'Ongaro), un contadinello grida dall'altra riva ai soldati del 13° fanteria: - «Italiani! E' caduto un aeroplano che non vola più. Venitelo a prendere». Si risponde che è impossibile. - «Prendi della paglia e brucialo». E allora il ragazzo chiama a raccolta le sorelline e ritorna carico di paglia, ma prima di appiccare il fuoco (l'aviatore era ferito) volle montare e far montare sull'apparecchio tutte le sorelline, per goderselo, avanti di vederlo a morire.
23 novembre.
     E' arrivato, e si è accampato a Melma e a Casier, il 19° reggimento bersaglieri che scende dall'alto Degano. Lungo la via ha trovato dei soldati morti per avvelenamento alcoolico. Bevevano intere gavette di cognac, perché troppi ufficiali della sussistenza erano scappati lasciando i magazzini aperti. «Era naturale, si dice, che gli imboscati si comportassero così».
     Il colonnello Marelli, che comanda il reggimento, si compiace di aver portato in salvo tutto il materiale.

*

     L'Armata ha pubblicato un decalogo per il soldato. Scelgo qualche paragrafo:

      «Vedi sull'altra riva i bei campi d'Italia? Oggi vi semina il barbaro per saziarsi del pane della nostra terra. Soldato d'Italia, non cedere. Se cedi, il grano dei tuoi campi sazierà domani l'invasore.
     Senti sull'altra riva il traino dei pesanti cannoni? Sono i nostri fratelli che li trascinano sotto la sferza del tedesco. Soldato d'Italia, non cedere. Se cedi, tuo padre, tua madre saranno costretti a trainare il cannone che sparerà su di te.
     «Senti dall'altra sponda giungere i canti barbarici? E' il nemico ubriaco del vino della tua terra che canta l'inno della vittoria. Soldato d'Italia, spegni col tuo fucile il canto insolente del nemico.
     «Sul Piave si decide la vita e l'onore della Patria; soldato d'Italia, qui si vince o si muore!».

Caporetto e le speranze tedesche.

      La stampa svizzera-tedesca incomincia a riconoscere che lo scopo politico dell'offensiva austro-tedesca, lo sfacelo interno dell'Italia, è fallito (Versöhaung, del 10 novembre); ma il barone Richthofen, nella Budapesti Hirlap del 14 novembre, scrive che la reazione dello spirito nazionale italiano all'avversa fortuna non lo ha meravigliato, perché è fenomeno latino. Ma la ferita, soggiunge, rimane aperta e, passato il primo entusiasmo, succederà lo sconforto che potrà avere conseguenze irreparabili.
     La stampa germanica invece vira di bordo e scrive (Frankfurter Zeitung, 16 novembre) che l'offensiva contro gli italiani non aveva scopi politici ma solo militari, onde allontanare la minaccia italiana su Trieste e minacciare alla lor volta i centri manifatturieri: Milano e Brescia.
     Questo si chiama battere in ritirata. E' noto il vecchio giuoco. La Germania ha sempre accompagnato alle offensive militari quelle politiche.
     Sbaragliato l'esercito francese e catturato l'imperatore, Bismarck, scrivendo al figlio da Reims il 7 settembre, proponeva di ritardare l'avanzata per lasciar tempo ai francesi, che nel frattempo avevano proclamata la repubblica, di «bollire nel loro brodo e accapigliarsi fra di loro». E più tardi, tornando sui dissidi francesi, scriveva festosamente ai suoi: «L'altra notte hanno già fatto le cannonate nelle vie di Parigi».
     E a novembre, durante i primi abboccamenti con Thiers, a Versailles, quando Parigi era già cinta d'assedio, raccomandava di pazientare «che (i parigini) si sian mangiati i loro cani e i loro gatti dal pelo lungo». Solo in seguito, quando fu pubblicamente accusato di voler prolungare la guerra, perorò la ripresa delle ostilità militari.
     La Koelnische Zeitung del 15 novembre commenta la seduta della Camera italiana del 14: «La fiducia del cieco nello zoppo».
     Ma vedete a che punto arriva la diffamazione!
     Nella Berliner Zeitung Ammittag del 14 novembre, un preteso maestro di scuola italiano, fuggito a Lugano perché accusato di propaganda rivoluzionaria, descrive gli orrori dell'esodo dei profughi che ha gettato l'Italia in preda all'anarchia e al brigantaggio. Essi a Cremona si gettarono sulle provviste alimentari, e, queste esaurite, cominciarono a mangiare quelle ch'erano destinate al bestiame. Alla stazione il 5 novembre avvenne un bagno di sangue perché gli ufficiali fecero fuoco sui profughi e i soldati sugli ufficiali. L'imprudenza dei profughi provocò incendi che per miracolo non distrussero l'intera città. A Piacenza regnava uguale confusione. A Milano nessuno può entrare.
Le isole del Piave.

      Come le doline del Carso, anche le isole del Piave, anche le Grave di Papadopoli, stanno per avere la loro toponomastica. Di giorno in giorno ogni banco di sabbia, ogni ghiaione riceve il battesimo del nome, in attesa di ricevere quello del fuoco.
     Così sono già nate in pochi giorni e stanno per passare alla storia, davanti a Maserada, l'Isola di Capri e di Rodi, che sono dei veri isolotti. I tre piccoli banchi appena affioranti che fronteggiano la cascina Montagnati, compongono il gruppo delle Tremiti, ma da presso ci sono le Lipari e la Stromboli e, più su, le Balneari e le Azzorre. C'è la Lecce, la Caserta, l'isolotto dei Bersaglieri, quello dei Granatieri e dei Fucilieri.
     Ma il soldato non si è dimenticato delle terre lontane che ha bagnato del suo sangue, e perciò, ecco l'isola Velichi e la Faiti e la Stol. La spiaggia sabbiosa che declina verso il filone che ci divide dalle vaste grave che occupano il centro del letto del Piave, è stato battezzato col nome di Lido e, naturalmente, da presso c'è l'isoletta di Murano.
     Ma l'italiano è un sentimentale e perciò l'isola più lontana, verso il nemico, verso l'ignoto, la chiamò della Bellanotte.
24 novembre.
     A Spercenico c'è la brigata Sesia (200° e 201° fanteria), comandata dal brigadiere Coppola. E' venuta da Gorizia. Mentre il 201° reggimento era già in marcia, di notte sopraggiunse l'ordine di mutare itinerario, ma le vie erano così ingombre che solo alcuni riparti poterono eseguire il comando e il reggimento restò spezzato. Il disordine, mi si dice, non era nelle linee, ma nelle retrovie. «Fu l'imboscatura che, presa dal panico e dalla fretta, generò la confusione». E un'altra voce: «Ci siamo sentiti abbandonati».
     Al reggimento c'è un bel giovane, certo Cinelli, che viceversa è il polacco Cigelski, che trovandosi a Buenos Aires quando si imbarcavano i nostri emigrati per rispondere alla chiamata, per simpatia al nostro paese, si buttò in mezzo a loro e corresse leggermente il proprio nome. Come «Cinelli» rimase e si battè. Scoperto il giuoco, gli fu perdonato. Interrogato, dice: - «Ho già scritto a mio padre che lo rivedrò a guerra finita».
     Mentre il reggimento è adunato, sopraggiunge il generale Sani, comandante il corpo d'Armata, che invita gli ufficiali al gran rapporto. Parla alto, aspro, chiaro. Rivolge parole ancor più chiare ai mitraglieri, verso i quali non ammette l'attenuante dell'aggiramento. «La mitragliatrice è tutto», soggiunge. E dire che Bismarck nel '70 le giudicava «poco efficaci ordigni di guerra!» Ma quando uno di questi ordigni finì per colpire insieme suo figlio Erberto ed il cavallo, si meravigliò degli effetti di queste pallottole che arrivano «così vicine le une alle altre».

*

     Oggi compie il mese dal giorno fatale. Di quanto ci siamo allontanati dal vecchio fronte! Ma nel tempo stesso quanto cammino abbiamo già percorso sulla strada della riscossa!

     La difesa di monte Festa.
29 novembre.
     A nuoto, dalla foce della Livenza, è arrivato sulla spiaggia di Cortellazzo il soldato Vincenzo Cafiero dell'8° reggimento d'artiglieria da fortezza, di Brindisi, sfuggito alla prigionia. Si trovava sul fronte di monte Festa, sopra Tolmezzo, al momento del ripiegamento. Il forte era difeso da due batterie da 149 e da una sezione antiaerea, che fu subito ridotta a postazione terrestre; sul San Simeone c'era l'ossevatorio.
     Mentre il presidio stava apprestandosi alla difesa, richiamando da Osoppo duecento territoriali e ricuperando dal fondo valle le munizioni abbandonate, vedeva ai suoi piedi sfilare le truppe della Carnia che ripiegavano dalle valli del Fella e del But, e la notte del 30 ottobre sentiva saltare i ponti del Tagliamento.
     Il 3 novembre proteggeva, coi suoi tiri di sbarramento, le ultime truppe della 63a e della 36a divisione che si ritiravano; il 4 novembre venne a trovarsi completamente isolato, in mezzo agli eserciti nemici. Il giorno 5 e 6 sparò senza interruzione, aumentando a 360 gradi il settore di tiro e respingendo gli assalti nemici.
     La mattina del 6, si presentava un parlamentare con bandiera bianca, latore di un foglio della X Armata austriaca. Diceva: «Siete circondati da ogni parte ed invitati ad arrendervi. Il nostro parlamentare è atteso di ritorno per le undici di stamane».
     Introdotto, bendato, nell'ufficio del capitano di complemento Riccardo Winderling, questi scriveva: «Ho l'onore di rispondere negativamente». Tutti gli altri ufficiali, Tomei, Ferrari, Fanelli, Paradiso, tenenti di complemento, si associavano alla risposta.
     Il parlamentare, dopo abbondante colazione, ripartiva. Ma il forte aveva già esaurite tutte le munizioni e non restava che procedere alla distruzione delle opere. Sull'imbrunire saltavano le batterie, e il presidio, lasciati i feriti e gli ammalati alle cure del medico, usciva per aprirsi un varco a mano armata.
     Elusa la vigilanza della prima linea nemica, la disperata compagnia urtava in pieno contro il presidio di Somplago presso il laghetto di Cavazzo. (1) Qui dovettero arrendersi quasi tutti. Il Cafiero ha dato le prime notizie sui maltrattamenti alle nostre popolazioni. Tedeschi ed austriaci danno l'assalto alle case di notte. Feroci, dice, sono i bosniaci.

(1) Fin qui la narrazione del Cafiero. Ho avuto occasione, successivamente, di apprendere la fine della gloriosa avventura. Fatto prigioniero il grosso del presidio, un nucleo, col capitano Winderling, riusciva a superare la palude e, tre giorni dopo, a raggiungere San Francesco. Qui appresero che le nostre due ultime divisioni erano prigioniere. Vestiti da contadini, si dettero alla montagna e, perdendo per la strada qualche soldato estenuato, per Tramonti, Claut, Longarone, Belluno, Arten, giungevano ad Arsiè, ai piedi del massiccio del Grappa. Erano in tre. Il Winderling, il tenente Tomei e il soldato Leon. E qui si mantennero ancora, sempre sperando di rompere le linee nemiche, fino al 15 dicembre, di cui venivano a cadere nella trappola tesa dagli austriaci. Il nemico ha reso onore all'eroismo dei difensori di monte Festa. La Domenica della Gazzetta dell'8 settembre 1918, ricordando il fatto, scriveva che «al comandante del presidio fu concesso l'onore di portare la sciabola anche in premio della valorosa difesa sostenuta».
*

     La brigata Tevere ha trovato comodi ricoveri sul fianco sinistro del tronco ferroviario da Spresiano al ponte della Priula. Una granata austriaca da 37 è entrata nel casello ferroviario numero 38, ne forò la parete, svegliò gli ufficiali che vi dormivano, scoppiò nell'interno. Gli ufficiali, incolumi, saltarono dalla finestra. Anche il ponte della ferrovia è oramai in pieno assetto di guerra.
     - Adesso possono venire, dice il maggiore De Cara.
*

Il comandante Granaffei spera che Venezia sarò messa in istato di difesa. La difesa lagunare sarà raccordata col campo trincerato di Treviso. Beati gli uomini testardi come Granaffei.

I granatieri.
30 novembre.
      Mensa di guerra, presso i granatieri, a Meolo, con un certo porchetto e vino raboso del luogo, che dimostrano quanto era ricco e felice, prima dell'invasione, il basso agro trivigiano. Si ritrovano qui gli ufficiali del tipo del 1915, giovani di studi e di autorità. C'è, con Dina e Facci, il figlio dell'ex ministro Fani, il figlio dell'on. De Viti De Marco, il genovese avvocato Sabiotti.
     Il comando del primo reggimento, durante la ritirata, ha corso un brutto rischio.
     La sera del 30 ottobre si trovava a Flambro, in una bella villa veneziana, che stava assestando a difesa, quando arriva l'ordine di ripiegamento. Sono scritte appena le copie per i battaglioni, che all'ingresso della villa scoppietta la mitragliatrice austriaca e suonano le voci consuete: «Kamarad, Kamarad!»
     I nostri si ritirano in fondo alla sala, mentre avanza un ufficiale austriaco che grida: «Signori, arrendetevi!», ma non ebbe tempo a finire che, aperta un'altra porta, i granatieri guadagnarono l'altra stanza e di lì la campagna. Si trovavano sull'orlo di un canale, quando cantò il doppio grido della civetta. Erano circondati una seconda volta; giù tutti nel canale e poi in una macchia di salici. E furon salvi. Il primo volto che incontrarono fu quello di un fanciullo, di Flambruzzo, che chiese spaurito: - «Siete italiani o tedeschi?» - «Italiani, perdio!» - «Oh bravi, perché quei mostri mi hanno sparato».
     I granatieri narrano pure altri episodi. Sulla strada da Pozzecco alla Santissima, presso Codroipo, gli austriaci, per rendersi più sicura l'avanzata, spinsero avanti, contro i granatieri, i dispersi delle brigate Verona e Venezia. Il maggiore Magrì, glorioso mutilato, mentre schierava il battaglione sulla destra della Livenza, vide il nemico allineare le donne sulla sponda opposta e costringerle a gridare: «Viva l'Austria».
     Ma a Motta i granatieri della Bettica mostrarono come sanno morire per l'Italia. Circondati, non si arresero; due soli furono salvi.
     Il secondo reggimento è pure a riposo, presso Capo d'Argine, fra pantani popolati di pivieri. Entrambi hanno avuto delle perdite per pallottole esplosive al capo. Ma sono tanto lunghi i granatieri di Sardegna ed è tanto difficile tenerli a testa bassa, che il nemico ne approfitta!

I reticolati sul mare.
1° dicembre.
     Alle «porte del Cavallino», sulla via acquea di Cavazuccherina, gli argini del Sile e della Piave Vecchia – che è la stessa cosa – sono stati muniti di reticolati. C'è ancora qualche barca che trasporta gli ultimi profughi; ce n'è una che quasi affonda sotto il carico delle più umili suppellettili; rappresenta si può dire la povertà, ma ostenta a prua un nome di gloria: «Otello». Lungo l'ampio canale, pontoni dal ventre tozzo, caccia-sommergibili dai fianchi sottili, vecchi vaporetti trasformati in posa mine, sono tutti mascherati. Un incrociatore sembra un castello di piumaccioli.
     A Cà Cementi bisogna scendere, perché Cavazuccherina è già sotto il tiro quotidiano del nemico che ha occupato villa Spezia e ha buttato i cavalli di Frisia alla Bova Cittadina. Della barricata non restano che i residui infranti. La farmacia è devastata.
     Ma è sempre guerra di agguati, qui. Il caporal maggiore Cosimo Ferro, del XX reparto d'assalto, mi narra che giorni or sono, il 20, una nostra pattuglia avvicinò un gruppo di donne. Egli le chiamò: «Bone done!...», quando le «buone donne» tiraron fuori i moschetti e spararono. Erano austriaci.
     Da Cavazuccherina a Cortellazzo la passeggiata è piacevolissima. Si cammina sulla spiaggia del mare, lasciandoci bagnare da onde e ondine che vengono a morire dolcemente. L'arena è vergine d'ogni umana offesa. Ma no, ecco più avanti qualche buca di granata che geme acqua come fossero lagrime, e poi, più avanti, ecco il reticolato, che dalla duna e dalla spiaggia scende nel mare e vi affonda i suoi paletti. Le onde vengono a schiumare contro i cespugli rugginosi. E' spettacolo caratteristico. Qui finisce ora il mare italiano.
     Siamo alla foce del Piave, che si incurva lentamente ancora verso di noi e poi scappa, per seguire la stretta penisola di Cortellazzo fino al mare.
     Sulla spiaggia e sulle dune e poi lungo il fiume, i marinai hanno scavato rozze trincee e ancor più umili ricoveri. Siamo nel regno del grigio-sabbia, non del grigio-verde. Tutto è bigio oggi, dal cielo, al Piave, alle dune, alla spiaggia, al vestito dei marinai. Bigie le nuvolette degli shrapnels che sfioccano sopra la testa; bigie le dune che nascondono le nostre batterie da 152, che il 16 novembre sostennero la battaglia contro le dodici navi da guerra che il nemico aveva allineato davanti alla sottile penisola di Cortellazzo; tutto bigio.

Polemica di pattuglie a casa Gerardo.

     Il comando del battaglione marina è collocato sul canale Cavetta. Il comandante Starita vi ha gettato una bettolina per traverso e così ne ha fatto una passerella che porta al piccolo paesetto, a Cortellazzo, che offre le sue belle case, la chiesa nuova e non ancora inaugurata e il palazzetto della dogana alle artiglierie nemiche. La chiesa è già colpita, prima di aver sentita una prece. Ma anche qui troviamo una trincea fatta coi banchi della scuola.
     Fuori del paese, oltre il canale XIII, ci sono le nostre ultime linee, dove i marinai sono condannati alla più assoluta immobilità e non ricevono il cambio che alla notte. Vivono coi piedi nell'acqua. Ma, al di là di queste difese rudimentali, vi è un piccolo posto di assai precaria occupazione, casa Gerardo. Di giorno ci stiamo noi, di notte ci vengono loro. Casa Gerardo, lontana trecento metri dalla trincea, una specie di spina nel cuore delle linee nemiche, è dunque per ora «proprietà incerta» nella mappa di Cortellazzo: è un povero casolare donde si vedono gli austriaci, alle vicine case Vianello e Cornoli, e si sentono a litigare.
     Qui, una notte, la pattuglia austriaca lasciò scritto sul muro della stanza terrena, a carbone, questo cavalleresco saluto (testuale):
Vous êtes des mesèrables barbares
L'Italie gagnera la guerre!
Sachez les autrichiens!!
 
     Il giorno dopo, la pattuglia italiana rispose, forse per mano di un pacifista ragionevole:

Austriaci, ingiustamente insultate l'Italia.
Noi vi amiamo, ma con ragione detestiamo i vostri capi che vollero e vogliono la guerra.
25–11– 1917.

     replicarono gli austriaci con parole che non si riescono a decifrare. Mi è sembrato di leggervi le ultime ingiurie dell'inno contro l'Italia. Senonché la controreplica nostra è veramente decisiva:

Ma non avete ancora capito, Austriaci, che noi combattiamo per la vostra, come per la nostra, libertà?

     Questa domanda, che anticipa né più né meno lo smembramento dell'Austria, e inarca nel cielo un sogno d'amore, è dovuta a un marinaretto di sessantott'anni, l'onorevole di Campolattaro, antico sindaco di Napoli, che l'altro giorno si è spinto fin qui. Speriamo però che la proprietà di casa Gerardo ci venga prontamente assicurata, perché altrimenti la polemica fra le pattuglie andrà all'infinito.
     Quando si torna a Cortellazzo, il crepuscolo dipinge di viola il cielo, mare e spiaggia. Tutto è viola, in questo momento, e il Piave sfocia lentamente, quasi con stanchezza accorata, lambendo la lunga e sottile penisola.

Una notte a Cavazuccherina.

     Che sera! Il maggiore Tani, comandante degli arditi, ci ha invitato a mensa alla palazzina rossa del sindaco di Cavazuccherina, e il nemico si è messo subito a fischiare. Il tenente Veronese si è seduto al piano a suonare la Tosca, e il nemico a fischiare; il cameriere ha dato l'allarme: il pranzo è in tavola, e il nemico a fischiare. Quante pallottole!
     Ma il pranzo fu lieto, nella tepida stanza sindacale. La tavola era dominata da tre enormi candelabri a tre fiamme, salvati dalle macerie della chiesa (gli arditi avevano avuto la precauzione di tappare le fessure delle imposte con mollica di pane); i piatti dagli orli dorati vengono dalla dispensa del primo magistrato cittadino, che chi sa dove sarà a quest'ora; la tovaglia di Fiandra ricorda l'agiatezza del farmacista. La prima portata è pesce in bianco, ma vero pesce di guerra, perché una granata austriaca scoppiata oggi nel canale Cavetta ne ha fatto un'ecatombe. E' bene si sappia, anzi, che gli arditi hanno qui, oltre le vedette di gas, le vedette ai pesci, perché ogni scoppio di granata li porta a galla. E allora l'ardito corre a pescare nel torbido.
     Il XX reparto d'assalto è ridotto, da mille uomini, a soli quattrocento, avanzi di una ritirata fantastica dall'Isonzo al Tagliamento, alla Livenza, al Piave, fra continui combattimenti di retroguardia. Vi sono stati casi gloriosi ed altri pietosi: fra questi, quello di un comando che il 30 ottobre, sulla strada da Gorizzo a Camino di Codroipo, ha alzato le mani davanti a loro, scambiandoli per austriaci. E sventolavano fazzoletti bianchi, quelli del comando...
     Dopo cena, accademia. Fabbroni disse certe fiorentinate salaci; Kobylinsky dimostrò matematicamente l'inevitabilità del ritorno della Russia alla guerra; il tenente Bef cantò languide canzoni siciliane, il capitano Costanza, Orelli, Tandura e gli altri facevano il coro. Ad ogni pausa, ta-pum. Quando si attaccò l'inno di Garibaldi, si affollarono alla porta i piantoni, i ciclisti, il cuoco, tutte le fiamme nere del piccolo comando, a rinforzare il ritornello:
Va fuori d'Italia,
Va fuori o straniero!


*

     Ma che notte! Impossibile chiudere occhio. C'è sotto di noi una batteria da 87 che spara senza interruzione, e fa sobbalzare il pavimento; il nemico a sua volta risponde, esclusivamente a fucilate. Certe pallottole, battendo sul muro della casa, scoppiano come piccole granate. Sono esplosive. Altre pallottole e scheggie battono contro le imposte con fragore grande; altre miagolano e pizzicano l'aria, come un grande concerto di gatti. Quando battono il tetto, vien voglia di dire: «Ora è finita».
     Il piantone intanto mi spiega come gli arditi, al pari dei marinai, si trovin male qua, a far la vita di trincea nella palude. «Noi siamo abituati a marciare in autocarro, e poi su all'assalto e poi giù in auto. Questa è vita», conclude l'ardito.
     Non potendo dormire, si contano i minuti secondi fra la partenza e lo scoppio delle nostre granate. E' un bell'esercizio cerebrale. Ma verso il tocco, l'austriaco rallenta la fucileria e passa all'artiglieria: batte col 105 e col 152 Cavazuccherina. Tenta anche di controbattere la nostra batteria da 87, ma non ci riesce. Questa casa sindacale, in fondo, è fortunata. Finché si tratta di pallottole e di piccoli calibri li accetta,, ma la roba grossa la rifiuta.
     La notte ha partorito un inno: l'inno degli arditi, che fra qualche giorno canteremo.

«Siam gli arditi, volontari
Della morte e della gloria...»

Fiamme nere e fiamme rosse.
2 dicembre.
     Finalmente, all'alba, si esce per andare al cimitero. Cavazuccherina è tutta protetta da barricate. Sparita quella della Bova Cittadina, spazzata dalle artiglierie, ve ne sono sorte altre. Quelle per andare al cimitero sono fatte coi mobili delle case; ma, al di là delle barricate, il groviglio dei reticolati è così spesso e diffuso che le guide faticano a trovare i varchi. La nostra occupazione si spinge al cimitero, trasformato in un fortilizio. All'ingresso, nella camera mortuaria, dorme il tenente di guardia. Qui è morto quattro giorni fa il tenente Rossi per una granata entrata per la finestra e scoppiata all'interno.
     Il mesto recinto è tutto un lieto sorriso di crisantemi, quale mai ho veduto; sono grandi, enormi mazzi bianchi, rossi, violacei. Era preparato a festa, per il giorno dei morti, quando la minaccia dell'invasione fece disertare le tombe. Ma le corone più belle sono state deposte sulle fosse recenti dei soldati.
     Ai quattro angoli del cimitero, dietro le feritoie aperte nel muro, vigilano le vedette; fra le tombe, i soldati hanno erette trincee con sacchi a terra e guardano alle rovine dell'antica Jesolo, trecento metri più avanti, dove stanno gli austriaci.
     Alzando il capo sopra il muro, si domina tutta l'ampia zona allagata. A destra, emergono dalle acque le «Quattro Case», che sembra si tengano per mano per non sommergersi. Qui il 16 novembre l'aspirante Orelli, essendo di pattuglia, trovò un ragazzo sedicenne, del paese, costretto dagli austriaci a montare la guardia contro di noi.
*

      Vicino alle fiamme nere, ci sono le fiamme rosse del IX reparto d'assalto, in gran parte bersaglieri romani e lombardi. Sono comandati dal tenente colonnello Mandelli, l'abissino, nero, magro, ricciuto, dai denti candidi e dalla perfetta parlata italiana. Nato in Abissina trentadue anni fa, è uno dei nostri ufficiali più amati; odia la burocrazia ed adora i bersaglieri.
     A proposito di burocrazia militare. Durante l'ultima azione alle Grave di Papadopoli, in mancanza di carta, dovette stendere un rapporto per il bravo tenente medico Dalle Ore su una cartolina in franchigia. Fu rimandato per vizio di forma. Ma io conosco un altro caso, in cui una istanza fu rimandata perché scritta... in carta bollata!

Lavori difensivi.
3 dicembre.
      Si risale il Piave. Il giovane e prode tenente colonnello Barreca – trentaquattro anni, siciliano, indivisibile da un milanese, l'aiutante maggiore Dabusi – ha posto il suo baracchino a ridosso delle rovine di una casa senza nome, presso l'argine di Musile. I suoi soldati non hanno riposo; lavorano giorno e notte alle opere di difesa, ma sono desolati perché dal 12 ottobre non hanno fiammiferi. Per far fuoco sparano le cartucce, dopo avervi tolto la pallottola. Il nemico spia le nostre mosse e spara dal torrione dell'acquedotto di San Donà, che la nostra artiglieria non ha ancora potuto demolire. Un soldato dell'ottava compagnia ne è colpito. Al di là del Piave una vedetta tira appiattata a un palo di telefono. E' una bella audacia!
     Si risale ancora. Ovunque si lavora. Nel settore dell'XI corpo d'Armata, il generale Pennella ha predisposto tutto un piano di compartimenti stagni per prendere in trappola il nemico, se riuscisse a passare per mirare a Treviso.
     A Salettuol, nel regno della bella brigata Veneto, la piccola campana del paese serve come allarme per i gas al comando del 266° reggimento. Sulle ghiaie troviamo il generale Scipione, che vive sempre in mezzo ai suoi soldati, il tenente colonnello De Giovanni, il prof. Morelli dell'Università di Pavia. Sull'isoletta di Murano compaiono degli austriaci. Tutti si buttano alle feritoie. Fuoco! La pattuglia scompare.

*
   
     Oggi è morto a Zenson il maggiore Ederle, l'invulnerabile, mentre era all'osservatorio. Era un eroe del Carso.

*
4 dicembre.
      Si lavora dappertutto. Il 52° reggimento di artiglieria da campagna, quello dal fazzoletto rosso, ha circondato le sue batterie con elementi di trincea e reticolati. A fianco dei moschetti si tengono i fucili. L'artigliere, al momento buono, o meglio al momento cattivo, quando si veda addosso il nemico, diventerà fante.
     Il comando del reggimento è a Spresiano, oramai malconcio. E' caduta per prima la casa sulla quale era stato scritto dal padrone, nell'andarsene, il imperioso: «Rispettate la casa del medico!».
     Nella saletta di mensa un cartello ammonisce: «E' proibito di parlare dei fatti dal 27 ottobre al 5 novembre». Ma se ne parla ugualmente. Il tenente Stelluti Scala ricorda che il reggimento sparò le ultime cartuccie sul San Marco, davanti a Gorizia, alle otto e mezzo del giorno 26. Qui finisce, per ora, la sua gloria. Poi venne il dolore. Ora si deve ricominciare da capo. Si pone la domanda: Il nemico, penetrato sul nostro fronte, perché non fu chiuso ai fianchi? Perché poté sfilare come volle e finché volle?
     Ma a questo reggimento non manca il buon umore. Vi si è inventata «la verticale obliqua». E' un orologio a pendolo che non cammina se non quando sia disposto obliquamente. Vi si è inventato pure l'«osservatorio pensile», che è una palla di caucciù sostenuta da un palo.

Voci nemiche.

      Ieri a Zenson furono fatti alcuni prigionieri. Avevano con sé un canto di guerra contro l'Italia. Eccone la traduzione letterale, dalla quale Carafa d'Andria ha poi tratto quella poetica:

Urrah! Urrah! ora incomincia,
Ora vibriamo l'ultimo colpo definitivo.
Radetzky oggi ci comanda
E Custoza si rinnova.
Essi ruppero vilmente la triplice alleanza,
Ora noi rompiamo loro.
Radetzky oggi ci comanda
E Novara si rinnova.
Il padre mostra con ferrea mano
In giù verso la terra d'Italia,
E parla in noi e grida ed arde e canta
Un giubilo che, come un canto di guerra,
Percorre da uomo ad uomo tutta la fronte:
«Vendetta contro l'Italia! Vendetta! Vendetta!».

La nostra buona spada si compiace,
Ché non vibrò mai colpi così giusti.
Radetzky oggi ci comanda
E Mortara si rinnova.
Se il serpente che noi lasciammo crescere
Ci mostrasse la sua lingua,
Radetzky esclamerebbe: plebaglia italiana!
E Lissa sarebbe rinnovata.


Non c'è male.
Ma il canto tedesco è più energico ancora. Finisce così:

Figlio della Germania in armi, avanti! Fulmina,
spezza, abbatti, trafiggi, devasta, incendia, UCCIDI,
UCCIDI, UCCIDI!
L'ora della gloria è aperta per noi.


      Ma che razza di gloria è questa mai? Povera umanità se cadesse nelle mani di questi cannibali!
     Eppure, tutto ciò è conforme a quello che ha scritto Herwegh: Abbiamo abbastanza amato, ora vogliamo odiare. Più cristianamente si era espresso il teologo Reinhold: La Germania ama le altre nazioni, ma le castiga pel loro bene.
     Saranno, queste, l'espressione sincera dello spirito di tutto il popolo? Speriamo di no.

*
6 dicembre.
     Addosso a prigionieri tedeschi catturati sul Monfenera si sono trovate delle lettere che mostrano come il nemico pensa e scrive di noi.
     15 novembre 1917:
    
     «Finora gli italiani non hanno conosciuto le privazioni, ma ora vanno incontro a tempi ben diversi. Grazie a Dio che la mia cara patria e voi siate stati risparmiati dal nemico. Poiché deve essere cosa ben dura, vedere e dover tacere.
     «Qui penso sovente alla piccola Eva, quando schiaccio noci o mangio le belle pere e mele, e la dolce uva che abbondano dovunque e che piacciono tanto a voi. Dappertutto si trovano grandi botti di vino».


     Altra lettera, del 16 novembre:

     «Dopo brevi momenti penosi il Signor Iddio ci ha dato le ali, e dalle catacombe agghiacciate e nevose ci ha trasportato in un magnifico paese. Eravamo moribondi, ma adesso risuscitiamo.
     «… E' un paese splendido; tu ci trovi tutto quello che desideri: limoni, mandorle, castagne, uva, mele e pere, fichi e tutti i frutti. Si mangia e bene fino a strozzarsi».


     L'Italia anche sul nemico esercita pur sempre il suo fascino!

Caporetto nei diarii austriaci.

     Qualche stralcio dal diario di un alfiere ungherese dell'8° battaglione «Feldjäger», catturato il 25 novembre, sempre intorno alle giornate della grande offensiva.
     20 ottobre 1917:

      «Oggi abbiamo ricevuto berretti di truppa germanici; ogni comandante di plotone quattro berretti. Bisogna distribuirli a coloro che si muovono molto, dietro le posizioni in vista, perché gli italiani vedano che qui ci sono anche truppe germaniche; una specie di spaventa passeri. Domani la nostra artiglieria comincierà a fare un grande fuoco, perché gli italiani credano che noi vogliamo attaccare. Pare che loro si preparino, ma noi li vogliamo precedere».

     27 ottobre:
    
     «Ieri sera è venuta la grande notizia della vittoria. Bisognava darne conoscenza agli italiani. Tutti gli ufficiali della compagnia sono andati in trincea: abbiamo preso con noi un soldato, che suonava bene l'armonica ed uno che parla italiano. L'uomo con l'armonica ha cominciato a suonare una marcia. Gli italiani hanno sospeso il tiro. Dopo la marcia, un cacciatore gridò col portavoce Attenti, vi stiamo per dare una novità. Ci risposero che ci avrebbero ascoltato. Allora abbiamo gridato: 60 000 prigionieri, 750 ufficiali, 500 cannoni, siamo a 24 chilometri da Udine. Chiedemmo se la musica era piaciuta, dissero ch'era piaciuta molto. Chiedemmo altro, ma senza ottenere risposta. Probabilmente è intervenuto un ufficiale che avrà proibito il colloquio. Poi la musica suonò l'inno austriaco e l'inno tedesco. Dopo la musica, cominciò la mitragliatrice».

     28 ottobre:

     «Ieri notte alle ore 12 ci sono venuti a svegliare. Attacchiamo. Io conduco la terza colonna d'assalto. Alle 4 irrompe la pattuglia di assalto ma non riesce a penetrare, perché gli italiani la sorprendono già ai reticolati e cominciano a sparare colla mitragliatrice. Io non feci niente; tutti dovettero rientrare. Oggi le notizie sono tali che conviene ripetere l'attacco, ma si «deve» penetrare. Questo «si deve» è molto pericoloso. Ieri si fece l'attacco col vento; oggi invece piove».
 
     31 ottobre:

     «Bisogna che scriva gli avvenimenti di tre giorni; se no, dimentico tutto. Al 29 sera, terribile tempesta di neve, ghiaccio, pioggia e vento. Alle 7 viene l'ordine; si deve prendere la posizione italiana. Io dovetti andare alle 9 colla mia squadra contro la parte più fortificata. Terribile temporale, mai visto. Mentre andavo avanti cogli uomini, il vento soffiava con tale violenza che io ruzzolai giù quasi tre metri battendo tutti e due i ginocchi. Non fa niente, avanti: in un momento passammo oltre i reticolati; le vedette tirarono. Sulla parete non si spara più, e allora giù nelle posizioni che sono tre metri più giù. Non c'è neanche un'anima viva. Metto le vedette, ma dopo un'ora tutti gli uomini cadono uno sopra l'altro. La tempesta è più forte dell'uomo. Riscaldarsi una mezz'ora e poi andare avanti subito durante la notte. Dall'1 e mezzo alle 5 e mezzo avanziamo nella tempesta. Poi ci fermiamo a dormire. Io sono di guardia colla mia squadra, fino alle 12; terribile, il mio mantello pesa 50 chilogrammi, è tutto inzuppato d'acqua. All'1 la marcia continua. Alle 6 di sera arriviamo nella prima piccola località: Paluzza. Qui se Dio vuole passiamo la notte. Mi danno una stanza. Nella casa non c'è nessuno. Letto, lenzuola pulire. Luce elettrica. Sul lavamano acqua, sapone, acqua per lavare la bocca; sul comodino candela e fiammiferi. Ci hanno preparato tutto perché non occorra andare in cerca di nulla. Interessante: sul tavolo una grammatica tedesca. Nel bel mezzo della stanza 250 chilogrammi di farina bianca, bellissimo pane bianco, 30 chilogrammi di formaggio. Ho dormito benissimo. Alla mattina alle 10 partenza per Tolmezzo. Ieri tutti, fino all'ultimo cacciatore, hanno bevuto champagne; mezzo battaglione era ubriaco; se gli italiani avessero attaccato! Non abbiamo avuto da mangiare dal pomeriggio del 28; però si vive lo stesso. Sono tutto bagnato. Il giorno 30 marciammo 30 chilometri. Piove tutto il giorno. Arriviamo alle 12 di notte. Acquartieramento. Ma non andiamo a dormire; si beve champagne sino alle 2. Vini ottimi!»

      1° novembre:

     «Ieri passammo attraverso alte montagne ed oggi ci avviciniamo alla pianura. Abbiamo passato la notte a Ovaro. Anche il tempo s'è cambiato. E' bellissimo. Una avanzata come questa è stata sempre il mio sogno. Le strade sono una meraviglia; i villaggi sono puliti; mangiamo ottimamente; tutto è nostro. Anche i soldati vivono da signori. Oggi servizio divino. E' festa. Gl'Italiani non potevano mai immaginare una cosa simile. Dov'è ora Trieste, Gorizia? E' bellissima questa avanzata. Finora non abbiamo incontrato gli italiani: scappano. La popolazione ci accoglie cordialmente dappertutto. Oggi siamo stati acquartierati in un bellissimo posto, in una casa di gente di medio ceto; da noi non hanno una abitazione simile neanche i Conti. Ci attendono colla cena e col vino. Ci sturano anche un paio di bottiglie di spumante. Noi paghiamo tutto; ma i prezzi sono irrisori. La popolazione vive splendidamente. Come vorrei pigliare a schiaffi quei giornalisti di menzogne dicendo che gl'italiani soffrono la fame! Magari si vivesse così da noi. Domani mattina in marcia alle 8 e quindici. Andiamo contro tre fortezze».

     3 novembre:

      «Oggi si sente la mitragliatrice. La 4a compagnia ha incontrato il nemico. Viene il maggiore: dice che forse rimaniamo qui due giorni. Oggi una pattuglia di ufficiali non è ritornata. Hanno trovato dei cadaveri. Gli ufficiali sono stati uccisi dalla popolazione. Eppure è stata trattata così bene da noi».

     7 novembre:

      «Siamo partiti alle 9 di sera. La strada è orribile. Io, come comandante della pattuglia di testa, marciavo avanti alla compagnia. Due metri di neve, nessuna strada; chi non ha provato non può dire che cosa significa andare in testa a cercare la strada nella neve. Siamo giunti a destinazione alle 2 e mezzo. Stiamo qui fino alle 4, mentre le due compagnie di ala attaccano. Non tardiamo a capire dal fuoco di fucileria che i nostri sono stati battuti. Aspettiamo l'ordine di ritirata, ma non viene. Fuggiamo sul letto di un torrente con l'acqua fino alle ginocchia. Voglio trattenere la squadra; non è possibile. Gli uomini scappano fino in fondo valle. Quando giungo giù, sono grondante di sudore. Debbo aspettare un'ora prima di raccogliere la mia squadra».

      13 novembre:

     «Ieri sera partimmo alle 6 e mezzo. Soltanto 30 chilometri a piedi. Bellissima regione; alle ore 2 del pomeriggio arrivammo a Castello – Lavazzo. Siamo a 18 chilometri da Belluno, che è una città più grande. Io fui acquartierato in una casa di due vecchi. Oggi è giunta la notizia che la Svizzera, la Svezia e la Norvegia hanno dichiarato guerra all'Intesa. Non so che cosa sarà di noi. Il fronte italiano si raccorcia, tanto che tutta la 10a Armata, alla quale appartiene anche il mio battaglione, diventa superflua. Noi crediamo che ci invieranno, attraverso la Svizzera, in Francia».

     17 novembre:

      «La regione è incantevole. I monti sono più bassi, le vallate si allargano; ci avviciniamo alla pianura. Partimmo alle 11 di mattino e alle 4 del pomeriggio arrivammo nella prima città grande italiana: Belluno. La città può avere avuto circa 40 000 abitanti. La posizione e la città stessa sono incantevoli. I nostri devono averla occupata di sorpresa, perché gli italiani non hanno avuto molto tempo per distruggerla. Le lampadine elettriche sono accese dappertutto. Ci hanno messi in una casa signorile. L'abitazione è ammobigliata con lusso distinto. Dappertutto quadri artistici e statue. Una bellissima biblioteca; moltissimi libri tedeschi. Non hanno finito ad impaccare i piatti. Si vede che sono scappati via in fretta. Profumi, scarpe di donna, calze, e mille oggetti di valore; e tutto andrà distrutto; almeno ci fossero anche le proprietarie».

      23 novembre:

     «Per fortuna, questa notte, l'attacco è stato sospeso. C'è poco da consolarsi. Perché credo bisognerà farlo oggi. La sera con dodici uomini, di vedetta, a trecento o quattrocento passi dagli italiani. Non è piacevole mettersi a dormire nella neve, coll'idea di dovervi rimane tutta la notte; eppoi nessuno davanti a me, e la mia compagnia due ore dietro di me. Se vengono gli italiani, non so che cosa potrei fare. Ero quasi morto dal freddo quando al mattino mi diedero il cambio. A scendere era ancora più difficile che salire. Che cosa succede se si rimane feriti, in questa posizione? A destra di noi, attacchi continui. Una brigata sta attaccando un monte già da tre giorni. Un momento è in mano nostra, poi di nuovo in quella degli italiani. E' una posizione molto importante.
     Se sfondiamo, gl'italiani devono ritirarsi dal Trentino. Siamo a 25 – 30 chilometri da Asiago. E' interessante leggere i giornali: scrivono che se il nostro esercito riesce a sfondare nella regione montuosa ad occidente del Piave, deve cadere in nostre mani Treviso e Venezia e altre città italiane. E noi siamo questo esercito. Vengano qui i giornalisti a provare soltanto ciò che tocca soffrire a noi».


     24 novembre:

      «Niente neanche questa notte. E' terribile questa attesa; perché deve pure succedere qualche cosa infine. Ho visto un combattimento aereo. L'aeroplano italiano ha abbattuto il nostro, che precipitò giù incendiandosi. L'aviatore si calò col paracadute, non so se sia riuscito a toccare terra vivo, perché è caduto dietro un monte. Finalmente è caduto il monte Pertica, alla nostra sinistra, dopo quattro giorni di combattimento».

Voci amiche.
31 dicembre.
     Ho veduto i due automobilisti che riuscirono a sfuggire alla prigionia dei tedeschi. Il caporale Gandolfi, milanese, era stato fatto prigioniero a Codroipo; il soldato Ventura alle porte di Udine. Ecco il loro racconto, controllato sulla relazione ufficiale:

     Il 16 dicembre, mentre lavoravano come automobilisti per conto degli austriaci, presso Conegliano, guardando un nostro drachen che pareva dominare le linee nemiche, ebbero la sensazione improvvisa della vicinanza della patria e l'ardore acuto di rivederla ad ogni costo. Gettato il piano della fuga, andarono a Sacile a prendere, come il consueto, la posta e poi, anziché portare la macchina al garage, filarono al Piave. A Santa Lucia con un colpo di martello guastarono il motore e si buttarono alla campagna. A notte erano davanti alle Grave Papadopoli. Passati i primi filoni del Piave, gettarono il grido: «Italiani!» e così furono salvi.
     Parlano con precisione dei maltrattamenti ai nostri prigionieri, adibiti in gran parte a lavori militari sullo stesso fronte. Alcuni sono già morti di fame.
     La descrizione di Udine austriaca è toccante. I due prigionieri vi sono entrati il 30 ottobre nel pomeriggio. La città mostrava tutte le sue feriti aperte e sanguinanti. Ancora fumavano incendi verso la periferia. Dalla case aperte, dai negozi sventrati, tutti i detriti di una industre agiatezza si riversavano nelle vie: mobiglio, utensili, casse sfasciate, bottiglie infrante, vecchie carte e ricordi famigliari. Sulla città ridente e tranquilla sembrava essere passato il soffio di una raffica distruggitrice. L'autocarro fermò all'ospedale del Seminario; sull'angolo della strada tre giovani donne italiane, curve sulle barelle dei feriti, offrivano loro il conforto di un poco di cibo e più della loro presenza.
     Per le vie, frotte di soldati germanici e austriaci di casa in casa, di negozio in negozio in cerca di preda; gli ufficiali partecipavano al saccheggio tranquillamente e senza rossore.
     Nei primi giorni anche case abbattute furono saccheggiate. I bandi delle autorità militari, affissi in lingua italiana e tedesca lungo le vie della città, non vennero che molto più tarsi, ai primi di dicembre, a saccheggio consumato.
     Oggi una gendarmeria abbastanza numerosa, guarda la città; le famiglie rimaste sono state rigorosamente censite. Sulla porta d'ingresso di ciascuna casa è affisso un cartello col nome dei capi dei singoli componenti le diverse famiglie. Gli uomini sono stati quasi tutti militarizzati e impiegati nei vari servizi pubblici. Essi portano al braccio una fascia bianca con sopra stampato in nero, in italiano e in tedesco, l'ufficio a cui sono particolarmente addetti: pulizia urbana, pompieri, ecc.
     Sorte non molto più lieta di Udine ebbe a soffrire Conegliano: al loro ingresso in questa città, nella seconda metà di novembre, si presentò il solito miserando spettacolo: case incendiate (parecchie sul corso principale, altre lungo la strada della stazione e in piazza delle Pecorelle o nei pressi), negozi svaligiati, strade ingombre di mobiglio, di utensili, di oggetti non potuti trasportare o depredare. L'ordine è ora colà ristabilito, come in qualche altro centro maggiore; ma ancora non ha potuto irradiarsi nei centri minori e tanto meno nelle campagne. Ivi ancora soldati scorrazzano impunemente di cascinale in cascinale, gettando lo spavento nelle famiglie dei contadini e lasciando ovunque tracce delle loro rapine. L'autorità militare tollera tuttora l'invio alle famiglie da parte dei militari di truppa di pacchi di vettovaglie, ben sapendo ch'esse sono non comprate, ma tolte con la violenza sul luogo. Fino a poco tempo fa, d'altronde, le stesse autorità rilasciavano, in cambio di bestiame o di viveri requisiti, dei buoni con firma illeggibile, e irregolarmente compilati, i quali presentati poi dai contadini agli uffici d'amministrazione, venivano respinti con ingiurie o con beffe.
     Nei pressi del Comando del 51° corpo, una famiglia di contadini era riuscita a salvare dal furto tre mucche, portandole nella propria casa e facendo loro strame in cucina. Una di queste ultime notti, un branco di soldati entrò a forza e ne portò via due delle tre. Il giorno 18, circa alle ore 13, in altra casa colonica, sempre nei pressi del Comando, si udirono improvvisamente grida e imprecazioni lanciate da un vecchio contro soldati fuggenti. In causa degli alberi che toglievano la vista del cascinale, non fu potuta vedere la scena di violenza che aveva originato quelle grida, ma le parole pronunciate fra le imprecazioni e distintamente udite, lasciavano chiaramente intendere che i soldati avevano brutalmente, e senza alcun motivo, malmenato alcuni fanciulli. La popolazione civile e rurale, priva ormai di mezzi di sussistenza, angariata, vilipesa e disprezzata, guarda all'avvenire con l'angoscia più grande, e attende l'ora della liberazione come lo scioglimento d'una promessa sacra.

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     Anche due bersaglieri piemontesi, Albino Dediene del 21° reggimento e Mario Gerardo del 6° reggimento, sono riusciti ad arrivare alle nostre linee, a Fagarè.

      Essi narrano di essere rimasti alla sinistra del Tagliamento presso Madrisio la sera del 30 ottobre e per stanchezza di aver dormito sul fienile della casa di certo Antonio Cameron per oltre ventiquattro ore. Si svegliarono quando il ponte già era saltato e le pattuglie austriache davano la caccia agli italiani rimasti al di là. Il vecchi Cameron, consultatosi colle figlie, li vestì da borghesi e li fece passare per figlio e nipote, presso le pattuglie di ronda. Quando queste incominciarono a richiedere i documenti di identità, per non compromettere il buon vecchio, pensarono di fuggire, e la notte di Natale, fra canti di soldati avvinazzati e di madolini scordati, salutarono il buon vecchio che disse loro: «Vegnì presto a liberarme!» Passarono il nuovo ponte di barche; da Motta di Livenza passarono a Oderzo e arrivati al Piave si gettarono in acqua.
     Da una figlia del Cameron seppero che il 20 novembre era stata violentata una ragazza, in un cascinale vicino. Si fece una parvenza di inchiesta, che non approdò a nulla.
     Ma il Gerardo racconta, con accento di commozione profonda, un episodio di violenza del quale egli stesso fu vittima. Essendo un giorno un graduato austriaco penetrato nella casa dei Cameron per tracannarvi del vino con prepotenza di vincitore, ed avendo creduto di ravvisare in alcune sue parole, rivolte su tutt'altro argomento, ad una delle figlie del Cameron, un'allusione offensiva, l'austriaco mosse contro di lui col frustino e lo colpì violentemente al collo. Il Gerardo ruppe in pianto di rabbia per non poter reagire e quegli continuò a bere tranquillamente, soddisfatto.
     Nel rievocare il triste episodio, il Gerardo deve interrompersi perché il pianto gli strozza la parola e protesta che non avrà pace finché non avrà vendicata l'ingiuria.

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     Intanto ieri, a Padova, incursione di aeroplani. Ne restò danneggiato fortemente il teatro Verdi, e anche il Duomo. Qualche scheggia ebbe il Museo, in piazza del Santo. Curioso l'aspetto di molte case che ebbero asportata la facciata esterna. Si vedono all'interno i mobili ancora in bilico sui pavimenti inclinati. Al «Volto del Lovo» l'appartamento di una prostituta mostra la bambola che dondola sopra il talamo. Sulla porta, un nome: «Norma».
L'ansa abbandonata.
1° gennaio 1918.
      Festa d'armi alla «Fiera» di Treviso. Il duca d'Aosta ha augurato «che il nuovo anno sia più giusto e più verso la terza Armata, che ha subito la sventura e l'immeritato dolore...».
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     Se ne sono andati! Hanno sgombrato, questa notte, l'ansa di Zenson. Tormentati dal fuoco implacabile delle artiglierie nostre che concentravano fra l'argine e il fiume l'inferno; che facevano crollare giorno per giorno le passarelle, obbligandoli a riattarle per vedersele crollare subito dopo, se ne sono andati.
     Ma i morti sono rimasti, ancora insepolti. L'argine è così sconvolto che non si riconosce; sembra una montagnola, una duna franata. E' tutto ingombro di morti. Vi sono gambe calzate e lontane dai corpi, teschi divelti. Ovunque bombe a mano, petardi, fucile, elmi. L'ansa è percorsa da profondi camminamenti a zig-zag; sul rovescio dell'argine, ricoveri luridi e fetenti, specie di nicchie capaci di due o tre persone; in rialzo, posti di vedetta e tratti di trincea, ma sopratutto numerosissime appostazioni per mitragliatrici. Una sola linea di cavalli di Frisia, verso la villa Sernagiotto. Alla foce del Fossalon, dove le trincee erano pressoché a contatto, il terreno è tutto arato. Anche le fornaci Franzin sono spianate. Ma il nemico è geloso dell'ansa, come dell'amante abbandonata. Appena si monta sull'argine, fischia. E poco fa un tenente d'artiglieria, entrato in un ricovero, a quanto pare minato, è saltato in aria, a brandelli.
     La piazzetta di Zenson, un tempo così graziosa, col suo piccolo «corso» verso l'argine e la fontanella nel mezzo, è una rovina; ma, fra le rovine, la chiesa troneggia con gli avanzi ancora austeri della sua mole. Più avanti la villa Gregnol, deliziosa resistenza veneziana, tutta loggette, verande, portichetti e ponticelli, resiste fin che può alla condanna di morte. Doveva essere la resistenza d'un pezzo grosso, perché fra le carte vi sono lettere dell'autorità politica austriaca del 1853 in cui si chiedono informazioni sui sospetti politici, «per servire a pressantissimi e riservati ordini della Superiorità militare». In una lettera del 27 aprile 1853 al deputato politico di Zenson si raccomanda vigilanza su «adunanze segrete sopratutto nelle ville e luoghi isolati di riconosciuti esaltati» e si parla di corrispondenza rivoluzionarie sparse «a mezzo di contrabbandieri fra gli oggetti contrabbandati».
I bombardieri – fucilieri.
2 gennaio.
     Sono arrivati i bombardieri. Bombardieri per modo di dire, perché sono trasformati in fucilieri. E si sentono un po' umiliati per aver lasciato le loro bombarde. A Povegliano si trova il 112° gruppo col maggiore Squilloni, ad Arcade il 111° gruppo e il 110° col tenente colonnello Borbonese. Il reggimento, il secondo, è comandato dal colonnello Gobbi. A Povegliano una granata scoppia sulla gradinata della chiesa, uccidendo un soldato e ferendone tre.
5 gennaio.
      Il primo reggimento bombardieri si trova a Maserada, comandato dal colonnello Monastra.
     Il maggiore Valcurone e il tenente Gionnarono riferiscono del bel contegno dei ferrovieri durante il ripiegamento. Essi, la sera del 28 ottobre, alle ore undici e quarantacinque, pochi minuti prima dell'arrivo degli austro-tedeschi in Udine, misero in moto l'ultimo treno e portarono in salvo quanti più profughi poterono, mentre le mitragliatrici sparavano già contro la stazione. Ed anche durante il triste viaggio, coll'acqua della macchina, prepararono il caffè e il bordo per le donne ammalate. Alle tappe, il servizio di locomotiva si sospendeva per cominciare quello di cucina.
6 gennaio.
     Il castello di Roncade ospita il comando del XIII corpo d'Armata. E' un'ampia costruzione della decadenza repubblicana, fine del 1600, con due torri gemelle; poi fu dei Giustiniani; attualmente di gente ricca. Nel cortile due giardinetti all'italiana, statue di pietra, serre. Col generale Sani c'è il tenente colonnello Pinchia, il vecchio letterato, e Giannino. Tutti conoscono ed amano Giannino. Di Antona Traversi nessuno più si ricorda, perché qui egli è soltanto Giannino, l'amico di tutti i soldati. Il generale è uomo che esprime apertamente il suo pensiero. «L'esercito, dice, ben guidato, farà tutto il suo dovere, ma la guerra oramai non si può proseguir che col pieno consentimento del popolo, che ha diritto di sapere e di vedere tutto. La linea del Piave è stata ben scelta. Ne va data lode a Cadorna. Una linea più avanzata avrebbe potuto tornare fatale alla terza Armata».
     Cavriè, antico chiuso di capre, ha già perduto il campanile e molte case. Da Cavriè si va a Saletto, un tempo ricco di salici, secondo l'Agnoletti; ora non ci sono più né salici né case. C'è invece il granoturco da raccogliere e qualche aratro mezzo affondato nei solchi preparati pel frumento: l'opera interrotta che sarà un giorno ripresa.
     Sull'argine di San Marco, la grande e nobile fatica di Fra Giocondo, c'è il 115° gruppo bombardieri che la notte del 27 ottobre trasportò a braccia le bombarde da 240 fino a Villa Vicentina, dove ebbe l'ordine di abbandonarle, perché mancava il carreggio. Il tenente Pozzi ne parla ancora con mortificazione.
     La vicina prima linea mostra dei ricoveri muniti di ogni confort: c'è perfino la stufa improvvisata con recipienti da petrolio rubacchiati qua e là e il parquet di noce, che ricorda gli usci di qualche villa distrutta.
     Questi bombardieri fanno parte della seconda brigata: il comandante, colonnello brigadiere Cornaro, abita villa Ninni, che viceversa è una modesta, povera casetta sulla strada della Callalta, fra San Biagio e Fagarè.

7 gennaio.
      Invece, al borgo La Carità, fra Treviso e Spresiano, c'è il 49° raggruppamento di artiglieria d'assedio, comandato dal tenente colonnello Gatto, che abita la casa lasciata da un medico dal nome tremendo: il dottor Terribile. Qui, col Gatto, troviamo un Frangipane, dell'antichissima famiglia friulana, uno Strozzi di Firenze e un Freschi di Cordovado, anche questi nomi secolari. Un po' alla volta troviamo tutte le classi al fronte. C'è da consolarsene.
     Il colonnello Gatto è soldato moderno ed ha piena fede. Egli lavora in perfetta collaborazione con gli inglesi, artiglieri di prim'ordine.
8 gennaio.
     Il generale Cattaneo, spirito alacre, non perde tempo. Ha inaugurato la casa del soldato della 48a divisione, a Visnadello. C'era il duca d'Aosta, ma si è fatto ugualmente, fra una chiacchiera e l'altra, un po' di Soviet, di quello buono però. Dalla guerra uscirà un vincitore certamente, il popolo. E sarà l'arbitro del domani.
     Volete che si faccia la guerra per le banche o per i fornitori di proiettili? Oppure per la nobiltà latifondista? Il duca non se ne mostrò affatto scandolezzato.
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      Anche le isolette del Piave davanti a Palazzon sono state battezzate. E si chiamano isola dell'Eroe, del Coraggio, del Valore, della Vittoria. Una vera nomenclatura omerica. Ma poi c'è quella del Gondoliere, del Barcaiolo, del Gambero e della Conchiglia.
9 gennaio.
      Nevica. Tutto tace e riposa. L'argine di Zenson coperto di neve sembra addirittura un'alpe.
     Sono arrivati degli operai mutilati di Forlì a portare ai soldati il saluto della Romagna. Un caporalino che trascina una gamba di legno, certo Ronchi, dice che la Romagna può essere repubblicana, socialista, anarchica, ma mai vile, di fronte ai prepotenti. «E perciò deve battersi. Solo i vigliacchi trovano dei pretesti per non battersi in guerra». Ha parlato così ai soldati del 153° fanteria.

La guida delle Grave.
11 gennaio.
     Neve e pace su tutto il fronte.
     Il colonnello Pirzio Biroli comanda ora l'ottavo reggimento bersaglieri, che tiene il fronte davanti al semidistrutto villaggetto di Candelù. Ne è celebre la chiesa perché, per le piene del Piave, ha dovuto cambiar posto più volte. La seconda chiesa, nel 1737, ebbe cinque piedi d'acqua e il prete dovette ridursi in solaio a cibarsi di sola polenta; quella attuale è la terza, o meglio era, perché in questi giorni è stata conciata senza riguardo dagli austriaci. Il comando di reggimento è a cascina Voltorel (ex Corazza) e la guida del colonnello è il bersagliere Giuseppe Voltorel, il padrone di casa. E' un contadinetto che non sa dove sieno finiti i suoi parenti che, fino a un mese fa, nonna, zia e madre, tenevano a mezzadria tre case e tre campetti dei conti Persico. Tutte le volte che una cannonata batte una delle case, Voltorel corre a chiamare il Genio e prega di rattopparle. Quando il Genio non gli dà ascolto, si ingegna lui. E il giorno dopo, giù un altro pezzo di casa.
     Voltorel conosce ogni strada, ogni argine, ogni roggia, ogni fosso; ogni filone del Piave gli è famigliare. E in ogni fosso, in ogni roggia ha pescato. Prima della guerra, come suo padre, come suo nonno, faceva a tempo perso il «recuperatore» della legna che vien giù alla deriva per il Piave, dal Cadore, nei tempi di piena. Il padre arrancava bene, saltava da un isolotto all'altro per raspar legna, finché nella piena del 1904 annegò. Il povero Voltorel aveva ventiquattro capi di bestiame, dei quali non ha salvato che una pecora.
     Fra la casa e il Piave c'è un curioso e misero casolare in legno e creta, tutto solo e senza padrone. Non vi è rimasto che il cane, che non si decide ad andarsene. E il cane risponde solo a Voltorel, che lo chiama collo strano nome di Domandèghelo (domandateglielo!), che pure è comune in questi luoghi.
     La prima linea è detta la muraglia della Cina, perché i bersaglieri l'hanno resa, più che forte, imponente, con montagne di sacchi a terra, disposti a greca.
     Ma oggi, nel sole limpido che splende sull'immenso paesaggio nevato, le «grave» si mostrano distintamente in tutta la loro estensione, con le case, i boschi e le vigne. Voltorel parla della ricchiezza portata dalla loro bonificazione, tanto che vi campavano quaranta famiglie di coloni dei Persico e dei Papadopoli. Ma fischia una pallottola che ferisce all'addome il tenente Colomberi, del quale tutti dicono bene.

Le Porte del Taglio.
12 gennaio.
      Una novità, anzi un prodigio. Il ponte girevole delle Porte del «Taglio», a Intestadura, dove si incontrano i due Piavi, quel ponte che i fanti della «Bari» avevano tirato alla nostra riva per togliere la comunicazione col nemico, l'altra notte si è mosso e si è chiuso! La sentinella sentì improvvisamente scricchiolare le corde e il ponte moversi lentamente, scostarsi verso l'austriaco e offrire – il traditore! - l'altro capo al nemico. Dato l'allarme, tutti accorsero, ma non poterono che constatare il prodigio. Il ponte, che non misurava più di otto metri, corrose in silenzio le canapi, aveva finito col fraternizzare coll'austriaco, anticipando per suo conto il trattato di pace. Per tre notti di seguito, ma invano sempre, si tentò a forza di braccia di ridurlo alla ragione, finché stamane, con cento chilogrammi di gelatina nello stomaco, ha finito col saltare. E' morto così, per la sua ostinazione, di morte violenta.
     Ma l'esplosione ha fatto saltare, oltre che il ponte, il baracchino che era al di là, e col baracchino è andata in aria anche la sentinella austriaca. Così il nemico ha dovuto ritirarsi di qualche metro e per oggi non si fa vedere.
     Per fortuna è crollata anche, sotto il tiro dell'artiglieria, la torre dell'acquedotto di San Donà, che dava tanta noia ai soldati.
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     Più giù, la zona allagata è gelata. Le case e i raccolti vengon fuori dal ghiaccio come da uno specchio. La chiesetta di Capo Sile è quasi rasa al suolo, ma i granatieri il 9 dicembre, gettate tre passarelle sulla PiaveVecchia, hanno fatto al di là testa di ponte, una testa lunga cinquecento metri e profonda soltanto un centinaio. Si è, si può dire, gomito a gomito col nemico e bisogna parlare a bassa voce. Fuori dalla trincea vi è qualche cadavere; tutte le piante sono scorticate. L'Agenzia Zuliani, un giorno tanto famosa, è ridotta ad una montagna di macerie, dalle quali macchine, botti, tini, mostrano qualche membro squarciato.
    - «E' brutta la vita in questo pantano, colla morte in agguato a due passi», mi dice il tenente Coletti, vecchia conoscenza di Doberdò, «ma c'è modo di vivere ugualmente».

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      Al comando di battaglione è stato sepolto con tutti gli onori l'«austriaco numero 1», così chiamato perché si è battuto disperatamente per tutto un giorno fra le macerie della vicina casa Bressanin, finché il sergente Braida non gli si slanciò contro colla baionetta.
Gli inglesi al fronte italiano.
13 gennaio.
     A Spresiano ci sono gli inglese. Buoni soldati, sereni, semplici, sicuri di sé. A Nervesa, mentre gli austriaci si accanivano contro Villa Berti, tre inglesi si scaldavano al fuoco, nel baracchetto vicino, come la cosa non li riguardasse. Sono amici dei nostri soldati e sopratutto dei contadini e delle ragazze. I contadini dicono: «I xe bona zente. No i parla italian ma se capimo lo stesso».
     A Villa Olivi, alla Carità, c'è il generale Culloch, comandante l'artiglieria pesante, alto, magro, di colorito acceso e di modi semplici. Gli inglesi si sono specializzati nel servizio di controbatteria. Con gli aeroplani fotografano le posizioni nemiche e poi tirano. Breve sosta per fotografare gli effetti e poi fuoco, finché la batteria nemica è ridotta al silenzio. Con centocinquantaquattro colpi da 152 hanno distrutto tutti i quattro pezzi di una batteria austriaca e poi l'hanno fotografata. E, sulla fotografia, l'epitaffio: The hostile battery has not spoken. «Questa batteria non ha più parlato».
I granatieri a Capo Sile.
14 gennaio.
     Ieri ci fu azione a Capo Sile. A Paludello arrivava distintamente la voce della battaglia, ma gli sforzi fatti per raggiungere la testa di ponte a nulla valsero. Rotte le strade sotto il furioso fuoco di sbarramento, ingombra la via d'acqua da Porte Grandi al «Taglio», i granatieri restarono isolati dal mondo e si batterono disperatamente fino a raggiungere in pieno gli obiettivi assegnatisi.
     Nelle trincee della Piave Vecchia, a Castaldia, c'è il generale Rossi comandante la sua brigata, raggiante: «Il segreto della fortuna dei granatieri, dice, sta nella tradizione». Il nemico prende di mira le passerelle, per interrompere le comunicazioni, ma oramai le posizioni sono consolidate. Il merito questa volta spetta al secondo battaglione del 2° reggimento, comandato dal comasco capitano Reina, che viene dai cavalleggeri di Lucca. L'attacco era fissato per le sette e trenta, ma i granatieri chiesero di anticiparlo di mezz'ora. Furono esauditi. Il tenente Coletti, quello di Doberdò, portò avanti la sua mitragliatrice colla quale riuscì ad infilare la trincea nemica. Fu la salvezza. Alle nove tutta la linea austriaca cadeva. Alle undici il nemico passò al contrattacco e si portò così animosamente sotto ai granatieri che per un momento si credette che venisse ad arrendersi. Si venne invece alla baionetta: colpito al petto, cadde Coletti. Era cadorino, aveva ventun anni, era il prediletto del battaglione. Fu vendicato con una carica feroce: il reparto nemico si arrese coll'ufficiale. A mezzogiorno gli austriaci passarono al secondo contrattacco; uno di essi si portò eroicamente fino al parapetto della nostra trincea e lanciò un petardo. La trincea gli fu altare e tomba, perché qui, dove cadde, i granatieri vollero fosse sepolto. Sarà il granatiere numero 2.
     Deposto il fucile e presa la vanga, alle quattro erano già scavate le nuove trincee, che ora hanno già i parapetti ad altezza d'uomo. Il nemico lasciò quarantacinque prigionieri, due ufficiali, tre mitragliatrici, otto bombarde.
     Episodi di valore personale moltissimi. Il tenente Boselli, colpito all'inguine, continuò a battersi, tamponandosi la ferita colla mano; il tenente Battisti, già ferito tre volte, si lanciò nel reticolato nemico per fulminare l'ufficiale che aveva di fronte.
     Le trincee recano ancora i segni della battaglia; gli alberi sono tutti bianchi, sembrano in camicia; molti cadaveri e molte chiazze di sangue. Presso casa Bressanin quattro mucche sventrate. Quando arriva una granata, schizza acqua e terra rossa; quando è colpito un vecchio ricovero austriaco, saltano detriti immondi. E' da meravigliarsi come gli austriaci possano vivere in tane simili; come soldati di mestiere sono indubbiamente superiori ai tedeschi.
     Verso sera scoppia la fucileria; poi tutto si placa. La «testina» di Capo Sile è diventata così una vera e bella testa di ponte.
L'abbazia di Nervesa.
16 gennaio.
     La 58a divisione è comandata dal generale Bruzzi. Vi è ospite oggi, nella bella villa Agostini, alla «Colombera» di Povegliano, il generale Stanley Lanford, comandante la 41s divisione inglese.
     Da Povegliano, breve viggio conduce all'abbazia di Nervesa, sul Montello. Un tempo era luogo fortificato da certo Rambaldo di Collalto, un avventuriero; poi diventò ricovero di monaci che ebbero fama di maneschi, tanto che una volta giunsero ad ammazzare il loro abate. Ora la rovina incombe al tempio solitario e solenne che reca ancora sulla facciata il vecchio affresco e una parola dolce: Jesus. Sul sagrato festoni di vili mescolano le profane alle cose sacre; certo l'uva serviva per il vino della messa e della mensa.
     Il chiostro, ricco di colonnati e di trifore, ha nel mezzo la «vera da pozzo», secondo il costume veneziano; la chiesa è già spoglia e gli inglesi, in questo momento, ne stanno squarciando l'altare, per farne legna: «Molto freddo, Italia», dicono a propria giustificazione.
     Da una finestra l'occhio spazia sul Piave, azzurreggiante fra i bianchi isolotti, e sul castello di San Salvatore, l'antica «testa di ponte» dei trivigiani contro i cenedesi; più in là sulle colline di Conegliano, che sfumano nella nebbia; a valle sugli spezzati ponti della Priula.
     Ad un tratto il nemico tira sull'abbazia. Non l'avesse mai fatto! Le batterie inglesi rispondono alla provocazione con tale violenza ritmica e ostinata, che tutto il Montello ne trema. Morale: non stuzzicate gli inglesi.
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      L'undecimo reggimento bersaglieri tiene il fronte di Fagarè, dove il fango arriva a mezzo ginocchio. I camminamenti sono ruscelli. Il mulino della Sega mostra le grandi macine inerti. Ma la sega è ancora ferma davanti al tronco pronto ad essere tagliato. Sembra un simbolo: l'albero che si offre all'uomo.
     In un improvvisato ricovero austriaco trovo una cartolina per una signorina di Torre di Mosto, che rappresenta il nobile sforzo di un austriaco di amare in italiano: «Sempre ricordandoti tin vio i più fervidi bacci che ti spirano il mio cuore. Lodovico». Romanzo?
Il pappagallo di Cordovado.
18 gennaio.
      Il basso Piave è ora guardato dalla terza brigata bersaglieri che tiene il suo comando a Cà Nagliati, fra Cavazuccherina e Cortellazzo. Il generale Ceccherini oggi non c'è, ma c'è il pappagallo, ormai celebre alla terza Armata. Si tratta del vecchio pappagallo bianco di cui nessuno sa dire l'età, il quale per trent'anni abitò il castello di Cordovado e consolò le ultime giornate del vecchio conte Freschi.
     Durante la guerra, tutte le truppe che passarono pel castello di Cordovado conobbero il pappagallo bianco, allegro e ciarliero non ostante la tarda età, e da allora la sua fama, da locale com'era, diventò addirittura nazionale. Alla vigilia dell'invasione, quando la contessa abbandonò il castello, il «povero coco» si ridusse nella scuderia, abbandonata anche questa, a vivere degli ultimi residui della mensa dei cavalli e qui stette, stoicamente, in attesa degli austriaci o della fine del conte Ugolino.
     Vennero invece i bersaglieri di Ceccherini, ultima retroguardia, e nell'aprire la scuderia sentirono una voce dalla greppia: Macaco! E più grande ancora fu la sorpresa quando la strana voce, di persona non vista, riprese implorante: Un tocheto de pan, un tocheto de pan... povero coco.
     Inutile dire che il pappagallo trovò nei bersaglieri dei camerati entusiasti: al momento di partire gli fu assegnato il posto: il manubrio di una motocicletta, e, dal manubrio, assistette alle ultime fucilate. Così conobbe anche lui le vie della disfatta; passò poi in cima ad una carretta di battaglione e da questa alta posizione viaggiò di paese in paese, dando del macaco a tutti e a tutti chiedendo un tocheto de pan, oppure un pocheto de acqua. Passò la Livenza alla Motta, senza grandi noie, ma al Piave assistè al sacrificio del battaglione Marozzi che assicurò il ripiegamento alla brigata e agli ultimi profughi; fu presente alla grande giornata di Fagarè, in cui mostrò di mal tollerare il fragore delle artiglierie, e finalmente andò a riposo a Zero Branco e a Porte Grandi, dove soffrì il freddo e fu coperto con una mantellina da besagliere. Ora è qui, a far la cura marina, a Cà Nagliati. E' stato già visitato da generali e persino da Sua Altezza il duca d'Aosta, ma non si è comportato bene. Anche davanti a loro si è lasciato scappare quella brutta parola.
     Mi dimenticavo che il pappagallo bianco è, viceversa, da qualche giorno scuro perché, a forza di rovistare nel deposito del carbone, assunse anche lui la divisa grigia. E poiché ha il ciuffetto rosso, così è bersagliere perfetto.
*

     Cortellazzo va ogni giorno perdendo qualche casa. Ma le dune hanno acquistato le batterie da 120. La batteria Bordigioni, fra i ginepri marini, è stata colpita dal nemico, ma si è già riassettata con nuovi e più comodi ricoveri.
19 gennaio.
     Da Porta Grandi si raggiunge Capo Sile per acqua, prendendo il «Taglio» del Sile, un canale di otto chilometri che congiunge il verde Sile colla verde Piave Vecchia, ricordo di lontana e gloriosa sapienza veneta. Dai canneti si alzano branchetti di folaghe e coppie di germani; lungo il canale sosta qualche pontone armato, qualche «topo», qualche «cane», qualche trabaccolo, coi cannoni volti verso il Piave.
     Stamane a casa Bressanin, fra i cadaveri, vi era un austriaco ferito che gridava aiuto da cinque giorni: un nostro portaferiti lo salvò. E' un ungherese, ha la gamba in cancrena, ma si mette subito a mangiare.

Le condizioni interne dell'Austria.
30 gennaio.
      Ieri, sull'isola Lecce, al Piave, giunsero, dopo aver traversato a nuoto il filone principale del fiume, due czechi del terzo battaglione del 23° reggimento Schützen. Dissero di aver voluto disertare per odio all'Austria ed anche per il cattivo rancio. Il contegno degli czechi non può non impressionare. Il fenomeno della diserzione è oramai costante e, quel che più importa, trova la sua causa in un movimento interno, che viene dal cuore del paese.
     Già il 6 gennaio, al congresso czeco di Praga, il deputato Stanech disse, nei riguardi dell'Ungheria, che essa è oramai l'ultimo vestigio dell'Asia barbara in Europa. Che complimento!
     Il movimento contro gli ungheresi è diffuso in tutto l'esercito. Fra i prigionieri del 32° reggimento honved catturati a Capo Sile il 10 dicembre, i rumeni dicevano che il contegno degli ungheresi durante l'invasione del Veneto è stato da selvaggi. «Noi, dicono, i boemi e i polacchi, ci accontentavamo di ubriacarci; essi hanno messo a sacco le case e le trattorie usando violenza alle donne».
     Un disertore, presentatosi la sera del 15 dicembre alle nostre linee di Cavazuccherina, disse di aver veduto coi propri occhi presso Torre di Mosto due ungheresi ubriachi ammazzare a colpi di bastone un vecchio perché non voleva lasciarsi portar via una mucca.
     Episodi assai più gravi di ferocia bestiale sono raccontati da altri prigionieri, ma ripugna ritenerli rispondenti al vero. Ad esempio, un volontario d'un anno croato, catturato il 19 dicembre a Cortellazzo, assicura di aver veduto a Riva Rotta un gruppo di ungheresi imporre colle baionette al sagrestano del paese di procurar loro una ragazza.
     Ma un sottotenente rumeno del 20° honved, catturato il 14 gennaio a Capo Sile, parla ben diversamente. «Da buon rumeno, disse, assicuro che la Rumenia non poteva avere altra patria che l'Ungheria». E' un maestro elementare e si sa che l'Austria – Ungheria ha avuto cura di scegliere i suoi propagandisti fra i preti e i maestri.

     Un ufficiale ferito del 3° Kaiserjäger, catturato il 27 novembre a Col Beretta, ammise che l'offensiva d'ottobre ebbe lo scopo sopratutto politico di arrivare alla pace, provocando la rivoluzione in Italia. Soggiunse che per ottenere la pace, l'Austria sgombrerebbe anche oggi i territori dell'Italia e ce ne darebbe ancora qualche altro, purché l'Intesa si decidesse a far pagare le spese della guerra alla Russia. Ma un cadetto, fatto prigioniero a Zenson il 4 dicembre, giudicò più semplicemente che la pace è vicina, «perché l'Italia seguirà l'esempio della Russia».
Una campagna pacifista e diffamatoria.
Febbraio – marzo 1918.
      Ma da qualche tempo il comando austriaco ha iniziato e conduce regolarmente una doppia campagna pacifista e diffamatoria contro di noi, a mezzo di manifesti e giornali che lancia dagli aeroplani oppure a mezzo di speciali bombarde, mostrando di seguire, in queste pubblicazioni, un piano meditato, organico e un metodo variabile a seconda delle circostanze e che perciò riesce, talvolta abile, tal'altra grossolano.
     Il primo bollettino, del gennaio 1918, intitolato le Novità del giorno, dice, circa l'intervento americano, che «dietro la preoccupazione della giustizia, si nascondono gli interessi cinici della borsa di New York». Un numero di fine gennaio ricorda la frase di un deputato socialista italiano «la frana di Caporetto»; un altro rileva l'articolo di un giornale socialista, pure italiano, sulla mancanza del pane in Italia.
     Un opuscolo, intitolato Scampagnata inglese in Italia, insinua che gli inglesi si sono scelti il fronte del Montello perché il più calmo. A pagina 7 si dà notizia di dimostrazioni per la pace in molte città italiane represse da truppe inglesi ed anche da truppe nere. A pagina 8 vi è una requisitoria contro Sonnino e l'invito a noi «di seguire l'esempio del glorioso esercito russo che si è assicurato una fronda di alloro nella storia dell'umanità».
     Fra i giornaletti, vi è il Corriere del Piave, il Giornale della Trincea, che riporta l'articolo di un giornale socialista italiano del 5 febbraio 1918; (1) l'Attualità, che riporta il discorso di un deputato italiano «dalla parola franca e accalorata»; il Gazzettino, l'Amico del soldato, la Ragione e persino l'Inutile Strage.
     Molta diffusione si cerca di dare, fra i nostri prigionieri d'oltre Piave e anche fra noi, al settimanale la Pace, di Berlino – Zurigo. Il numero del 13 gennaio 1918 dice che l'anarchia si estende in Italia e che giornali, come il Corriere della Sera, confessano che l'Italia è prossima all'estrema rovina. Nello stesso numero si danno notizie, con parole marcatamente affettuose, della salute di Arrigo Boito e si pubblica un'appendice di Anna Franchi. Lo scopo è intuitivo.
     Nel numero del 10 febbraio, nelle «cronache torinesi», si scrive che fra Torino e Milano non vi è più nessuna differenza, «perché, incredibile ma vero, certe colonne del giornale del senatore Frassati e le corrispondenti del senatore Albertini si rassomigliano quasi come due goccie d'acqua».
     La Gazzetta del Veneto, dell'8 febbraio 1918, reca una pretesa corrispondenza da Palmanova dove si scrive che il giorno 2 in Duomo, alla presenza del sindaco avvocato Bearzi e del colonnello von Faraxel, l'arciprete monsignor Merlino in lingua italiana e il reverendo Heuringen in lingua tedesca avrebbero parlato invocando la fine dell'«inutile strage».
     Non mancano i manifesti illustrati. In uno di questi vi sono russi e austriaci che si abbracciano, e sotto:

      «I russi l'hanno finita. E voi? Avanti; voi per l'Inghilterra e noi per la pace e la libertà dei nostri popoli».

      (1) sopprimo alcuni nomi di giornali e di persone, perché anche le cose dette in Italia in buona fede, vennero dal nemico insidiosamente sfruttate.
Prigionieri che tornano.

     Ma notizie ben diverse ci sono date dai valorosi che riescono a sfuggire alla prigionia. Due automobilisti, certi Ugo Minervini e Guido Arici, il 12 febbraio fuggirono da Vittorio Veneto, il 15 arrivarono al Piave, e passarono il fiume, per quanto feriti da pallottole di fucile.
     Raccontano che la popolazione di Vittorio ha salutato con un respiro di sollievo la partenza dei germanici che nei lunghi mesi della loro permanenza non hanno fatto altro che requisire, con metodo, frugando ogni angolo, passando da negozio in negozio, da casa in casa, raccogliendo ogni pezzo di ferro, prendendo nota di ogni possibile risorsa, senza far parola e senza ammettere discussioni, senza ascoltare i lagni e senza commoversi ai pianti delle donne.
     Ma le sofferenze e i disagi hanno ritemprata la coscienza e la fierezza della popolazione: le donne parlano di voler scappare, ma non sanno decidersi a lasciare i vecchi e i bambini. Si sentono però i vecchi dire: «Qualche giorno disarmo il primo austriaco che trovo e poi ne ammazzo quanti posso, e così, almeno per conto mio, la faccio finita».
     Tutti i contadini danno asilo ai prigionieri che scappano; li aiutano a nascondersi, li accompagnano attraverso i boschi per lunghi chilometri, senza preoccuparsi della pena cui vanno incontro. I vecchi hanno benedetto piangendo i due prigionieri che si accingevano a ritornare in Italia e non finivano più di pregare e raccomandare loro: «Dite, dite come stiamo, raccontate come viviamo; non ne possiamo più. Ci vengano a liberare».
     Una donna li accompagnò quasi sino al Piave e indicò loro la strada che dovevano seguire per sfuggire alle sentinelle austriache.
*

      Povera gente! Ma a consolarla, i nostri aeroplani il 20 febbraio hanno lanciato un manifesto che è volato per tutto il Friuli, per tutto il Cadore, per tutte le terre nostre benedette:

     «Coraggio, fratelli, sperate! Il momento della vittoria e della liberazione non può essere lontano. Quel nemico che voi avete visto avanzare, noi l'abbiamo arrestato. Lo ricacceremo. Viva l'Italia!»

La “Tradotta”.
12 marzo.
     Per controbattere la campagna del nemico, il comando della terza Armata sta provvedendo, assieme ad altre cose, alla pubblicazione di un settimanale illustrato. La redazione è già pronta: scriveranno o disegneranno Renato Simoni, Rubino, Sacchetti, Brunelleschi, Mazzoni, Calza Bini, tutta una scapigliatura italica fra le più belle.
     Il settimanale esalterà il fante, e si chiamerà la Tradotta, il convoglio lento e sporco che ha però l'immenso merito di portare il fante in licenza. Ma il concetto del comando è più ampio. Propagandisti borghesi provvederanno a tener caldo l'ambiente dove vive il soldato a riposo: cittadini e soldati devono fondersi in una sola volontà; al soldato bisogna far capire che sarà l'arbitro del domani, il fondatore di un ordine nuovo. A questo ufficio presiede il veneziano tenente Pellegrini; vi lavorano profughi di ogni terra del Veneto: Boscolo, Cavarzerani, Samartini, Zasio, Levada, Pilotto, tutta gente di intelletto superiore che però, quando non parla di resistenza, non può a meno di raccontare prodigiose e talvolta inverosimili partite di caccia.

*

     E' scappato dalla prigionia ed è tornato alla terza Armata il tenente Zanini, già mio compagno del 245°. Visse lungamente nei boschi di Castel d'Aviano, soccorso dalla popolazione inspirata dal vice sindaco Magliaretto, fattore dei Policreti. Una giovane contadina, certa Giovanna Corer, lo tenne nascosto tre giorni nel fienile, mentre era ricercato dai gendarmi.
Altino.
13 marzo.
     Gli arditi hanno fatto festa ad Altino, la vecchia Altino, un tempo celebre per le sue pecore. Della città, fondata dai Pelasgo – greci, non restano che i mosaici, a un metro di profondità. Ma ci volle la guerra perché l'Italia venisse a mettere in luce i pavimenti della città romana, dove facevano scalo gli imperatori, per ricevere l'omaggio delle colonie, prima di salpare per Aquileja. La città fiorì fino a che gli Unni e i Siti la distrussero, e le rovine diedero i mattoni ai fondatori di Torcello.
     Gli arditi, alla presenza del generale Petitti di Roredo, dalla figura monumentale, dopo le esercitazioni hanno cantato canzoni guerresche. Il XX reparto canta «un inno a Cavazuccherina», scritto da un contadino abruzzese. Il colonnello Pavone, comandante degli arditi, narra che il 4 novembre a Medana, quando già il ponte era saltato, si arrampicarono sui rottami quattro austriaci vestiti da italiani. Fatti prigionieri, dissero che la loro divisione doveva arrivare a Genova!
     Il cappellano degli arditi è un domenicano, padre Giuliani, un'anima pura e ardente che pensa a Dio e alla vittoria come a due mete inscindibili.
14 marzo.
      Il terreno da Croce a Capo Sile è il più tormentato del fronte del Piave. Le case sono oramai crollate, salvo qualcuna che è miracolosamente intatta. La linea di Capo Sile è tenuta dalla brigata Arezzo, comandata dal generale Bonaini, un polso fermo, e il colonnello Barreca del 226° comanda la testa di ponte, alla quale si accede a traverso a cinque passarelle, e ad un ponte.
     Alle scuole di San Rocco, presso Musile, vi è il 6° gruppo degli obici pesanti campali che il maggiore Splendorelli portò intatti dalla Bainsizza. Al comando della 15a batteria c'è un pianoforte che suona a pagamento, ma gli artiglieri hanno trovato modo di farlo suonare anche senza il doppio soldo, anzi «senza il soprasoldo».

*

     Treviso è tornata desolata, come nei primi giorni di novembre. Ogni strada reca il segno dell'aeroplano nemico. In piazza San Leonardo è crollata per metà la casa del cinquecento che porta l'affresco dell'«invidia», attribuito a Tiziano. La via dell'Indipendenza è tutta una rovina; in piazza dei Signori è stata scheggiata la loggia dei trecento, sfregiata la lapide commemorativa del plebiscito; ma intatte sono rimaste le cifre eloquenti: 84 526 sì e 2 no.
15 marzo.
      Zenson è ora occupato dalla brigata Potenza. Villa Sernagiotto resta ancora in piedi a testimoniare l'antica agiatezza con affreschi, candelabri, e, fra i rottami, libri di vecchie storie veneziane e uno stabat mater in ligua friulana. Il parco devastato odora di resina e manda i primi germogli. E' la natura che non vuol morire. Ma da presso vi è il cimitero del 13° fanteria, la Morte.
     L'ansa, oramai celebre, misura uno sviluppo di 3500 metri; della passarella austriaca resta ancora qualche pila. Il posto di combattimento numero 29 è chiamato «ufficio postale», perché è qui che il nemico butta i suoi proclami pacifisti. Ma la brigata Potenza ha issato dei cartelli:

Laggiù, al di là della riva,
i nostri fratelli aspettano da te,
o fante, la liberazione.

     E altrove, al posto di vedetta numero 44:

      «Ricordati o fante che la terra che ti sta davanti è italiana».

     Ma il fante, quando scrive lui, per suo conto, è più spiccio. Dalla foce del Zenson così parla al nemico un cartello scritto a matita da mano inesperta:

     «Austriaco, retiratevi dalla mia terra!»
17 marzo.
     Sono arrivate due americane con denari, doni e l'immancabile cinematografo. Volevano andare a Zenson, a «vedere molto celebre ansa». Invece, sono state accompagnate ad Altino a vedere gli arditi. Ne sono rimaste entusiaste. «Grande soldato, bel soldato, italiano».

     Il generale Ceccherini.
19 marzo.
      Questa volta si vedrà finalmente il generale Ceccherini, che ci aspetta a Cavazuccherina. La giornata è tepida, quasi odorante della Pasqua vicina. A Venezia le deserte Fondamenta dormono al sole, mentre idroplani sciamano nel cielo. I gabbiani, o meglio i palombi, come li chiama un generale richiamato in questi giorni dalla posizione ausiliaria, si allineano lungo le barene emergenti dalla bassa marea, altri mettono in mostra il candido pancino sui pali della laguna. Su ogni palo, oggi, c'è un gabbiano, che monta la guardia a Venezia, vedetta bianca.
     A Cà Nagliati, c'è il generale Allevi, colto e buono, che comanda la quarta divisione, e nella casetta attigua c'è Ceccherini, coi suoi bersaglieri, col suo pappagallo, colle sue pipe.
     Il generale Ceccherini, robusto e rotondetto, dalla faccia rosea aperta al sorriso e gli occhi fiammeggianti, allarga le braccia e dà il bacio dei fratelli a chiunque creda nella vittoria della patria. Così riceve Ceccherini. Il generale fuma la pipa, di giorno, di notte, in riposo, in combattimento, e ogni pipa ha il suo nome, la sua storia, il suo destino. Quella di servizio oggi è la friggitora, che frigge come un pesce in padella, mentre la fetente è in riparazione e la pagliosa, la più stramba, rivestita di paglia come un fiaschetto di Chianti, è a riposo. La più bella indubbiamente è la generala, degna proprio di un comandante, dono e ricordo degli ufficiali della brigata; ma la pipa di combattimento è la gorgogliosa, che ha fatto la guerra di Libia e, ferita, fu riparata con l'anello di uno shrapnel turco; la gorgogliosa, che i bersaglieri vogliono ad ogni costo vedere sulla bocca del generale nelle giornate «calde». C'è un'azione? E i bersaglieri gridano: «Fuori la gorgogliosa, che porta fortuna!»
     Il generale Ceccherini è adorato dai bersaglieri, ufficiali e soldati, e porta con semplicità sorridente la fama che gli preme oramai il petto, tutto azzurro dei segni del valore.
     Vaucher, nell'Illustration del primo dicembre scorso, lo ha dipinto «très gai, d'un courage légendaire»; fu lui infatti che il 20 luglio del 1915 portò un pugno di bersaglieri ciclisti sulla vetta insanguinata del San Michele, dove non giungemmo definitivamente che un anno dopo; fu soldato della montagna in Carnia, soldato del Carso sul Pecinka, a Castagnavizza e a Selo, eroe della ritirata al ponte di Madrisio, condottiero della vittoria a Fagarè.
     Il comando della brigata non conosce che uomini di fede e di coraggio, Starace, Principini, Ranci. Ebbe già il suo Tirteo nell'avvocato Gino Meschiari di Firenze. E' veramente una brigata ideale, con due prodi colonnelli, Dho e Zamboni. Non le mancava che il pappagallo. E lo trovò nel più bello e sapiente, il «povero coco» di Cordovado, che al già ricco vocabolario ha aggiunto in questi giorni nuove voci: Maria; gnente da magnar?, ricordo forse di giorni lontani.
*

      Presso Cà Nagliati, a Cà Gamba, c'è il cimitero dei marinai, ombreggiato di cipressi e di evonimi strappati ai giardini di Cavazzuccherina, adorno di colonne e di capitelli rubati alla chiesa. All'ingresso, così si parla al passeggero:
Dic, viator, Romae nos hic vidisse jacentes
Dum sanctis patriae legibus obsequimur.

     Qui è stato sepolto il tenente di vascello De Benedetti; qui dorme da pochi giorni il comandante Andrea Baffile, caduto sulla sponda austriaca del Cavetta dove si era avventurato di pattuglia, dopo aver baciata la terra sacra a tanto dolore.
     Durante la notte, passano aeroplani austriaci. Tanto bassi volavano che le vedette, dando l'allarme, gridavano: «Il nemico sbarca sulla spiaggia!» Tutti i fucili spararono. Un idroplano colpito dovette ammarrare. E' il «K 383», intatto. Beccheggia sulla spiaggia dove i marinai lo hanno tirato.

La fotografia a colori.
20 marzo.
     Il fotografo dell'Armata, tenente Carletto Della Rocca, deve fotografare le appostazioni nemiche della foce del Piave, dalla penisola di Cortellazzo, e poiché il nemico oggi è «buono», tanto che i marinai del battaglione Monfalcone lavorano allo scoperto, Carletto ha deciso di tentare addirittura la fotografia a colori. Si pianta la grande macchina sul margine del Piave, si schiude l'obiettivo e si aspetta; quando una raffica di pallottole ci pizzica le orecchie: giù a terra! E a terra, premendo la pancia contro l'arena, si rimane lungamente, mentre i marinai della trincea, esterrefatti, puntano i fucili contro il nemico. Vi è qualcuno che muore, qualche altro che geme, e le pallottole fischiano, fischiano, scivolano sulla sabbia, vi si ficcano dentro. Quanto tempo è passato? Il tempo per invocare il soccorso delle artiglierie, che vomitando il loro piombo sull'altra sponda ridussero al silenzio la mitragliatrice nemica. Salvi; ma non tutti, purtroppo.
     Il comandante Tur è a Cà Negri, sul Cavetta; i marinai prendono il sole sulle dune fiorite di eriche. Essi tengono il fronte di Cortellazzo, mentre i bersaglieri tengono quello di Cavazzuccherina.
     Al casolare Marcantini, nella zona allagata, vi sono ancora grandi chiazze di sangue sui muri. Qui, nel dicembre, una grossa pattuglia austriaca, assaltato di sorpresa il casolare, disarmò il nostro piccolo posto e, ad uno ad uno, sgozzò dieci bersaglieri. Sopravvisse l'undecimo, l'aiutante di battaglia del terzo battaglione ciclisti, lasciato per morto. Le dieci vittime di questo assassinio sono state sepolte sul posto, in un'unica fossa, sotto un'unica croce, che porta una sola parola: Bersaglieri. Ma i soldati che presidiano oggi il casolare dicono: «Ce la pagheranno».
     La più prossima alle famose «Quattro Case», tenute dagli austriaci, è Cà Faenza, sempre in mezzo all'acqua.

Primavera fiorita.
21 marzo.
     Primavera ufficiale. La prima linea del Sile – Piave Vecchia è tenuta dalle guardie di finanza, che fanno bravamente il dover loro, nel pantano. Anche qui la vita è in giuoco tutte le ore. La prima barella che si incontra è quella di un morto; poco dopo cade riversa dalla trincea la vedetta, certo Zanoni, colpito in fronte. Mentre perde sangue, dice tranquillamente: «Ditemi se sono grave. Non ho paura, voglio soltanto sapere». Altre vedette danno l'allarme. Tutta la truppa si schiera in un lampo sui parapetti. Scoppiettano mitragliatrici nemiche, poi arrivano i medi calibri. Palazzo Brazzà davanti a noi, con gli scheletri del parco, guarda in silenzio; i nostri calibri battono alla lor volta i centri nemici di Cà Diana, Casa Canali e palazzo Brazzà. Poco dopo, il bombardamento si va placando. E' la storia di tutti i giorni. Al posto Z 14, presso Torre Caligo, è morto il giornalista Pirozzi, del Popolo d'Italia, per pallottola. Si finisce a Cà Ghisa, un campo di peschi e di viti nel deserto delle lagune, dove «lavora» la nostra artiglieria del gruppo del maggiore Volpi. La giornata è calda, la primavera sembra che precipiti dal cielo e che distenda mollemente i nostri nervi. Le acque morte splendono di luci e stridono di anitrini. Volteggiano germani e fosche ali di folaghe. Siamo proprio nel regno delle «valli», della caccia in botte.
22 marzo.
      L'aeroplano austriaco ha lanciato un manifestino illustrato. Vi sono austriaci e russi che fraternizzano, e sotto: «La colleghialità dei popoli la pace stanno facendosi».
23 marzo.
     Oggi fiorisce il susino. La brigata Veneto, comandata dal generale De Maria, ha presidiato il suo fronte, davanti alle Grave, con lavori imponenti.
     Stanotte, un soldato, mentre era di vedetta davanti all'isola Cosenza, sparò un colpo di fucile ed ebbe una crisi di pianto. - «Che hai?», gli ha chiesto il maggiore Cerboneschi. - «I miei sono al di là del Piave, ha risposto, e forse io non li vedrò mai più».
     All'isola Cosenza si arriva di corsa a traverso una stretta passarella: è un grande banco di ghiaia e di sabbia con folte macchie di salici e qua e là qualche fiore.
     Il soldato che piangeva questa notte, certo Scabio, di Grisolera, è alquanto rasserenato, ma pensa che bisogna far presto ad andare di là. Dalla Cosenza si passa all'isola Ponza e da questa si raggiunge la «terra ferma» a Palazzon, una specie di palazzotto quadrato già sventrato. Qui, un tempo, c'era il guado. Gli avanzi di cada Menighetti sono sepolti da susini in fiore che, coi salici, celebrano oggi il ritorno della primavera.

Le Sante Palme.
24 marzo.
      «E' il giorno delle Santa Palme, sia gloria al Signore!», mi dice Angelo, l'attendente, nello svegliarmi. Angelo è un magnifico tipo di pugliese, produttore di olive, pieno di figli, che mi dà del «tu». Io, tanto perché tra ufficiale e attendente ci sia una differenza, lo tratto col «lei», e così la gerarchia c'è, per quanto capovolta. Questi pugliesi sono anime d'oro, piene di premure e di patriottismo semplice.
     «Sono le Sante Palme», dice; «pensa che giornata è questa nei nostri paesi!» E' il giorno, infatti, in cui da ragazzi si andava in chiesa a benedire gli ulivi e a pranzo si servivano le uova colorate.
     Sul Piave oggi è giornata di calma, ma in Francia si combatte con estremo furore. Il cuore trema, nel leggere le notizie. Ma le truppe vanno all'attacco con le musiche in testa; c'è dunque da sperare. Gloria, fratelli lontani!
25 marzo.
      Oggi è fiorito il biancospino.
     E anche oggi il nemico lancia manifestini. Noi gli abbiamo ricambiato l'omaggio col primo numero della Tradotta, che è riuscito un superbo esemplare di letteratura amena di guerra. Dall'isola Stromboli che sta davanti a cascina Onesti, oramai distrutta, a forza di braccia, il fascicoletto variopinto è arrivato all'isola Maggiore. Sull'isoletta era di pattuglia il sergente Caglione, di Vigone, che è venuto dal Tonchino per fare la guerra.

     Passando di isola in isola si arriva alla Procida, che sta davanti all'isola Caserta, tenuta fortemente dal nemico e già munita di reticolati e di appostazioni di mitragliatrici. Le ghiaie del Piave si stendono intorno come bianchi lenzuoli percorsi da nastri azzurri; al di là, ruderi ancor più bianchi di case morte.
     Dalla Procida si prende dell'antico Stabiuzzo. Qui la famiglia Gerotto si tramandava di padre in figlio il mestiere del passatore; famiglia di gente ardita, generosa e feroce al tempo stesso, pronta ai salvataggi in giorni di piena e alle risse in giorno di sagra, celebri tutti per la loro sordità. Quando si trattò di costruire il ponte a Fagarè, i Gerotto mobilitarono parenti, amici e i pavidi per contrastare la moderna iniziativa che rovinava loro il mestiere.
26 marzo.
     Più a sud, verso i «Sette Casoni», il fronte è tenuto dalla brigata Sesia. I soldati guardano il giallo ravizzone che è fiorito in mezzo i reticolati del Piave. Alle spalle, qualche nembo roseo avverte che è fiorito anche il pesco. I Sette Casoni sono poveri abituri tenuti da gente povera destinata a nascere e morire sul posto; ma tutto intorno i soldati hanno lavorato ad abbellire il luogo e, nelle ore di riposo, sudano per portar acqua ai fioriti giardini.
     I granatieri, che li precedettero, hanno scritto con le zolle le parole: A me la guardia!; il 202° fanteria ha stampato con miosotidi il proprio stemma coi colori giallo-azzurri della brigata che, perciò, chiamano il «pappagallo».
27 marzo.
     Più giù ancora, al «Ponte di Piave», le Bocche di Callalta sono state trasformate in un quadrilatero, per opera della brigata Cosenza, comandata dal generale Padovin, che tiene il comando a casa Ninni. Sotto il ponte, le nostre difese sono poderose. Il colosso crollato conserva ancora un aspetto imponente; una travata, nel saltare, si è riservata in su, verso il cielo, come avesse voluto morire in piedi, spavaldamente, dalla cintola in su.
     Vicino alle case Broli, c'è una novità: il laghetto di Fagarè; piccola e recente insenatura del Piave, dove i soldati pescano e vanno in barca. Il fante ha voglia di scherzare. Poiché alcuni tratti di trincea sono coperti da volte molto basse, sì che nel passare bisogna piegare il capo, il fante vi ha scritto sopra: «Ammogliati, curvatevi!» Non è molto rispettoso per le signore, ma nel passare non si può a meno di piegare il capo e di ridere. Così vuole il fante.
28 marzo.
      Sono in giro giornalisti. Recano notizie allarmanti dal fronte francese. I tedeschi hanno sfondato il fronte per sessanta chilometri; Parigi è minacciata. Per fortuna oggi si avrà occasione di vedere gli inglesi e se ne saprà qualche cosa di preciso. Intanto, mai perdere la fede! Avanti, o vecchia Francia; lancia contro il barbaro il fortissimo cuore!
*

      Il comando della missione militare inglese è a Tramonti, un grazioso gruppetto di case sui colli Euganei, fra campetti e vigne coltivate con amore, quasi con religione. La donna veneta, in assenza del marito, ha arato il campo e disteso maestosi filari fra olmo e olmo. Tutto è fiorito all'intorno.
     A villa Brunelli c'è il generale Radcliffe, sereno, tranquillo, imperturbato. - «Hanno avanzato sessanta chilometri? Non importa; oggi o domani sarà raggiunta la linea di assestamento e su questa li batteremo. Noi siamo sicuri di vincere. Anche l'Italia vincerà. Vinceremo tutti. Venite a prendere il thè».

*

      Questa notte gli arditi dell'8° reggimento bersaglieri devono irrompere sull'isola Caserta per sorprendervi il presidio nemico.
L'isola contrastata.
29 marzo.
     Mezzanotte. Le praterie attorno a casa Lazzaris sono bianche di brina; nella chiara notte lunare è tutto un tremare di stelle, un lampeggiare di fiammelle. Vi sono aeroplani in cielo e vi scoppiano in giro gli shrapnels. Attorno al focolare, il colonnello Pirzio Biroli dà le ultime disposizioni.
     Alle due e trenta gli arditi passano il primo filone del Piave e si appostano sul bordo estremo della Capri, pronti a guadare l'ultimo filone che li divide dalla Caserta; ma il nemico è sveglio e spara le prime fucilate. Tutte le «Grave» sono illuminate dai razzi; il paesaggio è fantastico. Alle tre e trenta le nostre artiglierie aprono il fuoco. Partono spezzoni e stokes, provocando schianti caratteristici. L'isola Caserta è un vulcano; vi brucia un pagliaio che illumina largo tratto del cielo; vi scoppia un deposito di munizioni con un urlo immenso. Rispondono furibonde le artiglierie nemiche; bombarde e granate battono la nostra prima linea e il terreno circostante, ma due razzi verdi annunziano che i primi arditi sono arrivati sulla Caserta. Sull'isola Capri ci sono i rincalzi stesi a terra per sfuggire alle pallottole; alcune tavole dondolanti su cavalletti buttati dagli zappatori ci portano alla Caserta, dove giacciono nostri feriti e morti austriaci. Un soldato dice: «C'è un gorilla». Avanti il gorilla! E' un prigioniero ungherese dall'aspetto selvaggio con un pezzo di pagnotta in mano, il primo dono degli arditi.
     L'alba già accenna ad imbiancare l'orizzonte e la luna si scolora. L'azione si placa, finisce; dalle ghiaie roride di brina si trasportano gli ultimi ferite. Ore sei e trenta. A casa Lazzaris si sta interrogando il «gorilla», che è un jäger dell'undecimo reparto d'assalto, quando d'improvviso, di scatto, infuriano artiglierie, scoppiettano mitragliatrici, fischiano pallottole. E' il nemico che contrattacca. Un intero battaglione magiaro punta sull'isolotto a plotoni affiancati, per annientare la piccola pattuglia che vi era rimasta: ma gli arditi, tenendo testa a tutti gli attacchi, si sottraggono all'accerchiamento e raggiungono l'isola Capri e la trincea.
     L'isola, presa e perduta in una notte e in un'alba, ci ha costato sette morti, ventotto feriti e due dispersi.

*

      L'accanimento del nemico nel difendere e nel riprendere l'isola contrastata e il pronto e largo impiego di truppe scelte nel contrattacco, dimostrano che il comando austriaco attribuisce molto valore alle Grave di Papadopoli, le quali costituiscono, per chi le possieda, una vera e ragguardevole testa di ponte.

Pasqua.
31 marzo.
     Pasqua, la terza Pasqua di sangue, senza campane e senza olivi. Festa d'armi nell'ippodromo di Treviso. Il duca d'Aosta ha parlato, per ricordare i suoi «prodi figliuoli» e la «resistenza spartana di tre inverni di guerra». Alla cerimonia ho veduto Paolini, Sani, Vaccari, Radcliffe, D'Annunzio e il generale Fabbri, il nuovo capo di Stato Maggiore, che sostituirà il generale Vaccari. Uomo sereno e sicuro di sé, viene dalla Romagna, da una famiglia che ha tradizioni giornalistiche. D'Annunzio era entusiasta della Tradotta, «giornale vivido di mischia gaiezza».
*

     A sera le mense dei soldati lungo il Piave erano tutte adorne di fiori di pesco e liete di canti: canti di gioia alla vigilia di giorni di morte.
     Io guardava commosso a queste semplici anime di lavoratori che forse domani, a guerra finita, la Patria manderà a casa senza un compenso.
     Questa Patria che essi stanno salvando, per quanto nessuno abbia loro insegnato ad amarla, lascerà che essi riprendano la stessa vita di prima, confondendoli con quelli che nulla hanno fatto per essa? E, se non per essi, che farà questa Patria per tutto il popolo che l'ha rigenerata? La «Patria» probabilmente non farà nulla, ma il mondo si rinnoverà ugualmente.
I czechi.
1° aprile.
     Piove, ma gli uccelli cantano. L'amore erompe da tutte le gole e vince la piova e il vento.
     Sono arrivati i czechi, i fedeli czechi, e li comanda Kobylinsky che si è portato anche l'Angelo, l'attendente comune, tutto fiero di essere passato, dice, «all'internazionale».
21 maggio.
      Il battaglione czeco-slovacco si è installato a villa Marchesi, a Marocco, e conta quattordici ufficiali che parlano tutti italiano, quasi tutti studenti, maestri, direttori di banche cooperative.
     Il sottotenente Kauba di Pilsen, già condannato per alto tradimento, studente di scienze commerciai, si è portato l'altra notte alla Bova Cittadina, presso Cavazuccherina, e si è messo a cantare la canzone nostalgica dell'emigrante lontano:
Vesnicko ma pod Sùmavon...

(«il mio paese è vicino al bosco della Sumavia...»), e ha sentito al di là parlar sottovoce: - «Senti? Sono canzoni czeche...»
     Oh il fascino delle patrie canzoni in terra lontana! Persino Attila pianse di tenerezza nel sentire una canzone della steppa...
     Allora Kauba, fattosi ardito, ha lanciato il grido nazionale: 'Nazdar, Hoscj! (viva, o ragazzi!), e fece cantare i soldati che aveva con sé. Poi alzò il berretto; dall'altra parte rispose un altro berretto.
     - «Ma siete veramente czechi? Da dove venite? Avete notizia del nostro paese?» Allora Kauba lanciò giornali, proclami, pane, carne e una corda, per aiutarli a passare il canale. Il capo della canape cadde nell'acqua, ma un czeco si lanciò risolutamente dentro e venne a noi. Gli altri due lo seguirono.
     I czechi sono bei giovani, biondi, aitanti, dallo sguardo melanconico. Portano con orgoglio sulla nostra divisa i loro colori nazionali, bianco e rosso.
     Kauba ha disertato al Pecinka il 2 novembre 1916 col suo generale brigadiere e l'intero reggimento; ma fra i soldati vi sono antichi prigionieri del San Michele, del luglio 1915. Il tenente Wurm ritiene che se dopo Gorizia gli italiani avessero avanzato avrebbero trovate le vie sgombre quasi sino a Lubiana. «Gli austriaci, dice, andavano indietro e noi boemi andavamo avanti per consegnarci agli italiani».
     Sono cari e bravi giovani questi disertori, no, questi cospiratori. Quando si parla della guerra dei trent'anni, della «Montagna Bianca» e poi della «Sposa Venduta» di Smetana, si commuovono. Angelo ascolta serio e grave e poi mi si avvicina: «Vieni anche tu con noi!», come per dire: qui soltanto, vicino a me, si fanno le cose grandi!

Propaganda e speranze austriache.

      Ma gli austriaci hanno raffinati i loro mezzi di propaganda. Un alfiere croato della 42a divisione, disertore, ha spiegato come essi abbiano organizzato la propaganda a mezzo di speciali reparti che tentano il contatto diretto coi soldati italiani.
     Ad ogni comando di brigata, sono addetti un ufficiale e otto soldati o graduati, che escono di notte e si avvicinano alle nostre linee. Domandando in italiano: - «Chi va là?» Al nostro silenzio, riprendono: - «Non siamo vostri nemici, siamo uomini come voi. Perché ucciderci?» E così innanzi. Finiscono col promettere di tornare alla notte seguente con sigari e giornali. «Voi ci porterete qualche cosa d'altro». Queste sono le istruzioni austriache alla 'Natrupp, per il servizio di fraternizzazione.

*

     Al campo dei prigionieri di Scorzè, il regno del colonnello Torri, c'è un gigante austriaco, certo Sisac, buono, paziente e affezionato al nuovo padrone. La sua filosofia è semplice: «Comanda Austria obbedisco; comanda Italia, obbedisco». Il colonnello Torri dice che è uno degli uomini più fedeli alla consegna che egli abbia mai incontrato. Al comando vi è anche, fuori ruolo bene inteso, un grosso e verde ramarro che non mangia che mosche. E Sisac va tutto il giorno a caccia di mosche, perché così «comanda Italia».
     Un alfiere e un aspirante di marina, catturati in mare il 4 maggio, dopo essersi sfogati contro il movimento czeco che ha assunto proporzioni «spudorate», hanno dato per imminente l'inizio dell'offensiva, che avrebbe luogo sul basso Piave con due masse di manovra convergenti su Venezia, per tagliar fuori buona parte del nostro esercito. L'azione dovrebbe esser fatta con una schiacciante superiorità di forze e i due prigionieri hanno la sicurezza della sua riuscita.
     Anche un sottotenente aviatore austriaco, caduto a Treviso, ha riferito ai suoi compagni di prigionia della grande azione offensiva che avrebbe inizio alla metà di giugno, sul basso Piave. Compito immediato della Isonzo Armée sarebbe la conquista di Treviso, ma l'offensiva dovrebbe portare alla occupazione di tutto il Veneto e all'arretramento dell'esercito italiano dietro al Po.
     Oramai, quasi tutto l'esercito austro-ungarico è sul fronte italiano. Si tratta di un'offensiva di stile germanico che sarebbe basata sulle esperienze fatte dai tedeschi in Francia.
     Lo sforzo sarà fatto sulla piana del Piave e non sul Trentino, perché agli austriaci è noto che noi, attendendo un attacco sui monti, abbiamo presso che sguarnito il fronte del medio e basso Piave.
     Gli austriaci mirano essenzialmente al bottino. «Ne abbiamo estremo bisogno», ha detto seraficamente l'aviatore.
     Oramai le notizie della prossima offensiva sono a perfetta cognizione dei nostri Uffici Informazioni. Si sa già che l'obiettivo del primo giorno d'offensiva è Treviso. Al più tardi, al secondo giorno la città «deve» essere conquistata. Il secondo tempo comprende l'avvolgimento di Venezia dalla parte di terra.

*

      Il colonnello Smaniotto e il tenente Manacorda, del comando dell'Armata, stanno organizzando un piano audace: mandare al di là del Piave in aeroplano giovani arditi che sorvegliano il nemico e preparino le popolazioni all'azione.

Notte di caccia sul Piave.
22 maggio.
      Il fronte di Fossalta è tenuto dalla brigata, Avellino, che sorveglia le due anse di Gonfo e di Lampol. Al comando del 231°, alla casa del sindaco, ci sono due ufficiali giornalisti, Tondi e Cristiani. Fossalta è squallida, il campanile è a terra, ma sulla facciata delle scuole elementari si legge ancora: Educa e spera. Intanto, il nemico spara.
     Sull'argine ci sono oggi i czechi che tentano, a traverso il Piave, gli approcci con un ufficiale di Praga che è disposto a disertare. Ma di giorno la fuga è impossibile. Tre ufficiali legionari, Rodolfo Sàrek studente in legge, di Ostrava, già condannato a morte, il dottore Vittorio Ettel, di Praga, e Nosàl Cyrill, di Tèsuce, sperano di portar a compimento l'operazione questa notte. Intanto, si percorrono gli argini, si scende ai piccoli posti e si canta. Cioè, loro cantano le canzoni boeme e noi canticchiamo.
     Di tratto in tratto le vedette fanno cenni. Ci sono degli austriaci e con la mano ne indicano la direzione. Fra gli opposti gesti, fra le opposte parole, il Piave passa rapido e torbido, sostando nelle anse tortuose. E' toccante questo sforzo di cuori fratelli che fanno arco sopra l'acqua che li divide, per congiungersi in un comune dolore, in un'unica speranza. Il sole incombe sull'una e sull'altra sponda, incolte entrambe e rosse di papaveri.
     Frattanto il nemico, a mezzo di palloncini, lancia dei numeri dell'Elmetto, nel quale si esaltano gli effetti della campagna dei sommergibili.
     Anche i polacchi che si trovano al di là, verso l'ansa di Gonfo, accettano di parlamentare, ma non sanno decidersi. Le vedette fanno capire che ci sono ufficiali austriaci. Finalmente un ufficiale boemo lancia una parola: «A mezzanotte».

*

      Mezzanotte. E' il plenilunio. Si tenta dapprima la caccia nell'ansa di Gonfo. Di qua ci sono i nostri czechi col tenente Ettel, di là ci sono i polacchi. Si parla lungamente, ma i polacchi sono esitanti; rispondono divagando: Da voi si mangiano ancora i maccheroni? Ettel, tutto in piedi sulla trincea battuta dalla luna, incurante della mitragliatrice che di tratto in tratto fa fischiare le sue pallottole, finisce coll'inquietarsi e abbandona l'impresa, imprecando contro i «vigliacchi».
     Si passa all'ansa di Lampol, dove le cose procedono diversamente. Il tenente Cortese ha lanciato a mezzo di una bombarda da 58 A una fune al di là del Piave; alcune ombre scesero sul greto, tirarono a sé la fune ed estrassero dall'acqua diciotto salva-gente.
     Una voce polacca: ticho! (silenzio). Passa la ronda d'ispezione. Tutti fermi. Dopo un'ora, le ombre tornano al greto, alcune si attaccano alla corda tesa sopra il Piave, come un ponte ideale.
     A forza di bracciate, seguendo la fune che una squadra di nostri soldati tiene tesa sulla vorticosa corrente, riescono a guadagnare la nostra riva. Sono tre polacchi. Ma frattanto il canape si è spezzato. Il ciclista Finotto di Adria, che era lì a curiosare, si offre; si spoglia, e, legato il grosso canape alla vita, si getta nell'acqua.
     Frattanto cantano le mitragliatrici. Nuova sosta. Sfioccano dei razzi; altra sosta. Ma Finotto è già al di là e ad un tratto grida: tirate! Un grappolo umano di quattro persone si stacca dalla riva, nel tempo stesso che squillano voci: «offiziel, offiziel!», e subito dopo: Schiessen! (sparate!). Sparano fucili e mitragliatrici.
     Ma la voce di Finotto ripete: «tirate!». Si tira la corda con violenza angosciosa e il grappolo si avvicina e raggiunge la sponda. Il primo che balza alla riva è Finotto, nudo e stillante acqua; secondo, l'ufficiale. Mentre le pallottole nemiche frugano le ombre, si raggiunge l'argine.
     Salvi tutti! Ettel e Nosàl abbracciano l'ufficiale sconosciuto come fosse l'amico dei primi anni, i nostri soldati abbracciano e baciano Finotto e tanto si stringono al suo corpo rugiadoso, che egli grida: «Deme de la grapa, invece de sofegarme!»
     Bisogna scappare, perché il nemico, scoperto il giuoco, se ne vendica mettendo in moto tutti i suoi strumenti di morte; ma si scappa strillando e ridendo come fanciulli e gridando forte: «Nazdar!; Boemia, Italia!»...
     E' tramontata la luna e spunta l'aurora. Sono le cinque.

*

      L'ufficiale czeco è un bel giovane di vent'anni. Si chiama Stini ed appartiene al 56° fanteria.
     Dichiara subito che prima di buttarsi alla corda, ha consegnato a un soldato una lettera pel colonnello nella quale dichiarava di fuggire, non per sottrarsi alla guerra, ma per combatterne un'altra per la libertà del suo paese. Egli meditava da tempo la fuga, ma non era riuscito a eludere la vigilanza. Ha perduto il padre in guerra e poco dopo la madre. Rimasto solo, sentì più forte il grido di dolore della sua patria. Ignorava sia il patto di Praga che il patto di Roma, perché nelle file czeche nulla arriva del mondo.
     Gli domandiamo come spiega il fatto di Caporetto. Risponde assai severamente: «Non vi siete battuti», dice. «Siete soldati terribili, ma in quei giorni i vostri cantavano una canzone di scherno». E si mette a canticchiare l'aria di una ignobile strofe:
Il general Cadorna
ha detto alla regina...

     Ma certamente egli, che allora non si trovava in linea, si riferisce ad un momento successivo allo sfondamento delle nostre linee e ad un caso particolare.
     Tondi gli offre del cacio. Lo guarda sorpreso. E' un anno, dice, che non ne vedo.
     Gli austriaci, avverte, stanno preparando una grande offensiva. Era già pronta, ma l'imperatore, arrivato nei giorni scorsi a Portogruaro, viste le truppe mal nutrite, disse: «Signori miei, non precipitiamo. Incominciamo a far mangiare meglio i soldati». E qui il czeco si interrompe per dire: «Vorrei vedere la faccia del signor colonnello quando mi avrà visto nell'acqua!»
     Riprendendo il discorso, narra che gli ufficiali stanno preparando valigie e bauli vuoti per mandare a casa il bottino imminente. Il primo obiettivo è di arrivare a Treviso: si sono già fatti sulla Livenza gli esperimenti di passaggio del fiume con barche. Gli austriaci sono sicuri di riuscire. «Ma... chi sa come sarà rimasto il signor colonnello!»
24 maggio.
     Dunque, dobbiamo attenderci l'offensiva. Oggi, intanto, si è celebrato il terzo anniversario della nostra entrata in guerra, con comizi di soldati e di borghesi, oratori uomini dei due campi. Vi era in tutti un senso di ottimismo. Sì, vinceremo. La nube di Caporetto è dileguata. Vi è abbastanza azzurro in questo nostro cielo d'Italia da poter sventolare al sole una nuova bandiera di gloria!

Una partenza.
30 maggio.
     Un «Voisin», pilotato dal capitano Gelmetti, è partito stanotte dal campo di Marcon. Aveva a bordo il tenente De Carlo, il bersagliere Bottecchia, dell'8° reggimento e una gabbia di piccioni. L'aeroplano ha passato il Piave ed è sceso ad Aviano, presso il campo di aviazione, illuminato. I due prodi hanno preso la via dei monti; l'aeroplano è tornato al campo, dopo due ore e mezzo, come era stato previsto nel piano del colonnello Smaniotto.
     Vi è del romanzesco in questa partenza. De Carlo è un buon amico, semplice, di poche parole. Era con noi sull'isola Caserta nella notte del 29 marzo. Che la fortuna assista l'audace e che la Patria ricordi domani cosa sanno fare questi giovani per lei!

In attesa della grande offensiva.
1° giugno.
     La preparazione bellica austriaca è accompagnata questa volta da una propaganda ancor più attiva del passato.
     Fra le popolazioni delle terre invase e fra i soldati si diffonde un quadro a colori dove si rappresentano il re e i ministri italiani a banchetto. Sui piatti, piccoli lacci di corda, e sotto le parole: «Spaghetti, signori!»
     Si dispensa un opuscolo, l'Aquilone, riccamente illustrato, nel quale la politica dell'Intesa è schernita. In un certo disegno, re Ferdinando chiede al nostro: «Caro Vittorino, quando chiuderai anche tu il tempio di Giano e Trento e Trieste spariranno nel mondo della nebbia?»
     E altrove, sotto la figura di un ubriaco: «Dove manca il nobil liquore dell'entusiasmo si deve inebriare il popolo con altro narcotico: l'oppio della menzogna».
     Si è distribuito inoltre un opuscolo sulle atrocità degli inglesi nella storia; altro, con copertina tricolore, dal titolo Le infamie della dominazione austriaca in Italia, dedicato al popolo italiano, per confutare i documenti della barbarie austriaca durante la dominazione nel Lombardo – Veneto. Vi si dileggiano Cavour, Mazzini, Garibaldi.
     Altro opuscolo, sotto il titolo Cifre spaventevoli, parla delle conseguenze irreparabili della guerra per l'Italia. Vi si dice che l'Italia ebbe la disgrazia di trovarsi «in mani venali, di uomini settari, che, ammaliati dal miraggio dell'oro franco-inglese, ed ottenuta l'esclusione del Sommo Pontefice dal futuro congresso per la Pace, la spinsero in nome del sacro egoismo alla guerra per la conquista di Trento e di Trieste».
     A pagina 5: «E' stata la Massoneria a volere la guerra per dissanguare il popolo». E poi, rivolgendosi ai socialisti, si esclama: «Socialismo, che fosti la speranza degli oppressi, dove cova il vessillo tuo rosso qual brace? Stampa onesta, fino a quando sopporterai il bavaglio?»
     Nemmeno l'America è risparmiata. Un grazioso quadretto rappresenta una donna, che, in attesa dell'amante, sospira: «E' già tardi ed egli non viene ancora, forse non verrà affatto. Sarà probabilmente un americano».
     Ma l'Austria ha, finalmente, pubblicato anche un foglio che si chiama la Verità, e nel primo numero, del 29 marzo, la Verità, per onorare il suo nome, pubblica una corrispondenza da Berna nella quale si annuncia che è stato proclamato lo stato d'assedio nell'Italia meridionale.

*

     E noi?
     Noi siamo pronti al grande cimento. E sapremo superarlo. Sovra capi e gregari passa uno spirito di fiducia, quasi un'aria di baldanza. Vi è affiatamento perfetto fra ufficiali e soldati, corrispondenza affettuosa fra esercito e paese. Tutte le classi sociali oramai sono rappresentate al campo. I comandi sono tutti al loro posto; i generali percorrono ogni giorno le linee. Se occorrerà morire, nessuno di essi vorrà sottrarsi alla morte; se potremo vincere, e vinceremo, tutti vorranno godere la loro parte di gloria.
     Il soldato sa perché si batte, con chi si batte e contro chi si batte. La propaganda non è mancata e non sarà infeconda. Il fante ha fiducia nei capi; sopratutto ha fiducia in se stesso.

All'armi!
6 giugno.
      La Tradotta, il giornalino della terza Armata, pubblica la vigorosa figura di un fante che dà fiato alla tromba:
     «All'armi!»
     Sembra che dal Piave ognuno risponda: All'armi!


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