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NERVESA della BATTAGLIA

San Mauro di Bavaria - Cimitero di Camalò di Povegliano
Mario Fiore: Medaglia d’Oro al V.M.

“Certo chi combatte per la Patria;
chi alla Patria offre tutte le sue
sostanze e la sua vita, deve essere,
in quegli estremi istanti, animato da un
sentimento sì nobile e sì grande che non
sappiamo immaginare... Essi, sì, vanno
incontro alla morte...: la vita è troncata,
ma qualcosa rimane nei secoli: la loro
opera, che affida i loro nomi all’immortalità!”

dal Diario di Guerra
del Maggiore Mario Fiore

 

Disinfettata la carne squarciata da baci di ferro rovente
purificata l’anima che s’insanguina negli sterpi e nei pruni,
tutto l’essere mio risale alla sorgente
con altri occhi più chiari,
con altro cuore più fermo.

Nati all’accetta all’aratro al piccone al colpo rovescio
-cravatta d’apasce e cuor di buon figlio-
qui tutti un colore di fusione, alta tensione di nervi
e di carne macerata tra rovi e macigni,
qui tutti emigranti a scavare ad arare a seminare:
il sangue fermenta nelle zolle,
a volte l’ossa nostre pietra fra pietre più calda,
qualcuno è preso nell’ingranaggio e stroncato:
occhi d’adolescenti così chiari
d’una chiarezza mortuaria,
occhi grigi di padri che sentono
gli orfani chiamar di lontano:
tutti fratelli i compagni
che furono che sono che verranno.
Chi passerà la strada che scaviamo?
Chi mieterà il sangue che seminiamo?

Tutta la notte un sogno
un sorriso sulle labbra di chi dorme
accanto ai morti:
nell’alba colore di rosa
si scopron le tombe
si levano i morti.

Purificazione
di Nicola Moscardelli

 

 
Maggiore ( Genio , Comandante del LXXIX battaglione zappatori del 2° reggimento Genio ) luogo di nascita: Napoli (NA) Data del conferimento: 19- 8- 1921 R.D.alla memoria. Motivo del conferimento:Fulgida figura di soldato, ardente di patriottismo, fu costante esempio di abnegazione ai suoi dipendenti sui quali ebbe sempre sicuro ascendente. Comandante di un valoroso battaglione zappatori del genio, accorso in linea con le fanterie in momenti gravi della battaglia, fu durante tre giorni di accaniti combattimenti per serena calma e cosciente sprezzo del pericolo, esemplare, mantenendo salda ed invitta la resistenza del suo reparto. In un pericoloso infiltrarsi di mitragliatrici nemiche, trascinò a pronto ed impetuoso contrattacco quelli che lo circondavano, e cadde colpito al cuore. Ancora nell’ultimo gesto incitava i suoi a quella resistenza che fu dalla magnifica vittoria coronata. San Mauro del Montello, 15 - 17 giugno 1918.
 
 

San Mauro del Montello
15 - 17 giugno 1918
 

 

Calma e silenzio! Preludio del grande duello!
Così si chiudeva il diario? No! L’ultima parola non fu scritta nel diario: fu scritta in semplici cartoline, dirette al papà, ai fratelli, alle sorelle: frase unica per tutti i suoi cari, estremo saluto di chi sente che le ore gli sono contate: “15 giugno 1918. – Mille baci e saluti affettuosi a tutti. Io sto benissimo. – Mario”.
La mano dell’eroe non strinse più la penna per scrivere. Più che le parole doveva trionfare l’azione. E questa, in tutte le sue fasi, deduco dalle relazioni autentiche che gentilmente mi furono fornite dai compagni d’arme, testimoni diretti del sacrificio: gli ingg. Polini e Cacciatore, il prof. Nunziante, il serg. Rubbini, i tenn. Prodi e Pecciarini.
Ricostruiamo la scena. – La sera del 14 giugno giunse a casa Rossi di Visnadello un fonogramma così concepito: “domani mattina, la compagnia raggiunga la casa Berti!”. Mario Fiore, mi scrisse l’ing. Tito Politi, non sospese il pranzo; non perdette la sua calma abituale: “ guardandoci con il suo sorriso buono, indimenticabile, ci disse semplicemente: “questa volta… o colonnello o morire”. Era un modo semplice di informarci: ma lui sapeva a chi si rivolgeva, tanto le nostre anime erano veramente un’anima sola! – “Va bene” conchiuse”.
Il 15 giugno la posizione fu raggiunta. Ma “si piegò verso S. Mauro, sotto un diluvio di granate e di srapnels”. E qui Mario Fiore apparve veramente il guerriero: “La sua figura giganteggiava ovunque. A nulla valevano i richiami del suo aiutante maggiore il Pecciarini, valoroso e fedele collaboratore. Sempre in piedi, lungo la linea dei suoi soldati, difesi dal piccolo rilevato ferroviario”. Come visse tra i suoi soldati, mostrò di voler morire tra loro, con molti di loro, senza rimpianti, “campione di una razza e di un mestiere”.
Il comandante ispezionò tutta la linea; dispose i suoi uomini secondo gli ordini ricevuti; prese contatto con le truppe della 58° Divisione e col 270° Fanteria. L’ordine impartito, semplicissimo:
“ bisognava arrestare l’irruzione degli austriaci”.
La posizione occupata apparve precaria. I genieri si trovarono scoperti; eppure bisognava sbarrare il passo agli austriaci. Il maggiore Fiore non esitò: il 16 giugno, di fronte alla irruzione violenta del nemico, che tendeva ad occupare la linea ferroviaria Ponte di Priula – Montebelluna, puntando su S. Mauro, ripetè il suo giuramento di italiano:” Qui bisogna morire! Io voglio morire in mezzo ai miei soldati!”.
L’inferno si avanzava. Il comandante deve inviare qualcuno a Camalò: gli interessa di far pervenire qualche notizia al ten. Prodi. Affidò questo incarico al serg. Rubbini; il Rubbini lo meritava perché fedelissimo, e Mario Fiore, con quella delicatezza che gli era propria, non dimenticò, in quel momento decisivo, che se qualcuno si doveva allontanare ed evitare le conseguenze di un primo scontro, questo doveva essere un uomo che aveva, lontano, la sposa e i bambini che trepidavano per lui.
Si ripetono gli assalti, che sono sempre respinti. Ma nella notte fra il 16 e il 17 giugno le mitragliatrici nemiche si infiltrano fin presso la Schiavonesca. La linea dei nostri perdette ogni protezione. Unica protezione, la fede, lo slancio dei suoi difensori, che dall’esempio del comandante ricevevano il nutrimento vitale di energia e di serenità nel pericolo.
Il mattino del 17 giugno, e precisamente verso le 9, al magg. Mario Fiore pervennero nuovi ordini di resistenza: “ nella gravità dell’ora, non può esservi distinzione di armi e di compiti”. I forti zappatori del genio, privi di mitragliatrici, si scavano con la baionetta qualche riparo: si trasformano in fanti, “decisi a tutto, pur di non cedere il passo al nemico”.
La stessa mattina verso le ore undici, gli austriaci attaccarono in forze le posizioni tenute dal 79° battaglione. Questo non si scompone, non piega: il punto strategico della ferrovia è tenuto con ardimento contro un nemico preponderante, reso audace dai propositi lungamente covati di vendetta, di saccheggio. Ad un ufficiale, inviato in quell’ora, dal Comando e che aveva espresso il dubbio sulla validità della resistenza in quelle condizioni precarie, Mario Fiore rispose:” riferisca al suo generale che noi difenderemo la posizione con i nostri petti: il nemico, di qui, non passerà!”.
La lotta diventa sempre più accanita; ma l’argine ferroviario di S. Mauro è un baluardo che non cede. Con disprezzo superbo del pericolo, il comandante segue le fasi del combattimento: ispeziona le posizioni, incoraggia i suoi con le parole più efficaci che sanno suggerire la grandezza di un’anima e la tragicità del momento. Mario Fiore, sempre calmo, sorride agli ufficiali premurosi, che lo invitano affettuosamente a non esporsi, a non offrirsi bersaglio al nemico. Ma non rientrò nella sua trincea se non quando personalmente constatò che la linea era intatta, e che tutti i suoi, soldati ed ufficiali, erano al loro posto.
Solo allora si prese qualche minuto di riposo.
Su tutto il Montello divampava la battaglia.
Quel giorno il rancio giunse in ritardo. Già da tre giorni Mario Fiore non prendeva cibo! Poi si riposò, poggiando la testa sopra un libro! Fu il riposo di chi si preparava alla lotta finale.
Verso le ore 15 “improvvisamente, dall’oratorio di S. Mauro, nel quale erano riusciti ad annidarsi nuclei nemici, veniva aperto un fuoco micidiale di mitragliatrici”. Una di queste mitragliatrici si era portata a pochi metri dalle linee dei nostri. La pressione nemica mostrò di non voler dar tregua: Mario Fiore parve allora alimentasse la sua energia di tutta la passione dolorante della linea minacciata, della patria oppressa. Volle osservare; volle determinare il posto preciso di quella mitragliatrice che bisognava far tacere e che era fatale per i suoi soldati. Si sollevò dal suo riparo; si portò al passaggio a livello della ferrovia: nell’atto di lanciarsi per catturare la mitragliatrice, una pallottola lo colpì al petto, nella regione del cuore!
“Gli occhi dolcissimi dell’eroe guardarono per l’ultima volta i compagni, ai quali non avrebbe più comandato”; e il Montello, dove egli sarebbe stato assente quando l’annuncio della vittoria lo avrebbe attraversato. Ma un gesto, un grande gesto gli fu possibile: spenta la parola, la sua mano segnò l’ordine per i suoi soldati, e indicò il posto per la vittoria. Poi si accasciò sulla terra insanguinata: il nobile cuore si arrestò nella dura stretta della morte!
Ma il nemico non passò! La mitragliatrice fu catturata; due nostri cannoni ancora forniti dell’otturatore e ormai caduti nelle mani del nemico che iniziava la manovra per rivolgerli contro i nostri, furono ricondotti in salvo. I compagni dell’eroe non lasciarono i posti di difesa; la lotta continuò fra il sangue e senza intermittenze: la vittoria si delineò presto, sicura e solenne, sul Montello, vero baluardo d’Italia e tomba non indecorosa dell’esercito austro-ungarico.
Il nemico non passò! “Il 79° battaglione – disse il bollettino del comando supremo, in data 21 giugno 1918 – combattendo a fianco della fanteria, confermò ancora una volta lo spirito di sacrificio ed il valore dell’arma del genio!”.
Del resto, il sacrificio di Mario Fiore non è che conferma, precisa e sicura, di un programma più volte ripetuto. Non aveva scritto, qualche anno prima, Mario Fiore, queste parole: “…un nuovo alito di patriottismo par che aleggi in tutti i cuori, dalle Alpi alla Sicilia, alito di patriottismo che chiama a raccolta gli italiani per deporre una corona sulle tombe immortali degli eroi, e su di esse giurare, come gli antichi, che la libertà della patria ci è cara, che integrità del territorio nazionale sarà da noi, non degeneri figli di chi gloriosamente ci precedette, difesa fino all’ultima goccia del nostro sangue e che l’Italia, che essi ci hanno dato, sarà da noi resa sempre più grande e più forte?”. Nell’ora del cimento, il figlio, non degenere di chi gloriosamente lo aveva preceduto, tradusse il sentimento in un mobilissimo sacrificio, e fece, della propria, la tomba immortale di un eroe!
Il nemico non passò! La salma del comandante, caduto nella pienezza della battaglia, e trasportata in casa Pavan, fu vegliata da ufficiali e soldati nella notte del 17 e 18 giugno, con quel senso squisito di religiosità che l’amore sa suggerire agli uomini di guerra familiarizzati con la morte. Essi si tennero presso a quel corpo morto, come vicino ad un pegno di santità e di eroismo. Fuori di casa Pavan, d’ogni parte, su pel Montello, e più in giù, lungo il margine del fiume, le ultime tracotanze del nemico erano fiaccate. La patria era salva: l’anima di Mario Fiore dovette sussultare di gioia, quando il bollettino ufficiale annunciò a tutti gli italiani che “il nemico, sconfitto ed incalzato dalle nostre valorose truppe, ripassava in disordine il Piave”.


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