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Aeroplani bare.


(1916).


   Il 3 dicembre 1916, una squadriglia di Caproni bombardò la stazione di Dottagliano e Scoppo sul Carso. I combattimenti svoltisi fra i nostri apparecchi che s'indugiavano sull'obbiettivo e gli idrovolanti e i «caccia» nemici, furono accaniti, feroci. Un nostro aeroplano, pilotato dal sottotenente Broili, riusciva ad abbattere un apparecchio austriaco, mentre tutti gli altri avversari venivano messi in fuga. Ma prima di ritirarsi gli austriaci vollero ed ottennero una vittima. Circondato il Ca3 1233 dall'alto, da destra, da sinistra, lo investivano con le raffiche delle loro mitragliatrici. Un proiettile esplosivo colpisce il serbatoio di destra e fa nell'involucro un larghissimo squarcio. Il tenente pilota Mazzoni lascia al volante l'altro pilota Borra, s'arrampica sulla carlinga, si toglie la giacca di pelle e tenta con quella di otturare la falla. Impossibile. La benzina sgorga a flotti e si incendia. Il motore centrale e quello di sinistra si sono fermati di botto. E il soldato mitragliere Castoldi, un ragazzo coraggioso e arditi che aveva sostenuto già numerosi combattimenti, è là nella sua torretta, rovesciato, immobile. Due pallottole gli avevano attraversato il cuore.
     Intanto il fuoco degli attacchi austriaci continuava implacabile, ed anche i due piloti ne furono colpiti. Ormai anch'essi avrebbero seguito la sorte del mitragliere? Chissà! Intanto tentarono di raggiungere le nostre linee con un lungo volo librato: ma l'unico motore, non colpito, funzionava soltanto a tratti, irregolarmente, e non poteva sostenere il volo del Caproni sino al campo di partenza. Non vi riuscirono: il terreno fra Selo e Jamiano non era ancora occupato dagli italiani, e quando l'apparecchio vi precipitò, ormai senza più una goccia di benzina, ancora colpito dalle fucilate delle sottostanti fanterie, col suo carico di morte e di feriti, l'equipaggio cadde nelle mani del nemico. Il mitragliere Castoldi era morto; i due piloti Mazzoni e Borra feriti; l'osservatore Guzzanti illeso.
     Era la famosa giornata del 24 maggio 1917, memorabile negli annali della storia dell'aviazione per il numero stragrande di velivoli italiani che comparvero in una medesima ora sul cielo nemico. L'apparecchio Caproni – composto dall'equipaggio sottotenente Della Cella Ettore, sergente Romagnino Vittorio, soldati Blesso Emilio, e Salvadori Gino – era della partita. Attratti dalla bellezza di Trieste i piloti si erano spinti troppo innanzi distaccandosi dal gruppo, noncuranti del pericolo che li minacciava. Ed infatti tre velocissimi caccia nemici non esitarono a raggiungerli ed a porsi ai loro fianchi bersagliandoli con violenti raffiche di mitragliatrice. L'equipaggio non si sconcertò; benché le pallottole sibilassero d'intorno perforando ali e motori e schiantando montanti e crociere, seppe affrontare i temibili avversari con rara audacia ed abile manovra. Accanitissimo sopra tutti si mostrava il piccolo soldato Blesso, giovane appena di vent'anni, dotato di un ardimento senza pari, decorato al valore per essersi distinto in precedenti attacchi aerei.
     Aveva già sparato duecento colpi di mitragliatrice ed era riuscito a tener lontani i cacciatori austriaci per qualche minuto – uno anzi aveva abbandonata la lotta forse esausto o ferito in parte vitale – ma nell'attimo ch'egli si accingeva a mutare un caricatore, gli altri due gli furono addosso contemporaneamente. Una palla avversaria, traversandogli la visiera del casco, lo colpiva nel mezzo della fronte uccidendolo sulla sua torretta di combattimento che tanto amava e che doveva raccogliere il suo ultimo respiro. Il tenente Della Cella avvedutosi della sciagura, cedette subito i comandi al sergente Romagnino e si precipitò alla mitragliatrice posteriore scostando il cadavere per poterla manovrare. Il duello aereo durò ancora a lungo, mentre il Caproni filava verso le linee amiche pur avendo i motori colpiti in vari punti e perdenti acqua da ogni parte. Solo dopo una bene aggiustata raffica di proiettili, un secondo caccia austriaco si dispose a planare mentre il terzo abbandonava l'impresa. Essendo oramai giunti al di qua delle trincee italiane, il sergente Romagnino spense i motori per evitare l'incendio a bordo, e decise di atterrare nel primo prato possibile. La manovra gli riuscì egregiamente e giunti a terra, ai superstiti non rimase che di constatare la morte del loro eroico compagno Blesso e di contare i mille fori che le pallottole nemiche – tra le quali molte incendiarie – avevano praticate nel velivolo.

Un ferito a bordo.


(1916).


L'EROISMO DEL TENENTE CANEVA.


     Da più di un quarto d'ora navigavamo nel cielo nemico sorvolando le alte vette trentine, dovendo bombardare e fotografare Malga Cheserle dalla quale ci distanziavano soli pochi chilometri. Le artiglierie nemiche si accanivano contro di noi bersagliandoci a colpi di shrapnels che io e il mio compagno Ferrari cercavamo di evitare manovrando l'apparecchio a destra e sinistra per sviare il preciso puntamento degli austriaci. Vedevamo scoppiare i proiettili molto più in alto, più in basso, più di fianco, più avanti, più indietro, e ci sentivamo quasi tranquilli, quando un fragore sordo sotto l'apparecchio ci impensierisce non poco. Subito dopo ci accorgiamo che l'osservatore – tenente Federico Caneva – porta rapidamente la mano sinistra contro il braccio destro e si volge verso di noi impallidendo. Comprendiamo facilmente che egli è ferito da qualche palletta. Un foro è visibilissimo nella manica della giubba di cuoio. Contemporaneamente il mitragliere Betteghella batte sulle nostre spalle e ci indica uno squarcio nel radiatore del motore laterale. Che fare? Proseguire in condizioni così difficili? Tornare indietro quando siamo già prossimi al nostro obbiettivo? Consultiamo con lo sguardo l'osservatore fissandolo per un momento negli occhi, ed egli dopo una breve esitazione fa cenno di proseguire. Allora tolgo di tasca un rotolo di nastro isolante e lo porgo al mitragliere facendogli comprendere che è necessario proseguire, riparando alla meglio il guasto al radiatore. Egli si dispone subito a scendere sull'ala, mentre metto a ralenti il motore sinistro perché possa lavorare ad avvolgere il tubo rotto senza essere investito violentemente dall'aria mossa dall'elica che nel suo rendimento efficace gira 1400 volte al minuto. In breve il guasto è riparato e noi possiamo proseguire il nostro cammino raggiungendo Malga Cheserle, lanciando tutte le bombe e ritraendo 12 fotografie. Al ritorno fu necessario ancora che il mitragliere scendesse sull'ala e vi rimanesse durante tutto il percorso, nel cielo nemico, per tamponare lo squarcio del radiatore; mentre il valoroso osservatore Caneva, si premeva la sua ferita per diminuirne il dolore. Giunti al campo ed estratto il proiettile (una palletta di shrapnel) egli pensava di farlo rilegare in oro e conservarlo come prezioso ricordo di quel volo avventuroso, non immaginando certo che la morte crudele lo attendeva in agguato per rapirlo due mesi dopo – durante un'azione sul nemico – all'affetto dei compagni e degli inconsolabili genitori.

Vana attesa.


(1916).


      Era un pomeriggio di giugno afoso e nuvoloso. Sul nostro campo, fin dal mattino trovavansi allineati alcuni Caproni che avrebbero dovuto bombardare Val Galmarara, ma il tempo non accennava a rimettersi al bello minacciando anzi un violento temporale. Pur tuttavia noi ci tenevamo sempre pronti in attesa di ordini che sapevamo – a prova – rappresentare per l'arma aerea, il problema più grave e complicato. Quante volte infatti ad una disposizione emanata per telefono da chi sa quale lontananza, ne seguiva immediatamente un'altra completamente opposta, ignorando o non tenendo alcun conto delle mutate condizioni atmosferiche!
     In quel pomeriggio fosco di giugno noi della 5a squadriglia dovevamo partecipare all'azione di bombardamento con tre apparecchi, ma poiché non disponevamo che di un solo osservatore, fummo costretti a chiederne due alla 3a Farman. E si offersero volontari il tenente Caneva Federico e il tenente Parini, irredento. Caneva scelse a compagni di volo i piloti tenente Arici Max e Lodesani Emilio, mitragliere il caporale Betteghella Romeo; Parini venne con me, con Bevilacqua e il mitragliere Vitrotti.
     Alle 14 giunse l'ordine di partenza, quando proprio sembrava che il temporale stesse per scatenarsi ed il vento si levava più impetuoso.
     Non osammo protestare – conoscendone l'inutilità – e ci rassegnammo al nostro destino, facendo mettere in moto le eliche ed innalzandoci con il nostro carico di bombe. Il vento ci sbandava da ogni parte; le nuvole si precipitavano su di noi avvolgendoci in un'atmosfera umida e sparivano velocemente alle nostre spalle; qualche goccia di pioggia picchiava sui vetri dei nostri occhiali.

ATTRAVERSO LE NUBI.


     Un apparecchio fece ritorno dopo qualche chilometro e lo vedemmo planare verso il campo: un altro lo intravedemmo alla nostra quota in una nuvola, così vicino, che ci sentimmo gelare per la tema di uno scontro ed avemmo appena il tempo di evitarlo virando bruscamente a destra. Se malauguratamente la nostra manovra improvvisa fosse stata identica a quella dell'altro equipaggio – come accade spesso a due persone che, passeggiando, per lasciar libera all'altro la strada si urtano invece vicendevolmente – lo scontro sarebbe stato inevitabile. Ma la buona sorte era con noi, e il tragico incidente fu scongiurato.
     Navigavamo da quasi un'ora, godendoci lo spettacolo magnifico del sole che dorava di una luce fantastica il contorno di qualche nube magnificamente variopinta, e ci preoccupavamo solo di salire, salire quanto più fosse possibile per evitare le cime degli Altipiani che sono pur altissime.
     La terra era quasi completamente sparita al nostro sguardo; solo qualche lembo di tratto in tratto faceva capolino tra una nuvola e l'altra, ma a me non sarebbe stato possibile riconoscere dove fossimo. L'osservatore, praticissimo dei luoghi, mi faceva segno di proseguire sempre innanzi ed io lo accontentavo senza però rendermi conto della località sottostante. Un solo Caproni ci precedeva: tutti gli altri apparecchi erano scomparsi alla nostra vista, lasciandoci un poco preoccupati per la tema di qualche attacco della caccia nemica se fosse sbucata all'improvviso. Gli antiaerei avevano già aperto un fuoco nutritissimo, quantunque dal basso non potessero vederci, ma non c'impressionavamo troppo; pensavamo invece, con grave preoccupazione, alle difficoltà che avremmo dovuto superare nel ritorno per ritrovare il campo. D'un tratto una nube immensa, colossale, che da terra saliva ad un'altezza molto superiore alla nostra, ci si parò d'innanzi. Era a forma di piramide, densissima d'acqua in alcuni punti, dato il colore oscuro che predominava; chiarissima in altri; d'un bianco d'argento verso la sommità. Non ricordo di aver visto uno spettacolo più imponente e più minaccioso.

BOMBARDAMENTO DIFFICILE.


     Quale profondità poteva avere quel colosso? Quali misteri celava? Al solo pensiero di dover entrar là dentro, avrei tremato; ma per fortuna l'osservatore mi accennava di girare a sinistra e poco dopo mi dava il segnale per il lancio delle bombe.
     Mi sentii più tranquillo, perché quel gigante che avanzava alla nostra volta per sopraffarci mi dava un senso di paura. Lanciai a una a una le bombe su alcuni baraccamenti che apparivano d'improvviso per subito sparire, senza darmi il tempo di controllare l'esito del mio tiro; eseguii le fotografie, che sapevo mi avrebbero dato un ben scarso risultato dato il mare di nubi sottostanti, e feci cenno al mio compagno di ritornare in fretta sul nostro cammino.
     Ma l'apparecchio che ci precedeva dove era andato a finire? Sparito? Ne chiesi conto al mitragliere e all'osservatore i quali mi risposero averlo visto piegare a destra anziché a sinistra. Che fosse entrato in quella nuvola immensa? Probabilmente! Mi sentii rabbrividire e l'ossessionante idea non mi abbandonò durante tutto il percorso. Come Dio volle, riuscimmo a ritrovare il campo e a ridiscendere finalmente. La prima domanda fu questa: «E gli altri due Caproni?» «Uno scese quasi subito, e l'altro con a bordo Lodesani, Arici, Caneva e Betteghella, non ha ancora fatto ritorno». Ci guardammo in volto io e i miei tre compagni di volo e impallidimmo, ma non osammo palesare il tragico dubbio che si impossessava di noi. E attendemmo. Attendemmo tutti raccolti, quasi in silenzio, soldati ed ufficiali, per più di un'ora, palpitando ad ogni rombo che s'udiva in lontananza.

LA TRAGICA FINE DI CANEVA, LODESANI, ARICI E BETTEGHELLA.


     Annottava. I telefoni avevano interrogato ansiosamente tutte le località più remote, ma nessuno aveva saputo dar conto del velivolo mancante, nessuno lo aveva visto neppure apparire. La grande porta dell'hangar rimaneva ostinatamente aperta, spalancata in quell'oscurità dove si profilavano appena gli altri Caproni, lasciando libero lo spazio per l'assente. Chi avrebbe osato chiudere quel portone, finché l'ultima speranza fosse venuta meno? E le ore passavano lentamente, tristemente con un'angoscia indicibile, mentre le ultime ombre diradavano e la notte incalzava. Un raggio proiettato dal riflettore del campo, investigando il cielo, diede l'ultimo guizzo alla speranza; poi, senza parlare, con un passo da funerale ci allontanammo con le faccie tetre, mentre il cigolio dei battenti dell'hangar che si rinchiudevano, si ripercuoteva nei nostri cuori con un ritmo di morte. Solo due mesi dopo ci fu dato conoscere la tragica fine degli amati compagni.
     L'apparecchio era precipitato in territorio nemico con tutto il suo carico di bombe che scoppiando aveva fatto scempio dei quattro eroi! Venne loro decretata la medaglia d'argento di motu-proprio.

Sublime coraggio.

(1916).


      Era il mese di settembre del 1916. Da Verona alcuni Caproni si erano inalzati per recarsi a bombardare la zona a nord di Mattarello. Tra i partenti l'equipaggio composto dal capitano Valdimiro, dal tenente Bevilacqua e dal mitragliere Blesso, che per alleggerire il velivolo avevano fatto togliere la torretta posteriore ed eliminato così un mitragliere. Su Ala un apparecchio nemico volteggiò a lungo, senza molestare l'avversario, cosicché il Caproni poté proseguire indisturbato, raggiungere l'obbiettivo e lanciare le sue bombe.

ATTACCATI DA CACCIA NEMICI.


     Ma al ritorno tre caccia crociati lo strinsero dappresso, disponendosi in ordine di attacco. Impossibilitati a sfuggire il combattimento, i bombardieri del cielo lo accettarono senza riserve. Alla prima raffica di mitraglia le tre eliche spezzate simultaneamente, saltarono lontane; una crociera infranta frustò l'aria con moto ritmico e sibilante: i serbatoi, ripetutamente colpiti, gorgogliarono tutta la loro riserva di benzina sul fondo della carlinga: i motori tacquero. Fu intorno un silenzio tragico, altissimo. Peggio inasprita da quel silenzio che dall'urlo violento della mitraglia, la realtà formidabile apparve. Il tenente Bevilacqua gridò al comandante Valdimiro che teneva sempre le leve: «Capitano, crede che raggiungeremo le linee?» Ma quegli rispose con una scollata delle spalle, mentre gli occhi gli si facevano gravi di un confuso presentimento.

IL COMANDANTE VALDIMIRO FERITO.


      Valdimiro abbandonò bruscamente i comandi arrovesciandosi sul seggiolino. Allora Bevilacqua saltò rapido alle leve reggendo in sua vece il plané angoscioso. A 200 metri sorvolarono le linee nemiche, non più inseguiti dai caccia avversari che li avevano abbandonati al tiro della fanteria.
     Ed infatti vennero accolti subito da nuvoli di mitraglia che crivellarono letteralmente le ali. Pure anche le linee furono superate. Il capitano indicò all'altro pilota un'isoletta nell'Adige perché vi atterrasse, ma Bevilacqua preferì scendere in campagna.
     A pochi metri da terra cercò con tutte le sue forze residue di sostenere il velivolo e farlo adagiare dolcemente, ma il Caproni non poté più rispondere alla manovra... fu uno schianto, una rovina.

EROICA FINE DI UN VALOROSO.


      I tre valorosi si liberarono dal groviglio dei rottami, ma subito Valdimiro s'abbatté a terra con un lamento lungo, disperato, continuo. Doveva aver durato sforzi sovrumani per dissimulare, durante il volo, lo spasimo della sua carne lacerata. Toltagli di dosso la combinazione di cuoio fu messo a nudo uno squarcio brutale nel fianco, opera scellerata della mitraglia esplosiva. Il poveretto sospirò: «Povere le mie bimbe!» poi cadde in delirio, urlando e dibattendosi. Intorno, con scoppi immani, piovevano le granate. Fu solo mezz'ora più tardi che da Ghizzola poterono giungere i soccorsi, ma l'inesorabile morte rapiva 6 giorni dopo il valoroso comandante all'affetto della buona compagna, all'amore dei suoi bimbi.

Affannosa ricerca di un Caproni.


      Già all'alba il campo era in attività. Prometteva una giornata magnifica, ma i monti apparivano solo nelle loro cime, velati da forte foschia. Gli apparecchi da bombardamento nella loro vasta mole si allineavano minacciosi, impazienti di librarsi nel vuoto. Osservatori e piloti scrutavano l'orizzonte, nell'attesa ansiosa che laggiù rischiarasse: si doveva compiere un'importante azione a Mattarello. Qualcuno aveva già osato mormorare tra i crocchi che la domenica non avrebbe arrecato fortuna alla spedizione; altri assentivano enumerando le varie sventure avvenute nei giorni di festa. Ed il tempo intanto trascorreva invano. Finalmente alle dieci precise una voce imperiosa comanda: «Equipaggi a bordo! Motori in moto!» La montagna si profila in lontananza nella quasi sua integrità ed imponenza.

PREPARATIVI DI PARTENZA.


     E un affaccendarsi dovunque. Chi si affanna intorno alle eliche: chi si tuffa in fretta nelle vaste pellicce: chi si ricopre dei pesanti passamontagna; chi s'arrampica lungo la travatura per raggiungere nella carlinga il posto a lui assegnato. Qualche richiamo urlato, qualche istrumento di precisione portato di corsa, qualche bomba spostata, qualche oggetto dimenticato e richiesto in fretta, qualche spiegazione ancora, un'ultima occhiata alla carta topografica, un ultimo accordo tra il rombo dei motori che si avviano, poi un apparecchio parte, un secondo, un terzo, un quarto, un quinto, un sesto... Uno solo rimane ostinatamente inchiodato al terreno, insensibile alle imprecazioni e alle cure dei motoristi che si agitano e si affannano attorno ad uno dei tre motori impotenti a farlo funzionare. I due piloti – l'ufficiale e un soldato – già avviluppati dagli indumenti di volo ed impazienti di partire, sbuffano per il caldo e per la rabbia.
     Inutilmente! Ad un tratto echeggia un lungo sibilo: poi subito rintronano nell'aria vari colpi: tutti gli sguardi si protendono nel cielo; tutti scrutano lo spazio. «Eccolo! Eccolo! E' un aeroplano tedesco! E' un Brandeburgo! Si dirige sul nostro campo!».
     L'ufficiale pilota supplica i motoristi perché riescano a mettere in moto il terzo motore, ma essendo oramai impossibile raggiungere il gruppo dei partiti, fa togliere le pesanti bombe per alleggerire l'apparecchio e salire almeno alla caccia del nemico. Egli stesso ricerca il difetto della macchina, studia, si consiglia; invano, invano!... l'elica persiste nella sua immobilità senza più lasciare speranza.
     L'aeroplano nemico intanto volteggia sulla città fatto segno al tiro delle batterie antiaeree, inefficaci, ed inseguito da qualche velivolo leggero che scarica su di lui ripetutamente – ma inutilmente – la sua mitragliatrice. Egli lascia cadere sull'abitato tre delle sue bombe, poi s'allontana e sparisce al di là delle montagne. I crocchi tornano a formarsi sul campo, e nella via giungono le prime notizie dalla città: «due bombe inesplose, la terza non ha arrecato che danni lievissimi». E' questa la prima ripresa di visita aerea tedesca dopo tre mesi di assenza dal cielo di Verona.
     Intanto le ore trascorrono... si attende il ritorno della spedizione sul nemico. Ecco un primo apparecchio, un secondo, un terzo...gli equipaggi hanno mille cose da raccontare, mille particolarità, mille avventure. Qualche ala è foracchiata, qualche montante è rotto, nulla di male, finché si è vivi. Ma intanto un Caproni si attarda e tutti l'attendono ansiosi: «Chi lo montava?» - «Il capitano Valdimiro, comandante la 5a, il tenente Bevilacqua, il soldato Blesso». - «Ma perché non ritorna? Perché ancora non ritorna? Qualche cosa deve essergli accaduto di certo: diversamente non si spiegherebbe un tale ritardo». Il mezzogiorno è già trascorso da tempo, ma nessuno lascia il campo finché l'apparecchio non sia rientrato: a mangiare vi è sempre tempo. Mentre i commenti più disparati si avvicendano tra i capannelli di ufficiali e soldati, una staffetta giunge di corsa recando un fonogramma: è la notizia succinta del combattimento sostenuto dal Caproni sul territorio nemico contro tre velivoli nemici: «Il capitano trapassato da una palla di mitragliatrice al fianco destro ha potuto atterrare a cento metri della fucileria nemica in terreno nostro, letteralmente battuto da proiettili nemici. Due ufficiali possono recarsi sul luogo per cercare di ricuperare ciò che è possibile». - «Presto un'automobile!» L'ufficiale pilota che non ha potuto partecipare all'azione aerea ed il tenente Franciosini salgono sulla vettura e via a gran velocità lungo la strada di Ala.

ALLA RICERCA DELL'APPARECCHIO NEMICO.


     Ecco le prime manifestazioni della guerra: case squarciate; enormi breccie nelle mura; carabinieri ad ogni tratto che richiedono la provenienza. Però la vita ad Ala è abbastanza normale. Vi sono molti negozi in attività e abbastanza borghesi tra le moltitudine dei militari. Ma l'apparecchio è molto più avanti, dunque coraggio. Ad un certo punto non si può più proseguire con la vettura: pericolosissimo anche transitare a piedi giacché la strada è fatta segno a continuo tiro d'artiglieria. I due ufficiali si consultano poi decidono di proseguire ad ogni costo per vedere l'apparecchio e per avere notizie precise del loro capitano. Addossandosi al ciglio della strada e camminando discosti l'uno dall'altro si mostrano audacemente. Il cuore batte con violenza ai primi colpi che rimbombano nella quiete della valle. Fortunatamente il tiro non è troppo preciso, quindi c'è quasi da fidarsi. Per la strada non un'anima vivente: solo i due coraggiosi che proseguono. Uno sguardo fugace al paesaggio che li circonda spiega loro all'evidenza come Segantini abbia potuto inspirarsi a tanta imponenza e a tanta maestà. Val d'Adige nei pressi del Biaena assume una bellezza fantastica. I due ufficiali che sono entrambi artisti (l'uno scultore, l'altro attore) subiscono il fascino di tanta grandiosità, resa ancor più interessante dal pericolo imminente che li circonda.

VERSO LE LINEE AVANZATE.


     Così giungono al primo posto avanzato: Villetta. Scavati nella viva roccia vi sono i rifugi degli ufficiali e del corpo di guardia.
     Il villaggio è letteralmente distrutto dai colpi di granata. Dal comandante il posto, gli ufficiali apprendono che il loro capitano aviatore è già stato trasportato all'ospedale e che gli altri due dell'equipaggio sono miracolosamente incolumi, giacché appena atterrati furono assaliti da gragnuole di proiettili. Avvicinarsi all'apparecchio di giorno sarebbe dunque temerario. Conviene attendere la notte se pure l'impresa è consigliabile.

ALLA MENSA UFFICIALI DI UNA BATTERIA NASCOSTA.


     Convinti, più che dalle parole, dagli scoppi continui degli shrapnels sul loro capo, si decidono ad accettare l'invito a cena del maggiore comandante una batteria nascosta e ad attendere la notte. L'imbrunire nell'alta montagna assume un aspetto che solo il pennello di un artista magnifico può ritrarre. Ma nessuno saprebbe ritrarre in un quadro, il chiarore improvviso del grosso proiettile che scoppia nell'aria illuminando le vette acuminate! La cordialità di una mensa d'ufficiali verso l'ospite è sempre cordiale: ma dove si combatte ha un carattere affatto speciale: chi ha provato non dimenticherà mai. Lo champagne alla luce di una lampada a petrolio appesa ad una rustica volta, non è più il segno manifesto di leggerezza e di superfluità; è invece qualche cosa di indefinito ed indefinibile che penetra fino in fondo al cuore e lo fa rivivere di un'altra vita più bella e più intensa!

UN POTENTE RIFLETTORE NEMICO.


      Le 23. E' l'ora di accingersi all'opera. Ringraziamenti, consigli, auguri, commiati. In marcia dunque! Una lunga fila di carriaggi, di furgoni automobili per il rifornimento della truppa, è in cammino verso le prime linee. Ai lati della via una colonna di soldati scende ed un'altra sale silenziosa. E' il cambio della truppa. Chi scende si recherà in Albania; chi sale ne prenderà il posto in trincea.
     Quanti pensieri sorgono all'improvviso nella quiete della notte, camminando a lato di tanti esseri viventi che procedono muti verso il destino. Ma ad interrompere il corso di ogni ragionamento, ecco all'improvviso lassù sulla cima della nemica montagna un occhio luminosissimo, vigile, inquietante. Come per incanto tutto nella via s'arresta: finché brilla la luce, nessuno più si muove; l'occhio indagatore sarebbe fatale! Poi, si riprende il cammino per interromperlo di bel nuovo alla prima luce, mentre da lontano scoppiano le mine con fragore assordante.

L'ULTIMO RIFUGIO.


     Finalmente Ghizzola! Unici abitanti del paese distrutto, quattro carabinieri rifugiati sotto una volta che costituisce tutto il loro alloggio. Un buon milite si offre di accompagnare i due ufficiali sino al punto dove si trova l'apparecchio abbandonato, avvertendoli che al minimo rumore la fucileria nemica farebbe fuoco sul gruppo e che ad ogni tratto dal forte Biaena gli austriaci avendo già aggiustato il tiro durante il giorno lanciano nel buio granate e shrapnels per impedire che alcuno dei nostri si avvicini. Con mille precauzioni i tre audaci superando filari di vigneti, sprofondando in buche enormi aperte da proiettili nemici, inciampando in reticolari divelti, si approssimano all'obbiettivo mentre il cuore martella forte. Una voce comanda: «a terra!». I tre si rovesciano al suolo coprendosi il capo con le mani. Un leggero sibili nell'aria... un tonfo... una granata! Ma non è scoppiata.

IL VELIVOLO INFRANTO.


     In piedi, e avanti dunque! Eccoli presso il velivolo ricercato; il cuore batte per la gioia e per l'emozione, ma subito s'arresta poiché l'occhio luminoso e vigile indaga. «A terra ancora!»; altro sibilo, poi un gran fragore: i tre mormorano: «anche questa è passata», ma non si muovono ancora; conviene che la luce si spenga. Finalmente!
     Di corsa raggiungono il loro Caproni che non hanno mai amato come in quel momento; raccolgono ciò che è possibile – l'apparecchio è fracassato – e di corsa ritornano sul loro cammino.
     Giunti sotto il rifugio dei carabinieri, scoppia di bel nuovo uno shrapnels fragorosamente: troppo tardi!...
     Alle 6 del mattino i due ufficiali sono di ritorno a Verona dopo aver visitato nell'ospedaletto da campo il loro capitano ferito. Mai come in quel mattino del giorno 18 settembre 1916 il loro letto era sembrato così soffice ed ospitale!


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