Fronte del Piave
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     1° NOVEMBRE. — Nella notte scorsa sono stato chiamato quattro volte al Comando del reggimento. Gli ordini son vaghi e nervosi. Ai ponti di Mandrisio e di Latisana sono comparsi i tedeschi. Le nostre teste di ponte hanno resistito a lungo proteggendo le colonne che passavano il fiume, poi si sono ritirate ed ormai i ponti sono tagliati. Si sono sentite le esplosioni formidabili in mezzo al cannoneggiamento che ci segue passo passo nella ritirata. Sarà questo l’ultimo arretramento? Basterà il Tagliamento ad arrestare l’invasione? I comandi sono in continua vigilia e gli ordini si seguono precipitosi e recisi. Occorrendo dovremo noi bombardieri combattere con ogni mezzo e fino all’estremo per ritardare l’ attacco nemico. I miei soldati adopereranno i fucili, arma insolita per loro, e magari si difenderanno con i sassi. Incontro un aspirante ufficiale dei bombardieri il quale mi racconta di essere giunto dall’Isonzo con ritardo, perché era di là da Castagnevizza per far saltare i pezzi. Lui e tre soldati hanno dovuto passare il fiume a nuoto, sotto il bombardamento. Passano quattro carabinieri che scortano tre prigionieri, due soldati austriaci e uno col berrettino senza visiera e diversamente vestito. E' un tedesco! Finalmente li vediamo i nostri nuovi nemici e non tutti con le armi in mano. Questo è il seme, il campione, il primo che vedo e tutti lo fissiamo con curiosità e compiacenza. Mille, centomila, seguano le tue sorti, o bavarese, o sassone, o prussiano che tu sia. Ecco l’augurio nostro.
     2. — Alle cinque del mattino siamo improvvisamente partiti in due lunghe e faticose tappe, percorrendo vie secondarie attraverso la pianura siamo giunti a Motta di Livenza. La bella cittadina è già sgombra. Neppure il Tagliamento, neppure il Livenza saranno le linee prescelte per la nostra difesa? Riesco a mala pena ad approvvigionare le mie truppe e sono costretto a ricorrere alla+ requisizione di tutto quello che trovo, vacche, pane, polenta. Ma i soldati mangiano e seguono tutti quanti calmi e tristi. Ricomincia a piovere. Il cielo nuvoloso e scuro ci protegge da incursioni aeree. Dormo in un cascinale sulla paglia.
     3. — Di buon mattino ci mettiamo in marcia. Ormai non si tratta che di camminare. Forse ci avvicineremo alla scuola di Susegana. Infatti oltrepassato Oderzo pernottiamo a Colfrancin. Un altro gruppo è a Ormelle.
     In un’altra tappa saremo a Susegana e difenderemo la nostra Scuola con le bombarde. Questa idea ci sorride non poco. Almeno che si possa una buona volta reagire e, nell’ora gravissima che si attraversa, possiamo apparire di fronte a noi stessi ed agli altri, guerrieri combattenti e non fuggiaschi disarmati e dispersi.
     4. — Piccolo passo verso Susegana. Anche il mio Gruppo si trasferisce ad Ormelle. Si aspettano ordini. Non sembra certo che possiamo andare a Susegana. Perché? C’è chi dice che il nemico è ormai padrone del Monte Cavallo, del Cadore, del Cansiglio, occupa Pordenone, Sacile, Conegliano, minaccia Treviso, e ormai non resta che il Piave, ma nessuno crede alle qualità difensive di questo fiume, e si pensa con grande malinconia all’Adige, al Brenta, al Po. O Italia sempre sventurata. Ma perché non ci hanno lasciati sul Carso? Avremmo voltati parte dei nostri cannoni e delle nostre bombarde verso Gorizia e verso l’Isonzo, ci saremmo riforniti dal mare e dal litorale e ci saremmo chiusi come in una fortezza, pronti a sacrificarci tutti occorrendo.
     Ma il nemico non avrebbe osato, di venire avanti nella vallata lasciandosi indietro quella fortezza formidabile perché difesa dalla 3a Armata. Forse avremmo salvato l’Italia da questo flagello. Gli ordini che riceviamo la sera sono ben diversi e dobbiamo chinare la testa. Domattina passeremo sulla sponda destra del Piave.
     5. - Marcia faticosa e lenta. La nostra colonna è lunghissima, marciamo per due sul margine destro della strada e dobbiamo di nuovo unirci alla grande corrente che batte le vie principali in ritirata.
     Al Ponte di Piave facciamo una sosta di parecchie ore. L’ingombro è spaventoso. Sul ponte non passa più di una colonna alla volta perché le mine lo ingombrano ed il suolo è rovinato dal continuo passaggio di pesanti carreggi. La notte ci sorprende in attesa del nostro turno. Ai militari si uniscono infiniti esuli borghesi ai quali talvolta per pietà dobbiamo cedere il passo.
     Sono le 22 e nella notte oscurissima sento piangere sommessamente povere donne involtate nello scialle che, sedute sui lugubri carri, si stringono contro il petto bambini inconsapevoli. Finalmente si passa portandoci dietro anche tutto il nostro carreggio. Lampi sanguigni seguiti da rombi, illuminano fiocamente, di tanto in tanto, tutta la scena. Sul ponte alla luce fumosa di alcune torcie lavorano soldati del Genio e dobbiamo guardar bene dove mettiamo i piedi per non cadere in una buca o inciampare in travi, cordami, arnesi. Oltrepassiamo il Piave, ma non abbiamo alcuna indicazione circa il luogo della sosta. Ricevo l’ordine di ricercare accantonamenti tra S. Biagio di Piave e Fagaré.
     Mi metto subito in giro e mando anche altri ufficiali ma nelle tenebre e con la stanchezza che abbiamo la cosa non è facile anche perché, in questa zona, i cascinali sono rari e perduti nella campagna, lungi dalla strada. Finalmente alla una i soldati sono in riposo divisi in parecchi cascinali nei fienili, nelle stalle.
     Per domattina non ho viveri. Obbligo diverse famiglie di contadini a vegliare la notte intera a far polenta, requisisco un’altra vacca, compro del formaggio e del vino, poi mi butto un poco sopra un mucchio di pannocchie di granoturco (letto poco morbido e assai incomodo) dimenticandomi perfino di mangiare quel pezzo di polenta che un contadino mi ha fornito per venti centesimi.
     6. — Ormai sono divenuto un podista emerito e resistente. Ho perduto ogni speranza di fermarmi a combattere con i miei nomini e so che dovremo camminare fino a raggiungere un campo di riordinamento. Ci daranno altre bombarde? Oggi con un’altra lunga marcia a zig-zag, girando al largo di Treviso, siamo arrivati a Quinto. Treviso è i tutta sgombra, ma finalmente troviamo i segni di una vera resistenza che si farà sul Piave. Reparti di fanteria bene inquadrata, marcia a quella volta. Incontriamo batterie da campagna fresche e nuove, italiani e francesi. I servizi sono già organizzati, i comandanti sono insediati ai loro posti, si stendono nuove linee telefoniche, si lavora a nuovi trinceramenti. Sono sortti come spuntati dal suolo, fitti reticolati, carri, salmerie, camions con rifornimenti percorrono la via ordinaria in senso opposto a quello nostro e finalmente vediamo lunghi treni sulle linee.
     Ritorna la vita, ritorna la speranza. Non leggiamo giornali da dieci giorni, non riceviamo lettere dalle nostre famiglie, ignoriamo le decisioni del Comando Supremo, non sappiamo con quanta forza d’animo il paese abbia sopportato il colpo terribile, ma questo via vai, quei soldati, quei treni ci rassicurano. L’esercito difenderà valorosamente la Patria sul Piave. Il paese è stato concorde, forte, unanime nella volontà di resistere e ha raddoppiato i suoi sforzi. L'Ita1ia è sempre degna di se stessa, della civiltà e della sua grandezza.
      7. — Siamo giunti a Scorzé. Per mutare è piovuto sempre. Davanti ad un rustico focolare torco il mio pastrano che sembra una spugna mentre vecchi e donne mi interrogano con ansia. Passeranno il Piave? Dovremo sgombrare anche noi? E la nostra casa ed il nostro bestiame, la nostra piccola ricchezza? No, state tranquilli, il nemico si fermerà al Piave. I nostri soldati lo fermeranno. Guardateli! Sulla via passa una lunga colonna di fanti con i loro ufficiali. Sono ragazzi del 1899, visi rotondi, rosei, infantili, nuovi alla guerra, che dovevano passare l’inverno nei depositi ad istruirsi, ad allenarsi preparandosi alle azioni della primavera. Invece si avviano ora alle nuove trincee fieri e sereni cantando e ridendo. Quei ragazzi salveranno l’Italia.
     8. - Tappa da Scorzè a Gloria nel vecchio reticolato Romano. Niente di particolare. Calpestiamo le terre date in dono ai legionari romani come premio della conquista del mondo. Sorga da queste zolle l' antica virtù ed invada i nuovi legionari ed i veterani del Carso.
     9. — Siamo giunti ad Abano Bagni. L’elegante cittadina un tempo si piena di vita e di lusso ora è quasi deserta e triste.
     10. — Da Abano a Monselice a Marendole. Punto di concentramento di sei raggruppamenti di bombardieri. C’è un generale a presiedere il riordinamento; si vedono riunioni di colonnelli, si cerca di conoscere la nostra sorte, sembra che sia deciso ma il segreto è impenetrabile. La vista dei Colli Euganei che abbiamo dinanzi, fa risorgere nel nostro cuore il desiderio di appostarsi con le bombarde e picchiare da questi scogli sull’Austriaco, sul Tedesco, sul Turco e vincere.
     14. — Ci siamo rimessi in marcia incolonnati per quattro in perfetta formazione di Fanteria. Ogni bombardiere è ormai armato di fucile e porta le giberne piene di caricatori. Io precedo il reparto ed ogni batteria del mio gruppo è divenuta compagnia di battaglione.
     Sul colmo di un ponticello sta fermo un generale con tanto di barbetta nera. Accanto a lui sono alcuni ufficiali e due carabinieri. Gli sfiliamo davanti salutando; egli risponde e ci osserva minutamente. Io l’ho già oltrepassato di più di 100 metri quando un soldato di corsa mi raggiunge e mi dice che il Generale mi vuole. Lascio che la colonna continui e mi presento E' il generale Graziani che presiede il riordinamento dell’esercito dei dispersi. La sua energia ci è nota. Già abbiamo letto lungo la via, attaccati agli alberi, quei manifestini scritti a mano e raramente a macchina con diciture come queste: “Ho fatto fucilare tre militari dispersi perché trovati a saccheggiare case civili, due perché tentavano disertare in abito civile, un borghese perché in possesso di oggetti militari”.
     Davanti al generate sta il tenente Pettinelli sull’attenti e con una bicicletta sotto mano.
     Il Generale mi apostrofa subito “è vero che questa bicicletta è in carico alle Batterie sebbene sia di tipo borghese?” Rispondo che è vero e che ogni batteria ha ricevuto in carico due biciclette di questo tipo. Ma il Generale non è troppo persuaso. Intuisco il suo dubbio. Crede che il Pettinelli abbia rubata per via una bicicletta borghese e lo vuol punire. Punire in via definitiva come si fa in questo momento per ristabilire l'ordine e la disciplina nel campo di riordinamento comandato dal generale Graziani.
     La mia risposta fa aggrottare le sopracciglia al Generale che dopo avermi fissato lungamente mi dice con severità: “Capitano è lei pronto a darmi la sua parola d'onore?”
     Non ci penso neppure un momento e rispondo: “Signor generale sono pronto, perché quello che ho detto è la verità”. “Va bene Tenente rientri al suo posto” e poi rivolgendosi a me mi domanda che reparto è e come ho fatto ad armare di fucile tutti i bombardieri che intanto sono tutti sfilati davanti a lui in perfetto ordine, bene armati e silenziosi. “Con le armi trovate per via Sig. Generale”.  “Bene”! e mi congeda.
     Allungo il passo e riprendo la testa della colonna, ma rasentando il tenente Pettinelli lo vedo sbiancato ed ancora tremante. Tutto il suo scintillante spirito è svanito e mi ringrazia balbettando.
     Ha creduto per un momento di essere consegnato ai carabinieri con la formula sacramentale: “Fate  il vostro dovere”.
Saremmo stati fucilati insieme gli rispondo scherzando, ma il Pettinelli non ha voglia di scherzare.
     15. — Siamo restati a Marendole fino ad oggi senza conoscere la nostra sorte ed in attesa angosciosa, senza far niente. Ieri sera abbiamo avuto l'ordine di andare a Grignano Polesine. Ahi! Dovremmo schierarci forse sul Po? Forse la linea del Piave non basta? E le bombarde? Arriviamo a Rovigo di sera e vi pernottiamo alla meglio. I soldati sotto i portici delle strade, noi ufficiali troviamo un lettino in un collegio di giovanetti che è stato sgombrato. Se il mio aiutante maggiore non mi avesse portato con pensiero delicato mezza pagnotta di munizione e una scatola di carne in conserva, mi sarei buttato giù senza aver preso cibo dal giorno precedente. Non sento più né fame né stanchezza. I miei nervi ed i miei muscoli sono come fossilizzati.
     16. - Alle otto sono chiamato al comando del raggruppamento. Il colonnello è alquanto eccitato e altri ufficiali superiori sono presenti. La riunione ha una solennità insolita. La notizia non si fà aspettare. Otto raggruppamenti di bombardieri formeranno sei reggimenti cioè una divisione su due brigate che si chiameranno di bombardieri fucilieri, termine pulito per dire fanteria. Se è necessario e in quanto possiamo e sappiamo eccoci pronti a sacrificare sull’altare della Patria le nostre ambizioni, i nostri ideali e magari la nostra pelle. Prenderemo il fucile e cercheremo di divenire fanti. Il mio Gruppo si scioglie, il mio comando interinale ha termine. Ritorno alla mia vecchia 172a batteria che devo trasformare in Compagnia, una delle tre che formeranno un battaglione al Comando di un Tenente Colonnello. A Grignano, dove avverrà la rapida trasformazione e dove dobbiamo istruirci ed istruire la truppa nella nuova arma, mi sono recato stasera prendendo accantonamento nella villa di un vecchio signore acido ed avaro che ci guarda in cagnesco, e, quando può ci tratta come intrusi e seccatori. Pare che abbia origine svizzera. Un poco con le buone, un poco con le minaccie occupo quanti più locali posso nella sua villa, delle sue stalle, dei suoi fienili. Ho già adocchiato un bel prato di sua proprietà dove anderò a manovrare come in piazza d’armi.
     18. - Ricevo complementi provenienti da batterie disciolte e sull’organico che mi viene affidato costituisco una compagnia di 250 uomini su quattro plotoni ed una sezione pistole mitragliatrici. Cerco di rianimare i miei soldati che si mostrano alquanto abbattuti e debbo fare uno sforzo io stesso per non farmi prendere dalla malinconia.
     Nel grande prato le squadre fanno le manovre a piedi come coscritti, ma il contegno è quello di vecchi soldati. Domani ci distribuiranno le armi.
     19. - Cielo bigio e triste; fa freddo; ogni soldato prende in consegna il suo fucile, lo zaino, le giberne; tutto l’armamento da fanteria. Vedo qualche lacrima furtiva sull’occhio degli Artiglieri. Mi accorgo di qualche cenno di rammarico da parte di qualche cavaliere e perfino qualche granatiere, qualche fante guarda poco benevolmente l’arma che da parecchi mesi aveva barattata con la bombarda. Tutti tacciono e stanno a capo basso.
     Io che dovrò condurre alla fronte questi nomini e forse dovrò guidarli all’attacco, sento di non aver più alla mano una forza pronta e vivace, intuisco di non poter fare come prima pieno assegnamento sul loro spirito di aggressione e di sacrificio e devo senza indugio risollevare lo spirito dei miei soldati, riempirli di volontà ferma ed audace, ma dubito assai della loro corrispondenza. Li metto alta prova.
     Senza partecipare la mia idea a nessuno, faccio schierare la mia Compagnia sotto le armi nel prato vicino. Tutti gli ufficiali sono presenti e prendono il comando del loro plotone, il più anziano mi presenta la compagnia ed io ordino “Riposo”.
     Con una interna indicibile commozione abbasso il sottogola del berretto e mi abbandono alla improvvisazione. “Bombardieri della 172a batteria: miei bombardieri... Questo è un giorno memorabi1e, solenne. Voi che da tanti mesi combattete fiduciosi sullo Zebio e sul Carso e foste sempre al fuoco e in battaglia tempraste il vostro spirito di soldati, voi che ignorate la viltà e nel giardino della Patria spargeste largamente i buoni semi della virtù militare. Voi siete tutti intorno a me e mi seguiste nella dolorosa via del ritorno dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. Nulla avete da rimproverarvi, nessuna bombarda avete lasciata al nemico, nessuno di voi si è sbandato, anzi per voi sono salve molte artiglierie, che già ora sostengono sul Piave l’urto nemico.
     Proprio su di voi che lo meritate, la Patria pone la sua fiducia e in quest’ora tristissima vi chiede un nuovo sacrificio,piccolo seme che può produrre grandi alberi con molti frutti. La Patria vi affida un fucile invece delle bombarde distrutte e quel fucile che oggi vi ho consegnato, sarà il vostro compagno migliore; sarà l’arma con la quale difenderete il suolo della Patria, sarà il mezzo col quale potrete dimostrare ancora una volta il vostro valore, la vostra audacia, la vostra ferma volontà di vincere. Amatelo, quel fucile, tenetelo sempre al fianco, con esso seguite me e gli altri vostri ufficiali che non ci hanno mai abbandonati e siate pronti ad usarlo senza pietà contro l’invasore e l’oppressore, che fa morire di fame i nostri prigionieri, ruba le nostre donne, martirizza i bambini, incendia e distrugge i vostri beni in nome di una ipocrita civiltà che non ha mai conosciuta e che noi latini gli abbiamo da secoli insegnata invano.
     E ora che siete investiti dell’alto onore di combattere col fucile nella prima linea, quasi a conferma del santo giuramento che avete prestato da reclute, seguitemi nei comandi che darò”.
     Ebbi un breve tremito che velò la mia voce, ma poi con uno sforzo sull’anima mia scossa e fremente ordinai:
     Compagnia.. Attenti.. Presentat’arm!
     Tutti di scatto presentarono le armi e proseguii:
     “Per la vita e per la morte gridate con me a voce altissima Viva l’Italia!.... Viva il Re...
     Un secondo di esitazione... un lievissimo ondeggiamento, ma subito gli ufficiali e soldati sulla posizione del saluto ripeterono tutti con voce quasi stentorea un magnifico “Viva il Re” mentre io portavo la mano al berretto.
     Avevo vinto. I miei soldati sono sempre gli stessi, posso fidarmi pienamente di loro. Mi seguiranno, dovunque faranno sempre il loro dovere.
     Ordino il pied’arm e faccio rompere le righe.
     Anche qualche ufficiale è commosso è ammirato del contegno della compagnia. Se non credeva alla sua fedeltà aveva torto.
     Mi sono accorto dopo, che il mio tenente colonnello aveva assistito nascosto dietro una siepe.
     Oggi ho fatto distribuire due razioni di vino, cosa che in fanteria non accade spesso. Ma noi siamo bombardieri.

SUL PIAVE

     NOVEMBRE. — Da giorni siamo qui a Grignano dove siamo giunti dopo lunghe e faticose marce di giorno e di notte, sotto la pioggia e camminando sempre a piedi nel fango, ma sempre in colonna ordinata e compatta, portando tutti quei fucili che dal Tagliamento in poi ho potuto raccogliere tra quanti erano utilizzati, dimenticati su carri e carrette; circa 350 con i rifornimenti quasi completi.
     Questi fucili raccogliticci che nella ritirata ci hanno data l’illusione di una forza nuova e una garanzia in caso disperato, noi, d'ordine superiore, li abbiamo versati e ogni bombardiere ha ricevuto un fucile nuovo e si è trasformato in fante. Da varii giorni comando una Compagnia di Bombardieri Fucilieri e cerco di formare il mio spirito al nuovo compito, anche per infondere nei miei soldati una fede nuova, una forza potente quale oggi la Patria invoca dopo il doloroso avvenimento che tuttora preme e riempie con i suoi tragici riflessi ogni angolo più riposto dell’anima nostra.
     Ci sentiamo però sempre veterani di quella Terza Armata che sul Carso non indietreggiò mai e abbiamo tutti un vivo desiderio di tornare avanti rifacendo, da combattenti, la stessa strada che calcammo da esuli.
     Da varii giorni i miei soldati hanno dimenticato l'arma di loro provenienza e artiglieri, cavalieri e bombardieri non esistono più, sono tutti fanti. Lunghe esercitazioni nelle strade e nei campi, in ordine chiuso e in ordine sparso, maneggio del fucile, delle bombe a mano e delle pistole mitragliatrici, occupano le brevi e tristi giornate autunnali di questa regione bassa e umidiccia del Polesine. Da prima eravamo tutti un po’ tristi, ma poco alla volta ci siamo plasmati alla nuova vita e la dimestichezza che, giorno per giorno, acquistiamo con i movimenti di fanteria e col fucile, ci aumentano la fiducia nel successo. Gli ultimi uomini che per servizio o perché trattenuti da forza maggiore, io avevo lasciati per via, sono tutti rientrati e nessuno manca all’appello. I servizi funzionano regolarmente, ristabiliti come per incanto e nessuna traccia più di quel disordine, più apparente che reale che accompagnò i giorni tristi. Anche a Rovigo si leggono ormai di rado quei piccoli pubblici avvisi del Comandante il campo di riordinamento che annunziava laconicamente il numero dei fucilati e la colpa commessa. Passa talvolta per via qualche soldato che con passo frettoloso va in cerca del suo reparto che si muove e muovendosi s’inquadra, si riordina e si rafforza. Ma questi giovanotti non sono veri dispersi. Essi sono stati ingannati da una indicazione, da un nome di località, da una lettera d'itinerario e si fermano, domandano, mostrano il loro foglio di via e sono pronti a fare altri 100 chilometri a piedi per trovare i compagni e trovarli al più presto possibile. Qualcuno che non sa, che non ha trovato, domanda, implora di essere accolto da noi fino a che non abbia sicura indicazione della sua destinazione. Io li accolgo e avuta notizia della loro famiglia militare ce l’avvio senz’altro. Si sente che l’esercito c’è ancora. Ce n’è uno che resiste sul Piave, c’è quello che si forma nelle retrovie immediate, c’è il popolo tutto d’Italia che sostiene e vuole.
     Oggi sono passati per via, diretti alla prima linea, alcuni battaglioni di giovanetti, baldi e sereni della classe del 1899. Mi hanno fatto tenerezza. Passavano come vecchi soldati guardando avanti ed in alto e cantavano. Portavano le mostrine delle più belle Brigate e non avevano mai vista la guerra Eppure portavano in petto una piena coscienza del loro grande compito e si sentivano già vecchi soldati, degni di stare accanto ai veterani del S. Michele e del Sabotino. Qualche risata infantile, qualche frizzo si scolpiva con fresco rilievo sullo sfondo del canto sommesso e nessuno badava alle sue vesti inzuppate dalla pioggia, allo zaino che pesava sulle spalle, alla stanchezza della marcia. Là c’è la Patria che aspetta!


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