Fronte del Piave
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IX.
SULLE VIE DELLA LIBERTA'.


L'ultima offensiva. - La battaglia della Sernaglia. - Verso Vittorio Veneto. - Sulle vie della libertà. - Oltre le Grave. A Conegliano. - Nel paese natio, per il paese natio. - Coi bersaglieri a Motta di Livenza. - A bandiere spiegate. Pordenone. - Musiche. - Un colpo di scena sul Tagliamento. - L'armistizio. - L'ultima carica.

L'ultima offensiva.

23 ottobre.
     Stanotte gli austriaci hanno lanciato centotrenta bombe su Treviso, città aperta. A proposito di pace!
     A Losson è straripato lo scolo Palombo, a Capo d'Argine stagna l'acqua nei campi; il nemico tira rabbiosamente su Fossalta. Anche questa volta una scheggia benigna arriva, tocca e passa. Anche un soldato commenta: «A proposito di pace!»
     Arrivano mortai da 210, inghirlandati di edere.

*


     Il sottotenente boemo Sciarek, già condannato a morte dall'Austria, è passato in aeroplano al di là del Piave vestito da contadino.

*


     Grande lutto alla terza Armata. E' morto il colonnello Ercole Smaniotto, il magnifico organizzatore dell'ufficio Informazioni, uno degli ufficiali più amati dell'Armata, uomo tutta luce d'intelletto, tutta bontà. Erano attorno a lui, mentre si spegneva serenamente, gli amici più intimi e don Celso Costantini che pregava piangendo.
     Mentre usciamo dalla stanza, tuona il cannone. Sono gli inglesi che attaccano l'isola Cosenza, per mettere piede alle Grave di Papadopoli.

24 ottobre.
     E' incominciata, sul Grappa, l'azione, l'ultima certamente della grande guerra. L'ordine è giunto improvviso, mentre le nuove batterie, quattrocento pezzi arrivati negli ultimi quattro giorni, stavano ancora aggiustando i tiri.
     La quarta Armata ha aperto il fuoco alle quattro di stamane. Alle sette, sono scattate le fanterie, che hanno occupato l'Asolone, già bagnato di tanto sangue italiano. Il nemico rispose contrattaccando. Di ora in ora le notizie mutano. In questo momento l'Asolone è stato perduto; ma la brigata Re marcia su Alano, la brigata Aosta ha occupato il Valderoa, la «Lombardia» il Solarolo.
     Gli inglesi hanno preso possesso delle Grave di Papadopoli. Nostri reparti dell'XI corpo d'Armata si ammassano sull'isola Caserta.

25 ottobre.
     Notizie incerte sull'azione della quarta Armata. Mentre si porta al camposanto di Mogliano Ercole Smaniotto, muore il tenente Pellegrini, l'anima dell'ufficio Propaganda. E' atroce morire alla vigilia della giornata trionfante...

26 ottobre.
     E' stato sepolto Nicola Pellegrini, fra il generale rimpianto. Quando la salma è entrata in chiesa, dal coro venne un canto di soldati: «Libera nos, domine», di Perosi. Fu uno schianto. La muta assemblea di soldati sapeva di tomba e di fuoco. Don Celso diceva preghiere interrotte da singhiozzi.

*


     Visita al generale Giardino, a villa De Micheli, in Galleria Veneta. La battaglia in corso sul Grappa è sanguinosa e difficile. L'Asolone, preso e perduto, in questo momento, ore tre pomeridiane, non si sa di chi sia; il Pertica preso, ma il nemico tenta riprenderlo. Abbiamo di fronte truppe fedeli all'imperatore; tredici divisioni nemiche contro undici. Tutti gli ufficiali effettivi, senza esclusione di nazionalità, si battono. Alle tre e un quarto si apprende che l'Asolone è stato abbandonato, per gli insistenti attacchi delle fanterie nemiche. Ma l'Armata di Giardino lo riprenderà.
     Il generale racconta che nelle linee nemiche non vi furono defezioni. Solo un gruppo di ventisette czechi alzò le mani, dopo debole resistenza. Da parte nostra si è lanciata la nota di Wilson; nessun effetto; si è gettata la notizia dell'indipendenza ungherese, meno ancora. Occorre che le notizie arrivino direttamente dal loro paese; quelle che vengono dall'esterno non fanno presa. - «Ma, a forza di picchiare, conclude con voce ferma il generale, il colosso, già stanco, cederà».
     Alle cinque arriva Diaz, scuro in faccia. Da un ufficiale di collegamento comprendo, o credo di comprendere, che da Roma Orlando ha raccomandato di spingere l'azione. E se Orlando, uomo di Stato prudente, si è arrischiato a tanto, ne avrà motivo. Avanti, dunque! Andiamo al Montello.

La battaglia della Sernaglia.


      Il generale Vaccari, comandante del XXII corpo d'Armata, si è già portato al Montello. L'azione, dunque, è imminente. Da Venegazzù la strada numero 16 conduce alla dorsale; di là, fra prati devastati, si giunge alla dolina Benedetto. Il generale è all'osservatorio col capo di Stato Maggiore Rolandi Ricci, sul versante del Montello che guarda il Piave.
     L'azione sta per cominciare.
     Alle otto di sera, i pontieri iniziano il varo delle barche per gettare i ponti; altri galleggianti sono trascinati alla riva per traghettare i primi nuclei d'assalto. Vi è un silenzio sepolcrale tutto intorno. Il nemico vigila con due riflettori, da Valdobbiadene e da San Pietro di Barbozza; alle nove si accende un riflettore mobile a casa Meller, a quota 198, ma è affare di pochi secondi. L'imperiosa voce del generale – che è qui per raccogliere, più che le vicende, le pulsazioni del campo di battaglia – ha appena il tempo di gridare, al telefono: «Bonali, fammi accecare quel riflettore!», che il molesto occhio si spegne.
     Duecento arditi hanno già traghettato il Piave e si appiattano sulla golena. Il nemico non se ne è accorto. Le nostre batterie concentrano il fuoco qua e là sulla piana di Sernaglia per mantenere alla notte la sua normale fisonomia. Alle dieci, il ponte di Fontana del Buoro è quasi ultimato. Il capitano Gambuzza ha mantenuto la promessa di gettarlo in quarantacinque minuti; il ponte di casa de Faveri è a buon punto, il ponte di casa Biadene è in pieno lavoro.
     Sul primo ponte scivolano in silenzio le prime compagnie della divisione d'assalto; seguono reparti della brigata Cuneo del corpo d'Armata Di Giorgio.
     Sono le undici. Il nemico si è svegliato: tutta la linea è in allarme; le batterie di Valdobbiadene, di Moriago e di Soligo aprono il fuoco di sbarramento sul fiume. Il generale Vaccari si butta al telefono: - «Bonali, fuoco di controbatteria!» (Bonali è il comandante dell'artiglieria). Poco dopo risponde la voce dei nostri 149. Altra telefonata: - «Zoppi, che fanno i tuoi?» Il comandante della prima divisione ardita risponde: - «Tre battaglioni hanno già passato il fiume».
     Ma il generale Felloni, comandante del Genio, è inquieto, perché non si riesce a gettare il ponte davanti a Falzè.
     Il 72° reparto d'assalto rompe gli indugi e comincia a traghettare su barche. Passano al di là circa centocinquanta arditi. Ma è caduto per primo il capitano Marchand, colpito dal 305.

27 ottobre.
      Mezzanotte. La nostra artiglieria apre il fuoco di distruzione sulla linea dei Mulini: sono mille bocche da fuoco che sparano. Tutto il cielo, fatto piovigginoso, lampeggia di bagliori. Il nemico risponde. Le sue vampate, partendo dal rovescio dei colli, ne illuminano la linea dorsale.
     Il generale, al telefono: - «Bonali, che dici dell'artiglieria nemica?» Risposta: - «Eccellenza, non è all'altezza della nostra».
     Ore dodici e venti: grande luce verso Fontigo. Che è? Un incendio. - «Lascia che bruci».
     Oramai la situazione chiarisce. L'ottava Armata, comandata da Caviglia, deve forzare il Piave gettando tre gruppi di ponti: il primo gruppo alle grave di Ciano, sul fronte del XXVII corpo d'Armata, del Di Giorgio; il secondo fra Fontana del Buoro e Falzè sul fronte del XXII corpo, di Vaccari; il terzo a Nervesa sul fronte dell'VIII corpo, di Gandolfo. Nel primo tempo devono agire il corpo di Vaccari e quello di Gandolfo. Quello punterà su Pieve di Soligo, Refrontolo, Tarzo, Revine e Vittorio; questo occuperà le alture di San Salvatore e il colle della Tombola; nel secondo tempo agirà il corpo di Di Giorgio, per assicurarsi il possesso della cresta della prealpe bellunese.
     Rombano tutte le artiglierie; la terra è scossa dai colpi in partenza, l'aria freme pei colpi in arrivo; gli avvisatori dei telefoni squillano senza riposo; voci umane urlano per superare la voce dei bronzi. Alle due scatteranno le fanterie ammassate nelle golene per aprirsi il varco nella linea del greto e dare l'assalto alla linea dei Mulini, che è posta dietro l'argine principale del Piave, alto e ripido, protetto dalla roggia e da reticolati.
     Ore due. Le nostre artiglierie allungano il tiro; i piccoli calibri martellano la linea dei Mulini, i medi battono la retrostante linea dei Villaggi. Il telefono reca due notizie: i francesi hanno gettato un ponte al Molinetto, ma l'VIII corpo d'Armata, a Nervesa, non vi è riuscito, contrastato dalla corrente e dal tiro nemico; sta tentando un passaggio a sud della Priula.
     Una fitta nebbia avvolge il Montello in un grigio e umido manto; il fiume sparisce nella vaporosa atmosfera.
     Ore tre e quindici. Si alza la nebbia. Da uno spalto sopra la strada marginale, tutto il fronte, dal Monfenera alla Priula, appare incendiato di rosse fiamme e picchiettato di stelle intermittenti. Verso Falzè, i bagliori non hanno più soluzioni di continuità; è tutto un lampo il fiume, tutta luce il cielo. Fra qualche trasparenza di nuvole, appare un vago lume di luna; il Piave, sotto la violenta lampeggiatura, luccica come uno specchio; biancheggiano le oblique grave di Ciano. Al di là del Piave, razzi a pioggia d'argento e poi razzi verdi e rossi domandano ancora fuoco di sbarramento. Vi è inquietudine, nel campo nemico! Fuma un incendio. Forse è Fontigo che arde, ultimo tributo del paese sventurato alla causa della Patria.
     Dai ponti sonanti sotto il passo delle fanterie arrivano grida e comandi; i megafoni delle batterie urlano ordini. Torna a piovere.
     Ore quattro. I ponti, ripetutamente colpiti, sono riparati, gli ufficiali ed i pontieri feriti, sono sostituiti.
     E' già passata al di là la 1a divisione d'assalto, tutta la brigata Cuneo; sul ponte di Fontana del Buoro sta sfilando la brigata Mantova, su quello di casa Biadene si attesta la «Pisa», entrambe della 57a divisione. I soldati passano di corsa, sotto la sferza della pioggia. Avanti, ragazzi! Oltre il fiume, gli arditi lanciano razzi sempre più lontani: hanno raggiunta la linea dei Mulini e stanno gettando bombe su quella dei Villaggi; sospeso il sanguinoso traghettamento di fronte a Falzè, due colonne sbucano daVillamatta, irrompono colà in soccorso dei centocinquanta eroi del 72° reparto, aggrappati tenacemente alla riva. Il ponte di casa de Faveri è colpito in pieno, ma da quello di Fontana del Buoro continuano a defluire le gagliarde fanterie.
     Ore cinque. Di Giorgio telefona che non ha potuto gettare le passerelle sulle grave di Ciano e domanda disperatamente la solidarietà del generale Vaccari per far passare anche la brigata Messina sul ponte oramai celebre di Fontana del Buoro. Risposta: - «Passi la Messina, appena sfilata la Mantova».
     Ore cinque e mezzo. Scoppia la fucileria; si combatte dunque sulla linea dei Villaggi: la battaglia è nel pieno sviluppo.

*


     Quando spuntano i primi albori, qui, ai ponti, il tragico spettacolo si fa grandioso. Il nemico che dal colle della Tombola, alla luce del crepuscolo, ha identificato le opere della notte, fulmina i ponti e la strada marginale colle artiglierie di Valdobbiadene e di Susegana. I pontieri si prodigano; si vedono dalla strada gli ufficiali lanciarsi nelle barche per colmare i vuoti, ma per oggi la partita è sospesa; occorrerà attendere la notte amica. Frattanto, colonne di fanteria si tuffano negli ultimi guadi del Piave, velate talora dagli spruzzi dell'acqua percossa dalle granate. Sovra il loro capo è un turbine di lampi, di scoppi. Alle sette e trentacinque sul Piave e sul Montello passa l'inferno. Ma l'occhio non può staccarsi dal greto. Ecco i muli carichi di pezzi da montagna attraversare i ghiaioni, spinti dai conducenti, e buttarsi nell'acqua. Vengono verso di noi colonne di uomini col pastrano; corrono; sono i primi prigionieri. L'artiglieria nemica concentra sopra di essi il fuoco di punizione.
     Qui, fra De Faveri e Falzè, culmina l'uragano; a sinistra le grave di Ciano dormono oramai in silenzio; più sopra la stretta di Vidor sembra un polso nervosamente chiuso per trattenere l'impeto della corrente.
     Altre colonne di fanti, superate le estreme ghiaie del Piave, si sperdono nella piana della Sernaglia, perseguitate dalla rabbia austriaca che va costellando il paesaggio di nuvolette; riparano nei radi cespugli, per riprender subito dopo la corsa. Gli occhi si velano di pianto al seguirle. Sovra la linea del villaggi, grandi fantasmi di montagne caliginose, testimoni spettrali, chiudono l'imponente scenario, degna cornice a superbo quadro di guerra: il Cesen, il Cismon, il Comone...
     Il capitano G. B. Bersano, di Torino, mi ferma col braccio teso verso i soldati e mi lancia la terribile domanda: - «L'Italia saprà domani ricordarsi di questi suoi santi figliuoli?» Ah perdio, l'Italia meriterà di perire se finirà a dimenticarli!
     Una colonna di fanti si getta nel guado, come offrendo la vita all'acqua. Una granata dirompente viene a scoppiare nel mezzo: la colonna si fende, cade qualcuno e si allontana, ma la catena riannoda gli anelli e va al suo destino.
      Il cielo è quasi sereno; alle otto un barbaglio di sole, pallido e dolce, fa sorridere la stretta di Vidor come una promessa di vittoria; i nostri calibri battono Mosnigo, Moriago, Fontigo e Vidor, i paesetti allineati sul declivio della prealpe; le batterie nemiche dei colli di Guarda e di Collalto rispondono picchiettando le ghiaie, martoriando le acque del fiume, offrendo all'aria agitata volubili spire. Ma i soldati vanno, vanno, senza posa, senza tregua.
     Avanti, benedetti! Avanti «Mantova», avanti «Pisa», avanti «Piemonte»! E' tornato il sole, per illuminare la vostra corsa vittoriosa! Già si alza maestoso a guardarvi il nostro draken; da ogni dolina, da ogni buca, da ogni siepe, da ogni piega del Montelloo, sale l'urlo delle artiglierie che vi spianano il cammino; da ogni megafono urlano voci di giganti: colpo per Moriago! colpo su Mosnigo! salve su Soligo! Il colle della Tombola è tutto avvolto di fumo.
     Sono le otto e trenta. Sui ponti non si passa più, anche le comunicazioni telefoniche sono rotte; il servizio di corrispondenza è fatto da squadre di nuotatori volontari. Le ultime notizie informano che il corpo d'Armata di Gandolfo non ha potuto passare al di là che centosessanta arditi che si sono trincerati a Mercatelli, abbandonati oramai al loro destino; ma è il destino dei forti. I francesi non hanno potuto gettare che un solo ponte, a Molinetto, ma un loro reggimento è già passato con un nostro battaglione di alpini; gli inglesi, padroni oramai di tutte le «Grave», sono sulla riva sinistra del Piave. Long live England!

*


     Sulla strada marginale sono giunte le barelle coi primi feriti, portate da prigionieri austriaci. Erano arrivati di sbalzo, i nostri, cinque chilometri al di là. Ma sulla linea dei Villaggi si combatte ancora, corpo a corpo. Ci sono gli «honved». Moriago è stato preso, perduto, ripreso. In prossimità ai ponti, oramai distrutti, nelle case, nelle buche, dietro le siepi, sono riparati i fanti di quella parte della brigata Messina che non è riuscita a passare e tutta la quinta brigata bersaglieri, col 5° e 19° reggimento, agli ordini del generale Clerici – bersaglieri della Bainsizza -; all'osservatorio Ormea, sopra il fiume, vi sono i generali Zoppi, della 1a divisione d'assalto, e Ciconetti, della 57a divisione fanteria, rimasti anch'essi al di qua. Nell'alveo del fiume, sul bordo di un ghiaione, un immenso stormo di prigionieri, addossati gli uni agli altri, certo un migliaio, attendono in silenzio, cercando di nascondersi agli occhi dei loro osservatorii.
     A mezzogiorno presso il cimitero di Moriago si accende una lampada: è l'eliografo installato dai nostri; poi una seconda a Bosco; una terza a Fontigo; sembrano tre stelle d'argento.
     Gli eventi incalzano. La prima divisione ardita, da Fontigo e da Falzè, avanza; supera il Soligo e dà la scalata alle alture di Collalto per dar la mano all'VIII corpo d'Armata; ma isolata e sopraffatta, più tardi ripiega sulla linea di partenza. Frattanto, i pontieri fanno sforzi inauditi per accostare nuove barche ai ponti, ma ogni barca che si stacca dalla riva richiama un colpo di cannone. Un colpo da 305, presso casa Ardore, fa rossa la terra di sangue. Proviene dal colle di Guarda.

*


     Annotta. Le ghiaie del Piave sono nella penombra. Dalla massa nera dei prigionieri appollaiati sul bordo dell'isolotto, si stacca qualcuno che tenta qua e là il guado, impaziente di guadagnare la nostra riva. Alcuni altri, molto altri, li seguono, sì che la schiera ingrossa, si allunga, si distende come un serpe nero sulle bianche ghiaie, e, uniti per mano in catena, passano il primo e il secondo filone e si affacciano al terzo; ma atterriti dalla corrente vorticosa e perseguitati ancora dal colle della Tombola, lentamente, con evidente angoscia, se ne ritraggono, attardandosi qua e là per tentar nuove vie, per finire ancora sul ciglio oramai ombrato, a congiungersi ai compagni di sventura; e qui tutti si accalcano, come per confondere la sorte comune in un comune dolore, come per rendere più fitta l'ombra che li celi alla vedetta del loro paese... E' una scena dantesca.
     Un raggio estremo di sole illumina i paesetti del dolore schierati sul pendio, ma oramai è il sole della libertà che splende sulle riconquistate rovine. Quando, dai boschi della piana di Sernaglia, dalle macchie di Moriago, dai prati di Fontigo, dai lontani guadi dell'isola Luserna e di Falzè, arrivano nuove torme disordinate e nere di uomini irriconoscibili, perseguitati da ricorrenti scoppi di shrapnels. Chi sono? Quanti sono? Sono tanti che gela il sangue a guardarli. - «Sono nostri!», grida una voce atterrita. E le ombre avanzano, scendono dai boschi, vengono dai prati, guadano il greto, mordono la riva. Sono una moltitudine.. ma son proprio prigionieri; hanno tutti il lungo pastrano; sono senz'armi. Sono i vinti! E' il principio della resa? della grande resa?

*

28 ottobre.
      Notte di contrattacchi; opposti tiri d'artiglieria, sotto cielo stellato. Arriva alla nostra sponda, interamente nudo, colla rivoltella alla cintola e pugnale in bocca, un giovane erculeo, bruno. E' il romano Pontecorvo, capitano degli arditi, il capo della squadra dei nuotatori. Viene da Moriago e narra che del generale De Gasperi, comandante del primo raggruppamento arditi, non si ha notizia; che il generale Gabrielli, brigadiere della «Pisa», è ferito all'inguine e aspetta, sulla ghiaia, che siano rifatti i ponti; l'unico generale che ha potuto trovare è il Paolini, brigadiere della «Mantova». Il nemico, alle nove, ha attaccato in forze Mosnigo e Moriago, ma i nostri, per quanto isolati, resistono; resistono per loro conto, indipendentemente dagli ordini, chiedendo ai consigli del semplice cuore la disperata volontà di vincere. Domandano soltanto fuoco d'artiglieria e scatole di carne...
     Il Genio riprende il lavoro, ma l'opera, non ancora finita, si sfascia sotto i colpi di cannone. Rivive per un miracolo, di breve vita, uno dei ponti; vive per pochi minuti una passerella, presto travolta dalla corrente. Ma, sui fuggevoli passaggi, è transitato il generale Mozzoni colla sua 60a divisione (brigate Piemonte e Porto Maurizio), mentre il generale Monesi, colla 12a (brigata Casale e quinta bersaglieri), è rimasto al di qua.
     Arriva un altro nuotatore, il tenente Bizzarri, di Cividale, dal viso di fanciullo, che reca un messaggio del generale De Gasperi, da Latteria; sono morti Ponzo e Graffignani comandanti di battaglione.
     L'alba livida trova ancora i prigionieri sul greto. Mentre ci accostiamo alla nuova passerella, presso casa Ardore, appena finita, la passerella salta, con grande fragore, sotto un grosso calibro. Le lunghe travi volteggiano nell'aria come fuscelli; un altro colpo, scoppiato sulla strada, squarcia il petto a un capitano dei bersaglieri. Per incoraggiare le fanterie che si battono al di là del fiume in un tragico e sublime isolamento, si mandano gli aeroplani della 115a e 118a squadriglia a gettare viveri e munizioni; si ordina alle artiglierie di accelerare il fuoco. Il 48° reggimento da campagna nelle ultime ventiquattro ore ha sparato, dalle strade 4 e 5 del Montello, mille colpi per pezzo oltre Sernaglia e Villanova; il 152 ha sparato su colonne nemiche in marcia fra Conegliano e Visnadello, a diciannove chilometri.
     Il generale Vaccari, per togliere di mezzo qualunque incertezza e impedire parziali ripiegamenti, raduna i generali a casa Guizzo e annuncia solennemente che questa notte il comando del corpo d'Armata si trasferirà oltre il Piave. «Ali alle ali!», dice. Le crisi non si risolvono che al di là del Piave.

*


     Il campo di battaglia si è ampliato. Caviglia, il comandante dell'Armata, ha preso una decisione audacissima, che può capovolgere la situazione: prendere di fianco le alture di Susegana, facendo passare il XVIII corpo alle Grave di Papadopoli, sui ponti gettati dal nostro Genio per gli inglesi. Anche l'VIII corpo d'Armata, che ha rinunziato al passaggio del Piave di fronte a Nervesa, girerà al largo e correrà ai ponti delle Grave di Papadopoli.
     Ore undici. Arriva il re, sereno, quasi sorridente. - «Gli inglesi hanno presa Aleppo, dice, domano noi prenderemo Vittorio. Il gigante sta per piegare le ginocchia».
     Ma a casa Ardore il Genio tenta il traghetto con un «porto scorrevole», fra un colpo e l'altro del colle della Tombola. Il tenente Barbaglia, milanese, ci butta in fondo a un barcone e, con ardita manovra di remi e di corde, prende il largo. I muscoli dei pontieri si tendono per fendere la corrente impetuosa; a mezzo il fiume le braccia, estenuate nello sforzo supremo, si allentano e la barca ritorna violentemente alla riva; ma un secondo tentativo, con tendini di acciaio e volontà moltiplicata, ci scaglia al di là. Non vi è tempo di baciare la terra benedetta; si salta sui ghiaioni, si corre ai guadi – l'acqua gelida che arriva all'ombellico stimola i muscoli -, si corre alla golena, macchiata di cespugli, di zaini, di armi, di cavalli agonizzanti, di feriti, tagliata da reticolati coi brevi varchi appena aperti; si raggiungono finalmente i primi campi lavorati. Oh la bella campagna italica, umida di sudore nostro!
     Seguendo i filari delle piante, si arriva alla linea della roggia.
     Al molino Manente è raccolta una folla di feriti di tutte le armi. Il nemico spara, ma i feriti hanno la forza ancora di rispondere all'invito: «Viva l'Italia!». Sull'argine, oltre la roggia, sono addossati i rincalzi. Una stradicciuola rettilinea ombreggiata di filari di viti conduce al cimitero di Moriago. - «Chi va là?» grida la sentinella. Sono gli arditi del XXII reparto d'assalto, appiattati dietro le fosse sconvolte. Li comanda il maggiore d'Orazio, antica conoscenza.
     Di qui, la strada corre fra vecchie mura coronate di edera: paesaggio di poesia ingombro di cadaveri. Una gamba nuda abbandonata in mezzo alla via sembra sbarrarci il passo per reclamare di essere composta in pace, vicino al corpo sperduto. Questo sembra chiedere. Lanza di Trabia mi sussurra: - «Santa questa guerra; ma che orribile cosa la guerra!»
     Moriago, coll'ampia piazza chiusa dal tempio dall'aspetto monumentale e da un palazzetto veneziano ridente ancora fra le molte rovine, riceve gli ultimi colpi d'artiglieria. Dalla parte di Mosnigo strepita una mitragliatrice; il cielo, già oscurato, è illuminato dagli shrapnels.
     Più avanti, sulla roggia Rosper, vi è la nostra prima linea tenuta dai mitraglieri della brigata Mantova. Curiosa battaglia, quella di questi giorni. Pochi passi più avanti c'è il nemico, ma i soldati gridano sfacciatamente: Viva l'Italia!

Verso Vittorio Veneto.


      A notte alta, tornati al Piave, ci attendeva la maggior sorpresa. Sospeso il traghetto, il Genio lavorava attorno ad un nuovo ponte; sul greto, un popolo di almeno cinquemila anime – feriti, sbandati, prigionieri – attendeva la fine dell'opera. Sarebbe bastato un riflettore per segnalarlo al nemico; sarebbe bastata una granata per farne un massacro.
     Ma i riflettori nemici sono spenti, ma il colle della Tombola tace; tuona soltanto il nostro cannone, soltanto i nostri riflettori perlustrano il cielo. Che è avvenuto?
     Abbiamo subito l'impressione che il nemico si ritiri. Fra la folla dei feriti il sospetto diventa speranza. Tutti interrogano, rispondono, lanciano evviva. Il maggiore Mastai Ferretti, che è qui per dirigere il passaggio sui nuovi ponti, indarno si sfiata per imporre il silenzio. E' la sensazione della vittoria che allarga i polmoni e dà fiato alla gola. Fra ufficiali che si abbracciano, vedo Benedetti del Giornale d'Italia. Questo rumoroso comizio di soldati sul greto del fiume insanguinato, nel cuore della notte, è spettacolo tutto italiano; ma vi è un altro gran pubblico che vi assiste in silenzio: i prigionieri, testimoni costernati di una grande gioia meritata.

*


      La battaglia della Sernaglia è vinta; la via di Vittorio Veneto è aperta; la guerra sta per finire.

*


      Stanotte muoverà la terza Armata.

Sulle vie della libertà.

29 ottobre.
     Le cose procedono trionfalmente. Si marcia verso l'apoteosi.
     Il colonnello Piccio ha visto dal suo aeroplano saltare a mezzogiorno il ponte del Monticano, a Conegliano, e la popolazione sventolare i fazzoletti dalle finestre; il capitano Ruffo ha segnalato colonne di cavalleria nostra marciare dalle «Grave» verso Vazzola.
     Giungono altre notizie inebrianti: l'eroico 72° reparto d'assalto ha occupato Pieve di Soligo; sono caduti il colle della Tombola e di Collalto; gli inglesi puntano su Conegliano, la terza Armata punterà verso Motta di Livenza e Oderzo.
     Oramai la situazione è limpida: il nemico, vinto frontalmente sulla piana della Sernaglia, vistosi minacciato sui fianchi dalla decima Armata anglo-italiana che aveva superate le «Grave» e dal XVIII e VIII corpi d'armata, che, passati per quei ponti, risalivano il Piave verso Susegana, con audace ma infallibile manovra, si trovò costretto a sgombrare Collalto e il colle della Tombola, per salvare le sue artiglierie. Ma le perderà per la strada. Siamo al principio della fine.

*


     Stasera abbiamo ricevuto la visita di padre Giuliani. Ha passato le «Grave» coll'XI reparto d'assalto ed ora ritorna al XXVIII. Nel ripartire, ha detto a don Celso: - «Pel caso che non tornassi, dammi la benedizione». Don Celso lo ha tirato in disparte, dietro la siepe della «Fenice» e lo ha confessato in pochi minuti. L'altro è partito contento.

30 ottobre.
     Ore sei. Mattinata nebbiosa. I reparti arditi della «Potenza e della «Jonio» hanno passato il Piave fra Salgareda e Sartorello, ma i ponti non si possono gettare perché il nemico reagisce con violenza tale che ogni barca che scende in acqua è martellata di colpi.
     Il generale Gianni, comandante della «Jonio», dirige l'azione dall'argine regio; il colonnello del 222°, Costa, la comanda dal caposaldo dell'«Isola di sopra», ma si comprende subito che il ponte, per oggi, non potrà essere gettato, perché oramai è giorno.
     Il fronte nemico da Ponte di Piave a Zenson è tenuto dalla 33a divisione e dalla famosa 77a honved, una delle fedelissime all'imperatore. Un velo di uomini, probabilmente, sta davanti a noi, ma bastano poche bombarde e mitragliatrici ben collocate per mettere in iscacco, a giorno fatto, un corpo d'esercito sulla riva di un fiume.
     I camminamenti che dal caposaldo conducono al fiume sono sconvolti e pieni di feriti, per colpi di bombarde, di pallottole e di granate di piccolo calibro. Il maggiore Navarrini è stato ferito tre volte; non vuole andarsene. Alle sette e cinquanta abbiamo la «beneficiata» delle bombarde; alle nove meno quindici, con generale sorpresa, quella del 152.
     Bisognerà attendere che la divisione Fara, che ha passato il Piave a Salettuol, faccia una puntata a sud per minacciare il fianco nemico, ovvero occorrerà attendere la notte. Frattanto, gli arditi che sono passati al di là attendono sulla golena, sotto la scoscesa riva del fiume. Si sono stretti l'uno all'altro, come tanti scolaretti raccolti per un gruppo fotografico. - «Aspettate la notte!», gridiamo. Rispondono di sì, con cenni del capo.
     Non resta che passare il Piave alle «Grave».

Oltre le “Grave”. A Conegliano.


      A Salettuol si trovano i primi inglesi, biondi e raggianti. Da cà Zonta in avanti la strada è tutta una successione di passerelle e di ponti; di piccoli guadi. Si attraversa così l'isola Caserta, cara ed antica conoscenza, piena di carogne di muli, l'isola Maggiore, cespugliata a robinie, e poi le «grave», il grande territorio bonificato, ombrato di boschine, tagliato da torrentelli, allietato di vigne e di campi a grano. Passato l'ultimo filone, si mette piede finalmente sulla terra liberata, terra d'oltre Piave, terra di Conegliano, terra ancora una volta italiana. A Cornadelle si incontra uno sciame di ragazze e di bimbi venuti da Rait per salutare i liberatori: - «Quanta fame e quanti dolori!» dicono. E poi: - «Benedetti, benedetti da Dio!» Bisogna fermarsi, perché ogni ragazza vuol raccontare il caso suo: - «Volere andare a Venezia, i dixeva; e nualtre: sì, col binocolo! Loro giù botte, e noi: col binocolo!»
     Si arriva a San Polo. Com'è ridotto! Strade allagate, case, ville e parchi devastati. Si attraversa il giardino dei Papadopoli, col bel laghetto, ma si ha appena tempo di vederlo, appena tempo di stringere qualche mano amica, di gettare uno sguardo a qualche salma. C'è ancora in tutti una gran voglia di correre. Dopo San Polo, cominciano i segni della fuga nemica; morti nei fossati, morti nei campi fiancheggianti la strada, casse di munizioni, armi abbandonate, cavalli. Le donne dalla soglia delle case guardano e salutano; le vecchie si trascinano alle finestre: - «Benedetti, benedetti da Dio; sangue nostro!» Altre donne recano mazzi di lauri e di crisantemi: - «Sono per i nostri santi morti». A casa Vallone una vecchia ferma i soldati: – «Vogio basarve, prima de morir».
     Siamo nel regno «del raboso»; maestosi filari di viti ostentano l'antica prodigalità del suolo.
     - «A sentir loro, dice un vecchio di Rait, andavano a Roma, ma noi abbiamo sempre sperato». A Torre girano già carrette a mano, cariche di legname per riattare la casa; a Vazzola la popolazione festeggia gli scozzesi; le donne mandano baci.
     - «Ladri!» grida una ragazza, rivolgendosi agli inglesi, ma si capisce subito che parla degli austriaci, «avrebbero rubato anche Cristo. Ci buttavano di notte giù dal letto coi bambini, per dormirci loro, e poi ci lasciavano i pidocchi, grossi come le cavallette».
     Verso sera, si giunge a Conegliano. L'antica splendente cittadina non si riconosce più. Tutte le case sono danneggiate; via Garibaldi è a terra, incendiata dai germanici, i quali, non contenti di ciò, nel febbraio, prima di andarsene, saccheggiarono casa Porcia e dettero fuoco alla Pescheria. Ma sulla piazza della fontana il Nettuno sventola la bandiera tricolore e gruppi di donnicciole festeggiano i soldati, indignate contro le sciagurate che portano il baule austriaco.
     C'è la brigata Sassari, con Grey, Corti, il colonnello Carta. E' entrata nella città subito dopo la «Bisagno».
     E' già notte e le donne della campagna hanno paura di tornare a casa, inorridite pel fatto avvenuto a Santa Lucia, dove una giovane fu profanata e sgozzata. Ma un fante della «Bisagno», il sergente Mauro, di Minervino Murge, le rassicura: - «Non abbiate paura; adesso ci siamo noi».
     Arrivano nostri prigionieri, laceri, affamati. Sono riusciti a scappare per la fuga di tutti i comandi austriaci. Dicono che i grossi comandi sono scappati a precipizio.
     Le case di Conegliano non hanno che le nude pareti; tutto è stato messo a sacco; in via Cavour persino i pavimenti sono stati asportati; le finestre sembrano occhi senza pupilla e senza palpebra. Ma in piedi, per dispetto, è rimasta la casa donde

GIUSEPPE GARIBALDI IL 5 MARZO 1867
DA QUESTO VERONE AL POPOLO PARLAVA.

Nel paese natio, per il paese natio.

31 ottobre.
      Limpido sole. La cavalleria è sulla via di Sacile. Passano soldati cantando: faccie pallide di fatica, occhi illuminati di gioia. Conegliano espone alle finestre le prime bandiere. La strada napoleonica, ingombra di cannoni, con gli artiglieri austriaci morti sui pezzi, è percorsa da truppe di tutte le armi. Donne sulle strade, ai bivii, sui campi, gridano: - «Viva il sangue nostro, viva l'Italia!» Le ragazze fan da presso e dicono: - «Cari, cari; finalmente!» I bimbi gettano fiori, i soldati gettano pane. Si canta, si corre e si piange...
     A San Vendemmiano una donna, mostrando le scarne ossa, dice: - «Vedete come mi hanno ridotta? Ma, adesso, posso vivere anche di aria».
     Appaiono le alpi nella piena gloria del sole; il monte Cavallo troneggia colle tre vette spolverate di neve; sotto vi è Sacile. Godega è piena di inglesi; al ponte del Meschio si sentono scoppiettare le mitragliatrici; in fondo al rettilineo spuntano i due campanili di Sacile. Il cuore trema.
     Al bivio per Fratta, ci sono cannoni rovesciati, un aeroplano infranto, cadaveri. Fischiano già le pallottole. Attorno la casa Benedetti c'è la cavalleria inglese appiedata – i dragoni -; donne che occhieggiano dalle finestre; a casa Tomasella i fucilieri di Lancaster sono appiattati nei fossati; le donne, dalle porte, danno acqua agli assetati. Gli austriaci sparano dalle palazzine Negri.
     Avanti! A casa Silot sono raccolte molte famiglie sacilesi, gente che ride, che piange, che bacia; gli austriaci hanno barricata la strada davanti a casa Zuccaro con platani abbattuti, con autocarri e carrettelle. Un carro abbandonato al passaggio a livello della nuova ferrovia per Vittorio, porta un pianoforte. Non si può far a meno di fermarsi un momento, per attaccare le prime note del Va fuori d'Italia...
     Avanzano bersaglieri del primo battaglione ciclisti; avanzano cavalleggieri «guide» che già da un pezzo si battono contro le mitragliatrici nemiche. E' in testa il maggiore Slagek, col veterinario Setti, che ha preso anche lui il moschetto. Muore il tenente De Grise, del quarto squadrone. Superata la barricata all'ingresso del paese, viene incontro un vecchio a braccia aperte. E' il primo incontro. Ma non è il momento di abbracci, perché in piazza Cavallotti e al «ponte secco» scoppiano bombe e petardi. Si spara a bruciapelo; davanti alla mia vecchia casa si incrociano i tiri di fucileria. Ad un tratto, un enorme scoppio impone il silenzio. E' il ponte delle Castagne che salta. Altro scoppio; è la volta di quello dell'Ospedale. Sono le dieci e trenta. Batto alla porta e chiamo la mia vecchia zia Gigia. Una voce risponde: - «E' morta», e dalla finestra una mano tremante sporge una bandiera, la vecchia nostra bandiera, che nel '66, come oggi, saluta le prime truppe liberatrici. Benedetta la mano ignota che tremava nell'offrirla alla luce!
     Avanti! La battaglia continua sui tetti e sui campanili; si sale al solaio di casa Lacchin – le spalle dei soldati sostituiscono le scale -, poi su quello del povero «Lolo», dove dorme una bimba morta; si monta sul campanile di San Gregorio, contro il quale gli austriaci sparano, dal campanile del duomo. La parte del paese al di qua della Livenza è ormai italiana; i cavalleggieri di Slagek se ne vanno per superare il fiume a nord verso Fiaschetti; a Sacile restano gli inglesi, con una sezione mitraglieri del «Saluzzo Cavalleria».

*


     Occorre ora passare la Livenza che divide il «borgo» dalla piazza del Plebiscito, che è il cuore del paese. Al di là, sul campanile del duomo, nel giardino Sartori, a casa Camilotti e a casa Bet, il nemico ha piazzato le mitragliatrici che incrociano i tiri sui ponti crollati. Giunge una comitiva di giornalisti; arriva il maggiore Gruss, della missione francese, con un tenente colonnello italiano, il senatore Visconti di Modrone. Dalle case del «borgo» escono donne e bambini, che ci chiamano per nome; dove passa la libertà torna a sorridere la vita. Gli inglesi, raccolti sotto i portici di via Vittorio Emanuele, attendono la ripresa del combattimento.
     La chiesa di San Gregorio è stata saccheggiata; la vecchia pala di Sant'Antonio col bambino Gesù, davanti al quale tante volte mia madre mi faceva pregare, è squarciata; spogliato l'altare, aperto il tabernacolo. Da una imposta socchiusa, rivedo l'interno della mia casa, interamente denudata; in fondo, appare il focolare, spento e deserto.
     Mezzogiorno: Il nemico bombarda il borgo coi piccoli calibri; l'Austria sfoga le sue ultime vendette. Ma il capitano Debuson, dei bombardieri inglesi, schiudendo il portone del palazzo Casagrande ci mostra la statua di Garibaldi che sorride dal piedistallo. E dice, in buon italiano: - «Il vostro eroe vede ancora una volta l'Austria a fuggire».

*


     Piazzate le bombarde nel giardinetto di casa Padoin, piazzate le mitragliatrici inglesi a casa Montanari, quelle dei cavalleggieri Saluzzo a casa Savio e sul solaio del «Leon d'Oro», alle quattro si riapre il fuoco. La prima a capitolare è la mitragliatrice di casa Sartori col suo servente che muore sull'arma, - era quella che infilava lo specchio della Livenza -; la seconda è quella del campanile del duomo, colpito nella cella campanaria da ripetuti e ben aggiustati colpi di bombarda. Sotto le raffiche incrociate e il fumo delle bombarde, i fanti del 9° reggimento York e Lancaster, agli ordini del tenente Stevenson, buttate alcune tavole sopra i rottami del ponte, attraversano la Livenza; irrompono a casa Carli, e di là si affacciano alla piazza Plebiscito scaricando i fucili. Cadono i primi austriaci sulle rampe del ponte; avanti!; i mitraglieri prendono posizione sotto il portico della farmacia Sartorelli; dagli opposti portici di casa Piovesana e dalla bella loggia del Comune rispondono gli austriaci; la piazza, già avvolta nelle ombre della sera, è tutta un ridere di fiammelle; correndo di colonna in colonna, di portico in portico, di casa in casa, di strada in strada, sparando entro le porte aperte per obbligare alla resa le pattuglie ritardatarie, si arriva all'arco dei «Mori», a casa Biglia – piena di ricordi -, al ponte di ferro, a quello della Pietà, al campanile del duomo; in breve tutto il paese è occupato; Sacile è liberata. Gli ultimi prigionieri che si arrendono vengono avanti, dalla piazzetta delle carceri, gemendo: - «Fratelli, fratelli!» Sono rumeni o, almeno, tali si professano. - «Fratelli, si risponde, su le mani!» E li prende in consegna un borghese: Arnaldo Fraccaroli.
     Sono le sette e mezzo. Sulla piazza di Sacile liberata, partono grida: - «Viva l'Inghilterra!»; gli inglesi rispondono: - «Viva l'Italia!».

*


     Così, fra le tenebre, è finito questo caratteristico combattimento, che durò tutto un giorno, nelle vie, fra le case, sotto i portici, sui tetti, sui campanili, in mezzo a pianti di bimbi e grida festose di donne; dove il popolo fu spettatore e, in qualche tempo, attore; nel dolce paese dove la lontana infanzia riverbera ancora qualche ricordo e alcune tombe, che da un anno non hanno conforto di fiori, legano il cuore alle cose più sacre della vita.
     Sacile, addio!

Coi bersaglieri, a Motta di Livenza.

1° novembre.
     La terza Armata, intanto, ha passato il Piave e punta anch'essa sulla Livenza.
     Romanziol, colla villa Guarnieri celebre per gli affreschi del Tiepolo, è tutta una rovina. Oderzo ha le case spogliate, ma sulla piazza principale ridono ancora gli affreschi del '500. Il vecchio Carlo Magno, al quale si chiede come la pensi degli austriaci, risponde: - «Ladri, sior! Mentre se faceva la polenta, i ne la buttava via per robarne el rame. Ladri».
     La signora Vizzotto racconta che quando chiedeva pane, la mandavano da Cadorna, e poi da Wilson. - «Un maggiore mi negò il latte per il fratello moribondo. Ma oggi ho avuto il conforto di vederlo passare prigioniero. Ma mio fratello è morto». Carlo Magno torna a interloquire: - «I ne domandava l'ora e i ne robava l'orologio. Ladri, sior».
     Lutrano reca i segni della resistenza; le buche individuali sono frequenti. Quando si arriva, alle porte di Motta, alla chiesa delle Grazie, dalla semplice e bella facciata del Sansovino, crepita la mitragliatrice. E' caduto un momento fa un amico, il tenente Barbesti. Stamane si è presentato al comando del 5° reggimento bersaglieri a offrire i suoi servigi un giovane triestino, il comandante del porto militare di Motta. Troppo tardi. Anche a Sacile, un giovane ed elegante tenente medico di Trieste si era messo a disposizione «della causa della libertà»; ma gli abbiamo risposto: - «La causa della libertà non si serve all'ultima ora. Andate a curare i vostri ammalati».
     A Motta leggiamo gli ultimi bandi austriaci. Eccone uno:


     «I civili che nel territorio di Culfrancui non si fermassero al primo grido, saranno fucilati».


     Ferravilla direbbe: Esagerati!... Ma ce n'è un altro, del comando supremo di Oderzo, nel quale il diritto penale è conciato a dovere:


«Chi viene sorpreso mentre taglia i fili telefonici, oppure da testimoni, sarà punito coll'impiccagione e i suoi possedimenti e la sua casa saranno bruciati... Verranno presi degli ostaggi, i quali in ogni caso saranno puniti se la corrente telefonica sarà guastata, sebbene il reo sia fanciullo od ignoto».


     Sulla Livenza è stata gettata una testa di ponte. E' opera generosa dei bersaglieri dell'8° reggimento, i quali, all'ordine di passare alla riserva, si buttarono in acqua e passarono invece al di là. Santa disobbedienza!
     Durante la notte, il Genio getta i ponti; il nemico spara sul paese ravvivando l'incendio delle case bruciate e uccidendo parecchi borghesi; i bersaglieri estendono la testa di ponte sui due rami della Livenza; arrivano prigionieri, contro i quali le donne di Motta, inferocite, scagliano sassate ed insulti.
     Arde ancora la casa del poeta Giacomini.

A bandiere spiegate. Pordenone.

2 novembre.
     Si passa la Livenza; le donne accolgono i bersaglieri del 2° reggimento colle parole: «Viva, anime benedette!» Sul ponte della ferrovia cadaveri austriaci della 33a divisione ungherese, uccisi a colpi di baionetta, dimostrano che la lotta è stata dall'una parte e dall'altra accanita, implacabile. I contadini anche ai morti gridano: «assassini», ricordando episodi di barbarie inaudita, quasi inverosimile. Una donna vicino a «Casa bruciata» dice: «Anche morti, fan rabbia».
     L'Austria ha inaridito persino il cuore degli umili, pur così pronti al perdono. Ma la giustizia popolare taglia netto più che una spada; denuncia i preti traditori, esalta quelli italiani. Passa sui ponti l'«Aquila cavalleria», coi cavalli a mano e la bandiera a fianco del colonnello Pezzi-Siboni. Sono quelli che hanno occupato Motta, sempre a stendardo spiegato. Anche i bersaglieri della 7a brigata sventolano bandiere. Si grida: - «Al Tagliamento! all'Isonzo!» Arriva il 28° reggimento artiglieria da campagna. Anche qui, ogni batteria spiega una bandiera. Questa non è più marcia di soldati, è marcia di popolo.

*


      Oramai popolo ed esercito si confondono; le bandiere sventolano sui cannoni e sugli aratri. Sacile, intanto, sta seppellendo i morti; al cimitero sono stati deposti otto inglesi e centotredici austriaci, ma molti ancora sono sparsi per la campagna. Un morto è stato trovato sul campanile del duomo. Lungo la strada di Pordenone, al passaggio delle truppe, il popolo viene a salutare, con gli stendardi. A Rorai un arco di rose e di crisantemi ci richiama agli antichi costumi di Roma imperiale; Pordenone è imbandierata; intatto il superbo campanile trecentesco. La città fu occupata ieri, alle due del pomeriggio, dall'8° bersaglieri ciclisti, mentre gli austriaci di opposte nazionalità si schioppettavano fra di loro. La popolazione aveva vissuto ore di trepidazione il giorno prima, perché le cannonate di Sacile si sentivano distintamente, e dalla sorte di Sacile dipendeva la libertà di Pordenone. In corso Garibaldi brucia l'osteria del Gambero, incendiata dagli austriaci la notte del 31; brucia anche il fabbricato della stazione; la popolazione se ne è vendicata bastonando gli interpreti, ligi all'austriaca autorità.
     Il nemico è a quattro chilometri dalla città. La cavalleria batte i paesi a rastrellare i fuggiaschi, che hanno abbandonato cannoni e munizioni ad ogni svolto di strada.
    Palse, Tamai, Prata sono state sgombrate, ma a Visinale il ponte sul Meduna è rotto. Qui c'è la brigata Veneto, insofferente di essere lasciata un po' indietro. Il maggiore Cerboneschi raduna le truppe. Si grida anche qui: - «Al Tagliamento, all'Isonzo, a Trieste!» I ragazzi sventolano pezzuole tricolori, cucite mentre ancora gli austriaci bruciavano il ponte. Le donne di casa Lama ci dicono: - «E' l'unica cosa che ci è rimasta (le pezzuole). Hanno rubato tutto». Ma l'ultima volta che entrarono per la finestra, per rubare, la vecchia Lama ha detto loro: - «Siamo poveri, ma il sangue è buono. Nel '66 sono andata a cavallo sino a Pordenone per baciare Garibaldi».
     Questa popolazione di contadini è veramente magnifica. - «Fino a che il cannone lavorava sul Piave, dicono, avevano speranza, ma quando taceva, quale avvilimento! Negli ultimi giorni, quando lo abbiamo sentito verso Sacile, ci siamo messi a batter le mani. E quando sono comparse le piume dei bersaglieri, tutti fuori a gridare: il sangue nostro, il sangue nostro!» Ad una donna che ci offre un bicchier d'acqua, rispondiamo un semplice grazie. - «Ah, anima, dice, è un anno intero che non ci sentiamo dir grazie!»

Musiche.

3 novembre.
     Il ponte non è ancora ultimato; mancano i materiali. Si tenta passare a Rivarotta, a Villanova, inutilmente. Si finisce a ripassare la Livenza a Portobuffolè, sotto l'arco veneziano dal leone alato; si torna a Motta, dove il capitano Vallenga, della 10a squadriglia autoblindate, bestemmia perché il ponte non regge gli ottanta quintali delle sue macchine; si corre ad Annone Veneto, a Pravisdomini, a Villotta, sempre fra popolazioni acclamanti. Qui la 6a brigata bersaglieri applaude il suo generale, il Dho, e canta l'inno a Oberdan; i «lupi di Toscana» festeggiano il generale Nastasi e il divisionario Galliani; gridano: - «Viva i nostri generali!» Un tempo, a queste dimostrazioni non eravamo abituati. A Sbroiavacca, sotto la fosca torre della vecchia contea, raggiungiamo i bersaglieri della 7a brigata che hanno in testa, con le pattuglie esploratrici, la musica. Che guerra è questa? I ponti sulle roggie e sugli «scoli» sono rotti da poche ore, ma i contadini hanno gettato delle passerelle con alberi e siepi tagliate ai margini della strada, donde sventolano i berretti. Dalla strada hanno rimosso i cadaveri e le carogne massacrati dai nostri aeroplani. Si entra in San Vito al Tagliamento, fra due ali di popolo plaudente.
     A mezzogiorno i cavalleggieri «Foggia» sono sul greto del Tagliamento, bianco di ghiaia, azzurro di acque; il fiume immenso, il nume tutelare del Friuli. Si attraversano i limpidi guadi, le boschine, i ghiaioni e si arriva, coll'acqua alla cintola, all'ultimo isolotto, dove sono spiegati i bersaglieri del battaglione Barbanti.

Un colpo di scena sul Tagliamento.


     Ma sull'argine vicino spuntano mitragliatrici e colonne austriache. Suona una tromba e si alza una bandiera bianca, triangolare. I bersaglieri in piedi, sull'isolotto, guardano puntando le armi. Avanza un capitano, bruno, bellissimo, che domanda di parlamentare col «generale italiano».
     Mentre ci avviamo, a cavallo, a traverso i guadi, azzardo una domanda:
     - «Posso chiedervi a quale nazionalità appartenete?»
     - «Ungherese». Un lieve rossore colorò il pallido volto.
     Il colloquio ha avuto luogo in un prato, presso cascina Rota. Da una parte, un crocchio di generali e di ufficiali; dall'altra, solo e bendato, l'ungherese, capitano Kaiger, della 24a divisione.
     Tolte le bende, l'ungherese dice, in perfetto italiano:
     - «Ho l'onore di comunicare a questo comando che stamane è stato firmato l'armistizio tra l'esercito italiano e l'esercito austro-ungarico, come da nota che vi presento. Le condizioni dell'Intesa sono state da noi accettate. Domando quindi che le vostre truppe si ritirino sulla riva destra del fiume».
     Profondo stupore. Possibile che il nemico sia avvisato prima di noi di così grande avvenimento?
     Ma risponde, burbero, il generale Nastasi: - «Noi non riceviamo ordini se non dal nostro comando. Se volete un armistizio, non avete che a gettare le armi e costituirvi prigionieri».
     L'altro insistette; appariva commosso. Tutti gli occhi erano fissi sulla sua splendida faccia di zingaro: - «Sul mio onore di soldato, disse, vi assicuro che l'armistizio è stato concluso. Noi non getteremo mai le armi. E, visto che nessuno rispondeva, riprese: «Signori, potete continuare l'avanzata. Noi risponderemo col fuoco.
     Nastasi, tranquillissimo: - «Sta bene, vi do tempo mezz'ora per rientrare nelle vostre linee».
     Sono le quattordici e quarantacinque. Il capitano ripassa a cavallo il Tagliamento. Frattanto, le batterie del 40° reggimento da campagna hanno puntato i cannoni su Camino di Codroipo; alle sedici, le nostre mitragliatrici aprono il fuoco; segue l'artiglieria; risponde subito il nemico con una ventata di pallottole. Altro suono di tromba, altra bandiera bianca, o, più precisamente, altro lenzuolo rubato ai nostri contadini.
     Questa volta l'incontro ha luogo sul letto del Tagliamento.
     E' già buio; i soldati fanno cerchio all'intorno. Il colonnello Ricchieri, comandante il 2° bersaglieri, risponde che «gli italiani non ricevono ordini dal nemico». I parlamentari replicano: - «Ricadrà sul vostro capo la responsabilità del sangue ulteriormente versato». E se ne vanno.
     Il fuoco riprende implacabile; i bersaglieri del quarto battaglione si slanciano sulla sinistra del fiume, si buttano all'argine, e il nemico, protetto dalle ombre della notte, si ritira, abbandonando al loro destino nuclei di prigionieri.
     I soldati si chiedono: Come fa il nemico a sapere quello che noi ignoriamo?

L'armistizio.

4 novembre.
      Stanotte, alle quattro, è arrivato un ordine che, per il primo momento, ci ha fermato i battiti del cuore. Oggi, alle ore tre del pomeriggio, saranno sospese le ostilità. Fino a quell'ora le truppe dovranno continuare l'avanzata, ma alle tre saranno deposte le armi. Si tratta ora di portare più lontano che sia possibile la nostra bandiera, prima che le trombe dei parlamentari squillino la prima nota di pace. Oggi, dunque, quattro novembre, finisce la guerra; alle tre del pomeriggio avranno tutti salva la vita. Ci avviciniamo ad una delle più grandi ore della storia, donde uscirà rinnovata la vita del mondo; eppure vi è in tutti una dolcezza malinconica; anche il soldati non esprimono segno alcuno di gioia. «Oramai, dicono, si andava a Trieste per nostro conto. Perché fermarci?».
     La brigata bersaglieri passerà il Tagliamento per il ponte di Madrisio, tuttora tenuto dal nemico. A Morsano le strade e i campi sono ingombri di armi abbandonate. Qui ieri si è arresa una intera divisione di cavalleria appiedata, che è stata avviata a San Vito, fra imprecazioni di popolo.
     Al ponte, il nemico sventola bandiera bianca e spara mitragliatrici, ma il 231° fanteria le riduce al silenzio. Il ponte salta e brucia. Frattanto i nostro aeroplani lanciano manifestini che recano una grande inattesa novella:


«Veterani del Carso e del Piave! Le truppe italiane hanno conquistato Trento e Trieste, ridando all'Italia per sempre le terre di Battisti e di Oberdan».


     E' un delirio; sventolano tutte le bandiere; si agitano fazzoletti e berretti; l'aria freme di grida e di canti, le musiche suonano l'inno di Garibaldi: «Va fuori d'Italia...»
     Man mano che si approssima la grande ora, si cerca di scrutare l'animo del soldato. Che farà? Fraternizzerà col nemico? Risponderà ai suoi inviti?
     Vane domande; il soldato continua la marcia vittoriosa, senza chiedere l'ora, quasi senza preoccuparsi della sua vita, che pure è ancora in giuoco.
     Riattato alla meglio il ponte, finalmente i bersaglieri entrano in Varmo, in Rivignano e in Ariis, fra folle di popolo delirante; al ponticello crollato del Torsa, incontrata nuova resistenza, i bersaglieri dell'8° reggimento si sono buttati di slancio contro le mitragliatrici nemiche. Eppure, non mancava che un'ora alla fine della guerra!
     L'ultimo colpo di mitragliatrice ha colpito in bocca il sottotenente Alberto Riva di Villasanta, di diciott'anni, spezzandogli a un tempo la vita e la parola...
     I contadini tagliano gli alberi della strada per far passare la cavalleria. Sono le tre, quando ci avviciniamo ai pressi di Paradiso. Arrivano clamori e nuovo strepito di mitragliatrici. E' la cavalleria che carica il nemico sulla strada di Paradiso.

L'ultima carica.


      Il bianco rettilineo di Paradiso finisce nel trivio di Muzzana e di Castion di Strada. Qui, sul ponticello, gli austriaci avevano piazzate le ultime mitragliatrici e contro di esse i lancieri di Aquila caricarono per l'ultima volta. Già erano passati al galoppo sulle calcagna del nemico in fuga, fra i bersaglieri della divisione Fara che facevano ala alla visione fantastica; ma occorreva portare lo stendardo del reggimento più in là, più lontano, alle porte di Palmanova, fino al minuto estremo, fino all'istante fatale in cui la guerra avrebbe ceduto il passo alla Storia. Mancavano dieci minuti alle tre quando il colonnello Pezzi-Siboni lanciò il duplice grido: «Viva l'Italia!; aprite gli squadroni!» Gli squadroni si aprirono e si slanciarono al galoppo: il quarto sullo stradone, il quinto e il sesto ai suoi fianchi, sulle due carreggiate laterali. Il comando di reggimento portava lo stendardo spiegato.
     Il grido di «Viva l'Italia!», urla nell'aria, e le tre colonne affiancate si involano verso il trivio come per immolarsi alla morte. Sotto il pungolo dei cavalieri, serran sotto i cavalli; lo squadrone di mezzo arriva compatto come una sol frotta, come un pugno chiuso, alla meta: in testa il capitano Grilli, e, cavalieri della morte, tutti gli ufficiali, Balsamo e Piersanti; Airoldi di Robbiate e Porro Schiaffinati, nel momento in cui l'ultima scarica delle armi nemiche abbatte e confonde cavalli e cavalieri.
     I cavalli vengono a morire sul ponticello, sopra le mitragliatrici, trascinando davanti al nemico gli ultimi italiani caduti nell'ultima ora della guerra.
     Suonano intanto le trombe dei parlamentari e il nemico si ritira, sventolando bandiere bianche. L'ultimo olocausto alla patria è compiuto. Mentre sopraggiungono i bersaglieri, dal groviglio sanguinante vengono estratti due giovinetti spenti, Augusto Piersanti e Achille Balsamo di Loreto, un altro morto, il caporale Giulio Marchesi e dieci cavalieri feriti, sopra i cavalli agonizzanti.

*


     Imbruniva quando gli squadroni rendevano gli onore delle armi alle giovani salme, adagiate sul margine destro dello stradone, presso il trivio, sul campo stesso della loro gloria, sotto i platani sfrondati. Alti ufficiali, il generale Fara, Dho, Pirzio Biroli, i colonnelli Conti e Bernasconi, recarono ai morti cavalieri l'omaggio delle fanterie. Il povero Balsamo, il gentile e caro compagno della mattinata, sembrava sorridere ancora. Era stato colpito da otto pallottole nel petto e non aveva che diciannove anni. Sfilarono gli squadroni in silenzio, cavalli e cadaveri colle teste rivolte alle salme, mentre una lontana musica di bersaglieri suonava gli inni della vittoria.
     All'opposto lato della strada, verso Palmanova, si allontanavano le colonne austriache, lanciando nell'aria razzi luminosi e sventolando bianche bandiere.
     Era suonata l'ora trionfale, ma vi era in tutti una gran voglia di piangere...


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