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Lotta accanita.
(1917).
UNA COPPIA INVIDIABILE.


     Erano stati compagni di volo indivisibili per lungo tempo. L'uno, il tenente Della Cella Ettore, pilota di destra; il sergente Romagnino Vittorio, pilota di sinistra. Nessuna coppia andava maggiormente d'accordo e le loro azioni si susseguivano in modo incredibile meritando spesso gli encomi dei superiori e i complimenti degli osservatori e dei mitraglieri. Della Cella, uomo di una certa età e posato, si distingueva per il suo carattere docile, remissivo, buono oltre ogni dire. Fervente patriotta, non aveva atteso il suo turno per essere chiamato sotto le armi, ma si era arruolato volontario nel corpo aviatori di Torino. E le sue ottime qualità fecero subito di lui un buon pilota. Avendo chiesto di essere inviato senza indugi alla fronte, fu assegnato alla quinta squadriglia Caproni, di stanza in Verona.
     Romagnino differenziava dal compagno per il temperamento più impulsivo e più risoluto, talvolta anche caparbio, dovuto certamente al paese natio: la Sardegna. Fu uno dei primi piloti di Caproni e vide sorgere la squadriglia che fin dagli inizi fu provata dalla sventura. Ma l'altissimo valore del sardo non sminuì nelle dure avversità e l'eccezionale sua valentia di pilota fecero di lui il preferito e desiderato compagno nei voli di guerra.
     Stabilita la coppia Della Cella-Romagnino, nessuno pensò più a disgiungerla perché l'accordo tra i due si poteva dire perfettissimo. Ma in un triste pomeriggio un tragico avvenimento doveva turbare la loro bella serenità.


IL MITRAGLIERE BLESSO UCCISO A BORDO.

      Partiti per una azione di bombardamento, vennero improvvisamente assaliti da alcuni caccia nemici che uccisero il mitragliere Blesso e colpirono l'apparecchio. I due valorosi piloti riuscirono egualmente a sfuggire all'attacco avversario e ad atterrare felicemente sul suolo italiano, quantunque in condizioni difficilissime; ma l'impressione riportata da quell'avvenimento, lasciò una traccia indelebile nei loro animi. Tentarono qualche volta ancora di essere compagni in voli di guerra, ma il loro accordo non era più quello di un tempo. Chissà! Forse l'immagine di quel morto, barbaramente ucciso sulla propria torretta di combattimento da una palla in fronte, ritornava viva tra loro; forse il ricordo di quell'attacco fulmineo, violento si ripresentava troppo spesso alla loro mente vedendosi accanto l'un l'altro come in quel giorno fatale: il fatto è che essi stessi chiesero ed ottennero di essere disgiunti per accoppiarsi ad altri.

LE MAGNIFICHE GESTA DEGLI AVIATORI ITALIANI.

     E trascorse così quasi un anno e nuove glorie accrebbero il singolo valore dei due impareggiabili combattenti. Si giunse al fatale periodo di Caporetto. Nessun ordine regnava più nei campi di aviazione abbandonati all'eroismo individuale degli aviatori. Scrissero questi in quel tempo, le più belle pagine della storia dell'aviazione italiana. Non si conobbero sacrifici, non valsero le perdite sanguinose, i pochi mezzi disponibili, gli ordini dissennati, le pioggie torrenziali, le bufere, gli attacchi in numero straordinariamente superiore; nulla! Essi, i meravigliosi, gli eroi, nella disfatta superarono se stessi ed il già esaltato ardimento latino. Furono eccezionali, impareggiabili. E molti perirono così, sublimemente!

IL DESTINO

      Il 26 ottobre 1917, vennero comandati, sullo stesso Caproni, i piloti Della Cella e Romagnino. Dopo tanto tempo il destino li riavvicinava. Era una buona od una mala sorte che li riuniva in un momento tanto tragico? Essi non sembrarono rallegrarsene: forse un cattivo presagio attraversava la loro mente e non seppero nascondere il condiviso malvolere. Ma non era tempo da discutere; le ragioni di servizio imponevano la massima sollecitudine: bisognava ubbidire. Un po' accigliati, si accinsero ad indossare i pesanti indumenti di volo. Il comandante la squadriglia prima della partenza così li apostrofò: «E' mio dovere farvi una raccomandazione: quella di usare la massima prudenza! Ognuno di noi deve essere pronto a dare la propria vita per il compimento del dovere; ma in ognuno di noi deve essere vigile il sentimento di conservazione per cimentarsi in opere anche più audaci, ma più utili alla Patria. Non dimenticate che il cielo nemico è oggi battuto da numerosissime pattuglie aeree rese baldanzose dall'insperato successo delle truppe tedesche sulle nostre. Se la lotta si presenta troppo ineguale e con nessuna speranza di riuscita, ritornate al vostro campo, senza tema di venir meno al vostro mandato: sarete sempre in tempo a ritentare la prova. Avete ben compreso?»

PARTENZA TRISTE.

     Annuirono i due valorosi e dopo aver scambiato qualche breve saluto con i presenti salirono sull'apparecchio. I loro compagni di bordo furono i mitraglieri Bisacco Federico e soldato Tolentini Giuseppe. Quest'ultimo si cimentava per la prima volta in un'azione di guerra, essendo giunto da poco in squadriglia. Era animato dal miglior buon volere e dal desiderio di farsi onore, ma gli avvenimenti di questi ultimi giorni non potevano non aver turbata la sua serenità (in pochissimo tempo quattro Caproni erano stati abbattuti); eppure si studiava di apparire allegro e disinvolto. Il pesante velivolo s'innalzò; compì alcune evoluzioni intorno al campo e si diresse verso l'obbiettivo. Nessun ostacolo durante il percorso. Le stesse batterie nemiche tacevano perché ancora non avevano avuto il tempo di piazzarsi sulle nuove posizioni conquistate. A Baze di Modreya (Tolmino) furono lanciate tutte le bombe, procurando di colpire, nel miglior modo possibile, il bersaglio.

L'ATTACCO NEMICO.

     Ma d'un tratto – mentre l'equipaggio si accingeva al ritorno – si vide attorniato da un nugolo di caccia avversari. Se tremò il cuore, per un attimo ai coraggiosi, non vacillò la loro volontà, ed i loro nervi si tesero fortemente nell'aspra lotta.
     Crepitarono le mitragliatrici nemiche sui fianchi del velivolo spezzando, schiantando, trapassando: risposero le armi italiane abbattendo. Due caccia crociati planarono disordinatamente verso Ponike; ma gli altri allora s'accanirono di più mitragliando a pochi metri. Non si dettero vinti per questo gli audaci nostri, e volsero la prua e la poppa or contro questo or contro l'altro, quasi a voler cozzare per distruggersi a vicenda. Agilmente sfuggendo alla manovra, gli avversari si stringevano subito attorno al pesante Caproni, approfittando della sua lentezza nel rimettersi. E fu facile la vittoria.

LA CATASTROFE.

       Una pallottola colpiva al collo il sergente Romagnino; una scarica feriva il mitragliere in torretta; alcuni proiettili immobilizzavano il motore centrale, foravano i serbatoi, spezzavano i comandi. L'apparecchio fu costretto a scendere in territorio nemico. Atterrando sopra una collinetta si capovolse. Schianti... urla... Il tenente Della Cella contuso alla fronte ed al braccio sinistro, cercava di uscire dai rottami; il povero sergente Romagnino, mortalmente ferito, non aveva la forza di muoversi; il soldato Tolentini, pure ferito, si trovava imprigionato tra le due fusoliere, ed i cerchi della torretta; il sergente Bisacco era stato balzato fuori dalla carlinga e lanciato a qualche metro dall'apparecchio.
     Così avevano compiuta l'ultima azione di guerra quattro valorosi. Il povero sergente Romagnino spirava qualche giorno dopo, senza neppure il conforto di una voce amica. Gli altri si sottomisero alla dura prigionia, ma il povero Della Cella finì per impazzire e quando venne restituito alla sua Patria si spense tra le braccia dei suoi cari.
(Dal Libro Le ali della strage).

La fantastica odissea dell'equipaggio del Ca3 4084.

     Nella notte lunare del 3 ottobre in due successive incursioni aeree, vennero lanciate quattro tonnellate di esplosivi sugli obbiettivi militari di Pola, che furono colpiti e danneggiati ripetutamente. Al mattino del 4 un solo apparecchio non era tornato al campo: fu atteso per tutta la mattinata, per tutto il pomeriggio; invano.
     Per alcuni giorni furono fatte ricerche in mare per stabilire che il velivolo non era caduto in acqua: restava dunque assodato che esso aveva dovuto scendere oltre le linee austriache. E si ignorava se gli aviatori fossero rimasti uccisi nella caduta o se, salvi, fossero stati fatti prigionieri.
     Il «Ca3 4084» intorno alla cui sorte regnava il mistero, era il primo perduto in terra nemica. Lo montavano i tenenti piloti Carlo Bonamini e Salvatore Orlando e il soldato mitragliere Mario Scarsabelli.
     Qualche tempo dopo attraverso le narrazioni incomplete dei giornali viennesi, si seppe che gli aviatori erano stati catturati dopo una lunga fuga e che, prima di abbandonarlo, avevano completamente distrutto l'apparecchio.

LA VERITA' NEL RACCONTO DEI REDUCI.

      Restituiti alla patria, dopo un anno di prigionia, così raccontarono la loro avventura:
     «Partimmo la sera del 2 ottobre 1917 dal campo di Marcon e atterrammo in quello della Comina, da dove si ripartì verso le 23 dello stesso giorno per bombardare gli impianti militari di Pola e le navi ancorate nel porto.
     «Si arrivò su Pola senza incidenti, ad una quota di 4000 metri, dopo circa un'ora e mezza di volo. Il cielo era frugato dai riflettori; l'artiglieria creava brevi fitte cortine di sbarramento a diverse quote per impedire un ulteriore avvicinarsi dei nostri velivoli. Ridotti i motori si iniziò il plané.
     «Tutte le bombe caddero successivamente sull'obbiettivo.
     «Compiuta la nostra missione prendemmo la via del ritorno. Ma intanto il tiro di artiglieria infittiva. Era una ridda di shrapnells intorno al nostro apparecchio. In pochi minuti la nostra situazione divenne gravissima. D'un tratto una furiosa raffica di batteria raggiungeva l'apparecchio: scheggie di proiettili colpivano il motore di destra che si arrestava immediatamente, la parte anteriore essendo squarciata. L'elica era spezzata, e timoni di direzione – che non rispondevano più alla manovra – erano lievemente inclinati a sinistra. A questi danni palesi se ne aggiungevano certo altri ignoti, ché l'apparecchio si sosteneva appena, vibrava forte e minacciava continuamente di scivolare d'ala.

DOPO LA MISSIONE COMPIUTA.

     «Abbandonata la rotta, si andava sempre più alla deriva in direzione di destra. Tentammo allora, ma inutilmente, di girare planando a sinistra, poi di virare a destra con un dietro-front per dirigerci verso Venezia, dimodochè, calcolando l'inevitabile sbandamento, si potesse giungere nelle vicinanze del campo della Comina. Questo tentativo, per poco, non ci costò la vita, e quelli che seguirono non furono meno pericolosi. Desistemmo. Si procedeva con grande stento. Cercammo di trovare il difetto dei timoni; controllammo i cavi, dalle staffe agli attacchi: inutile anche questo. Subitamente, un campo d'aviazione si illuminò. Il proiettore, abbassando ed innalzando il suo fascio luminoso, ci segnalava la linea di atterramento. L'impossibilità di tornare e la difficoltà di proseguire oltre senza danno, ci inducevano a scendere, in qualche modo. Ma il pensiero di portare in mano nemica un nostro apparecchio, ci persuase a proseguire.
     «E proseguimmo verso l'ignoto. Poco dopo la benzina veniva a mancare, e i motori si arrestavano. Si planò. L'oscurità notturna vietava ogni scelta circa il luogo di atterraggio. Andammo alla ventura. Sotto di noi si profilavano le asperità di una regione montuosa. Intanto si perdeva quota, lentamente, irresistibilmente. Nessuno oramai poteva impedire una catastrofe. La terra saliva con spaventosa velocità verso di noi. Da ottocento metri, ci trovammo in un attimo a breve altezza dal suolo.

IL TRAGICO ATTERRAMENTO.

      «Poi, uno schianto altissimo, un tonfo, un rumore di cose lacerate, di cose divelte con violenza... Il tenente Bonamini e il soldato Scarsabelli si trovarono illesi al proprio posto fra i rottami dell'apparecchio. Il tenente Orlando era stato lanciato dall'urto in un torrente che segnava il margine del fitto bosco in cui il «Ca» era precipitato. Venne subito soccorso e tratto in salvo, incolume.
     «Occorreva incendiare subito l'apparecchio, ciò che facemmo. Appiccammo il fuoco anche agli indumenti di volo, e, quando il velivolo scomparve in un vasto rogo, ci allontanammo, incendiando qua e là il bosco. Uscitine, ci trovammo fra monti brulli e burroni insuperabili; ma eravamo decisi a tutto affrontare, pur di raggiungere l'Italia. L'alba ci sorprese decisi a tutto affrontare, pur di raggiungere l'Italia. L'alba ci sorprese in cammino, diretti a ponente. Ci stava innanzi un pianoro acquitrinoso, a lato un laghetto d'acqua stagnante. Improvvisamente un crepito di fucileria ci fece sobbalzare. I nemici ci avevano scoperti? Istintivamente, ci buttammo nel pantano. Avemmo il fango fino al petto e quando sortimmo, il fuoco si era fatto più rado. Nessuno di noi era stato colpito. Sostammo in un angolo protetto. La nostra anima era tesa come il nostro sguardo. Ascoltavamo silenziosi.
     «Non un'ombra. Non un passo. Non un rumore. Soltanto l'immensa colonna di fuoco che ardeva il bosco ingigantiva. Capimmo. Il nostro allarme era stato prodotto dalle cartucce delle mitragliatrici rimaste a bordo dell'apparecchio.

LA FUGA AVVENTUROSA.

     Fu ripreso il cammino. La nuova marcia durò due ore. Giungemmo a un cascinale solitario per avere vesti e informazioni. Bussammo. Apparve un vecchio calvo, che, non appena ci scorse, si barricò in casa. E proseguimmo. Cammina, cammina, cammina... come nelle favole. Superammo monti, valli, piani. A giorno avanzato decidemmo di sostare in un bosco. Ci spogliammo completamente perché le vesti asciugassero e ci accovacciammo vicini per non aver troppo a soffrire dal vento, freddissimo. Nel pomeriggio ci si rivestì, distruggemmo tutti i documenti inerenti la nostra squadriglia, e riprendemmo ancora il cammino.
     «La fame cominciava a tormentarci, e si andò in cerca di un po' di cibo. Da una contadina udimmo per la prima volta quel crudele, secco, odioso Nicht che avremmo poi dovuto udire sempre, in seguito, ad ogni più umile e implorante richiesta di cibo. In compenso ci diede alcune informazioni preziose, che ci servirono per improvvisare un piano di fuga. Per Marburg e Klagenfurt avremmo raggiunto Villaco. Da qui si sarebbe tentato di arrivare sino alle linee nemiche. Nella notte – aiutandoci la fortuna – saremmo giunti alle nostre, nei pressi di Tolmino. Per il vitto, si sperava nella generosità di qualche valligiano.

IN LOTTA CON LA FAME E CON LE INSIDIE NEMICHE.

      «Per la terza volta ci rimettemmo in viaggio. Verso sera traghettammo la Drava. Arrivammo alla stazione merci di Marboug. Le sentinelle montavano la guardia, ma il buio ci favoriva. Strisciando carponi, eludemmo la loro vigilanza e quella di una pattuglia che veniva a dare il cambio. Scavalcammo, con qualche fatica, un reticolato assai alto, ed attraversammo una lunga teoria di vagoni immobili. Uno di questi, messo improvvisamente in moto dall'urto di rimando di una locomotiva lontana in testa a una fila di vetture, per miracolo non ci travolse. Il rumore fece accorrere una sentinella, che lanciò un rauco halt! wer da!. Udimmo distintamente lo scatto del caricatore del fucile. Ci raggomitolammo, trattenendo il respiro. La sentinella passò oltre. Ne evitammo una seconda nascondendoci in un treno.
     «Intorno a noi, vagoni squarciati, sfiancati, contorti: effetti delle bombe italiane. Usciti da quel labirinto, risalimmo i monti, camminando parallelamente alla linea ferroviaria. Verso mezzanotte, sfuggendo a una pattuglia di ronda, ci sdraiammo in un campo, affranti, esausti, affamatissimi.
     «Svegliati dopo due ore dal passaggio di un carro, ci riponemmo in viaggio, avendo le membra intirizzite, ma con la speranza di toccare la meta. E superammo ancora piani e monti, scendemmo balze, aiutandoci fin con le mani, mentre la fame, ormai ci straziava. Quando già disperavamo di trovare un nutrimento qualsiasi, scorgemmo in un campo alcune carote. Furono divorate in un attimo. Da un contadino avemmo altre indicazioni: un barcaiolo ci portò dall'una all'altra riva di un torrente. Gli demmo alcune monete. Protestò di voler denaro austriaco. Non avendone e temendo di essere scoperti, fuggimmo. Lo vedemmo inseguirci per un buon tratto. Inutilmente. Una contadina, prima, e un contadino, poi, ci rifiutarono del cibo e delle vesti, sebbene promettessimo compensi. Avevamo rovesciati i nostri abiti, ed eravamo meno facilmente riconoscibili. Una chiesa appariva a qualche chilometro da noi, in cima a un monte. Era sera e affrettammo il passo, fiduciosi di riuscire a commuovere il pievano. Giungemmo. Chiedemmo, in lingua latina, del cibo. Implorammo. Ci mettemmo a ginocchi, supplicammo. Fummo cacciati via villanamente. In Austria, i sacerdoti interpretano così le dotrine di Cristo. Non ci reggevamo che a fatica, per forza di volontà. La notte era nerissima. Ci coricammo in un fienile sperduto in una foresta.

UNA SOLA ANIMA BUONA: UNA FANCIULLA.

      «L'indomani, sebbene stanchi e digiuni, camminammo con lena. Trovammo un melo carico di frutti. Stavamo per saziarci con voracità lupina, quando fummo sorpresi dal proprietario. Riuscimmo a sfuggirgli: via! Intanto, udivamo sempre più distintamente un rombare di cannoni – i nostri! La vicinanza della meta moltiplicava le nostre energie superstiti. Scansammo una sentinella e ci calammo per un burrone. Ecco un piccolo vigneto pingue d'uva. Ne avevamo appena strappato qualche grappolo, quando vedemmo una guardia campestre, armata, correre minacciosamente verso di noi. O arrenderci, o morire di fame. Ma preferivamo la morte alla cattura, e sfuggimmo anche alla guardia. Intanto si era scatenato un uragano: ci riparammo alla meglio sotto un albero. Dalla figliuola di un contadino avemmo, di nascosto, una carta topografica dell'Austria. La fanciulla si mostrò dolente di non poterci soccorrere dandoci dei viveri: essa pure ne era del tutto priva. A notte fatta, rinnovammo timide richieste. Avemmo delle bastonate. Un grosso mastino ci mise in fuga. Bagnati, stanchi, affamati, ci addormentammo su un po' di paglia in un portico. Il giorno dopo – quanto triste per noi! - sotto la pioggia dirotta, ci avviammo. Trovammo una noce: ma mentre raccattavamo i frutti abbattuti dalla tempesta, senza che ce ne accorgessimo, sei gendarmi austriaci ci presero in mezzo e ci arrestarono.

DOPO QUATTRO GIORNI DI STENTI: ARRESTATI.

     «Ci guardammo in volto con muta disperazione. Il nostro sogno crollava. Era finita! Dopo tre ore di marcia sotto la pioggia, subimmo una prima perquisizione in un comando di gendarmeria, poi una seconda, a Leibtariz, una terza a Graz, ove si fu rinchiusi nella Grazbachesse.
     «A Graz, rinchiusi in una prigione umida e malsana, non ci fu possibile né lavarci né mutar d'abito. Subimmo un minuto interrogatorio, ma non fu possibile agli interroganti sapere ciò che desideravano. Perciò fummo trattati con maggior rigore e sorvegliati attentamente. Tuttavia tentammo la fuga, nella quale un attendente austriaco ci avrebbe aiutato. Ma, quando già avevamo evitate le sentinelle, fummo riafferrati. L'austriaco ci aveva traditi e denunciati. Ritentammo, pochi giorni dopo, con uno stratagemma. Gridando forsennatamente perché i custodi non udissero altro rumore, abbattemmo una porta. Rompemmo le sbarre di vetro di una finestra e annodammo coperte e lenzuola formando una fune di venti metri. Ci calammo. Toccammo il suolo dopo mille trepidazioni, causa la debolezza della fune, e, camuffati da borghesi, ci recammo alla stazione. Non trovando treni in partenza per Bruche e temendo di essere riconosciuti uscimmo da Gratz a piedi con l'intenzione di prendere il treno alla più vicina stazione.

NUOVO TENTATIVO DI FUGA E NUOVO ARRESTO.

     «Tutto procedeva bene. Borghesi e militari ci passavano accanto senza sospetto. Ma la sfortuna ci perseguitava. Mancando pochi minuti all'arrivo del treno ci avvicinavamo alla stazione. Stavamo per ritirare gli scontrini, esibendo i passaporti, quando un gendarme – come armato! - ci dichiarava in arresto. Era uno dei gendarmi che ci aveva arrestati durante la prima fuga: ci aveva riconosciuto. Ogni protesta fu vana. Ricondotti a Gratz, fummo presi a pugni e a calci da un caporale e da alcuni soldati, esasperati perché, essendo d'ispezione durante la nostra fuga, erano stati puniti. Da Gratz fummo trasferiti a Vienna, scortati da sette sentinelle e da un ufficiale con la rivoltella in pugno. Subimmo due interrogatorii, in cui non rispondemmo o dicemmo cose che sorpassavano di molto la verità, poi si fu tradotti nel campo di concentramento prigionieri di Sigmundsherberg, dove fummo separati dal nostro mitragliere, che più tardi, fu inviato ai lavori».

(Dalle memorie del tenente – colonnello Armani).


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